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Quattro frammenti

di Davide Orecchio

La mia specialità sono i gospel iposonici. Sono tristissimi, bellissimi. Ma nessuno se ne accorge; sono gospel iposonici.

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JOHN LEE HOOKER 

Hooker
Nasce dov’è il Mississippi, dov’è sgorgato tanto blues e c’è Clarksdale. Ha in William Moore un patrigno che non si domestica alla terra specchio del contadino Moore William cui non basta la mano realtà, il seme realtà, la stagione, il pendere delle gambe e la schiena verso lo specchio terra lavoro. Riconosciuto dagli occhi degli altri e famoso, William il patrigno di John Lee Hooker Moore è musicista, non suona che il blues sulla chitarra nelle friggitorie, nelle serate danzanti.
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Poi alla casa chitarra cassa ponte sei corde di William e John vengono in visita Blind Lemon Jefferson, Blind Blake e Charlie Patton: e quelli basta che parlino e John Lee Hooker impara il blues; e cantano anche e suonano anche. John Lee, che pure canta nella chiesa di Clarksdale, non ama l’agricoltura futuro sudore mentre la musica che l’attornia, le canzoni che respira: questo sì che gli piace e nell’amore si radica l’Io. Chiede al patrigno: «Insegna la chitarra al tuo figliastro» e Moore William acconsente e gli trasmette il battito..

Ecco Memphis. John Lee ne ha quattordici. Sta dalla zia. Ha il lavoro di usciere nel cinema di Beale Street. Ecco Cincinnati. Un’altra zia. Un’altra città. Una fabbrica. Ancora un cinema dove apre e chiude le porte.
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Ne ha ventisei quando arriva a Detroit ed è il quarantatré. Nel viverla, vede la vita. Le donne, gli uomini urbani, assillati, infoiati, sfruttati – le note le brevi le crome, gli esseri che fanno il beat della città sessione jam diurna notturna, persino nel sonno, nel sogno. Qui a John Lee Hooker si elettrifica il blues. Attenua il gospel. Alza il volume. Pesta col piede e la corda vocale. Dalla voce rurale escono parole industriali. Sul pilastro agricolo nasce il meticcio: la nuova musica tornio, pressa, bar, altoforno, spiga di grano, foglia di tabacco, ciuffo di cotone, la ragazza che ancheggia, «il tuo amore mi inebria ma non mi paga la spesa», le mani, il solvente, il mastice, il whisky, le carte da gioco, «arrivai in città, andai al club swing di Henry e ho fatto il boogie, ho fatto il boogie boogie», il cappello di feltro, la donna, i soldi, il fumo morte canzone, «bum bum, adesso ti sparo, ti porto a casa e ti uccido», matura John Lee che vocalizza la vita sexy, ruvida, la vita severa. C’è tanto lavoro a Detroit per via della guerra e molti nightclub dove John Lee Hooker suona il suo tachicardico elettrico blues e Lee Sensation s’accorge di lui per offrirgli un contratto, così esplode John Lee con Boogie Chillen e I’m in the Mood. Milioni di copie. Le cifre carburano la vita valzer di John che adesso decolla.
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«Lì ho avuto il mio inizio.
Funzionavo.
E ho spinto.
Da allora non mi fermo.
Più.
Nessuno può fermare. 
Il mio blues.»
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FONTI:.
Stanley Dance, Nota a It serves you right to suffer, Impulse 1965.
Rolling Stone, John Lee Hooker. Biography.
Wikipedia

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JACK KEROUAC

«Mare fatica vecchio, non sei malato stanco di tutta questa merda?»
Jack Kerouac, «Sea», SOUND OF THE PACIFIC OCEAN AT BIG SUR.
(estratto interpretato da Alex, voce Apple)


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AMEN

giraffa

– Padrone –
«Fino a pochi mesi fa ero l’incredulo. Come si dice, vivevo e lasciavo vivere (nichilisticamente). Adesso, convertito a un culto di idee, logica, dover essere, esibire morale, ho acquistato uno zoo. Il mio primo gesto è che ho ucciso una giraffa, che per mio volere era nata. Poi l’ho smembrata e sventrata davanti a cento bambini e in pubblico streaming. Poi ne ho gettato i brandelli in pasto a un leone, perché la carne non andasse sprecata. Il cibo non si getta, è pazzia. Tutto è alimento. Io stesso nutro il culto che servo, sono concime delle idee autorità che mi hanno. Poi ho risparmiato la vita a una seconda giraffa, che doveva anch’essa morire. Perché l’ho fatto? Perché ogni mio gesto è didattico e ho mostrato lo schiso d’arbitrio che l’uomo ritiene nel mondo. Capita che l’idea consenta all’uomo di scegliere. Così la seconda giraffa ancora cammina, respira; per misericordia dell’idea autorità e piccolo arbitrio dell’uomo che sono. Amen.»

– Coro –
«Ogni gesto perpetrato sulla prima giraffa presuppone il dominio abominevole, usurpato dell’idea sulla vita.»

– Zoo –
«Io sono la scena ma, d’ora in poi, forse anche il mondo.»

– Seconda giraffa –
«Io sono la vita che l’idea gestante partorisce, nutre e poi termina, se vorrà. Io sono illecita, poiché l’idea non dovrebbe, non potrebbe fare me né disfarmi. Ma, a questo punto, io voglio vivere. E nessuno ha il diritto di uccidermi.»

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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