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le rire 2°: à la Cage [ Water Walk ]

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[ John Cage – elegantissimo – esegue il suo Water Walksottotitolato Water Music No.2 – durante la popolare trasmissione americana I’ve Got A Secret nel Gennaio del 1960 – periodo in cui insegnava composizione sperimentale a New York ed era un personaggio assai controverso – nella composizione – datata 1959 ( anno in cui esegue Sounds of Venice – un pezzo simile – mentre partecipa alla trasmissione italiana Lascia o raddoppia con Mike Bongiorno e vince anche – impeccabilmente – cinque milioni rispondendo a domande sulla micologia – i funghi ) Cage utilizza 34 eterogenei – e anche non propriamente musicali – “strumenti” – e non tutti relativi all’acqua –

due passi (fare)

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PASSO A DUE
GINGER: Nina Maroccolo
FRED: Giovanni Campi

2007102916420-copy

SORGE SONORA
di Nina Maroccolo

piove━━━━━━━━━━━
       sorge sonora 
la parola-goccia a
goccia ][ distillata
                            acquamarina ] 
sia ermetica saggezza
             in corpo eloquente━
dita sorde 
tambureggiano ore
l’incavo corpo ][
                sepolcro ]
divida l’urna a metà
tace la parte sottostante
vulnerabile     [ sé 
del corpo civile ][
ministero di buona 
maniera e 
contenimento ]
che il silenzio osserva
e la parola non 
                        prescrive 
dove il bene━ essere 
                         [ sia ]
avanguardia d’una 
perturbazione
                        vento indomito 
su tutti i mari━━━━━━━

“le principesse conoscevano già il labirinto, ma davanti agli occhi di tutti: era uno spiazzo per la danza”
(Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia)

“che cosa è la danza e cosa dei passi possono significare?”
(Paul Valéry, L’anima e la danza)

dono per dono
di Giovanni Campi

se òrge son or danze in frali dèdali
di nebulose: nodi sian di nido
ch’avvolgo e svolgo ] cune [ come d’ali
al volo pronte – donde l’onde annido

smarrito e riannodo dono per dono
perdend’approdo e deriva – sconnessa
arena ad esso teatro dal sono
deserto ] soffio [ l’avita sommessa

parola – primi geni tu – or li grido!
guscio da franto qual s’è o fu sé o ] sia [
d’embrione ché sarà ricam che trama

se dentro-c’esce-fuori-centro – strido
io d’astri in nomi nati – padri pria
che figli – e re – ] sia conchiglia [ – (sol)chi ama

Il fantasma della nudità

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05-5286271

di Andrea Inglese

Nonostante tutti i nostri sforzi, i nostri miracoli di adattamento, il duro esercizio dell’attualità, siamo con puntigliosa costanza espulsi dall’Eden dell’ideologia. Ci ritroviamo sempre, prima o poi, su terreni dissestati, senza piste plausibili, ad avanzare a tentoni, tra buche e rovi. E ogni volta eravamo convinti che l’Eden fosse un comparto stagno, che la moquette di trifogli e sulla fosse eterna, in fibra sintetica, e invece il tappeto erboso si squarcia di nuovo e le pareti stagne si fanno zeppe di voragini da cui si scivola via, fuori, nell’inospitale aperto. (Quell’Aperto che piace a poeti e filosofi, ma fa schifo a tutti noi, in quanto cittadini ordinari di una precisa zona del mondo.) Che le nostre democrazie così mature e oliate, dovessero garantirsi a colpi di leggi discriminatorie e di condivisi slogan razzisti, è stata davvero una sorpresa inaspettata. Che il buon vecchio capitalismo, uscito sempre indenne e riformato dalle sue crisi, ritornasse a esibire la sua paradossale natura, che arricchisce i pochi impoverendo i molti, è stato davvero un colpo basso. Che le missioni di pace si trasformassero nel solito far west vietnamita, è stata davvero una sconcezza.

Fernanda dorme sulla collina

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pivano

di Chiara Valerio

Ho incontrato Fernanda Pivano la prima volta nel millenovecentottantantotto. Stava su una pagina interna di un libro Einaudi. Ci ho messo un po’ a capire, nonostante tutte le parole che finivano per consonanti, che Spoon River non fosse scritto da un italiano. Non fosse scritto in italiano. E non fosse qualcosa di casa mia, come le maioliche azzurre rettangolari.

Perché c’erano dentro moltissimi personaggi che facevano parte dei giochi tra me e mia madre, che stavano nelle favole che mi raccontava e in certe canzoni che mi cantava. Il ragazzo spartano che non si strappa il lupo da sotto il mantello e quello strappato al male a venire, la barca che anela al mare eppure la teme, l’anima che d’improvviso fuggiva, il vortice di polvere, questi gerani che qualcuno ha piantato su di me, tutti, tutti dormono sulla collina, provate a rubare una mela e il modo come la gente considera il furto che poi rende ladro il ragazzo.

IL SOGNO DI EVADERE TUTTO

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[Questi frammenti critici sono tratti dal volume: Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance, a cura e con un saggio di Cecilia Minciacchi Bello, introduzione di Niva Lorenzini, con illustrazioni in b/n, antologia multimediale in dvd a cura di Daniela Rossi e con la partecipazione straordinaria di Paolo Fresu, Firenze, Le Lettere, Collana “Fuori Formato”, 2009].

di Cecilia Bello Minciacchi

per creare dei fuochi che durino, visibili anche in lontananza
Patrizia Vicinelli

In qualche rara immagine di letture o incontri del Gruppo 63 Patrizia Vicinelli è ritratta con un tubino nero e un filo di perle: è il 1967, lei siede con eleganza accanto a Giorgio Celli intento a leggere Il parafossile . Di famiglia borghese, di buone letture e buoni studi, Patrizia Vicinelli, non ancora ventitreenne, al convegno di La Spezia del giugno 1966 aveva letto i suoi testi e stupito l’uditorio, meritando, per le sue doti vocali e interpretative, le lodi immediate e spassionate di Cathy Berberian. Il suo impatto sugli ascoltatori è stato forte fin dalle sue primissime prove pubbliche e quell’energia, quell’intensità comunicativa dimostrate agli esordi non cesseranno mai, negli anni successivi, di caratterizzarne scrittura e performance. Nel giro di poco il bon ton del filo di perle scompare, tanto da essere per noi, oggi, una curiosità iconografica: l’immagine fisica di Patrizia Vicinelli sarà poi legata, piuttosto, a esperienze di cinema underground, a letture di testi poetici in cui non erano certo né la misura né l’aurea medietà a dominare, e neppure il rispetto delle convenzioni o il risparmio di sé.

Morte Occidentale di un Anarchico

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Sconfitta l’umanità della parola
di
Antonio Manzo
(da Il Mattino edizione di Salerno del 15 agosto)

S’è smarrita anche l’umanità della parola. Silenzi, tentativi di indurre al silenzio, offese a quella umanità della parola che può esser perfino lenitiva di un dolore e foriera della speranza e della grazia di una verità. Dopo la tragedia che si è consumata in un ospedale del Cilento, dove un uomo entra vivo nel reparto di psichiatria di un ospedale ed esce morto dopo quattro giorni, non c’è parola ufficiale delle istituzioni pubbliche, Asl, Regione, governanti e commissari, tutti quelli che fanno quotidianamente i conti con la sanità disastrata ed ora terremotata nella coscienza. Silenzio. Neppure un atto teso a scoprire la verità del funzionamento di un servizio pubblico che fa contare un morto. Tutti in ferie. Non è in ferie un pm che tenta di modulare la Legge all’umanità della parola e consegnare giustizia ai familiari, gli amici di Franco Mastrogiovanni. Sì, per quell’uomo bollato come pazzo scatenato in una notte d’estate, braccato nell’ultimo giorno di luglio su una spiaggia, come se fosse stato il killer latitante più pericoloso del mondo e poi lasciato morire sotto l’impotente, ma almeno quello incorruttibile, occhio della telecamera che vigilava sulle sue ultime novantasei ore di una vita tragica. Franco era lì, uomo legato con fili rigidi, di ferro o di plastica poco importa, immobile, polsi e piedi sanguinanti. Franco gridava a squarciagola al mondo che lui non era pazzo, occhi sbarrati verso il soffitto, aggressivi e dolenti nel pendolo della rassegnazione finale. Ha avuto anche la sfortuna di morire ad agosto, Franco Mastrogiovanni. Quando tutti sono in ferie, tranne il pm. Quando è in ferie chi dovrebbe spiegare come è possibile che si possa morire in una stanza di un reparto di psichiatra di un ospedale del sud. È in ferie chi punta sul cinismo della distrazione collettiva per far smarrire l’umanità della parola. Medici imputati e in servizio, manager silenziosi, cinici ma non impauriti, e ancora seduti. Solo un pm al lavoro perchè torni almeno l’umanità della parola.

Catalunya #4

4

di Antonio Sparzani
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Dalle tristezze bisogna pur distrarsi e dopo le olive farcite e ancora con l’interno di Santa Maria del Mar che danza nella mente come illuminandola trattenendo un’immagine di spazi chiari e di vetrate di fantastici colori gotici ci avviamo alla facciata del duomo che è poco distante perché verso l’una di tutte le domeniche qui si balla la sardana che è una cosa che bisogna vedere una volta nella vita la sardana è una danza seria solenne che ricordo da anni addietro mi era parsa una vera manifestazione collettiva di un popolo che ti fa vedere che capacità di compattezza e forse anche di lontananza ha rispetto a tradizioni diverse le sue origini si perdono come spesso nella notte dei tempi che chissà quante cose ormai ha inghiottito ma se la vedi e la ascolti una volta perché la sardana è una danza e una musica assieme non la dimentichi ti viene voglia di entrare anche tu e dire sì anch’io a voi appartengo con voi voglio danzare e ascoltare e insieme sei cosciente di un mondo esclusivo si balla la sardana che pure sembra molto semplice solo se sei uno di loro sei vestito giusto e hai la faccia e la serietà giusta e anche i pensieri certo non si può ballare la sardana pensando a chissaché è una cerimonia calma e solenne così stampata nei miei ricordi e oggi che delusione niente si vede che in agosto è sospesa nessuno sa perché ho dovuto tenermi il mio ricordo di vent’anni fa di quando mi colpì per la prima volta così intensamente e per la prima volta desiderai oh sì desiderai di essere anch’io là in mezzo di acquistare un’identità forte che mi sembra di non averne mai una precisa e provai anche allora quel rimorso e rimpianto e dolore anche di non poter far parte di un mondo che pure mi attirava come tante altre comunità strette di persone della vita famiglie fratellanze partiti orchestre cori ben affiatati e invece no sempre a coltivare ma forse non volendo questa individualità senza compromessi non so

Usain Bolt (9″58)

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Il bambino che sognava la fine del mondo

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scurati

di Gianni Biondillo

Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani, 295 pag.

Il bambino che sognava la fine del mondo è la storia di una pandemia dello spirito. È la narrazione stupefatta di una psicosi collettiva, che come una lebbra, peggio, come la peste, infetta una città, Bergamo e fa credere ai suoi abitanti che il Male è giunto fin dentro le loro case.

da “NON SEMPRE RICORDANO poema epico”

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di Patrizia Vicinelli

Parte terza

No agli zar, ovvero la fuga

Gridarono: !B.A.S.T.A.!
A UNA CLASSE DI ZAR.
Scoppiano coltelli all’addome
parallelamente traforando colpiscono
quelli che meditano e quelli che compiono.
Tobia che era anche un contadino, pensa:
“Loro in sé – così si espresse – ? compiuti,
non erano male, ma quello che essi rappresentavano,
esecrabile, olé!”
e sentì il bisogno di dirlo,
una revolución pequeña,
per liberarsi della colpa dopo
perché anche lui l’aveva colpito
uccidendolo
aveva preso parte, ecc.
(el patron de la farma).

Loca II: Le città sottili. 3. Armilla

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©,\\’ Orsola Puecher

 
   di Italo Calvino
 
   Se Armilla sia così perché incompiuta o perché demolita, se ci sia dietro un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città. Eccetto le tubature dell’acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppopieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell’arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti.

due passi ( fare )

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Luigia

sono ora al tuo cespuglio
in quella tinta cresciuta
dalla nostra sostanza immensa
la voce staccata dal corpo
segna l’opera il taglio della carne
nel frammento
tutto l’occhio avanza
fino a te che ascolti
il gocciare, piccole macchie
sulla tela,
quel lampo
che ferisce il sogno colpendolo
in pieno viso
la mutilazione,
la sagoma del tronco diviso
il ricovero della carne
nella separazione
con i mattini ventosi sull’acqua
tutta colma
la materia del giardino colpita
così illuminata e sola la luce
da sé sparsa

scorporata

il cespuglio, il cespuglio caro

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Franco

Siamo pronti all’amore quando gli altri se ne vanno. L’amore è un sentimento che nasce sulle rovine, non dentro le case arredate. L’amore nasce quando ci tagliano le mani e noi proviamo ad accarezzare l’altro con l’arto fantasma. Non c’è mai l’amore quando siamo reciprocamente gentili e disponibili, quando capiamo gli altri e noi stessi. L’amore, come la poesia, è dentro fessure in cui cadiamo, è una storta della nostra vita, è una rottura dei legamenti, non una cosa che ci unisce. L’amore ci fa più soli e perduti, non ci mette in pace con niente e con nessuno, ci rende indisponibili alla saggezza, ci fa vedere che la vita è sempre piccola e ottusa quando non è squarciata dalla morte, dal desiderio inappagato. L’amore ci prende per toglierci dalle manfrine di quello che facciamo e diciamo ogni giorno. L’amore non è una faccenda che riguarda il nostro corpo o quello degli altri, ma il vuoto di cui siamo composti, è una faccenda che riguarda le stelle che luccicano nel buio delle ossa.

Il volo [Eracle #5]

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Eracle era un pensatore

di Ginevra Bompiani

Quando si alzavano in volo oscuravano il cielo. Dall’alto della collina, seduto con l’arco e le nacchere di bronzo appoggiate accanto, Eracle aspettava quel momento. Sotto di lui c’erano le paludi grigie, quasi immobili, se non per le bolle d’acqua che ciotoli che ruzzolavano o rane che si tuffavano aprivano le canne. Ma in mezzo, acquattati tra le foglie dei giunchi, c’erano loro, gli aguzzi, i becchi affusolati, taglienti come temperini, e una sull’altra strusciavano come aghi da calza le penne acuminate.

Su “L’età estrema” di Romano Luperini

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di Nadia Cavalera

L’anticamera della morte

Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del lettore sull’assillo principale di ogni essere umano (che ne abbia coscienza o no), e, secondo me, anche di ogni essere vivente (sebbene non si sia ancora in grado di dimostrarlo): la morte. Inevitabile per tutti. E così angosciante per qualcuno, come l’io narrante di questa storia, da volerla anticipare. «Mi agito mi muovo mi precipito in posti lontani. Fuggo la morte e mi accorgo di correrle incontro», (p.12)

due passi ( fare )

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Helena

Ho una piccola penna nel portafoglio
che hai strappato via due giorni dopo
all’ala azzurra che forse ha condannato
un uccellino ignoto sotto ai tuoi occhi.

Gli hai dato acqua che non riusciva a bere,
gli hai offerto cibo che non credevo adatto:
volevi dargli cioccolato in mancanza d’altro,
finendo per spaccargli col piede di una sedia
i primi pinoli che hai raccolto.

Con cura e carezze di un bambino
che si rispecchia in un simile di un’altra specie,
l’hai snaturato. Per salvarlo. Per scoprire
che non sanguina e non scoppia,
che è fatica dentro e non l’arresti,
la morte che fa schifo ed è ingiusta.

Da morto gli hai dato un nome: Cresselia
L’hai chiamato come una creatura d’aria
venuta da Oriente con un videogioco.
Hai pensato una preghiera vicino al suo corpo.
Hai strappato una piuma per portarla addosso
senza paura di contaminarti.
Hai fatto tutto giusto.

Come facevi a sapere che si nutre di ghiande,
che è diffusa dalla Maremma al Giappone,
se non ti fosti evoluto senza saperlo
come un Pokémon di specie leggendaria,
sino a ritrovarti in una ghiandaia giovane
per amore e per bisogno.

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Carmine

Capisci, è successo qualcosa
Una delle Erinni ha smesso di vendicarsi
Ha interrotto il discorso
Dai treni si vedono alberi
E lontano come in un disegno, un fiume

Il cielo turchese è già andato
Si vede l’amaranto e il rantolo del sole
un cane abbaia al nulla della notte
è una misura colma d’acqua

Ci assolve il giorno e la vista di una tigre occasionale
i nostri atomi trasformano gli spazi
si ostinano ad andare
si schiudono
reagiscono

si fanno gioielli
comete
cristalli

lo sai che sparano ancora gli uomini
agli uccelli?
È per questo che dal cielo cade un rosso sangue
Che finisce nel nero del catrame
Che provoca il dolore e l’animale
Una sorta di macelleria stellare

Poi ti svegli
E senti
Tu la mia voce
E non è un sogno
Dall’altra parte della strada
Gli spazzini sono già al lavoro

Gli uccelli in fila guardano
Cade la neve d’agosto
Il rumore è bianco

due passi (fare)

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Anna Maria

poesia per un lorenzo
anche stanotte il cielo ci ha tradito
delle stelle promesse neanche una
soltanto una lampara disattenta
e un semaforo giallo permanente
questo è il nostro paesaggio
o meglio era
nel perchè dalle sedie addormentate
guarda è l’azzurro sotto la cabina
e il gabbiano di tutti i mezzogiorno
in pausa pranzo e arriva la controra.
C’era quel tetto forse albero o forma
c’era l’impertinenza della vita
angolo retto lumaca o formica
ecco un veliero con la meridiana
guarda sul ponte è ferma la clessidra
è giorno già da tempo intorno a noi.

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Lorenzo

Il vaso si è infranto
e livide schegge impazzite
corrono urtandosi
lungo pavimenti di pietra
resi tremanti
dall’incombente bufera
che tutto scardina
e divora
avvampando di fuoco
i sensi reclusi
sotto fitta coltre di terra
che ora brama ardere
bruciare svanire
e scintille come lame
si conficcano nella pelle
scavano la carne
che sgretola lenta
penetrano fiamme
entro densi tessuti
fendono muscoli e nervi
consumato il corpo
si purifica il pensiero
si fa anima la carne.

Periscoop

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di Giovanni Campi

plotone d’esecuzione

“Mon dieu! Ô mon dieu!” – disse il Signore.
La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l’ultimo dei quali era appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di più da tutti coloro non l’avevan creduto, dinnanzi dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sì ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.

SIGUR ROS Glósóli

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Sigur Ros
 
Glósóli
 
Nú vaknar þú
Allt virðist vera breytt
Eg gægist út
En er svo ekki neitt
Ur-skóna finn svo
A náttfötum hún
I draumi fann svo
Eg hékk á koðnun?

Catalunya #3

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di Antonio Sparzani

Sant Michel de Cuixa
Sant Michel de Cuixa

Non riesco a guardare Barcellona senza che gli occhi della memoria vadano per conto loro in giro per il mondo dietro alle fantasie nuove e anche vecchie che questa città mi suggerisce anche con un solo accenno una sfumatura un guizzo la prima volta a Cuixa che si pronuncia cushà tutto sembrava strano una sola cosa mi era chiara e cioè che quei monaci benedettini facevano una strada che da qualche altra parte stavo percorrendo anch’io che stavo allora uscendo dal mondo cattolico nella babele del dissenso prima leggero e poi come quando una crepa si allarga ed è inevitabile che tutto passi e magari anche il bambino con l’acqua sporca e forse così deve essere la prima fase di queste rotture che se non sono complete non si compiono davvero è solo in seguito che si riaggiustano un po’ i confini e si riprendono le dimensioni realistiche ma qualcosa è saltato per sempre come dev’essere e in Italia c’erano stati l’Isolotto e il Vandalino per quelli che ricordano ancora questi nomi che riemergono subito dal magazzino delle memorie del bello e del vivo degli anni settanta

Cuixa sta sui monti dietro Prada che in francese sarebbe Prades la capitale del Conflent una regione bellissima dei Pirenei Orientali Catalogna del Nord naturalmente tanto belli sono i luoghi e il chiostro del monastero romanico che stava lì che gli americani del nord tanti anni fa se lo sono venuti a prendere

Ecosistemi

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di Gianluca D’Andrea

Imbrattamento

Sporcare per dare un ordine al caos
è già paradosso, sgorgare per dare
senso a una vita in comune
non è un dilemma. Sul versante
della dissacrazione l’azione non è riuscita,
più sobria sarebbe la candida
espressione del tutto si muove come l’autore
vuole o toccare altri tasti, da questo
(«questo» all’infinito) l’errore.
La finzione è già del bambino che gioca
e attraversa il suo tempo.

Il fatto poi che un’idea
debba violentare la primigenia carenza
è il modo di fare in modo
che un mondo s’inventi una speranza,
come vivere in comune un’emozione
o l’emozione di essere fuori di sé,
nell’estasi d’adorazione,
splendore che riluce dove oscuro è.

Catalunya #2

3

di Antonio Sparzani

Montpellier - gare Saint Roch
Montpellier - gare Saint Roch

Già quando sali in treno a Montpellier sul Talgo che va dritto a Barcellona cominci a sentire l’odore di questa città mi ricordo che lo sentivo già quando nei ruggenti settanta andavo a Cuixà appostata nei Pirenei appena si arrivava nella foresteria del monastero di quegli antifranchisti benedettini fuori linea estroflessi da Montserrat si sentiva l’odore caratteristico dei barcellonesi che affollavano l’estate di quella Catalunya “compresa nel territorio dello stato francese” così bisogna dire è un odore buono dev’essere il sapone che usano i giovani e le giovani ormai lo distinguo a distanza il Talgo ne è impregnato è un treno speciale che riesce ad allargare la distanza tra le sue ruote in automatico e ad entrare così senza cambiare in Spagna dove il ferrocarril viaggia con uno scartamento più largo che da noi come in Russia del resto idea di Franco l’orrido generalísimo sembra per impedire facili invasioni via binari di tutto il paese che sarebbe stato bello invece cacciare lui e la sua banda di delinquenti non parliamo delle lotte e degli ammazzamenti di allora all’interno della sinistra repubblicana comintern contro anarchici no per carità no