La pienezza di una storia, la fragilità di una vita. Su Le stelle vicine di Massimo Gezzi.

di Marco Nicastro

Quando sulla quarta di copertina, sulle fascette promozionali, in estratti da recensioni leggo, relativamente ad un libro, frasi del tipo “non lascia scampo”, “tocca corde profonde”, “autore che come nessun altro” e simili, non posso non approcciarmi alla lettura con un pregiudizio negativo. Non mi piacciono infatti quasi mai le espressioni assolute, men che meno quando riguardano l’ambito dell’arte, ancora di più se si riferiscono ad opere di autori giovani o, perché no, tuttora viventi. Con questo tipo di pregiudizio, poiché espressioni analoghe riportate sulla quarta di copertina del libro, mi sono avvicinato alla lettura di Le stelle vicine, prima raccolta di racconti di Massimo Gezzi edita nel 2021 da Boringhieri.

Massimo Gezzi, alcuni lo sapranno, è un poeta e in poesia, nonostante la giovane età, credo abbia già detto qualcosa e con uno stile riconoscibile. Ora con questi dodici brevi racconti fa il suo felice esordio anche in narrativa, genere che del resto era nelle sue corde come si poteva evincere fin dagli inizi dal suo percorso poetico.

Ciò che più spicca in questo libro sono, a mio avviso, due elementi.

Il primo è che i nuclei delle storie sono sempre capaci di suscitare interesse nel lettore: alcune sono molto attuali, molte invece ambientate in un’epoca che non sembra ancora toccata dall’esplosione della tecnologia, forse vicina a quella dell’adolescenza dell’autore (potremmo dire gli anni 90), un’epoca in cui i ragazzi per incontrarsi e conoscersi dovevano ancora vedersi fisicamente fuori e calpestare le strade del loro quartiere o della loro città. Le vicende narrate sono quasi sempre drammatiche: si parla di malattia, morte, tradimenti, follia, solitudine, emarginazione, angoscia, insoddisfazione, e in generale della fragilità delle nostre esistenze e del ruolo più o meno salvifico che in esse giocano le illusioni. Tutti i personaggi infatti, ognuno a modo proprio, vivono già o prendono gradualmente contatto con una sensazione di fragilità, di esposizione alle intemperie della vita e del tempo, facendo tentativi più o meno incerti di tuffarsi in un’illusione salvifica, in uno sguardo che vada oltre. Particolarmente interessanti sono, almeno dal mio punto di vista incline a fermarsi sulle questioni della solitudine esistenziale e della fragilità psichica, i protagonisti dei racconti L’ultimo saluto di Cattivik e Il malcaduto; ma di rilievo sono anche gli adolescenti di Cinghiale, Un rettangolo di sole, Il salto del pesce spada. Anzi, direi che per il numero di storie che riguardano proprio i giovanissimi (sei su dodici), e per la significatività delle vicende che li vedono protagonisti – aspetto che testimonia l’attenzione e l’interesse dell’autore per quella fascia di età – il libro potrebbe essere una buona proposta di lettura per i ragazzi delle scuole superiori, che vi troverebbero utili spunti di confronto con i propri docenti, anche relativamente al rapporto mondo giovanile-mondo adulto.

Le storie sono narrate spesso in prima persona e chi narra parla veramente dall’interno della storia, cioè da una prospettiva soggettiva credibile, anche quando piuttosto distante dall’autore per sesso, età, estrazione sociale o condizione esistenziale. Gezzi introduce il lettore nel mondo interiore dei personaggi facendogli percorrere gradualmente i loro dubbi, le loro paure, i loro intricati percorsi mentali – spesso senza soluzione – con estrema naturalezza. È abile inoltre a creare la giusta quantità di tensione che sostiene bene la curiosità del lettore fino alla fine di ogni vicenda.

Il secondo aspetto rilevante dei testi è la capacità dell’autore di usare la lingua più adatta al personaggio che narra la propria vicenda, così come coerente col protagonisti e l’ambiente in cui vivono è la loro angoscia o i problema esistenziali in cui si dibattono. Si tratta di elementi che rendono i personaggi e le loro storie sempre molto credibili e che testimoniano la grande capacità empatica o di immedesimazione dell’autore. Emerge cioè un interesse autentico per gli esseri umani, anche per le condizioni esistenziali più marginali e aliene, accompagnato da una grande precisione nell’analisi psicologica. In questo processo descrittivo non si nota mai nulla di costruito, di artificioso e fortunatamente nessun cliché. Questa capacità si rileva non solo relativamente ai protagonisti delle storie, ma anche ai personaggi secondari, che pur comparendo solo per poco rimangono spesso impressi in chi legge. Aggiunge ulteriore realismo uno stile molto asciutto, vicino al parlato quotidiano, direi quasi da cronaca giornalistica, che aiuta nella creazione di quella tensione, o ritmo narrativo, di cui si diceva prima.

Ma la caratteristica forse ancora più rilevante del libro è la capacità dell’autore di creare storie che dicono tutto ciò che devono dire pur non concludendosi, pur rimanendo ognuna solo una piccola parte, un fotogramma di una vicenda che si intuisce più grande, ma al contempo restando capaci di lasciare il lettore soddisfatto, emotivamente pieno del messaggio sottostante alle vicende narrate ma anche incuriosito, stimolato intellettualmente.

E questo non credo sia poco. Anzi, è proprio ciò che dovrebbe fare un buon racconto.

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