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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

“L’amore malfatto”, il progressismo esorbitante di Giusy Sardella

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di Carola Susani

Giusy Sardella, L’amore malfatto, Fazi 2026

L’amore malfatto di Giusy Sardella è molto altro rispetto a quello che appare a un primo sguardo. Certo è la storia di un coro di personaggi, molto ben raccontati, vividi, che abitano in Abruzzo alla fine della seconda guerra mondiale. Angela, zoppa, la gamba deforme, per via della polio contratta da bambina, Isolina, beccamorto e ostetrica: due donne acute, la cui stessa condizione porta a opporsi allo stato delle cose, se non altro a fare attrito. C’è poi Nino, per il quale le due donne hanno uno sguardo di protezione e attesa, Isolina ne è l’ostetrica, Angela la zia. Nino è ermafrodita ed è stato fatto crescere da maschio, ma ora, alla soglia della pubertà, è segregato in casa dal padre e dalla madre chiusi nell’angoscia per un segreto non più sostenibile. Questo è il nodo che dà avvio alla storia. Attorno a loro, Italia, madre di Nino, Alfonso, suo fratello, Bernardo, il padre, Gaetano (personaggio bellissimo, un mediocre in perenne fuga da se stesso), e così via, una gran quantità di personaggi, notati anche solo per un tratto ma mai con distrazione. C’è una conoscenza dell’umano, della sua propensione all’obnubilamento, all’incantarsi di fronte al disgustoso o anche solo di fronte alla stranezza, bella perché senza paura.

Non a tutti i personaggi principali ci si avvicina allo stesso modo, alcuni sono guardati da fuori o da lontano, la voce della narratrice risuona pienamente in Angela e soprattutto in Isolina. Sembrerebbe la trama di un libro che si legge senza inciampi, progressista, dove le donne mettono in discussione la società, dove la disabilità, l’ermafroditismo e altre condizioni non conformi alle aspettative culturali vengono messe a tema in chiave di giustizia negata, fino all’ineluttabile esito tragico.

Un bel libro affabulatorio che se ti acchiappa difficilmente riesci a mollare. Peppe Stamegna, che come me conosce Giusy Sardella a partire da un racconto fantastico, Il pesce Fred (uscito su Linoleum, la rivista online che Giusy ha fondato con Elena Panzera), esilarante e crudele, recensendo il libro positivamente ha scritto sul suo blog Memoriette & favole che qui la narratrice ha boicottato la scrittrice. Se si confrontano le due opere istintivamente si è portati a dargli ragione. La scrittura nell’Amore malfatto è trascinante, in più si piega all’oralità, costruisce l’atmosfera di un parlato che si vuole contadino, gioca con il dialetto senza mai scivolare oltre la soglia della comprensibilità; funziona molto bene con un lettore, una lettrice che abbia voglia di lasciarsi trasportare dondolando.

Eppure, ci accorgiamo che qualcosa spinge, rende inaspettata qua e là una riga, già a pag.2: “Uno strusciare, scavare, frugare nel dirupo l’aveva tenuta sveglia fino all’alba e un nervosismo dalla gamba era sceso come un prurito verso il basso”, in cui la similitudine abbassa inaspettatamente il nervosismo in prurito, un prurito animale, preparato da tutto quello strusciare, o anche, a pag.39, e questo è Bernardo, che: “Pareva ammorbare l’aria con le parole: gli uscivano dalla bocca e volavano per aria come i frantumi di carne e sangue quando, nel macello, l’accetta spacca le ossa”. Sembra che paragoni e similitudini stiano lì a contenere un’energia che altrimenti potrebbe montare. Ma anche, inaspettate intuizioni sensoriali, “Alfonso, disteso, sentiva l’umidità della terra come fosse il proprio sudore” (pag.164). L’amore malfatto è un romanzo in cui il corpo è sede di effetti e li produce, un romanzo di sensi, di orecchio, di olfatto, di tatto. I personaggi prendono consistenza a partire dai dati fisici, la gamba di Angela; dalle idiosincrasie, il disgusto di Gaetano per tutto quello che non è pulito, preservato, che si capovolge nella travolgente passione per la gamba deforme di Angela.

Anche su un piano diverso, quello delle scene, ci sono dei momenti di energia così intensi che rompono le aspettative che abbiamo sul romanzo storico dell’oppressione sociale e ci portano in tutt’altro territorio: il ballo sfrenato di Angela e Nino attorno alla radio, un ballo nuovo, deforme, per creature deformi e galvanizzate a dispetto; l’ansia di Gaetano nell’avere a che fare con il volatile caro a sua madre e con le sue deiezioni; le rane pulsanti che giunte in casa di Isolina da chissà che pantano risolvono un parto disperato; l’allegria esplosiva dei centrini. Quando l’energia vince sulla struttura, ci sono immagini che fanno pensare alla scrittrice catalana Merce Rodoreda e desiderare che Giusy Sardella si lanci a capofitto, rompa gli argini.

L’umido, il sensoriale, il denso, l’enigmatico ci portano nel livello intermedio, quello che indica nel libro la presenza del realismo magico, di uno spirito della terra che si manifesta, di una magia ctonio, naturale. Potremmo fermarci qui, di nuovo lasciarci trasportare nel già noto, ma forse faremmo un torto a Giusy Sardella, che sì, parla della natura, ma della natura, della condizione dei viventi, ha sua una visione. Qui la natura non è il sostrato atavico e selvaggio che emerge brumoso dai recessi, non esattamente, non soltanto. L’idea di Sardella tiene insieme vitalità, evoluzione e sviluppi più prossimi della scienza, quanti e stringhe. Questa natura è vitale, sì, ma darwiniana, Darwin riletto alla luce di una passione sfrenata per il nuovo; in questa chiave, le deformità sono mutazioni e le mutazioni promettono un futuro inimmaginabile, la novità ben più radicale di quella arendtiana è la sua legge. Questa natura è anche uno scenario in cui l’osservatore cambia la realtà. Il miracolo stesso è continuamente e naturalmente iscritto nelle sue leggi. In questo senso sì, il libro di Giusy Sardella è un libro progressista, non di un progressismo pettinato che conosce già la forma del suo desiderio, ma di un progressismo esorbitante, un futurismo ctonio, appunto una novità.

Da “Verso a fronte”

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di Valerio Magrelli

[Questi testi sono tratti da una plaquette uscita nel 2023 per l’editore Stampa dal titolo Verso a fronte. In origine, i testi sono stati realizzati dall’autore per la rivista «il Reportage», testi in versi, ognuno dei quali accompagnato da un autocommento.]

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III

MAIALI

Sono stato a visitare dei maiali
in mezzo a un bosco,
ma non ho fatto neanche in tempo a vederli:
già trenta metri prima,
ci avvolse un fetore mortale.
Eppure non era un allevamento intensivo,
solo bestie, bestie allo stato brado.
La violenza era tale da farmi ricordare
una gita sull’Etna. Chiacchiere,
sole, allegria, fino a quando,
girando una cresta,
fummo investiti da un alito di zolfo.
Non era un odore cattivo,
piuttosto un morso chimico,
che non lasciava spazio
ad alcuna reazione.
Morte, era pura morte. E adesso penso
che animali e vulcani appartengano
a un mondo diverso dal nostro,
un mondo che respira in modo diverso,
protetto da una forza spaventosa.
Forse è per questo, forse è per vendicarci,
che stiamo distruggendolo.

*

Questi versi raccontano un’esperienza di assoluta alterità, anzi due,
visto che la prima evoca immediatamente la seconda, nel segno
disumano del fetore. Si tratta di una dimensione che la società odierna,
sterilizzata e igienizzata (aggiungo: per nostra fortuna) ha ormai
praticamente relegato alla sua periferia. Eppure, per secoli e secoli, la
sfera dei miasmi ha avuto una sua illustre tradizione. Ne è la prova la
quinta fatica di Ercole, consistente nel pulire le enormi stalle del re Augia
malgrado le insopportabili esalazioni dello sterco.
Ebbene, il testo mostra come lo stesso “fiato di morte” emani da
soggetti completamente diversi tra loro: prima degli animali, poi un
cratere. È come se, a distanza di anni, mi fossi imbattuto nella stessa
presenza sotto due diverse forme, riconoscendole però come provenienti
dalla medesima origine. La conclusione rappresenta il tentativo di trovare
un elemento che accomuni i due fenomeni, elemento che mi è parso di
poter individuare nella loro estraneità rispetto all’uomo. Quanto alla
conclusione, si tratta di una semplice riflessione sul nostro atteggiamento
predatorio nei confronti del mondo, che sembrerebbe essere
riconducibile (questa la mia ipotesi) proprio alla differenza che esso
oppone al sapiens.

*

VI

MODULI

Per me, compilare un modulo
equivale a subire un affronto.
Sono molestie, sevizie, sono Forche Caudine;
nel pc, poi, c’è addirittura un cronometro,
tanto per aumentare l’ansia.
Non solo devi farlo, ma devi farlo in fretta,
senza confondere password, codice utente o pin.
Infine, devi anche dimostrare che tu non sei una macchina,
bensì un uomo,
e devi provarlo a una macchina.
Ma se io sono un uomo, perché mi trovo qui?

*

Infinito è il dibattito su quanto abbiamo perso e quanto guadagnato
rispetto al passato. Nel mondo radioso, incontaminato di una volta,
vigeva una violenza incontrollabile, per non parlare della mortalità
infantile o della mancanza di anestesia. Come rimpiangere quei tempi
spaventosi? Eppure, una simile tentazione riemerge prepotente in me,
ogni volta che entro in contatto con la burocrazia e i suoi derivati.
Spesso, senza timore di esagerare, penso che non valga la pena vivere, se
per farlo si deve passare da un modulo. Nell’Unno e nel burocrate il gusto
per la sottomissione altrui, la brutalità dell’omicidio, il piacere del
sopruso, sono identici: hanno soltanto assunto forme diverse.

*

VII

BEL PASSATO

Accendo il cellulare di mattina
e mi trovo davanti una serie di foto
scattate qualche anno fa durante un viaggio.
La giungla, il paradiso, mia figlia che sorride:
sento una fitta al cuore.
Quanta felicità, e quanto lontana!
Poi però mi ricordo che quel giorno di merda
zoppicavo per un’operazione,
litigai con gli organizzatori,
litigai con mia figlia.
Ma perché, allora, tanta tenerezza retrospettiva?
Perché il passato è la nostra vita senza noi,
è il tempo con la museruola,
un tempo senza il morso del presente,
bello perché passato, perché assente.
Poi il telefono suona
e dolcemente riprendo a litigare.

*

Alla fine ho deciso di affrontare il mistero della nostalgia: come mai
le foto, nostre o dei nostri cari, emanano tanta dolcezza? Certo, le
scattiamo nei momenti di gioia, durante le feste o in vacanza. Certo,
racchiudono il segreto della morte addomesticandolo, rendendocelo
familiare. Eppure, c’era qualcosa che ancora non mi convinceva. Con
questi versi, ho cercato di avvicinarmi alla soluzione.
Almeno per quanto mi riguarda, la bellezza di quelle immagini, la
bellezza di una felicità distante, dipende molto semplicemente dalla sua
distanza, ossia dalla mia mancanza. Se guardando quei luoghi mi sento
così bene, è appunto perché oramai ne sono assente. Infatti, tranne
qualche eccezione, io sto bene soltanto dove non mi trovo più: ecco
perché il verbo “godere” andrebbe declinato solo al passato,
possibilmente remoto.

*

Immagine: Karel Du Jardin, Drie zwijnen bij een heg.

Béla Tarr e la dignità del crollo

1

 

 

di Luigi Menna

Vinicio Capossela ha colto l’esatta frequenza del cosmo di Béla Tarr fin dalle prime righe del suo reportage “Béla Ciao”, pubblicato il 21 febbraio 2026 sulle pagine culturali di Internazionale. Il cimitero di Fiumei út, l’attesa, i due mesi concessi al corpo per decomporsi e sparire prima del rito. Non si tratta di un ritardo burocratico. È l’ultima regia di un creatore che ha speso l’esistenza a filmare l’usura spietata del tempo sulla materia. L’incipit restituisce la temperatura clinica di una famiglia spirituale prima ancora che artistica.

Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie. Loro ostinatamente scavavano nel fango. Krasznahorkai, con la prosa ipnotica e spietata che gli è valsa il Nobel nel 2025 come voce del terrore apocalittico, ha tracciato la mappa verbale di questo disfacimento. Víg ha dato corpo al folle in Cristo con le sue melodie circolari, al profeta da osteria che ride in faccia alla rovina di stato: il mozzicone di sigaretta tra le dita e la chitarra randagia. Tarr ha tradotto la loro voce in luce cinerea e piani sequenza interminabili.

All’interno di questa costellazione, l’autore ungherese rappresenta il rifiuto totale del compromesso. Ha costretto la macchina da presa a fissare il difetto fatale dell’Occidente: l’incapacità nevrotica di sopportare il silenzio e la fine. Il suo cinema esige la fatica fisica dello spettatore. Obbliga a guardare la pioggia cadere, la zuppa fredda consumata in silenzio. Obbliga soprattutto a sentire lo sforzo muscolare di camminare controvento sapendo che non c’è nessuna destinazione. È un Viaggio dell’Eroe ribaltato, dove il trionfo non consiste nella conquista della vetta, ma nella stoica resistenza alla forza di gravità.

Vinicio riconosce in Víg la medesima vis artistica, la stessa malattia. I capelli arruffati, la gravità dei gesti lenti. Un teatro ambulante. L’ubriachezza e il fumo denso di Budapest diventano l’unica carne possibile per opporsi all’anestesia asettica del presente. Ma è Tarr a consegnarci l’ultimo monito archetipico, costruito su un’arca visiva che rifiuta ogni speranza posticcia per preservare una lucida disillusione.

L’opera di Tarr non mirava a salvarci ma a restituirci la dignità del crollo, ad addestrarci a restare immobili davanti all’abisso per uscirne, a proiezione finita, meno vili.

Il vizio della narrazione contemporanea resta quello che il suo cinema ha diagnosticato: l’ossessione per la velocità e l’evitamento del trauma, la pretesa che ogni storia debba risolversi senza lasciare lividi. Chi accetta questa diagnosi sa che la risposta non passa dal compromesso estetico. Passa dal rifiuto di rassicurare. Dalla fatica fisica di restare fermi mentre il vento soffia e nessuna destinazione appare.

 

La mano del mondo

0

di Marco Di Pasquale

 

affannarci in una curva alle spalle di cui ci siamo liberati, staccando con una pedalata folle le foglie, il risucchio del brecciolino, la fosse d’asfalto che potrebbe ingoiarci
le gambe sforzano in salita, la velocità s’ingolfa del dubbio che si fa materia nelle bocche mascherate
dell’anziano col maglione verde marcito per ogni stagione, della bambina che ci fissa senza averne mai saputo il nome, della commessa che svaga l’angoscia a minimi passi verso il supermercato

 

*

 

negli incontri sfiorati avremmo potuto
spostare una spalla mostrandoci disposti
al contatto, a chiarire gesti fraintesi
aprendo un rito di parole, cortesie da tè
commentando pasticcini a sfoltire
la diffidenza – sarebbe parsa la distanza
solo una trappola a cui ci congratulavamo
di essere sfuggiti
invece le occasioni
sono tutte sfumate, il tè freddo nel lavandino
neanche una briciola è stata morsa e per le scale
non ci concediamo l’educazione di un cenno
un attestato di esistenza

 

*

 

ogni volta che parte lo scatto
che spicchi il salto evolutivo
inciampi in atterraggio
vinto dal vincolo di delusione
che spegne lo slancio

me è dovere continuare, emettere
ancora un segnale ché nella notta
un’antenna ci sarà, ché qualcuno
manderà in soccorso una sonda
consolando i lividi entusiasmi

 

*

 

siamo certi, nessun volto ci somiglierà
ma almeno un movimento della voce
o un semplice disegno del pensiero
dentro un discorso che si era iniziato
e da qualcuno sarà pronunciato

 

*

 

con una bocca belva
tra gli abbagli dei lampioni
che inacidiscono i viali
mastica piano e fa’ durare
finché non ti inonda il mare

 

 

_______________________

Forse perché conosco Marco Di Pasquale da molti anni, e perché siamo stati compagni di strada nell’organizzazione di piccoli, piccolissimi, a volte bellissimi, eventi poetici – eventi che lui continua con grande passione a ideare e sostenere – non riesco a leggere questi testi separandoli dalla sua esperienza di animatore culturale, in radio, nei reading, negli incontri dal vivo, con la musica o senza, a scuola, in enoteca, in libreria, su un prato o su una zattera, tra le viuzze di un borgo, col megafono o in biblioteca, sempre, sempre con enorme pazienza a cucire i sensi alla pagina, la presenza a una prova di ascolto.
Leggendolo trovo, insomma, che le sue poesie lavorino proprio intorno al grande carico di responsabilità e di cura che l’autore reclama per la parola poetica, insieme a ciò che perpetuamente vi si insinua: “s’ingolfa del dubbio” che il suo segnale possa – per estremo idealismo, contatto differito, abbandono istituzionale, difficile natura, e via dicendo – cadere a vuoto. Dentro questa incertezza Di Pasquale continua a interrogare le condizioni perché la poesia possa ancora farsi “atto di resistenza alla passività, uno strumento di risveglio collettivo”, come scrive Riccardo Frolloni nella sua nota di lettura a La mano del mondo. Come investire così tanto nella poesia come strumento di costruzione di una “eutopia” (la parola la usa Marco in una intervista per Rai3 a cura di Alessandro Trevisani), ovvero di un luogo buono, quando pure la comunità stessa a cui si rivolge è fragile? Non capisce più. Non si riconosce. Tutto le rimane difficile o ignoto. Non si concede neanche più “un attestato di esistenza”.
Mi sorprende trovare in un suo testo una espressione forte, così poco accattivante in tempi in cui la parola sembra sempre chiamata a sedurre o sofisticarsi: “è dovere continuare”. Una perentorietà scomoda, in testi puntuti, che giocano spesso con l’attrito di ripetute sinestesie – una perentorietà scomoda proprio perché chiarissima.
Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai sostiene che tutto il mondo della letteratura ‘alta’ è destinato a scomparire. Non ci credo tanto, se non altro perché per il suo ‘museo’ si spendono cifre da capogiro. Certo, talvolta sembra davvero di essere soltanto testimoni di una dissipazione, magari custodi di qualche pagina, più spesso anonimi addetti a trascrivere il disastro sulle pareti di una tenda che brucia. Marco Di Pasquale lavora evidentemente in un altro scenario mentale: se anche il prestigio della letteratura si consuma, possiamo ancora capire quali pratiche rendono questo luogo, questo starci assieme, abitabile. Come si fa a mantenerci vigili, a costruire scritture che non siano solipsismo o canto del cigno, a celebrare la poesia come arte di comunità, come gesto che mette insieme le persone a parlare e a costruire pensiero, senza facili psicologismi, senza accademie, senza nostalgie, senza retrotopie, con fiducia nel valore, nella disseminazione, nella sapienza, e quale, e quali, senza dimenticare il movimento trasversale della poesia, dal suono al tocco, dalla mano al mondo? “Scrivo per motivazione e non per ispirazione”, dice Di Pasquale in una intervista citata in postfazione. Anche la motivazione ha qualcosa di meno suadente dell’ispirazione, sì: evoca ostinazione e lavoro, più che illuminazione. È una parola quasi artigianale, mi ricorda una resistenza apparentemente elementare: scrivere per continuare, ma saltando la familiarità, le somiglianze, la biologia, la comunanza facile, insomma. Cercare invece una parentela più scelta, e un metodo più scomodo – quel “dovere”. Nell’adesione tra scrittura e fare in Di Pasquale esso smette di suonare come precetto. In “un movimento della voce / un semplice disegno del pensiero”, vedo, o spero di vedere, la responsabilità della presenza, il ritorno del politico. (rm)

*

Testi tratti da: Marco Di Pasquale, La mano del mondo (puntoacapo 2025).

 

Marco Di Pasquale è divulgatore letterario e animatore culturale, e insegna Lettere alle scuole superiori a Macerata, dove risiede. Coordina gruppi di lettura e di scrittura e dirige rassegne poetiche come “Mistero Aperto“, a Montecosaro (MC).
Del 2009 il suo esordio, Il fruscio secco della luce (Wizarts), ripubblicato in edizione riveduta e ampliata per Vydia nel 2013. Nel 2017 Arcipelago Itaca ha dato alle stampe Formula di vapore; nel 2019 è uscita per Transeuropa Dai sentieri divorati. Racconta la propria esperienza di scrittura e di riflessione sulla letteratura nel blog www.marcodipasquale.it.

Il Museo

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Foto di Soly Moses: https://www.pexels.com/it-it/foto/verdure-colorato-frutta-dolci-14707014/

Foto di Soly Moses

di Silvano Panella

Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall’eccesso di visibilità, impedisce che si frantumino al Sole, che diventino sabbia.

Entro nel museo di storia locale, un museo composito, ricco di oggetti d’ogni epoca, dagli etruschi al ventesimo secolo, corredi funerari, anfore, borchie di carri, statuine, pezzi di trattore.

Nella prima sala ci sono frammenti di lapidi – nomi, anni, mestieri in latino. Raccolti e decontestualizzati, portati qui perché non v’erano più le tombe. Come può disintegrarsi una tomba? Non so. Il clima, le razzie, l’agricoltura.

Mi affaccio alla bifora, la mano infilata tra due colonnine esili, una tortile e una liscia, accostate per la prima volta quando costruirono questo palazzo. Le colonnine sono d’età romana e provengono dal ninfeo scavato più volte.

«Il saccheggio fu condotto con grande precisione», una voce femminile mi sorprende alle spalle.

Mi volto. È Demetra, la direttrice del museo.

«Grande precisione? Quindi non c’è stata una distruzione brutale», dico.

«No. Capivano più di oggi il valore delle cose.»

«Mi sembra strano. Oggi siamo così preparati.»

Demetra osserva la strada in basolato, gli abitanti che comprano il necessario per il pranzo, i turisti che scoprono un mondo diverso dal loro, i negozianti che tormentano proprio quella mela, proprio quella camicia. E controlla che il duomo e il palazzo del governo siano ancora in piazza. Sono ancora in piazza, sotto il cielo ancora offuscato.

«Abbiamo le nozioni ma non ci interroghiamo sul valore delle cose. I barbari invasori erano un po’ impulsivi ma sapevano quanto valesse una spilla d’oro e quanto valesse simbolicamente.»

«Immagino abbia scelto la spilla per fare un esempio come un altro.»

«Ho scelto la spilla con grande cognizione di causa», Demetra dice, e si avvia.

La seguo nella sala in allestimento. Il pavimento in cotto, il soffitto a cassettoni, scaffalature semivuote. Osservo l’oblunga statuina di un guerriero in bronzo, l’asta impugnata.

«Le piace? Se le piace lo metta in salvo. Il museo potrebbe esplodere», Demetra dice, confondendomi per un momento.

«Lei è stanca, logorata dal troppo lavoro»

«Non si azzardi a giudicare senza sapere tutto. Il museo potrebbe esplodere. Una deflagrazione precisa, puntuale, una pioggia di reperti su tutti i passanti. Quelle persone che abbiamo visto poco fa. Persone intente a essere loro stesse.»

«Chi è che non intende essere se stesso? E poi, i reperti sono delicati.»

Demetra solleva un corno in pasta vitrea, colorato, ricco di riflessi. Lo lancia a me. La paura di non farcela, lo prendo al volo.

«I reperti sono finti. Copie. Un museo di finzioni. I reperti autentici sono al sicuro nelle cantine – mura possenti, archi belli. A parte quel corno di vetro le copie sono fatte di resina ultraresistente, rimarrebbero integre dopo una esplosione.»

«E se anche fosse? Il palazzo è antico. Non vale, il palazzo?»

«Il palazzo è solido, non crollerebbe. Le finestre sono in vetro di scena. Come quel corno. Si disintegrerebbero senza causare ferimenti.»

Forse si tratta di una trovata mediatica. Demetra indossa un abito nero, il ciondolo dorato spicca sul suo petto. La testa leggermente reclinata, i capelli folti e neri ricadono su una spalla, gli occhi lucidi, bistrati. Attende. Attende che le chieda…

«Non ho capito a cosa servirebbe una deflagrazione illusoria», dico.

«Niente di illusorio. Ci sarà il boato, ci saranno le faville, le scintille, i fuochi. Reperti sparsi dappertutto nella piazza. Sa che un tempo la piazza era costituita da mattoncini a spina di pesce? Volevo ripristinare l’antica pavimentazione ma no, il comune non ha voluto finanziare questo recupero e i visitatori vengono soltanto per gironzolare, non capiscono nulla. Avrei voluto rendere le loro camminate più complicate, passare da un pavimento a un altro. Sono sette. Sette diversi pavimenti. Due in piazza e cinque qui.»

«Perché cambiavano tanti pavimenti, nell’antichità?»

«Per appagare il buon gusto, per non forzare le scelte. Abbiamo strati e strati di bei pavimenti, l’eccesso, l’opulenza, non è possibile averli tutti insieme oppure sì, parzialmente, scandendoli. I visitatori camminano per le sale restando all’oscuro di tutto ciò. Se ricevessero una pioggia di reperti si renderebbero conto dell’opulenza, si renderebbero conto di quanto poco sanno della storia.»

Per un momento penso di raccontare a Demetra la mia visita alla chiesetta. Avevo ricevuto una sensazione di pace, avevo sottratto una candela, l’avevo accesa, ero uscito fuori. Il museo spicca da lontano, la sua posizione è strategica, un tempo era un fortino poi divenne un palazzo nobiliare, un simbolo di prestigio. Non credo che l’esplosione possa avvenire in sicurezza. Demetra sembra non capire la reale portata di oggetti che piovono sulla gente, forse immagina un mondo di morbido marzapane. Se solo i reperti fossero di marzapane! I dolci tipici del borgo sono fatti di marzapane, il rimando storico ci sarebbe.

Le piace il marzapane?
Quel dolce assai affine
Alla consistenza dei nostri sogni
Un mondo onirico
Modellabile intorno a noi

Demetra risponde:
Breve vita ha il marzapane
Sbriciolato, mangiato
È alimento proteiforme
Eppure lo modellano
In compatti filoncini

«A causa della testardaggine dei cucinieri», aggiungo.

Demetra sorride, va via. Chissà se svilupperà il mio suggerimento.

Radio Days: Mirco Salvadori

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Il Rigore della Risonanza
  La Biennale 2025-2026 sposta il rigore dalla delimitazione alla coerenza poetica
di
Mirco Salvadori

La Biennale Musica del biennio 2025-2026, affidata a Caterina Barbieri dal Consiglio di Amministrazione della Biennale per due anni, nasce sotto il segno di una scelta che appare subito netta: non presidiare un territorio già definito, ma ridefinire il territorio stesso. Barbieri, nata a Bologna nel 1990, formata in chitarra classica e in composizione elettroacustica, con una tesi in etnomusicologia sul rapporto tra minimalismo americano e musica classica hindustani, arriva alla direzione artistica della Biennale Musica con un profilo che intreccia formazione accademica e ricerca di confine fra composizione, elettronica, percezione dell’ascolto e dimensione immersiva della performance. È un dato biografico verificabile, e conta, perché in un festival la poetica di chi sceglie non è un dettaglio laterale: è spesso il principio ordinatore, talvolta persino il filtro invisibile attraverso cui tutto viene fatto passare.

Già il primo titolo, La stella dentro, con cui si presenta il 69° Festival Internazionale di Musica Contemporanea, dice molto. Il programma 2025 si propone infatti di esplorare il tema della “musica cosmica”, e lo fa attraverso una lingua curatoriale che insiste su parole come cosmo, metamorfosi, risonanza, interconnessione, ascolto profondo. Nella presentazione ufficiale il suono non è descritto innanzitutto come forma, scrittura, tecnica o conflitto fra linguaggi, ma come vibrazione che mette in relazione il vivente, come esperienza che trasporta fuori dai confini dell’ego e apre all’alterità. L’anno successivo, con A Child of Sound, il 70° Festival, in programma dal 10 al 24 ottobre 2026, radicalizza quella stessa linea: il “bambino di suono” diventa simbolo di rivoluzione e guarigione, e il cartellone viene presentato esplicitamente “al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e stile”, con molte commissioni originali, lavori site-specific e pratiche di ascolto partecipative. Non si tratta dunque di una semplice alternanza di programmi, ma di un biennio pensato come discorso unitario.

È qui che la domanda più interessante, e forse più necessaria, si impone senza nostalgia meccanica ma con un minimo di memoria storica: era meglio quando era “peggio”, cioè quando la Biennale Musica si esponeva come luogo più severamente dedicato alla musica contemporanea? La formula è volutamente provocatoria, ma il punto non è difendere per riflesso un passato irrigidito in canone. Il punto è chiedersi che cosa si guadagni e che cosa si perda quando un’istituzione nata per rappresentare, discutere e spesso anche irrigidire criticamente il contemporaneo musicale comincia a parlare una lingua più larga, più porosa, meno gerarchica. Nel 2025 il programma annuncia Meredith Monk e Laurie Spiegel, ma anche Johann Sebastian Bach; nel 2026 mette insieme Keiji Haino, Laraaji, Gigi Masin, ML Buch, Kara-Lis Coverdale e Sarah Davachi, e lo fa rivendicando proprio l’attraversamento di genealogie diverse. È una dichiarazione di poetica, non un accidente.

Se si guarda il disegno da vicino, diventa chiaro che Barbieri non sta tentando di “popolarizzare” banalmente la Biennale. Sarebbe una lettura pigra, e non suffragata dai fatti. Gli artisti scelti nel biennio non sono nomi accomodanti né figure da consumo culturale semplificato. Meredith Monk è una figura decisiva dell’avanguardia multidisciplinare; Laurie Spiegel appartiene a una genealogia cruciale della musica elettronica; Chuquimamani-Condori, Leone d’Argento 2025, viene presentata dalla Biennale come voce visionaria della sperimentazione contemporanea; Keiji Haino, Leone d’Oro 2026, è definito “poeta del rumore” e pioniere dell’improvvisazione radicale; Sarah Davachi, Leone d’Argento 2026, è indicata come una delle voci più coerenti del paesaggio contemporaneo, incentrata su una ibridazione innovativa di linguaggi elettronici e acustici. Insomma: non c’è abbassamento del livello, né desiderio di compiacere il gusto medio. C’è piuttosto un mutamento di asse.

Questo mutamento si può definire così: il centro della Biennale, sotto Barbieri, sembra spostarsi dalla nozione di avanguardia come conflitto linguistico alla nozione di suono come campo esperienziale. Non scompare la composizione, ma perde il monopolio simbolico; non scompare la ricerca, ma non è più identificata soltanto con la scrittura; non scompare la contemporaneità, ma viene intesa meno come frontiera storica e più come intensità di ascolto. È una differenza capitale. Per decenni molte istituzioni dedicate alla musica contemporanea hanno costruito il proprio prestigio sulla capacità di delimitare: qui la ricerca, là il repertorio; qui il nuovo, là il derivativo; qui il rischio, là l’intrattenimento. Barbieri, invece, sembra voler costruire una Biennale che non delimita anzitutto, ma connette. Il problema critico, allora, non è accusarla di eclettismo: è chiedersi se una istituzione di questo tipo, mentre connette, riesca ancora anche a discriminare, nel senso più alto e meno ideologico del verbo.

Perché il guadagno è evidente. Una Biennale che mette in dialogo Monk e Bach, Haino e Laraaji, Davachi e Gigi Masin, non produce soltanto una somma di nomi diversi: tenta di restituire il contemporaneo come costellazione, non come caserma. Restituisce la musica a una continuità più ampia, dove l’innovazione non nasce soltanto dalla rottura, ma anche da un ascolto obliquo della tradizione, da una diversa temporalità, da un’attenzione alle soglie, alle persistenze, ai ritorni. In questo senso la formazione di Barbieri, che tiene insieme studi classici, composizione elettroacustica e interesse etnomusicologico per il minimalismo e l’India, non è un elemento accidentale: aiuta a capire perché la sua Biennale tenda a leggere il suono come luogo di relazioni piuttosto che come sistema chiuso di appartenenze.

Ma proprio qui si apre anche il limite possibile del suo disegno. Quando la curatela privilegia il suono come esperienza di espansione, immersione, trance, meditazione, rito, interconnessione, si finisce inevitabilmente per favorire artisti che, pur molto diversi tra loro, condividono un certo clima spirituale e percettivo. La processione site-specific di Chuquimamani-Condori nei canali di Venezia, costruita attorno a un immaginario rituale e collettivo dell’acqua; il ruolo di Laraaji come maestro della meditazione sonora; la presenza di Sarah Davachi con il suo lavoro per organo da camera e nuova commissione; la valorizzazione di figure come Meredith Monk, che da sempre pensano la voce e il corpo come spazio di trasformazione: tutto questo non denuncia un difetto, ma mostra una predilezione precisa.

Il rischio, allora, non è la confusione ma quasi il contrario: una coerenza troppo atmosferica. Vale a dire una Biennale dove le differenze di linguaggio esistono, ma finiscono per essere raccolte dentro un medesimo alone simbolico. La parola chiave non sembra più essere “contrasto”, bensì “risonanza”. E una rassegna costruita sulla risonanza tende naturalmente a escludere, o almeno a marginalizzare, tutto ciò che insiste sullo strappo, sull’attrito, sullo scandalo della forma, sulla secchezza analitica, sulla dimensione progettuale della composizione intesa nel suo senso più duro. Non perché questi elementi siano incompatibili con Barbieri in assoluto, ma perché non sembrano stare al centro della narrazione ufficiale del biennio. Nei testi di presentazione dominano immagini cosmiche, organiche, infantili, terapeutiche; molto meno visibile è il vocabolario storico della complessità, della discontinuità, della dialettica fra sistemi compositivi.

Per questo la domanda “era meglio quando era peggio?” merita una risposta meno sentimentale di quanto sembri. Se con quel “peggio” si intende una Biennale più esclusiva, più autoreferenziale, più rigidamente custodita da codici di legittimazione novecenteschi, allora no: non era necessariamente meglio. Le istituzioni troppo chiuse finiscono spesso per parlare solo a se stesse. Ma se con quel “peggio” si intende una Biennale più disposta a definire un campo, a sostenere conflitti estetici, a esercitare una funzione selettiva più aspra, allora la nostalgia qualche ragione la conserva. Non perché il passato fosse più puro, bensì perché aveva un fuoco più riconoscibile. La Biennale di Barbieri ha invece una luminosità diffusa: affascina, avvolge, invita, ma talvolta sfuma il confine tra mappa e programma, tra apertura e dispersione.

Anche i Leoni del biennio sono rivelatori. Nel 2025 il riconoscimento alla carriera a Meredith Monk e l’Argento a Chuquimamani-Condori definiscono una linea che tiene insieme genealogia dell’avanguardia e sensibilità rituale, corporea, non eurocentrica. Nel 2026 la coppia Keiji Haino-Sarah Davachi ribadisce un doppio asse fra radicalità storica dell’improvvisazione e lavoro di lunga durata su risonanza, organo, continuità timbrica. Non sono premi casuali: sono quasi l’autoritratto indiretto di una direzione artistica che si riconosce nelle pratiche dove il suono è evento fisico, presenza, vibrazione mentale, esperienza trasformativa.

In questo senso le connessioni tra una direttrice artistica giovane e i musicisti che sceglie di proporre non vanno lette in chiave generazionale o, peggio, mondana. La questione non è anagrafica e non autorizza alcun gossip. È semmai una questione di affinità poetica e di paradigma estetico. Barbieri non programma dei “simili” nel senso debole del termine; programma artisti che rendono leggibile una sua idea del suono. Questa idea è seria, colta, internazionalmente aggiornata, e possiede una sua necessità. Però, proprio perché è così riconoscibile, espone la Biennale a una domanda che ogni curatela forte deve accettare: quanto una visione sa illuminare il presente, e quanto invece lo seleziona in base alle proprie premesse fino a trasformarlo in conferma?

La sensazione, guardando il biennio nel suo insieme, è che Barbieri abbia avuto il merito raro di restituire centralità immaginativa alla Biennale Musica. Non un semplice cartellone di eventi, ma un racconto del suono. In tempi di programmazioni spesso compilative, questo è già molto. E tuttavia un racconto, per essere davvero critico, deve ogni tanto ferire la propria stessa continuità, mettere in crisi il proprio lessico, introdurre ciò che non gli somiglia. La Biennale 2025-2026 sembra invece preferire una persuasione sottile, una continuità di visione, un’idea di ascolto come riconnessione. È una postura nobile, ma non neutra. E forse il punto, alla fine, è tutto qui: non siamo davanti a una Biennale meno rigorosa; siamo davanti a una Biennale che ha spostato il rigore dal terreno della delimitazione a quello della coerenza poetica. Non è poco. Ma non è nemmeno la stessa cosa.

Ecofascisti

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di Francesca Santolini

ringraziando l’editore per la disponibilità, pubblichiamo la prima parte dell’ultimo capitolo (“Conclusioni”) del saggio di Francesca Santolini “Ecofascisti. Estrema destra e ambiente”, pubblicato da Einaudi (2024)

«Il fascismo era un totalitarismo fuzzy. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni», sintetizzava Umberto Eco nel Fascismo eterno (1995), delineando al passato un profilo che sembra essere ancora oggi perfettamente somigliante, come abbiamo visto aggirandoci tra i gruppi di (piú o meno) estrema destra: eterogenei, contraddittori, ma al tempo stesso in movimento, in ascolto della società, anche se per coglierne gli umori piú irrazionali e pericolosi. Nella società di oggi l’umore da intercettare è certamente quello sulla questione climatica: il tema politico fondamentale da cui dipenderà il senso della storia, attorno al quale si ridefiniranno gli antagonismi sociopolitici, le sfide del futuro. Non si può prescindere dalla crisi climatica. E questo è ormai chiaro a tutti, a sinistra come a destra.
Al netto degli ultimi fervori negazionisti, segmenti sempre piú numerosi della destra radicale in Europa e negli Stati Uniti non solo riconoscono il collasso ambientale in corso, come abbiamo visto, ma lo considerano un’opportunità per riorganizzare la società secondo logiche autoritarie, xenofobe, quando non apertamente razziste.
Esiste il rischio che l’ecologismo possa diventare il fattore normalizzante di ideologie di estrema destra? Dobbiamo prendere sul serio il pericolo di una deriva ecofascista?
Per rispondere occorre innanzitutto, ormai lo sappiamo, abbandonare la convinzione che l’ambientalismo progressista sia il titolare esclusivo dei temi ecologici. Perciò abbiamo iniziato questo percorso dalle radici dell’ecofascismo. E lí, alla fonte, abbiamo visto formarsi l’idea aberrante ma ampiamente argomentata nel tempo della convergenza tra purezza razziale e concetto di ambiente come parte del piú vasto concetto di patria: ogni nazione e ogni etnia è stata fusa con il proprio ambiente, la protezione dell’una comporta quella dell’altra.
Se l’ecologia ha vinto una fondamentale battaglia culturale e politica per cui oggi il cambiamento climatico è in cima alle preoccupazioni dei cittadini italiani ed europei, l’esigenza di occupare questo spazio politico anche da parte dell’estrema destra sfocia in misura e forma diverse nell’opportunismo politico, quando non nella grave manipolazione ideologica.
Nelle mani della propaganda di estrema destra, l’idea progressista di proteggere l’ambiente e gli esseri umani viene distorta, manipolata e strumentalizzata per diffondere false teorie, nazionalismi, xenofobia, per fomentare divisioni sociali e conflitti politici, alimentando le paure verso i cambiamenti nel nostro stile di vita, dai trasporti all’alimentazione.
Soffiando sul fuoco delle paure per le ricadute quotidiane che avrà la transizione ecologica, l’“ambientalismo” di estrema destra promuove un’ideologia tecnicamente reazionaria, che mira a difendere il modo di vivere e di consumare dei cittadini, denunciando qualsiasi evoluzione green possa minacciarlo.
Un approccio politico opportunistico appunto, che cerca di creare una contrapposizione tra il “buon senso paesano” e l’“ideologia urbana borghese”. Da qui, o accanto a questo approccio quello altrettanto radicale piú strettamente ruralista, che considera la globalizzazione e le politiche europee come il nemico dei paesaggi e della tradizione.
Nel collage ideologico fuzzy dell’ecofascismo, però, ci sono anche alcune caratteristiche dominanti che sono emerse con estrema chiarezza dal percorso che abbiamo seguito. Il tema centrale è quello dell’idea di Stato e di autorità. L’ecofascismo in maniera largamente condivisa (salvo qualche irregolare solitario come FC/Unabomber) auspica la costruzione di uno Stato forte che ha il compito di proteggere il suo ordine naturale dal degrado ambientale, dalla sovrappopolazione e dalla contaminazione etnica: tutti fattori che minacciano contestualmente l’identità e l’integrità del popolo e del suo habitat naturale.
L’ecofascismo sostiene che l’integrazione di determinati gruppi di persone, come migranti o stranieri, non sia (piú) possibile: i loro modi di vita e il loro numero in costante crescita costituiscono una minaccia per l’ambiente naturale e per le sue risorse, oltre che evidentemente per l’identità della comunità. I migranti vengono paragonati a specie «infestanti» e incarnano, in tale impostazione ideologica, l’irruzione di una natura nociva per l’ecosistema.
Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei. La «grande sostituzione» di Renaud Camus ha dunque aggiunto alla sfumatura etnica anche quella ambientale: la distruzione consapevole di un ambiente naturale perpetrata dagli “invasori”, un “ecocidio”. E il termine «sostituzione» per parlare dei fenomeni migratori è entrato nel lessico anche di molti politici di destra: ha parlato di «sostituzione etnica», per esempio, il ministro dell’Agricoltura di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida2. In Francia invece a parlare di remplacement sono soprattutto politici come Marine Le Pen ed Éric Zemmour, leader del partito di estrema destra Reconquête, condannato a piú riprese per incitamento all’odio razziale.

Una questione di vita o di morte

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di Mattia Majerna

 

Dopo un’ora e mezza di lavoro, con la costruzione a metà, ci siamo accorti che è da rifare. Tutta. «Non tutta» mi dice Jacopo che, a quanto pare, mi legge nel pensiero. E mi spiega la sua teoria: possiamo conservare alcune parti della struttura, già montate, e rifare quella sotto. Con la solita proprietà di linguaggio, che ha smesso, almeno da due giorni, di stupirmi. La compagnia delle persone anziane ha reso il suo lessico più ‘maturo’. Persone troppo stanche per semplificare la propria lingua o per incoraggiare, in lui, la sgrammaticatura, che, d’improvviso, rivela una falla nei costrutti di noi adulti.

«La fabbrica del Duomo! Hai presente? Se ci rimettiamo al lavoro finiremo tra cinque secoli e addio divertimento!»

Allora mi fa un’altra offerta: non importa se lui è venuto apposta con la scatola di un nuovo castello Lego da costruire, impresa che non può portare a termine a casa, né con il nonno (deficit visivo e artrite), né con la nonna (non gioca, bensì veglia su di lui e tutta la sua persona è impegnata a permanere).

«Usciamo! Il tempo è splendido!» (i nostri dialoghi sono sequele di esclamazioni).

Ci guardiamo per un attimo, misurandoci nelle nostre rispettive solitudini, è come se confrontassimo la taglia di due grosse trote pescate negli abissi, ciascuno nel proprio. Una voce mi ammonisce che paragonare la mia alla sua è un’indecente forma di vittimismo, però, per una ragione o per un’altra, è così che ci troviamo in un pomeriggio di fine agosto, nella casa di montagna dei miei. Solo io, e solo lui (il nonno ha dovuto accompagnare la nonna all’ospedale, o il contrario, o forse ne approfittano per farsi visitare entrambi).

Quindi abbandoniamo tutto e usciamo davvero con una palla. D’altronde, è cominciata così. Poche mattine prima, mi trovavo sul terrazzo a guardare niente di particolare, il che consiste precisamente nel rifiutarsi di mettere a fuoco i dettagli e, da lì, ricostruire il paesaggio intorno, un’unità organica, a cui, un po’ per partito preso, non volevo riconoscere alcuna bellezza. Aspettavo che il mondo si accorgesse della mia assenza e m’inviasse un cenno. Mi sarei accontentato, in mancanza di meglio, di un simbolo, un evento minimo e singolare, stagliato sulle giornate tutte uguali, da interpretare nelle ore che precedono il sonno. Il telefono, però, rimaneva silenzioso. A volerci trovare un senso a tutti i costi, si sarebbe detto che aspettavo l’esito delle cure di mia madre, ma tutto è più vago di così, estraneo alla cruda logica binaria della vita e della morte. Per l’attesa, poi, ho talento. Se si vuole trovare un mio eguale, lo si deve cercare tra i cani: lontano dal padrone, per loro, ci sono solo attimi d’inesistenza; non possono fare altro che aspettare, come se il ritorno dipendesse dalla loro dedizione, dalla loro pazienza. Un uovo da covare finché non si schiude: il padrone riappare!

Qualche mattina fa, dicevo, sul tardi, è arrivata una palla. Ne ho potuto apprezzare la parabola fulminea al di sopra della siepe che divide il mio dal giardino accanto.

«Posso entrare a prenderla, per cortesia?»

Il recupero della palla, da parte di un bambino di otto anni, biondissimo, con gli occhiali dalla montatura spessa, Jacopo, è bastato a creare un precedente (ho dovuto far conoscenza con la nonna che, dall’interno della casa, dove ci si orienta a stento con la bava di lumaca dell’argenteria, si è subito accorta dell’assenza del nipote; e sono stato approvato: vivace, ma nel rispetto delle regole). Non ricordo neanche più come, quello stesso pomeriggio, ci siamo messi a giocare. Io ero abbastanza sfaccendato, lui bisognoso di un compagno; in assenza di un coetaneo, si faceva andar bene un adulto che, a certe latitudini della giornata, fosse disposto a rinunciare alla serietà.

Tornando a oggi, abbiamo giocato a calcio davanti alla casa, più che altro per mancanza di fantasia (che cosa fare con una palla?), nessuno di noi due è capace, un punto in comune che rende divertente sbagliare di continuo i passaggi, colpire di punta con tanta goffaggine. Le nostre terminazioni nervose s’interrompono all’altezza del ginocchio, si vede. Poi, la palla finisce dall’altra parte e abbiamo la sensazione che qualcuno ci abbia tenuto a spiattellarci la morale della favola (il cancello di casa sua è chiuso a chiave, la palla irrecuperabile), ma noi la conoscevamo già. Facciamo spallucce. Jacopo, solo appena scomposto (una sprimacciata veloce e ritorna come prima, piega dei pantaloni e scriminatura a piombo), mi propone allora di giocare a nascondino. Il giardino della casa dei miei, dietro, è sterminato e, se avessi con chi giocare, ci giocherei ancora. Oggi si dà il caso che qualcuno c’è: Jacopo. A contare inizia lui. In due è un vero duello.

Per me il giardino ha conservato le dimensioni indefinite che aveva nella mia infanzia, la stessa ombra impenetrabile; addentrandosi tra gli alberi, ci si trova in un boschetto. Gli aghi di pino attutiscono i passi, per ogni scampolo di paradiso, con more e lamponi, c’è un girone infernale di ortiche, magari vipere. A tracciarne il perimetro su una carta, non saprei da dove cominciare. Insomma, non ci vuole molto prima che io sia travolto dall’eccitazione del gioco. Trovarmi solo all’improvviso mi offre un inatteso sollievo. Non perché mi sia stufato di giocare con Jacopo, anzi. È solo una vacanza temporanea dai bisogni che la presenza di un’altra persona genera. Diciamo che adesso siamo legati con una corda più lunga e godo della mia nuova libertà di movimento tra le felci. Mi appoggio a un tronco per scendere la scarpata che porta al campo da tennis abbandonato. M’inzacchero di resina ed è come se mi sporcassi con qualcosa che ho rovesciato io trent’anni prima, ma il pensiero della malattia di mia madre raddrizza la freccia del tempo. Succede così, in due battute: prima ho la sensazione che ci sia qualcosa di sospetto nel quadro che mi circonda, un elemento illusorio che, una volta scoperto, renderà solo più dolorosa la verità; cerco quindi di ricordarmi perché, tra tutti i giorni dell’anno, oggi non ho diritto alla spensieratezza, e la risposta arriva immediata: mia madre è rimasta a Milano per farsi operare e cominciare subito la chemio. La consapevolezza della mortalità di mia madre mi trafigge proprio mentre sono più indifeso e sto sperimentando un inatteso ritorno all’infanzia. Regredisco finché posso e sbatto la faccia contro l’assenza di chi n’è stato il custode. Improvvisamente spero che Jacopo si dimentichi di me e vada ad aspettare i nonni davanti al cancello di casa (anche lui un giudizioso cagnolino). Mi aggiro intorno al campo da tennis inselvatichito. Sarà finita la conta? Se viene da questa parte mi vedrà subito, ma il giardino è grande, posso sperare che perlustri un’altra zona. Che io ricordi nessuno ha mai giocato a tennis, qui. La rete è floscia da sempre, dalle crepe crescono, a ciuffi, fragoline di bosco. Alla fine, spossato, mi siedo sulle radici di un nocciolo, ai confini della proprietà. Cerco di cancellare le tracce di pianto e aspetto che Jacopo mi scopra, il più tardi possibile, mi auguro. Raccolgo una manciata di frutti acerbi o vizzi, come capirlo?, di certo mangiarli è escluso. Quindi li sbuccio solamente, con un po’ di trepidazione per quel che troverò. Le risate mi riscuotono, m’affaccio dietro al tronco, guardo in giro e, solo al ripetersi del suono, un liquido che si riversa dal collo di una bottiglia, a singhiozzo, vedo Jacopo nel campo da tennis, issato sulla sedia da arbitro (mi ha visto), e io mi affretto a raggiungerlo, ormai dimentico del gioco. È vecchia e rugginosa, innumerevoli le possibilità di farsi male. Lo prendo in braccio (i suoi otto anni pesano poco, come sei, sette al massimo, tutto in lui dimostra una maggiore età, o una minore, l’impressione è quella di uno sviluppo difficoltoso: lo sguardo meditabondo vs la statura, la proprietà di linguaggio vs la calma con cui attende le istruzioni dei grandi, come se il mondo debba essere ancora premasticato da uno sguardo adulto, affinché lui lo assimili) e lo rimetto a terra.

«Vittoria! Vittoria!»

Si dimena. Non sto a precisare che per vincere dovrebbe correre alla tana e strillare il mio nome, il tutto prima che ci arrivi io e, considerata la differenza delle nostre falcate, ci sono poche probabilità che ciò accada. Vorrei proprio correre. Il “Libera tutti” mi si gonfia in gola. Immagino un giorno del giudizio, in cui Cristo sfreccia alla tana e si limita a gridare, e dopo basta, le spoglie spolpate tornano alla pienezza della vita, le guance si gonfiano per i sorrisi a lungo trattenuti nella morsa dei teschi, le orbite si riempiono di vecchia nuova lucentezza. Più Tim Burton che l’Apocalisse di Giovanni.

Dentro un pomeriggio di fine-estate c’è un bambino nascosto. Siamo con il fiato sospeso. È in mezzo a un cespuglio di felci. Tutto, lì, pizzica: le foglie, i rami, i moscerini. Il solletico di una presenza furtiva dietro il collo, sul polpaccio, dove il suo sguardo non arriva e, quando ci arriva, o ci porta la mano, nel caso della nuca, non c’è mai nulla, solo un’ombra di un’ombra. È accovacciato sulla terra umida, le sensazioni a brandelli: lo scampanio dell’ora, i rintocchi si sparpagliano, impossibile contarli, il filo teso del vento, che si accorda al pulsare dei raggi solari, sfogliando le fronde sopra di lui, un bruciore sul ginocchio; è scivolato sulla scarpata, si è fatto male, ma la necessità di nascondersi, lo ha reso stoico, si è allontanato più che ha potuto dal campo da tennis, non voleva commettere un errore già commesso da me, ha seguito la recinzione e presto solo il numero dei passi, che ci sono voluti per arrivare fin lì, gli assicura che si trova in un buon nascondiglio. Si chiede se lo sto ancora cercando o l’ho dato per disperso. Se saprà trovare la strada di casa da solo, mentre io proseguo la ronda a vuoto e mi domando dove sia finito. Un bambino senza genitori è facile da perdere, anzi è già perso. S’infonde coraggio: tra poco spunterò da qualche parte e sarà per lui facile cogliermi di sorpresa. La sua paura si cristallizzerà in un’effervescenza, su e giù di tante bollicine. O magari l’ho abbandonato come mamma e papà, prima uno, poi l’altra. Ma non è il momento di pensare ai suoi genitori. Nel corso degli ultimi due anni ha già imparato che ci sono momenti in cui è autorizzato a ricordarli e momenti in cui è pericoloso, rischia di farsi male. Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso. Con la testa sul cuscino, per esempio, può ricordarli, quando la loro presenza, nel passaggio dalla veglia al sonno, torna reale, incontrovertibile. Nei sogni il suo cuore è una ciliegina sottospirito. Magari se si addormenta, saranno loro a trovarlo, lì dov’è adesso, dove non sa. Io lo cerco e piano piano scivolo sotto la sua pelle. Cercare ed essere cercato, ruoli di colpo reversibili. Anch’io mi nascondo in una macchia di felci di tanti anni prima, ho un ginocchio sbucciato e il bosco freme intorno a me. Il fruscio delle foglie mi sfiora con impazienza come se fossi un’epigrafe in braille, da decifrare alla svelta. In bocca il sapore di un lampone trovato nei dintorni s’attenua fino a scomparire. Mi sento al sicuro nel mio nascondiglio, perché il perimetro del mio spazio vitale è presidiato giorno e notte da mia madre. E, quando finiremo di giocare a nascondino, mi darà la merenda, il pasto più importante della giornata, il più solenne, perché è pura celebrazione, dell’estate, della luce che ha intriso i frutti fino a scoppiarli nella pentola, e sono diventati marmellata da spalmare sul pane, tanta marmellata e tanto pane, per tutti. Se il mio amico mi trova, andremo dritti a far merenda. I suoi genitori non verranno a prenderlo, non sono morti, no, ma il sole è ancora alto, e a farlo scendere non bastano i salti della corda o i rimbalzi della palla. È tutto così denso intorno a me, sono isolato da tanti strati protettivi (una ciliegina sottospirito!), sensazioni e ricordi si confondono: la spremuta del mattino, il sangue sul ginocchio, il cerotto che mi metterà mia madre sulla sbucciatura, ecco ora posso dimenticarmene, nel caso, sarà sempre lei a sostituirlo, perché è la mamma che tiene la luna al suo posto quando chiudo gli occhi, la mamma non gioca a dadi con l’universo. Se tua madre ti ama, puoi nasconderti dove vuoi, ma sei sempre dentro, nel cerchio di luce che accendono tutti i suoi sguardi, un puntino sul suo radar…

Dov’è Jacopo? È quasi un quarto d’ora che vago per il giardino, cercandolo. Ho una mezza intenzione di chiamarlo e ordinargli di uscire allo scoperto. Ha vinto. Tra non molto torneranno i suoi nonni ed è meglio farci trovare seduti al tavolo a montare il castello, anziché spettinati, con sgommate d’erba su gomiti e pantaloni. Qui tutto è rimasto uguale, eppure, da un lato, sento che vorrei congedarmi una buona volta, ho paura che nuovi ricordi, nuovi tempi si sovrascrivano a quelli più antichi, che il groppo nella gola si diluisca in un sorso omeopatico di malinconia. Percorro il giardino lungo la recinzione esterna, convinto che prima o poi lo troverò, ho superato il campo da tennis, ho evitato un isolotto di ortiche e adesso sto tornando all’altezza della casa. Uno sfrascare alle mie spalle e vedo Jacopo che mi corre incontro a perdifiato, come se stesse scappando da qualcosa, o lo stessi facendo io. Gli sorrido. C’è qualcosa nei bambini che mi commuove infallibilmente: l’urgenza che li fa scattare all’uscita della scuola per coprire la breve distanza che li separa dai genitori, la facilità con la quale mettono in gioco tutto l’ammontare del loro piccolo universo, e magari lo perdono, ma poi è di nuovo lì, a loro disposizione per la puntata di un nuovo impossibile amore, fino a quando?

«Dove ti eri cacciato? Iniziavo a preoccuparmi»

«Lì, tra le felci»

«Chi ti ha insegnato a riconoscerle?»

«La mamma o forse la nonna non ricordo»

E questo è tutto quello che ci diciamo sul tema, per oggi. Mentre m’incammino verso casa lui mi affianca e mi prende per mano. Io gliela stringo forte.

 

Les nouveaux réalistes: Oliviero Carugo

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Il mercato di C
di
Oliviero Carugo

In città c’è un mercato coperto, costruito in vetro e acciaio nel 1874, ben rifornito e affollato. La storia che racconto si svolge lì e mi è stata raccontata da due che persone che ci lavorano e che non si sopportano. Inaspettatamente, le loro versioni concordano, per cui credo che sia ragionevole pensare che le cose siano andate proprio così.
Loro sono Tarek e Guillaume.
Il primo gestisce un caffè con una bella terrazza riempita da una ventina di tavolini di fronte all’ingresso principale del mercato. È di origini tunisine ma vive in città da quasi vent’anni. Guillaume, invece, viene dalla Normandia e da quasi vent’anni anche lui lavora in città, aprendo quotidianamente il suo grande bancone di fruttivendolo, sotto una tettoia di tela, di fianco all’ingresso principale del mercato.
Con Tarek lavorano moglie e figlia, la prima bassa e sovrappeso come il marito e la seconda alta e slanciata, con una curiosa bocca che sembra una ventosa. Con Guillaume, lavorano fratello e nipote, imponente il primo e magrolino come lo zio il secondo. Essendo cliente da tempo di entrambi, ammiro la loro voglia di lavorare, facendo al meglio il proprio mestiere, senza mai una lamentela o un mugugno. Sgobbano come pochi e a me sembrano persone molto a modo, magari il mondo fosse fatto solo da gente come questa!
Circa coetanei, sui cinquantacinque anni, Tarek e Guillaume si incontrano quotidianamente, tranne il lunedì mattina, quando Guillaume non apre il suo bancone e riposa a casa con la moglie. Ma non si sono mai frequentati, mai oltrepassando un freddo e cordiale buongiorno. Fino al confinamento del 2020, imposto dalle autorità per contrastare l’epidemia di Covid-19.

Entrambi, come la maggior parte dei commercianti del mercato, erano in quel periodo molto critici nei confronti del governo. Il confinamento della popolazione toglieva la clientela che garantiva le loro entrate e, contrariamente ad altri settori del commercio, loro non avevano la speranza di rifarsi una volta finita l’epidemia. Infatti, i venditori di scarpe o cappelli potevano ragionevolmente sperare di vendere domani quel che non vendevano oggi, dacché si può procrastinare l’acquisto di paio di sandali, ma alla fine li si compra lo stesso. Invece, la frutta e verdura invenduta oggi, non la si potrà vendere tra qualche mese così come il cliente che non beve una birra oggi non recupererà alla fine del confinamento.
Tuttavia, a Tarek e Guillaume non era andata troppo male in confronto ai colleghi che occupavano gli stalli all’interno del mercato coperto, che erano tutti chiusi per ostacolare la diffusione del virus. Loro due, lavorando all’aperto, avevano avuto il permesso di continuare a lavorare e, in mancanza della concorrenza, i loro affari andavano ragionevolmente bene.
Durante quei pochi mesi di confinamento, sembrò che diventassero persino amici, non si limitarono al cortese ma pur sempre formale buongiorno, ma si scambiavano battute più o meno salaci la mattina presto, prima delle sette, quando avevano il diritto di cominciare a fatturare.
Guillaume prese l’abitudine di prendersi un caffè da Tarek ogni mattina, dopo aver scaricato le cassette dal camion e averle ben disposte sul bancone, verdure a destra e frutta a sinistra e in mezzo frutta secca e tropicale, e prima di apporre i prezzi a ogni prodotto in vendita, che tanto, prima delle sette e mezza – sette e quarantacinque non si vede nessun cliente. Per Tarek, Guillaume non era il primo cliente, si fermavano da lui parecchi operai – imbianchini, muratori, idraulici, elettricisti – per un caffè sulla strada verso uno dei numerosi cantieri di ristrutturazione in centro storico, un quartiere vecchiotto e pittoresco, ma decadente e, si può ben dire, letteralmente cadente, con case appoggiate le une alle altre come un castello di carte.

Solitamente, Guillaume era il solo europeo nel caffè di Tarek, perché gran parte degli operai erano immigrati, per lo più magrebini, anche se non mancavano ucraini, rumeni e altri europei orientali. Forse, persino qualche russo. Talvolta, si sentiva fuori luogo, circondato da chiacchiere in lingue incomprensibili e dai suoni così poco francesi.
Ma il caffè di Tarek era buono, migliore della media, meglio persino di quello che beveva a casa verso le tre del mattino, preparato la sera prima per far presto, prima di correre in camion con fratello e nipote al mercato generale dove ritirare la frutta e la verdura prenotata il giorno prima. Il caffè del thermos, poi, era del tutto privo di aromi e sapori, e serviva unicamente a scaldarsi le mani nelle fredde mattine d’inverno.
Mai che Tarek gli avesse offerto il caffè, malgrado fossero, per così dire, colleghi. Vero è che neanche lui aveva mai regalato niente al barista, nemmeno la frutta un po’ stanca di fine giornata, buona per le marmellate. È anche vero che Guillaume non era sicuro di potergliela regalare senza metterlo in imbarazzo. Non si sa mai, la gente può essere suscettibile. Certo che quella frutta mica andava buttata, c’era una piccola azienda di marmellate che la ritirava a basso prezzo, ma non gratis. Insomma, meglio che buttarla.

Con la fine delle restrizioni sanitarie, bastarono pochi giorni perché tutto tornasse alla banale normalità col trambusto della folla, le cartacce razziate dai vortici di vento e i piccioni a frugare nell’immondizia. Guillaume riprese le vecchie abitudini, tra le quali il caffè al mattino al solito bar, non quello di Tarek. Il caffè, bisogna ammetterlo, era peggiore, non molto diverso dalla brodaglia di casa, un vero e proprio jus de chaussettes, per dirla in modo elegante. Ma migliore era l’atmosfera, calda e familiare, la stessa da vent’anni, le stesse facce, alcune non proprio simpatiche se non addirittura sinistre ma tutte prevedibili e rassicuranti. Non c’era niente di sorprendente, lì dentro, dove tutto era prevedibile, come piccioni e cornacchie accanto all’immondizia del mercato. Non c’era niente da temere in quell’ambiente dove si rideva sempre delle stesse battute fatte dagli stessi avventori, ognuno con le sue specialità, chi la moglie, chi i figli, chi il vicino molesto, chi appassionato di rugby, chi vicino alla pensione. Un teatro dal repertorio modesto: questo era il solito bar, non quelli di Tarek.

Quest’ultimo ricordava i suoi inizi da barista, da suo cugino, a Sidi Bou Said, la collina di case banche e imposte azzurre a picco sul mare turchese, dove, assieme all’anima di Paul Klee, la clientela araba si mescolava ai turisti europei nel reciproco disinteresse. Non capiva come mai Guillaume gli avesse girato le spalle d‘un tratto, per rifugiarsi in quello squallido baretto da francesi fumoso e maleodorante. E non credette alle sue orecchie quando, con la calma di un cane feroce, Guillaume gli sparò una mattina: volevo dirtelo in faccia, io, da te, venivo solo perché eri l’unico aperto: perché le facce come la tua non dovrebbero stare su questa sponda del Mediterraneo. Non morse, ma è come se lo avesse fatto. O, almeno, così parve ad entrambi. E forse a entrambi non parve vero di avere pronunciato e ascoltato queste parole.
Prima di trasferirsi in città, con la moglie aveva peregrinato parecchio, prima in Tanzania, a Zanzibar, poi in Italia, a Genova, e poi ancora in Grecia, sull’isola di Cos. Ovunque aveva fatto il barista e in nessun luogo aveva visto qualcosa di simile: i francesi del mercato di C. preferivano segregarsi tra loro, in un locale angusto e trascurato, piuttosto che mescolarsi con stranieri, sia turisti sia immigrati. Ché di turisti francesi, nel loro baretto sudicio, non v’era traccia.

Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.
Tarek non ne parlò mai con sua moglie; nonostante vivesse nel XXI secolo, era ancora permeato dall’antico orgoglio maschile, gonfio di steroidi, che gli impediva di condividere l’amarezza, i dolori o le preoccupazioni.
Guillaume, da parte sua, iniziò a rimuginare senza sosta, come un ruminante.
I chimici chiamano efficacemente questa relazione come un antilegame. È una repulsione la cui ragione sfugge anche all’intuizione più acuta, proprio come accade con tutta la chimica quantistica, del resto.
Con l’arrivo dell’estate, puntuale come una data sul calendario, giunse la canicola, tanto micidiale quanto minacciosa, poiché più intensa di ogni anno precedente e, probabilmente, mano intensa di quelle degli anni a venire. Col caldo, Tarek si rifugiò nelle limonate profumate all’acqua di rosa e Guillaume nei vapori di Pastis gelido e stemperato. Bevande incompatibili.

Ad ogni incontro, Guillaume era assalito da pensieri disturbanti. Si chiedeva qual vento avesse portato Tarek proprio lì, di fronte al suo bancone della frutta. Con tutti i posti a disposizione e con tutti quelli dove era già stato! Forse era una spia, forse i servizi segreti tunisini si servivano di lui per monitorare i propri espatriati, forse il suo caffè non era che una copertura per altre attività, magari persino illecite. Certo è che gli affari dovevano andargli bene per potersi permettere un appartamento in centro, non lontano dal mercato, dove lui, Guillaume, non avrebbe potuto permettersi nemmeno un monolocale o una piccolissima mansarda. Pare persino che non fosse in affitto ma proprietario della propria abitazione.

Lui, invece, doveva vivere nell’estrema periferia, ai confini con i primi campi di colza e i primi frutteti, in una casetta che era sì accogliente e in ordine, ma valeva al catasto poco più di un garage in centro città. Ci viveva con sua moglie, che coltivava l’orto perché loro volevano verdure più fresche di quelle in vendita al mercato. Non come i fagiolini marocchini che avevano viaggiato per almeno una settimana prima di essere messi in vendita. O come i meloni algerini, che marcivano dopo meno di due giorni.
Pensieri torbidi, densi e viscosi come catrame, più amari dei fiori di luppolo, aggrovigliati come un canneto. E inutili. Inutili come una vita vuota, una vita meramente animale, l’attesa automatica e ripetitiva di un’alba dopo l’altra, tutte identiche e indistinguibile tra loro. Inutili come l’idiozia balistica di credere, per pigrizia, in semplici soluzioni a problemi complessi. Inutili come un accendino sott’acqua o come un salvagente nel deserto.
Tarek sospettava che Guillaume fosse un elettore di uno di quei partiti populisti di estrema destra, quelli che avevano una sola e sempre la stessa risposta a qualsiasi problema: cacciare gli stranieri. Questi ultimi erano il perenne capro espiatorio, adatto a pretendere e rivendicare qualsiasi cosa. Se le tasse sono troppe, se i pedofili agiscono indisturbati, se il clima impazzisce: colpa degli stranieri. Se i figli vanno male a scuola, è per via degli immigrati, che non parlano francese e che per di più sono prolifici come conigli. Se la droga invade ogni strada, piazza e cortile, è a causa dei ragazzini immigrati pronti a tutto pur di riempirsi le tasche. Se è diventato difficile trovare un medico di famiglia, è per via degli stranieri che sembra che si divertano ad ammalarsi in continuazione, bastava sedersi in una sala d’attesa qualsiasi per rendersene conto.

Con ogni probabilità, secondo Tarek, quelli come Guillaume lo sospettavano di essere un religioso fanatico o perfino un jihadista armato fino ai denti. Solo perché di venerdì sua moglie copriva i propri capelli con un velo di lino. O forse per via di alcuni clienti barbuti che rifiutavano qualsiasi bevanda alcolica.
Scoramento. Era quel che provava Tarek nell’essere considerato un fanatico religioso, quasi un terrorista. Proprio lui, cresciuto in una Tunisia laica, anche se non liberaldemocratica, ma allergica a qualsiasi eccesso religioso e rispettosa più di Dio che degli imam. Proprio lui che si era sposato prima davanti al sindaco e poi, ma solo poi, nella moschea di Sidi Bou Said. Proprio lui, che quando portava un bel paio di baffi sembrava un ballerino cubano o, vista la pancia, un chitarrista mariachi. Proprio lui che, gli islamisti, avevano esplicitamente minacciato di morte. Era principalmente per questo, del resto, che aveva abbandonato la Tunisia ed era finito in città.
Le vite di Tarek e Guillaume continuarono a lungo e furono forse persino felici. La figlia del tunisino studiò chimica all’università e trovò un eccellente impego presso un’azienda che sviluppava batterie per automobili. Il nipote del francese, invece, continuò l’attività di famiglia, affiancandola a una piccola fabbrica di frutta sciroppata. Il caffè fu venduto a una società di fast-food e la figlia di Tarek e il nipote di Guillaume non si incontrarono più. Sia Tarek sia Guillaume passarono la loro pensione in città con le proprie consorti, senza traslocare in nuove abitazioni.
Ma ognuno visse in un suo universo, impermeabile a quello dell’altro. Caffè turco da un lato et jus de chaussettes dall’altro. Limonata in uno e Pastis nell’altro. Multietnico il primo e rigorosamente bianco e francese il secondo.
Ci sono storie come questa, in cui due esistenze si sfiorano quasi piacevolmente e, malgrado la reciproca curiosità, senza clangore, si separano, come amori effimeri e superficiali, lasciando la scena a poco più che sguardi furtivi lanciati di sottecchi. Si chiudono in questo modo i sipari su storie che non potranno essere raccontate, nel dissiparsi di futuri possibili.

Arbitri e arbìtri del caso a Garlasco

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NE BIS IN IDEM
di
Seia Montanelli

Alberto Stasi entra in carcere nel 2015. Ha trent’anni. Nel 2026 è ancora lì, in semilibertà. Intanto, per lo stesso omicidio, si indaga su un altro uomo.
Chiara Poggi viene uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco. Stasi trova il corpo, chiama i soccorsi, entra in quella vicenda e non ne esce più. Viene assolto due volte, nel 2009 e nel 2011. Nel 2013 la Cassazione annulla, critica la valutazione degli indizi e riapre il processo. Nel dicembre 2015, davanti alla Cassazione, il procuratore generale Oscar Cedrangolo dice di non essere in grado di stabilire se Alberto Stasi sia colpevole o innocente. Aggiunge che nemmeno i giudici possono esserlo e chiede l’annullamento della condanna. La Corte la conferma: sedici anni.

Chi ha studiato legge sa che la verità processuale non coincide con quella dei fatti: deriva dal sistema probatorio al centro del dibattimento, da ciò che si può dimostrare o che sembra più plausibile. Ma il principio del ragionevole dubbio deve tenere sempre. Gli indizi devono essere gravi, precisi e concordanti e la loro valutazione complessiva serve a coglierne la convergenza. Le Sezioni Unite lo hanno detto con una formula che bisognerebbe tenere a mente: più zeri non formano un’unità. È un principio che viene da lontano: nel 1764 Beccaria scrisse che è preferibile assolvere un colpevole che condannare un innocente. Nel caso Stasi, per anni, quella soglia è stata abbassata.

Fuori dall’aula, poi, la logica si rovescia del tutto, perché lì non servono prove e non esiste assoluzione. Ciò che non tiene diventa racconto, e il racconto tiene anche senza fatti. Ogni dettaglio della vita di Stasi è diventato indizio, ogni esitazione prova, fino a costruire una coerenza che nei fatti non c’era ma nel racconto diventava tale: un processo che non finisce mai, replicato ogni giorno fuori dalle aule.

Alessandro Manzoni, ne La colonna infame, racconta il momento in cui la colpa pubblica smette di avere bisogno dei fatti. Kafka, nel Processo, spinge quella logica più avanti: la colpa coincide con l’aspettativa che la genera.
La sentenza passata in giudicato per il caso Garlasco è diventata un sigillo usato in modo selettivo: definitiva quando condanna, più incerta quando assolve, scomparsa quando complica, mentre è proprio lì che dovrebbe tenere. Il ne bis in idem, da principio tecnico, finisce per indicare qualcosa di più elementare: il diritto a non essere giudicati in eterno per lo stesso fatto.

Adesso Andrea Sempio è indagato e convocato dalla Procura di Pavia. Nel nuovo impianto accusatorio è l’unico responsabile dell’omicidio. Questo non dice ancora nulla sulla sua colpevolezza, ma è segno che la storia si è rimessa in moto e che può prendere di nuovo quella forma. Vale per lui ciò che dovrebbe valere sempre: la presunzione di innocenza. Colpisce però la rapidità con cui attorno a questa nuova ipotesi si è creato un riflesso di cautela. È una cautela giusta. Ma arriva tardi.

A Chiara Poggi è stata strappata la vita. Ad Alberto Stasi, se innocente, e il dubbio qui non è teorico, sono stati sottratti anni che nessuna revisione saprà restituire. Tenere insieme questi fatti non significa confonderli. Un errore giudiziario non ripara un omicidio, lo prolunga. La giustizia non si esaurisce nella sentenza: deve saper tornare sui propri passi, riaprire, verificare, correggere. Quando lo fa, non si tratta di una concessione, ma di ciò che la rende eticamente sensata e pubblicamente credibile.

Eppure, è proprio qui che il meccanismo si inceppa. Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto. Anche quando si tratta solo di verificare se si è sbagliato, viene respinto e ridotto a fastidio. Non si difende la verità, si difende ciò che nel frattempo si è costruito attorno a quella verità.

Ho studiato giurisprudenza sull’onda dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta: era il luglio del 1992, avevo diciassette anni, ero in Sicilia. Volevo che il male avesse un nome, un volto, una pena. Il diritto mi ha insegnato altro: che il limite conta più dell’ordine, e che un processo sbagliato non restituisce nulla, a nessuno.

Dal 1992 a oggi, in Italia, decine di migliaia di persone sono state detenute ingiustamente, e lo Stato ha speso quasi un miliardo di euro per indennizzarle. Non sono eccezioni. Sono vite finite dentro il punto cieco del sistema. Molte delle voci che hanno chiesto di riaprire il caso non vengono da luoghi culturali che sento miei, e questo mi pesa più di un disaccordo. La sinistra, che dovrebbe avere un riflesso naturale davanti agli abusi dello Stato sulla persona, qui tace. Il dubbio ragionevole, la libertà personale, il rapporto tra accusa e difesa non sono temi di parte: sono il minimo sindacale di una civiltà.
Voltaire intervenne sul caso Calas mentre il danno era ancora aperto. Zola scrisse J’accuse mentre il caso Dreyfus era in corso. Non dopo.

E dunque mi espongo. Per Alberto Stasi, prima di tutto.
E per Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in un processo in cui la prova genetica resta al centro di obiezioni mai davvero sciolte nel pieno contraddittorio. Per Monica Busetto, in carcere da dodici anni per un omicidio confessato da un’altra donna.
E per gli altri quando la giustizia sembra avere più paura di correggersi che di avere sbagliato.
Il caso Tortora oggi è una serie tv. Gli altri continuano a svolgersi.

Scritto nel maggio 2026, mentre Andrea Sempio è convocato dalla Procura di Pavia e si discute la revisione del processo a Stasi

Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave

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di Ornella Tajani

«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in Riappropriarsi di sé, apparso in Francia nel 2021 e ora pubblicato dalle Edizioni Alegre nella traduzione di Annalisa Romani, all’interno della collana «Working Class» diretta da Alberto Prunetti. Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir nel Secondo sesso – «Non si nasce donna: lo si diventa» –, l’autrice, sociologa e per anni Directrice d’études all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero e la militanza femminista hanno rivestito nella sua formazione.

Tale consapevolezza è alla base di questa «inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista», come recita il sottotitolo. Constatando quanto la questione di genere sia trascurata dalla maggior parte degli autori transfughi, Lagrave decide di farne il perno del suo racconto di vita, che difatti inizia incisivamente così: «Mia madre è stata incinta per centodiciassette mesi, quasi dieci anni; ha fatto nascere tredici figli, due dei quali sono morti in tenera età». Il pensiero, sconvolgente, di un corpo impegnato, “occupato” tanto a lungo nella gravidanza traccia la direzione del saggio autosociobiografico in cui Lagrave, dopo anni di studi scientifici sul mondo rurale e sull’intreccio fra disuguaglianze di genere e di classe, si ritrova ineditamente a scrivere usando la prima persona singolare.

Il libro è un resoconto del suo percorso di vita, di transfuga di classe, di militante femminista, di intellettuale a cui la sociologia fornisce le chiavi di comprensione del mondo, di donna e madre che riesce, studiando e lavorando contemporaneamente, a raggiungere l’apice della carriera accademica e a rivestire ruoli importanti all’interno dell’istituzione universitaria. Il suo racconto ha qualcosa di prodigioso. L’autrice offre il suo romanzo familiare e personale con una completezza tale da restituire davvero, a chi legge, la traiettoria di una vita intera, mostrando il tessuto sociale che l’ha resa possibile: la famiglia prima, poi le compagne e insegnanti di scuola, i docenti universitari, l’MLF, cioè il movimento per la liberazione delle donne, infine le colleghe e le allieve, che, dopo aver imparato da lei, le hanno a loro volta insegnato qualcosa.

Dopo un’introduzione in cui si delineano le sfide che una scrittura più personale pone alla studiosa di sociologia, il libro si divide in tre parti. Inizialmente Lagrave racconta il contesto familiare in cui è cresciuta, l’ambiente rurale della sua infanzia in Normandia, l’educazione cattolica, gli anni del liceo. La seconda comincia con l’arrivo a Parigi: gli studi universitari, il dover lavorare per vivere, gli equilibrismi per coniugare lavoro e studio, l’incontro con Pierre Bourdieu e con la sua sociologia critica, determinante anche per altri autori transfuges come Ernaux, Eribon, Édouard Louis; ma anche la crescita personale, l’occasione di riscattare la propria vergogna sociale viaggiando e lavorando per una istituzione prestigiosa come l’EHESS. Questa sezione centrale contiene infatti anche un capitolo intitolato “Diario di un’oblata”, riprendendo il termine usato da Bourdieu per coloro che si dedicano devotamente a un’istituzione, riconoscendola come “salvifica” per il proprio percorso. Successivamente Lagrave condensa le tappe salienti della sua formazione femminista. Nell’ultima parte, infine, dedicata a “l’ora della verità”, l’autrice riflette sul come la vecchiaia sia concepita nella società di oggi e sulla particolare coloritura che assume per le donne questa fase esistenziale. «Bisognerebbe poter essere vecchi tutta la vita – scrive –, per rallentare i ritmi di lavoro, per osare dire che ci sono dei limiti alla resistenza e ammettere che si ha bisogno degli altri».

Come si diceva, il prisma del pensiero femminista è centrale nel libro:

Il femminismo è stata una scuola di formazione all’autonomia intellettuale, alla critica sociale, alla rivelazione delle trappole della neutralità assiologica nelle scienze sociali, così come ha orientato i miei oggetti di ricerca e confermato la tendenza ascendente della mia traiettoria. A questo proposito, coniugando la classe sociale, la razza, il genere e le sessualità, gli studi di genere e l’internazionalizzazione delle lotte femministe hanno aperto la possibilità di una nuova forma di “conoscenza impegnata”.

Si tratta nuovamente di un’espressione di Bourdieu: la conoscenza impegnata, insieme naturalmente alla coscienza impegnata (e «imbrigliata al corpo», potremmo aggiungere con Susan Sontag), si struttura all’interno del campo del sapere.

Quello che colpisce, leggendo il libro di Lagrave, è proprio assistere al progredire della sua coscienza, che, come in ogni percorso di formazione compiuto, costruisce conoscenza e contemporaneamente è costretta a decostruire retaggi, a liberarsi dai clichés introiettati; interessante, ad esempio, il capitolo che l’autrice dedica al cattolicesimo e al modo in cui è evoluto il suo rapporto con la religione: discostandosene, liberandosi dalla sua «morsa», ma continuando in qualche maniera a dialogarvi.

Lagrave riesce nella decostruzione coniugando studio e pratica militante sociale e femminista. Poco a poco vediamo come la giovane sociologa e poi docente affermata cominci a mettere in discussione lo stato di cose, a far sentire la sua voce davanti al dominio maschile contro cui si ritrova costretta a scontrarsi nella pur illuminata École dove insegna: la riflessione femminista inizia a permeare tutti gli aspetti della sua attività di studiosa, di docente che non smette di interrogarsi sul come istituzionalizzarsi «senza perdere il potenziale sovversivo iniziale». È commovente e arricchente ripercorrere gli anni di storiche lotte che sono state alla base di grandi conquiste, come il diritto all’aborto, percependone l’energia al contempo distruttrice e creatrice che v’era alla base: un’energia che oggi può fungere da monito, da modello e che suscita sempre, almeno nella sottoscritta, infinita gratitudine.

Per Lagrave la scrittura di Ernaux è stata fondamentale: le due autrici appartengono alla stessa generazione, sono cresciute in contesti simili e hanno raccontato, ciascuna con i propri strumenti, la loro traiettoria. Questa comunione d’intenti è all’origine del denso dialogo fra le due, già pubblicato con il titolo Una conversazione (in italiano per Oligo, 2024); in quella sede Lagrave ha sottolineato l’importanza della distinzione fra autobiografia (o autosociobiografia, nel caso di Ernaux) e inchiesta autobiografica: per lei il termine «inchiesta» implica il dovere di raccogliere fonti e documenti così da provare che i risultati di una ricerca, di una ricostruzione non dipendono soltanto dalla propria soggettività, ma sono fondati su materiali empirici. Quali sono queste fonti? Le carte di famiglia, le agende della madre, le lettere di fidanzamento dei genitori, i risultati scolastici dei suoi fratelli e sorelle, gli atti di battesimo, le fotografie — colpisce, a questo proposito, che la primissima frase del libro evochi una «foto color seppia», esattamente come nell’incipit del racconto L’altra figlia di Annie Ernaux. Esplorare questo materiale significa appunto passare dall’autobiografia all’inchiesta autobiografica, poiché non ci si affida più ai soli ricordi personali.

Se è vero che i confini fra la letteratura e la sociologia sono porosi, e sempre più lo diventano con la grande diffusione dei racconti di transfughi sociali, Lagrave però mantiene una separazione fra i due campi, che anche a me pare essenziale: in questo libro – ricchissimo di note e di rimandi ad altri testi, una miniera di informazioni che racchiude un pezzo di storia francese – l’autrice, pur assumendo la prima persona, mantiene la sua démarche da sociologa, il suo passo, il suo approccio specifico, ed è questo che ne rende la lettura diversamente stimolante e foriera di riflessioni rispetto a un testo di narrativa.

Nonostante tale specificità, il dialogo con la letteratura, in particolare con i libri di Ernaux (ma non solo) è continuo: Lagrave, come Ernaux, risvegliano la coscienza sociale raccontando i loro percorsi. Ci sono espressioni e concetti che ricorrono in entrambe, come l’immagine del palinsesto (altrimenti declinata), o il trauma della vergogna sociale, trasformata dall’autrice soprattutto in stimolo «a lottare contro [sé] stessa e rimanere a tutti i costi nel sistema scolastico». Rispetto al percorso d’istruzione Lagrave articola un’attenta critica della retorica del merito, ma, al contempo, rivendica con fermezza l’importanza dello stato sociale. Vale la pena citarne qualche passaggio:

Ora che il merito è diventato un dato manageriale e una ricompensa onorifica, mi dichiaro non meritevole, con buona pace di alcuni giudizi che ancora mi attribuiscono questa qualifica. L’uso del termine meritevole, riservato a chi proviene da classi sociali svantaggiate, nasconde in realtà un disprezzo di classe che rimanda direttamente alle proprie origini. Il termine assistita, invece, lo rivendico, perché descrive accuratamente il contributo finanziario dello Stato senza il quale, in una sola generazione, la mia famiglia non avrebbe potuto conoscere l’ascesa sociale decisiva che provo a mostrare qui.

E ancora:

Esaltare il merito significa far ricadere il peso di un ipotetico successo sugli individui, cancellando la funzione di riproduzione sociale della scuola. Esaltare il merito significa pulire la coscienza di chi mette l’accento su una scuola che appiana le disuguaglianze sociali e non smette di invocare le eccezioni per confermare la regola. Non voglio pulire loro la coscienza col mio esempio.

Anche per Lagrave, come per Ernaux, la vergogna sociale provata diventa un motore per defatalizzare l’esistenza, cioè per capire, come recitano le ultime righe del libro, che «nessun destino è già scritto», ma anzi «bisogna lottare collettivamente per abolire il dominio maschile e la società di classe in modo da non dover più passare da una classe all’altra» – rendendo così la stessa condizione di transfuga impossibile perché innecessaria.

 

Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ – ?)

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di Fausto Paolo Filograna

“Dio ha la faccia piena di latte”

Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.

Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.

Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.

Ora posso solo stare seduto, e scrivere.

***

Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard[1], fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.

Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove persinolui non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero ancora lui, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: Willard Van Orman Quine, professore di logica.

“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.

Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.

Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.

E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.

Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava – ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.

Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.

Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.

Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.

Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.

Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il suo centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere il mio centro.

Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo cosiddetto sistema, il suo cosiddetto sistema perfetto a due varianti, il sistema di Quine, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.

Ecco dunque il punto, che io ho dovuto aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il sistema.

Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?

Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, nostra madre.

Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.

Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).

I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.

“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.

La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.

Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:

Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.

[1] Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.

La corsa

3

di Francesco Gallo

La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.

La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.

«C’è un signore molto interessato.»

L’uomo portò il telefono all’orecchio.

«Molto interessato quanto?»

«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»

L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.

Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.

«A che ora?»

«Riesce fra… quaranta minuti?»

«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»

Aveva lasciato la casa pronta per le visite.
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.

«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»

«Lei quindi non viene?»

«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.

«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»

La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.

Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.

Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.

Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.

Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.

«È dall’altra parte della città», disse il tassista.

Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.

«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»

«Ce la faremo.»

All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.

Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.

Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.

A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.

«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»

«È la più scorrevole.»

Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.

Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.

«Ma… quanto manca?»

Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.

«Non molto.»

Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.

Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.

«Mi scusi, ma questa non è la strada.»

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da dove bisogna arrivare.»

L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.

«Ma ha capito bene l’indirizzo?»

«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»

«Quando?»

Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.

«In tempo per il suo appuntamento.»

L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.

Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.

Si raddrizzò.

«Ma un’ora fa non era ottobre?»

Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.

«Era una stagione di passaggio.»

Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.

«Fermi un momento.»

«Qui?»

«Sì, qui.»

«Non conviene.»

«Perché non conviene?»

Il tassista esitò un istante.

«Non è ancora il punto giusto.»

Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.

«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»

Il tassista accostò. Il motore restò acceso.

Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.

«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»

L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.

«Dove siamo?»

«A metà.»

«A metà di cosa?»

«Del tragitto.»

«Non ha senso.»

«È la strada.»

Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.

«Andiamo,» disse.

«Come preferisce.»

Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.

«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.

«Si può.»

Non si fermarono.

Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.

«Non la voglio.»

«Come crede.»

Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.

Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.

Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.

«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.

«Abbastanza.»

«Quante ore?»

«Non saprei.»

«Lei non guarda il tempo?»

«Ho il tassametro.»

L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.

Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.

«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.

Il tassista sterzò a sinistra.

«Quale casa?»

«La mia. Quella dove stiamo andando.»

«Potrebbe chiamarla ancora sua?»

Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»

«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»

Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.

«Si fermi.»

Il tassista rallentò.

«È quello?»

«Vuole che sia quello?»

Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.

«No,» disse. «Non è quello.»

Il taxi riprese la sua corsa.

Una sera – la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano – cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.

«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.

«No. Ha già piovuto abbastanza.»

Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.

Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:

«Ci siamo quasi.»

L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.

Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.

Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»

«Immagino di sì.»

Il cuore cominciò a battergli forte.

Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.

Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.

L’uomo rimase qualche secondo fermo.

Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.

Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.

«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»

Il tassista spense il motore.

Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.

Poi una seconda.

Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.

Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.

Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»

«È stata una corsa lunga.»

Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.

«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»

Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»

Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.

Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»

«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»

«A lei! Ma io che ci guadagno?»

«Lei ha avuto la sua corsa.»

«È assurdo.»

L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»

La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.

«Lei mi ha truffato.»

«Non direi. La corsa è stata reale.»

Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.

«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.

«Perché no?»

«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»

«Molti le comprano con molto meno.»

Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»

«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»

La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.

Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.

Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.

«Lei cosa ci farà?»

«Ci abiterò.»

«Tutto qui?»

«Non basta?»

Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.

Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.

Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?

Aprì il pugno.

Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.

Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.

«Grazie,» disse.

«E io?»

L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.

«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»

L’etica comunicativa delle élite da Kant a Donald Trump

1

di Omar Bellicini

Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso». Una minorità non provocata da difetti d’intelligenza o carenze di cultura, come penserebbe – forse – un erudito mondano, bensì di coraggio. Sapere aude, scrive il filosofo: osa conoscere. Un invito che condensa l’ethos di quella stagione intellettuale, presentando l’Illuminismo come volontà di sottoporre autorità, tradizioni e presunte «realtà di fatto» al vaglio del ragionamento; cioè, dell’argomentazione. Un altro tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe completato la riflessione circa due secoli dopo, focalizzandosi sul metodo: la razionalità – ammonisce – è il prodotto di una conversazione a più voci; non una conquista meramente individuale (v. Teoria dell’agire comunicativo, 1981).
Al netto delle diverse sensibilità per l’interazione con l’altro, per oltre duecento anni la capacità di argomentare è stata la fonte di legittimazione di ogni discorso, culturale e politico, e ha costituito perciò una qualità ineludibile delle classi dirigenti. Non importa che le soluzioni individuate fossero tra loro divergenti o persino inconciliabili: dalle teorie reazionarie di De Maistre alla sovversione mazziniana, dalle «leggi economiche» liberali allo storicismo marxista, il comune denominatore era l’ambizione di fondarsi su criteri razionali; la pretesa di appellarsi a verità – rivelate, scientifiche o appunto storiche – capaci di giustificare le rispettive visioni. La politica, in breve, si concepiva come interpretazione coerente del mondo; e non solo la politica: perfino il culto – per abitudine antica, ma con rinnovata energia – cercava nei «buoni argomenti» un veicolo di diffusione e una garanzia di reputazione.
Così nel passato, anche recente. La fotografia dell’oggi, però, restituisce un paesaggio diverso. Il discorso pubblico si compone di stimoli emotivi, slogan, contrapposizioni elementari. Le leadership contemporanee – in genere – non si propongono più come attuatrici di modelli di pensiero: reagiscono agli avvenimenti, orientandoli solo di rimbalzo. La psicologia sociale, del resto, ha dimostrato ormai da decenni come i meccanismi di conferma del pregiudizio e l’euristica dell’affetto – fenomeno per cui il benessere emotivo influenza le scelte ben più della razionalità – determinino le propensioni collettive in misura più efficace della ponderazione. La sociologia dei media, poi, ha evidenziato il consolidarsi, nell’accesso all’informazione, di comunità omogenee, in cui le convinzioni preesistenti si sclerotizzano: sono le cosiddette «camere dell’eco», divenute d’attualità soprattutto con l’avvento dei social.
In questo contesto, l’argomentazione perde terreno rispetto alla sollecitazione. Non si domanda al cittadino di comprendere, ma al consumatore politico di accogliere. Per comprendere la portata della frattura occorre tornare alle ragioni storiche dell’Illuminismo. Esso nasce in un’Europa lacerata da conflitti dinastici, in un continente che ha sperimentato per più di un secolo il prezzo dell’assolutismo e dell’intolleranza religiosa. L’appello alla ragione, allora, può essere letto come strategia di pacificazione: si intende sottrarre il potere all’arbitrio, si cerca di fondare l’azione di governo su principi valutabili. La convinzione è che l’uso politico dell’intelletto possa migliorare fattivamente le condizioni di vita. La scienza diventa quindi un modello, non solo per l’indagine dei fenomeni naturali ma anche per l’organizzazione del dibattito. Da quel momento in poi, la politica – anche quando si traveste da mito o da fede, come nel caso delle ideologie novecentesche – si sente in obbligo di spiegare se stessa. L’avversario, persino il nemico, è anzitutto «qualcuno che sbaglia».
Nel XXI secolo, questa tensione verso la ricerca del vero sembra però attenuarsi. Il termine «post-verità» – selezionato dagli Oxford Dictionaries come parola dell’anno, nel 2016, in concomitanza con la prima elezione di Donald Trump – è entrato nel lessico comune per indicare una fase in cui le narrazioni contano più dei fatti: una questione che non riguarda soltanto la proliferazione di notizie false, favorita dai nuovi media, quanto la diffusa indifferenza nel distinguere tra il vero, il verosimile e addirittura l’inverosimile. Dal «Pizzagate» – teoria del complotto secondo la quale esponenti dei Democratici statunitensi avrebbero gestito un traffico di minori in una pizzeria di Washington – ai «350 milioni di sterline a settimana» prelevati dall’Unione Europea – slogan della campagna in favore della Brexit – fino ai dati distorti su migrazioni e vaccini, la smentita non produce più scandalo. Il politico non teme di essere colto in contraddizione: confida nella volatilità dell’attenzione.
Le premesse di questo disinteresse sono profonde. La secolarizzazione ha eroso l’idea di una verità ultima, che trascenda le opinioni. Concezioni novecentesche, come il post-strutturalismo di Foucault e Derrida, hanno messo in discussione la possibilità stessa di un accesso neutrale al reale, insistendo sul carattere artificiale dei discorsi: se tutto è linguaggio, se ogni affermazione va situata in un contesto, la differenza tra interpretazione e manipolazione tende ad assottigliarsi; è solo questione d’intenzioni. Insomma: la critica alle grandi narrazioni, nata per liberare, ha finito per disperdere il senso, aprendo la porta a nuove contraffazioni.
A queste trasformazioni si sommano, inoltre, cause tecniche. La crisi dei media tradizionali ha indebolito i dispositivi di verifica che per decenni avevano filtrato le informazioni: le redazioni ridotte, la precarizzazione del lavoro giornalistico e la competizione per l’attenzione comprimono il tempo da dedicare all’analisi delle fonti. Le piattaforme digitali, dal canto loro, offrono un ambiente in cui notizie effettive e pure invenzioni condividono la forma grafica, lo stesso ambiente di circolazione. Non c’è diversità di rango tra una ricerca scientifica e un’opinione improvvisata. Marshall McLuhan aveva intuito, già nei primi anni ’60 – nel pieno del trionfo della televisione –, che il mezzo di comunicazione non è un semplice canale di trasmissione, ma un contenitore che modella il contenuto; e, se il medium continua a essere «il messaggio», nel contesto dei social ciò si traduce nella radicale equivalenza tra i contenuti che si susseguono nei feed. I social network, infatti, si propongono come apparentemente antigerarchici: evitano quella dichiarazione implicita di valore che, sui giornali, viene data dall’organizzazione di pagina. Il contenitore non guida più l’interpretazione. Il lettore scorre, reagisce, condivide. Il tempo lungo della riflessione cede al flusso veloce dell’impressione.
In questo scenario, il potere avverte sempre meno la necessità di giustificare se stesso. La legittimazione non passa più attraverso l’argomentazione, ma attraverso la capacità di interpretare umori diffusi e occupare spazio mediatico. Sono venuti meno i tre pilastri che sorreggevano l’etica dei Lumi: l’apprezzamento per il dibattito ragionato, l’ammirazione per il metodo scientifico, come paradigma di rigore, e la fiducia nell’avvenire, sostituita da una pulsione distruttiva nei confronti del presente. La competenza diventa sospetta, l’ottimismo fatuo – o come si usa dire «buonista». L’apoteosi di tale tendenza è rappresentata da Donald Trump, il cui stile combina infantilismo psicologico — uso sistematico dell’insulto, semplificazione estrema, personalizzazione del conflitto — e avventurismo politico-economico. Il comune denominatore è l’ostilità alle regole: normative, di opportunità, finanche linguistiche. La trasgressione è prova di autenticità.
D’altra parte, non solo la politica ma anche la produzione artistica sembra aver rinunciato a proposte programmatiche, manifesti, visioni coerenti: la domanda orienta, l’opera si adegua al gusto anziché sfidarlo. È il postmodernismo descritto da Fredric Jameson, in opposizione al modernismo delle avanguardie novecentesche, che si percepivano come avamposti di trasformazione (v. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, 1989). Oggi, prevale una pluralità senza centro; talvolta brillante, ma raramente sorretta da un’idea di progresso o di verità. Se l’età dei Lumi aveva insegnato a dubitare dell’autorità, la nostra epoca sembra dubitare della possibilità stessa di fondare qualcosa.
Dire «fine dell’Illuminismo», ad ogni modo, non significa auspicare un ritorno ai dogmi o alle gerarchie incontestabili. Significa riconoscere che l’imperativo categorico di esporre le proprie ragioni non è più un presupposto condiviso. Resta da chiedersi se sia possibile riattivare quel coraggio sollecitato da Kant; non come nostalgica rievocazione, ma come esigenza presente. Perché, senza l’ambizione di distinguere il vero dal falso, il potere non ha bisogno di spiegarsi; e una società che non chiede spiegazioni al potere rinuncia, in fondo, a un approccio adulto; e alla libertà di scelta che contraddistingue gli adulti.

L’ultimo pensiero prima dei sogni

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Tre domande ad Andrea Accardi su Ogni cosa fuori posto

di Noemi De Lisi

“La scena è questa”

Ogni cosa fuori posto (Edizioni Industria & Letteratura, 2024) è l’esordio narrativo di Andrea Accardi, già poeta e prosatore. La storia è ambientata in una indefinita cittadina del Nord. Un luogo avvolto nella nebbia in cui vi sono pochi punti di riferimento chiari per non smarrirsi: un lago, un castello, una scuola. Un perfetto scenario alla “Twin Peaks” in cui la stasi e la noia vengono presto smosse da una serie di eventi molto strani, apparentemente scollegati fra di loro. Il ritmo della prosa è ipnotico e poetico (ma incredibilmente iperrealistico), una nenia funebre che attraversa le pagine, e accompagna i personaggi mentre si muovono dentro una doppia planimetria, quella visibile e quella ribaltata dell’invisibile.
Infatti, il romanzo di Accardi procede per ritorni, per immagini che si depositano e riemergono; e non è detto che tutto ciò che affiori sia in carne e ossa. Ad esempio, nel film Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite passate (Apichatpong Weerasethakul, 2010), i morti e i vivi condividono lo stesso spazio, siedono alla stessa tavola: chi è morto si è soltanto “smarrito” e dopo aver vagato a lungo, finalmente torna a casa, ma come fosse un estraneo.
Nel romanzo, l’acqua ritorna in forme diverse: il lago della cittadina, la vasca dei ranocchi, l’acqua stagnante nel “ventre della balena” (p. 33) dell’ascensore, l’uomo terrorizzato da un bicchiere d’acqua…. Diversi specchi d’acqua, quindi, (attenzione alla parola specchi), che riflettono la superficie e contemporaneamente nascondono il fondo (più è torbida l’acqua e migliore sarà la difesa). In entrambi i casi, comunque, sembra proprio che “l’acqua non è quello che sembra”. Non a caso, è proprio la vasca dei ranocchi che Claudio “dimentica” di segnare sulla sua personale mappa, a diventare il luogo gravitazionale in cui l’orrore affiora (“come un fiore giapponese” p. 109). Come se l’acqua fosse il punto cieco della planimetria razionale, la parte che non può essere ridotta a delle semplici coordinate. Mi viene in mente il film A Pool Without Water (Koji Wakamatsu, 1982) dove le piscine si trasformano in luoghi ambigui e desideranti, dove la perversione dell’uomo può risultare perfino romantica (gli specchi d’acqua sono come gli specchi del luna park).

1) Per prima cosa, quindi, ti vorrei chiedere se l’elemento acquatico in Ogni cosa fuori posto è una metafora dell’inconscio, oppure è qualcosa di più concreto e fisico, una materia che corrode e altera la realtà? E soprattutto: perché l’acqua, nel tuo romanzo, sembra sempre sul punto di restituire ciò che si voleva tenere sommerso?

Direi che il significato metaforico, che senz’altro c’è, subentra però in un secondo momento. Invece ormai so che la mia scrittura ha bisogno di emanare dai luoghi, e anche in questo romanzo l’azione ha preso la forma dello spazio, e in particolare quello di due cittadine reali, poco distanti fra loro, che ho qui cucito insieme fino a farne una: Lonato del Garda e Desenzano del Garda. Per un intero anno scolastico (2015/16) ho insegnato nella prima, dove ho anche inizialmente abitato e da cui il lago si avvista dall’alto, per poi trasferirmi a Desenzano, che invece si trova proprio sulla sponda meridionale del Garda. Per me che vengo da un’isola, già quello mi sembrava avere a che fare con un equivoco letterario: un lago così grande da sembrare il mare, ma che mare non è; le anatre al posto dei gabbiani; gli altri piccoli comuni da raggiungere in battello come fossero isolotti, mentre dietro comincia l’autostrada (tutte cose fuori posto, appunto, che avevo già provato a indicare in una vecchia poesia intitolata Gardaland…). Soprattutto, se penso a quei mesi ricordo quanto è stato importante per la scrittura di questo libro il ricordo trepido e tetro, la traccia emotiva di quei luoghi dove ho camminato a lungo, sentendomi spesso estraneo e solo, simile in effetti ai personaggi che racconto. Quello stato puerile e avventuroso, pieno di oscurità ma anche di rivelazioni improvvise, è rimasto a lungo in me come una radiazione di fondo. Ce lo avevo ben presente mentre scrivevo e torna a esserlo ogni volta che mi rileggo, come un senso di esposizione e di mistero che nasceva anche dalla novità dei luoghi, conosciuti peraltro nella sospensione dei mesi più freddi (un intero capitolo, intitolato proprio “Il lago”, è tutto centrato su quell’atmosfera fuori stagione, che diventa più in assoluto rappresentativa di un rapporto sfalsato con il tempo). Poi è chiaro che l’elemento acquatico, come tu dici, adempie non solo una funzione strutturale (la scena di idrofobia iniziale in qualche misura anticipa la violenza finale), ma anche simbolica: “il lago fa un brusio continuo e nascosto come di un problema che prima o dopo andrà risolto in qualche modo”, e invece del tutto non si risolve e il lago sembra restare lì a ricordarlo.

2) Per quanto riguarda il “portare a galla”, com’è nato Ogni cosa fuori posto? In che momento hai capito che non stavi più scrivendo una nuova raccolta di poesie, ad esempio, o di prose poetiche, ma un organismo narrativo con una propria planimetria, visibile e invisibile?

Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2022 avevo portato a termine quello che credevo già essere un breve romanzo, ma che in realtà si presentava come una successione di quadri poco collegati fra di loro, fatta eccezione per il personaggio di un estraneo che faceva capolino di quando in quando, portandosi dietro uno strascico di… esplosioni (volevo insomma che coincidesse con improvvisi e indicibili traumi del reale) (Intorno all’Estraneo era il titolo iniziale, e un personaggio similare, ma senza esplosioni e con ben altro peso narrativo, si è poi riproposto dentro il romanzo, ma incarnando in entrambi i casi un più generale sentimento di estraneità che coinvolge tutti). Nel primo scomparto l’estraneo se ne andava in giro in lungo e in largo per la nostra città, in pagine dunque autoescludentisi dall’ambientazione nordica e lacustre di Ogni cosa fuori posto (ma quel capitolo, ampliato, troverà presto spazio, come tu sai bene, in un volume collettivo di scritture su Palermo). Molte parti del libro a venire erano invece già incluse nei capitoli successivi, ad esempio per intero l’episodio iniziale del medico, con il cane idrofobo nascosto nella nebbia e la ricerca di notte dell’ambulatorio, con quel pathos del perdersi che mi sembra un’altra costante in tutto quello scrivo. La vicenda dello studente universitario che finisce dentro una casa piena di ratti in una città straniera (dove l’estraneità si reifica a maggior ragione nello stare all’estero, circondati da un’altra lingua), che nel romanzo sono gli unici due capitoli in cui va in deroga l’unità di luogo, è uno spunto narrativo che negli anni ho ripreso e plasmato più volte, già all’interno delle Cartoline persiane, una rubrichetta tra il serio e il faceto che mi ero concesso sul litblog Poetarum silva tra il 2013 e il 2015, e perfino tra le prose poetiche di Nosferatu non esiste (Arcipelago Itaca 2021), e infine appunto dentro quel blocco eterogeneo da cui ho recuperato tanto materiale. C’era già anche il capitolo sul condominio, con il suicidio della ragazza e il verso della tortora alla fine, ma costruito secondo una polifonia da un interno all’altro che arrivava alle soglie dell’illeggibilità. Pochi mesi dopo sono partito da quell’episodio (la ragazza suicida), che non era centrale nella prima stesura, rivoltando quello che avevo già scritto e fornendogli un vuoto su cui convergere (oltreché fissando uno spazio ridotto e ben definito, dove fare accadere la tempesta in un bicchiere), per ottenere una storia che davvero funzionasse. Aggiungo che è stato per me decisivo, a mo’ di interruttore inconscio, il cinema di David Lynch, e aver visto per la prima volta Strade perdute.

3) Le figure femminili di Ogni cosa fuori posto sono davvero poche, e quasi tutte legate a un’assenza inevitabile (proprio come in un’altra tua opera cfr., Frattura composta di un luogo – Frattura composta di un nome). Il femminile, quindi, sembra funzionare esclusivamente come una sorta di soglia tra l’Heimat e il Fremde; o come una proiezione delle emozioni maschili: desiderio, angoscia per l’abbandono, nostalgia. L’unico modo di veicolare le emozioni dei personaggi maschili è attraverso il femminile e il paesaggio? Parlami delle scelte consce e inconsce che hai operato riguardo i personaggi femminili e se ti cimenteresti mai in futuro in un romanzo con unA protagonistA.

Il dittico delle Fratture (Ladolfi editore 2019 e 2020, poi riunite nel 2022) rappresenta in effetti l’anticipazione in frammenti di quello che sarebbe diventato l’altro libro, e in quel caso era stata la serie “Twin Peaks” ad agitare un immaginario che mi portavo già dentro, risalente al mio soggiorno da studente Erasmus in una cittadina belga (anche lì un luogo piccolo dove ci si perde comunque, e ancora un trauma legato al femminile, stavolta una sparizione). Va da sé che il vortice emotivo di Laura Palmer e del suo tema musicale me li sono trascinati anche in Ogni cosa fuori posto, tanto più che ho visto per la prima volta “Twin Peaks” proprio nei mesi in cui abitavo a Desenzano, in una casa piena di specchi (e in quel periodo traducevo insieme a un’amica e poi commentavo i monologhi della Signora Ceppo, per un’altra rubrica nata su Poetarum per l’occasione, Ciò che disse il legno). Direi che è un romanzo scritto dal punto di vista maschile, ma che i veri protagonisti sono i personaggi femminili, nel senso che mettono loro in moto gli affetti tra i quali ondeggiano violentemente i vari Davide, Claudio, ma anche Lorenzo, il fratellino di Roberta, o Marco, il ragazzo all’estero. L’escursione sentimentale del libro passa così continuamente dallo struggimento per qualcosa di irrimediabilmente perduto (l’abisso su cui si affacciano Lorenzo e Marco, che hanno perso entrambi una sorella) all’angoscia per cose che non si conoscono e non si capiscono (le domande tremanti che Davide rivolge a Marta all’inizio della storia), e io stesso percepisco come questa complessità si agganci a qualcosa per me di doloroso e irrinunciabile. In futuro mi piacerebbe in effetti tirar fuori il femminile dalla custodia di mistero dove l’ho finora narrativamente relegato. Pensavo alle vicende di una coppia, sullo sfondo però di grandi fatti storici traumatici degli anni zero, capaci di modificare anche le passioni private (pensavo insomma di aprire il piccolo dei luoghi al grande e al grandissimo della Storia, ma pur sempre dai luoghi avrò bisogno di partire).

 

She is the Weaker

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di Nawaal al-Saadawi

(traduzione di Simona Kaldas)

Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. – Le mie dita… – Cos’hanno che non va? – Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla – Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano… Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio… leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava… Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto… Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore… Nessuno sapeva la verità… tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa… La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.

Splendore nel bosco

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di Paolo Vernaglione Berardi

Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, facendo a meno del denaro. Ma, a differenza della rivendicazione naturista-reazionaria della famiglia catturata nel sovranismo strapaesano e ignorante, da tempo ha fatto esodo dalla farsa oscena del potere.

Il baratto e il recupero di legna e cibo, la danza di Paola, coreografa da sogno, sono “il lusso della povertà” di due individualità, come dice Ivan nella intensa intervista con Leonardo Mastromauro, in anonimo fra gli anonimi (Cronache Ribelli, collana “archeologia del presente”, pp. 48, 8 €.).

La libertà, per Ivan, non è vivere nell’isolamento programmato, permeabile ad ogni cattura del discorso della civiltà, ma è la forma di vita indisciplinata che segue gli orari del giorno e la sequenza delle stagioni e del lavoro degli ingredienti con cui “fa politica”. Il che significa che, da molto tempo, Ivan non mangia, non beve, non legge, non ascolta e non veste con ciò che desidera, ma con ciò che viene da altre persone.

Tutto comincia da una depressione. Anni fa, con l’idea di abbandonare tutto, l’anonimo comincia a disboscare un bosco con pendenza al 38% per farlo diventare un orto per la sopravvivenza alimentare.

Con tre casse di mele trovate sul ciglio di una strada comincia a fare marmellate con la pectina naturale generata da bucce e semi e con la macerazione notturna con zucchero di barbabietola.

Nel boscost’orto , che è anzitutto un luogo di ascolto, si arriva con qualcosa e si porta via qualcos’altro, dopo enormi discussioni di ore intorno al tavolo. A sette anni Ivan inizia a cucinare a casa ciambelle, tagliatelle, piade, lasagne e cannelloni; si iscrive all’alberghiero e viene assunto in un ristorante della riviera romagnola, mentre suona in un gruppo punk. Agli inizi degli anni novanta entra in un circolo ARCI, si licenzia dai due ristoranti in cui lavorava, prepara crepes e concerti nello spazio-locanda annesso e, tra teatro, danza, cene, digos, polizia e banche, scopre, nelle parole di un giornalista penetrato in quegli oscuri luoghi culinari, di essere il più abile cuoco del circondario. Seguono controlli e l’inevitabile chiusura del locale. Chiamato in diversi festival teatrali e nelle house gallery a Roma, apre una mostra di Kounellis e al Macro realizza installazioni fruibili con il cibo. Alla Biennale Teatro ne realizza una imponente per l’impagabile “Societas Raffaello Sanzio”, gruppo di sperimentazione teatrale anni ottanta di rara potenza creativa.

Nei primi anni duemila Ivan Fantini vive e lavora in un mulino ristrutturato del ‘300. Un successo, ma con le leggi sui controlli di qualità haaccp, arrivano le multe, i debiti e l’osteria chiude. Ivan si ammala e inizia a scrivere. Da allora, come sa chi scrive davvero, la vita si trasforma e tutte le parole che si mettono su carta devono essere efficaci. Per fortuna un amico, proprietario di una casa editrice in fallimento, lo pubblica in 300 copie e 100 le vende la sera stessa ai contadini.

Fantini è autore intelligente, rabbioso e colto, che ha realizzato una forma di scrittura che impiega residui biografici in saporose salse in cui esplode l’infanzia. Poichè si scrive per urgenza e non per blaterare di editoria e fare l’apoteosi di se stessi, Ivan smette e rifiuta di partecipare a festival ed eventi in cui si ciancia di recupero, che viene messo nelle mani di chef dai nomi altisonanti, con cene da 130 euro a persona. É una questione di come stare al mondo con il tuo nemico, dice.

Stare tra gli alberi, estirpare edere, formare giacigli, creare un luogo accogliente per nessuno, non fà “stare nel buio”. Si continua a seminare cose che non produrranno nulla, tranne che un convivio per animali selvatici. Si tratta di quel quotidiano lavoro improduttivo che ha molto a che fare con lo scrivere che, se è davvero tale, consiste in una pratica vitale, un pò come quello che Foucault chiamava ‘giornalismo filosofico’. Per questa ragione ci vuole coraggio a smettere di essere cittadino per essere ultimo, per essere nel mondo ma non “del” mondo. “Ma quando ci riesci scopri che hai vinto”.

 

 

 

Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro

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Di Andrea Inglese

Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.

 

Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia

Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un’attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.

Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.

Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. È sfruttato: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore è anche alienato: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.

Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.

 

Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.

Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.

Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro. Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.

Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.

Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.

Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.

(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione. Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.)

 

 

Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata

Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?

Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, potrebbero essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal condizionale, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.

La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, non sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’autonomia decisiva su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.

Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.

 

Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.

In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.

(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)

Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un lavoro non letterario, per essere più libero, completamente libero, nell’attività letteraria. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale in Italia, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parzialmente della scrittura un lavoro, significa essere seri. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.

Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia. Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona realmente il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o al di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, stranamente sociale, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.

Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.

 

In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).

Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).

Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico. Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni – lavoro nell’insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a generalizzare, perché è il capitale a imporre generalmente idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.) Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo. L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.

 

Glossa

Autore, ti sei dimenticato il “che fare”! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l’autonomia in un’attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un’autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi verificabile sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si riescono a realizzare anche nell’attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.

Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.

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Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un’esperienza collettiva, di quelle che rendono “reale” l’attività letteraria non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un’artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un “prodotto”, uno dei “Fogli” di Benway Series, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).

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Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche qui & qui.

Un appunto. A proposito di Ramstein

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di Volker Braun

a cura di Anna Chiarloni

[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica, Provokation für mich, centrata – come in generale tutta l’opera, sia poetica che narrativa e teatrale – sull’analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo, Luf-Passion (2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l’attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]

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La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.

Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”. Deal: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.

Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: Perché si muore, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun – e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare – e raddrizzar le cose!”.

Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio… Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: Come invecchiare, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.

Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. Alloggia, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.

Ottant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.

Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.

Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!

Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un’autentica esperienza di libertà.

Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.

Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell’aria già aleggia la famosa risposta: Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.

Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.

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L’intervento qui tradotto per “Nazione Indiana” è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla “Berliner Zeitung” e dalla “Ostdeutsche Zeitung”. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un’intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.

Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente.

Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»

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di Stefano Bottero  

 

«Jeannie says my symptoms are unusual as normally you would expect one

eye to go. They’ve never seen two eyes affected in the same way.»

Derek Jarman, luglio 1990

 

«Questo libro è un dalmata bianco che perde i suoi bambini». [installazione] figure della perdita di Stefano Bottero è il nuovo titolo dei Cervi Volanti, collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.

«Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (esoeditoria); libri evidenti nella loro invisibilità, indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.»

Pubblico qui alcuni estratti in anteprima. Le partiture visive sono di Giuditta Chiaraluce.

 

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L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita.

Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco – perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.

Nel gesto formale si esaurisce in progressione il corpo. L’opera come il punto dello svuotamento – con Adonis [tradotto da Fawzi al-Delmi] accade «fino a svuotarsi del tutto».

Corrispondere come pesci nell’annegamento, senza lessico. Sguardo che muove nel significato che è il nero, per un momento nel corpo – dopo, il collasso.

 

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Procede per consumazione. La poesia implica in un luogo verbale il vuoto del significato, muove da uno spazio immateriale a un altro, materico. Alterità che si attesta in una forma – gravando sul corpo, lo apre. Fino a dove ha ragione il fisico, l’atto formale incrina progressivamente. Gli occhi dell’artista restano in vita ma senza sguardo.

Penso alle vene di Rothko. Si sporge per valutare lo spazio. Danneggia le costole, si annerisce progressivamente il respiro, porta l’oggetto a essere l’altro e sé stesso. Quando il corpo si contrae la crepa si allarga.

La composizione è quindi il ripetersi continuo del preludio – mai conclusione in essere. Dove avviene il significato, dove si mostra Godot e le costole passano dall’incrinatura alla compromissione, l’atto formale è impossibile. Lo svelamento del nero annulla la pièce.

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Dalla poesia alessandrina in avanti – la composizione impone all’artista non più il collasso ma il ripetersi del collasso. La possibilità di contatto immediato con il significato è ormai negata: la parola della tragedia arcaica è diventata insostenibile.

Insopportabile, il gesto diventa serie – il farsi dell’opera accade una volta per sempre e ripete. si ripete.

La composizione è così esperienza dell’ininterrotto. Dal terzo secolo avanti Cristo il dire è per l’artista pratica del dire, raggiungimento che si nega –

il racconto di Kafka non ha termine.

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19.1

La relazione con la parola poetica è di per sé una separazione. Rapporto basato sul contatto del corpo, ma contatto tra limiti. Estasi che ricade nel nero – altrimenti

«dovresti stornare gli occhi», scrive nei Quaderni in ottavo, «o diverresti una statua di sale».

 

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B

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Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini

 

Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo
di
Lorenzo Catalini

Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.

 

Bramito del cervo, il
di
Alessandro Ciacci

“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.

Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.

Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…

“Macché sette lettere! Come fa, l’hai mai sentito dal vivo?”
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”

La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.
La seconda è: voglio devolvere il mio 8×1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.

Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.

Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia… Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.

Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un’indigestione di Pandoro Bauli.

“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l’ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.

Uno: di sicuro c’è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio… No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.

Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l’eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.

Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.

Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio… “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”

Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c’è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?