Non mi ricordo dove l’ho sentito la prima volta, ma lo riascoltai e subito cominciai a cercarlo.
Philippe Léotard, poeta, attore, e Chansonnier, un clown, una delle voci che mi hanno trafitto l’anima.
Non mi ricordo dove l’ho sentito la prima volta, ma lo riascoltai e subito cominciai a cercarlo.
Philippe Léotard, poeta, attore, e Chansonnier, un clown, una delle voci che mi hanno trafitto l’anima.
Poco fa, surfando (o surfacendo?) su Vibrisse, la webzine di Giulio Mozzi, mi sono imbattuto in un commento nel quale si diceva che era partita una querela per Anna Setari, che gestisce da tempo il blog “Critica dell’ interfaccia” www.solotesto.splinder.com.
di Graziano dell’Anna
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Ci sono libri di autori pubblicati da piccole case editrici, che nel frastornante traffico editoriale tengono costantemente la destra, pazienti, lasciandosi superare dai bolidi – libri di autori stampati dalle major, reclamizzati a tappeto su giornali, riviste e blog – che invece si impadroniscono rigorosamente della corsia di sorpasso (e a volte qualcuno va fuori strada e si schianta su un palo: sono i libri dai motori truccati, osannati da critici e recensori “capolavoristi” – amanti dell’iperbole come strategia promozionale – e lanciati di volta in volta come “il più bello degli ultimi cinquant’anni” o “il più importante di questo decennio“, ma pronti a stroncarsi al cozzo con la prima lettura o con “l’esame del tempo” – da cui l’invito a certi critici e beejay affinché imparino a usare prudenza, a mettere l’airbag ai giudizi).
di Giacomo Bottà
Jaakko aveva passato l’estate del 1973 a farsi crescere i capelli ed a lavorare come giardiniere presso la tenuta estiva di un ricco finno-svedese.
Mi mostra una foto in bianco e nero.
Sul retro della foto ci sta scritto novembre 1974.
L’ex partigiano e l’invenzione dei carabinieri trucidati

di Piero Sorrentino
Il cinico non è adatto a questo mestiere, recita il titolo di un bel libro – intervista di Ryszard Kapuscinski con Maria Nadotti. E il mestiere del titolo è ovviamente il giornalismo. Leggendo l’ultimo libro di Giorgio Bocca su Napoli, Napoli siamo noi (pagg. 134, 14 euro, Feltrinelli) si è spinti a integrare il titolo di Kapuscinski con una chiosa non del tutto superflua: Il cinico (e il distratto) non sono adatti a questo mestiere.
Era da tempo che in un così smilzo volumetto (talmente smilzo che l’editore s’è visto costretto a rimpolparlo con decine e decine di pagine bianche: su 134 fogli, quelli effettivamente stampati sono poco meno di 108) non si riscontrava una così imbarazzante serie di errori, incongruenze, refusi, inesattezze.
di Riccardo Orioles
Che farebbe Bill Laden se sbarcasse in Sicilia? Immagino che per prima cosa butterebbe giù le chiese. E che farebbe Provenzano se diventasse – non è più molto probabile: ma chissà – assessore all’edilizia della regione Sicilia? Mah: per prima cosa confermerebbe gli appalti a quelli che li hanno già; ma poi perderebbe almeno una giornata a buttar giù tutte le sedi in cui si riuniscono oppositori, communisti, borsellini e antimafiosi.
A Catania, però, sia Laden che Provenzano resterebbero, da questo punto di vista, disoccupati. Non c’è bisogno di loro per buttar giù le chiese, almeno quelle che danno fastidio ai mafiosi.
Leggi la Catena di Sanliberon. 317, di Riccardo Orioles, in formato rtf.
Elenco dei morti in cantiere in Italia nei primi sei mesi del 2005:
10/6/05
Roma. Un operaio è morto in un cantiere del G.R.A. investito da un camion in retromarcia, mentre era impegnato nella preparazione dei lavori di asfaltatura.
9/6/05
Sciacca – Agrigento. Un pensionato di 76 anni di Sciacca, Giovanni Guttaiano, è morto cadendo dalla gru che stava manovrando, durante le operazioni di spostamento di un cumulo di terra.
9/6/05
Novara. Un operaio di Chivasso di 36 anni, Vito Finotti, è morto presso la Cava Marconi di Romentino, dove si sta istallando uno dei cantieri della Cav Torino – Milano, che si occupa dell’alta velocità. L’uomo, al suo primo giorno di lavoro, stava guidando un camion quando il cassone ha urtato i fili dell’alta tensione che alimentano la linea.

di Christian Raimo
Leggendo “La storia della morte” di Philippe Ariès anni fa, mi trovavo a desiderare una morte come quelle medievali (una ritualità naturale, nella propria casa, con la famiglia intorno, il prete che benedice, il moribondo che fa i bilanci di una vita) piuttosto che quelle asettiche della contemporaneità (in ospedale nella maggior parte dei casi, spesso intubati e incoscienti). Quello che mi augurerei di trovare alla fine della mia esistenza è una consapevolezza, personale, sentimentale, di quello che ho vissuto, e per questo mi ha sempre incuriosito sapere quali parole le persone pronunciano prima dell’ultimo respiro. Di Kant si racconta che disse “Sta bene”, di Rilke si dice “Tutto è gloria”, Goethe “Fate più luce”.
Anche per questa ragione in questi giorni ero stato a rimuginare sulle parole di Fabrizio Quattrocchi, “Ora vi faccio vedere come muore un italiano”.
Ho lavorato nella redazione di Frigidaire, a Roma, per circa un anno, occupandomi praticamente di tutto: foto, testi, titoli, rispondere al telefono, aprire e chiudere la redazione (ma non le pulizie, quelle me le sono evitate). Una sera di maggio eravamo io e Antò, il disegnatore principe del giornale, il creatore di storie giovanili che sono entrate nel mito, una matita sopraffina, un colorista eccelso; il lavoro in redazione era terminato, e noi, seduti nel bel giardino dell’elegante sede di Monteverde vecchio, eravamo alla ricerca di un po’ di streppa per alleviare il senso di fredda solitudine che ci mordeva l’anima. Le telefonate non avevano dato esito: i pusher erano tutti irreperibili, o era troppo presto o era tardi. Chi ha avuto la ventura di precipitare nella spirale delle droghe pesanti conosce la paranoia micidiale che toglie il respiro quando i dannati pusher non si trovano.
di Admiel Kosman
Traduzione dall’ebraico di Davide Mano
Nota sull’autore
Admiel Kosman (Haifa, 1957) e’ docente presso il Dipartimento di Studi Religiosi dell’Universita’ di Potsdam, e direttore accademico del Geiger College -Liberal Seminar for Rabbis, a Berlino. Ha pubblicato in ebraico sette raccolte di poesia e un commentario di storie talmudiche e hasidiche. Lo stretto legame che intercorre tra l’erotismo e la dimensione spirituale nell’esperienza religiosa è il motivo principe delle poesie di Kosman: ampio spazio viene dato alle relazioni (spesso complicate) tra il mondo tempestoso dei sentimenti (dell’ “istinto”) e quello rigidamente regolato della legislazione rabbinica, della liturgia tradizionale. Tra rotture e ricostruzioni, con la poesia di Admiel Kosman è nato in Israele il tentativo ardito di creare un nuovo stile di scrittura per il poetare religioso, un piyyut ebraico anarchico, in conflitto con le formalità della sintassi rabbinica e lontano dalle gerarchie delle accademie.
UN NUOVO COMMENTO, CON L’AIUTO DIVINO
Scrivo ora, con l’aiuto divino, un nuovo commento ai tuoi seni.
di Magali Amougou e Andrea Inglese
In Francia è in atto una guerra mediatica che data dall’inizio del genocidio ruandese dei Tutsi e degli Hutu moderati (1994). Si tratta certo di una guerra “a bassa intensità”, ma non per questo meno duratura e tenace. Si sarebbe potuto pensare che il picco d’intensità maggiore questa guerra lo avesse raggiunto nel corso del 2004, anno del decennale del genocidio. E in effetti la Francia ha conosciuto una quantità di pubblicazioni e di articoli giornalistici, che hanno nuovamente e con veemenza rilanciato il dibattito. Ma esso pare lungi dall’essersi placato. Ne sono testimonianza due libri usciti nel 2005. Il primo Négrophobie (Les Arènes, Paris), a firma degli autori Boubacar Boris Diop, Odile Tobner e François-Xavier Verschave, è uscito nell’autunno. Il secondo, Noires fureurs, blancs menteurs. Rwanda 1990-1994 (Milles et une Nuits, Paris) di Pierre Péan, è in circolazione da dicembre.
[ricevo questo comunicato di Attac Francia. Spero che iniziative simili prendano corpo – se non è già il caso – anche in Italia. a.r.]
Grain de Sable n° 538
11 janvier 2006
FAISONS BARRAGE A LA DIRECTIVE BOLKESTEIN
Ce numéro de Grain de sable est consacré à la mobilisation contre la directive Bolkestein, qui a fait un brillant retour cet automne. Bien naïfs, en effet, furent ceux qui avaient cru que les grandes promesses du printemps seraient tenues. En pleine campagne sur le TCE, les tenants de l’Europe libérale ont voulu montrer pattes blanches, en affirmant le coeur sur la main, le retrait, ou au moins la modification substantielle de la directive sur la libéralisation des services et notamment du « pays d’origine ».
Da stamattina, sul blog “Chiaroscuro” www.albertogiorgi.blogs.com curato da Alberto Giorgi e dedicato alla narrativa noir, thriller e gialla, inizia un interessante ciclo di interviste a scrittori, operatori ed esperti del settore sul giallo italiano. La prima, già in rete, è a Luigi Bernardi.
Seguiranno le seguenti uscite, il lunedì e il giovedi:
Franz Krauspenhaar, Alessandro Zannoni, Veronica Todaro, Loredana Lipperini, Ugo Mazzotta, Piergiorgio Di Cara, Matteo Bortolotti, Jacopo de Michelis e altri, dei quali non è ancora stata programmata la data di uscita.
F.K.
Oggi sono sette anni dalla morte di Fabrizio De André. Venerdì 13 gennaio, dopodomani, Radio Tre Suite dedicherà a Fabrizio De André un’intera serata, a partire dalle 20,20 circa e fino alle 22,45 (sempre circa). Andrea Bajani, Marosia Castaldi, Mauro Covacich, Diego De Silva, Nicola Lagioia, Giordano Meacci, Paolo Nori, Laura Pariani, Antonio Pascale, Christian Raimo, Dario Voltolini, che insieme anche a Evelina Santangelo, Antonio Franchini e Davide Longo hanno scritto ognuno un racconto che prende spunto dalle storie e dai personaggi di De André e che va a comporre il volume Deandreide (www.deandreide.it), leggerranno dei brani dai loro lavori. Gli Andhira si occuperanno della parte musicale.
Per chi vorrà regalarci un po’ di ascolto, noi siamo là.
Ciao a tutti,
g.
di Flavio Marcolini
Lo si vede sovente in televisione, si ascolta talvolta alla radio, i suoi volumi s’addensano in libreria, ma per molti Aldo Busi resta una figura per molti versi sconosciuta e pochi sanno che la sua produzione letteraria ammonta a oltre una trentina di titoli estremamente variegati.
Chi volesse addentrarsi in questo monumentale corpus letterario a febbraio avrà finalmente a disposizione la prima monografia a lui dedicata, “Busi in corpo 11. Miracoli e misfatti, opere e opinioni, lettere e sentenze”, scritta da Marco Cavalli e pubblicata dalla casa editrice Il Saggiatore (pp. 476, € 19).
[Le coincidenze, davvero, non esistono. Nella “Bacheca” si parlava di Amelia Rosselli, e nelle stesse ore Biagio Cepollaro mi spedisce il testo dei suoi “blogpensieri”. Fra i quali uno, che parla di Amelia, è versione in prosa – non so se precedente o successiva – di una sua poesia che a me è sempre piaciuta moltissimo. Allora eccoli qui, prosa e verso. a.r.]
di Giacomo Sartori
L’intervento di Giulio Mozzi “Che cosa chiedo alla critica letteraria”, mi è parso molto interessante, e condivido la maggior parte delle sue affermazioni. Ma nello stesso tempo devo confessare che qualcosa non mi torna. Perché naturalmente quando Giulio Mozzi si rivolge alla “critica letteraria” non è più il Giulio Mozzi lettore/scrittore/editore che pretende essere, ma è il Giulio Mozzi animatore di un importante blog. E naturalmente quando Giulio Mozzi animatore di cultura letteraria si rivolge alla “critica letteraria”, si rivolge in realtà – essendo quest’ultima solo un concetto astratto, e non essendo lui un don Chisciotte – a dei critici in carne ed ossa, all’insieme dei critici in carne ed ossa. E allora mi sembra che la problematica da lui sollevata non possa non essere inquadrata in un discorso più ampio, vale a dire nel tipo di rapporto che il suo blog, ma anche altri blog che si occupano di letteratura (per esempio Nazione Indiana), hanno e vogliono avere rispetto alla “critica letteraria” (giornalistica e accademica), intesa come concreto gruppo di operatori che sfornano via via dei concreti prodotti. La realtà è che, per il fatto stesso di esistere, Vibrisse e gli altri blog pongono delle richieste alla “critica letteraria” che vanno bel al di là – mi sembra – delle richieste esplicitamente formulate da Mozzi. Alle pertinentissime richieste di Mozzi-animatore, mi viene quindi spontaneo di affiancare alcune richieste – benevole e sinceramente rispettose nei confronti del lavoro da lui svolto – rivolte a lui e più in generale ai “critici dei critici”:
di Giancarlo Tramutoli

E pensare che in banca ci sono entrato vincendo un concorso da stenotipista. Una specie di stenografo elettronico. Che utilizza un pianofortino tipo Bontempi e prende accordi e acchiappa parole che poi te le metti a posto sul computer dove le hai sparate. Io che già da dieci anni scrivevo poesie. E come tutti quelli della mia generazione, sono stato massacrato dalla canzone di Venditti, quella che dice: Compagno di scuola ti sei salvato o sei finito in banca anche tu? Mentre qualche anno dopo ci si è messo pure Gino Paoli con Eravamo quattro amici al bar, che poi è vero che al bar questi parlavano di cambiare il mondo e che alla fine resta lui solo, l’anarchico poeta rivoluzionario nullafacente che uno pensa: «Ma ‘ste consumazioni come se le pagava?». Perché d’accordo che bisogna cambiare il mondo, ma quando ti fai una birra prima o poi qualcuno, anche se c’è stata la rivoluzione, il conto te lo porta.

“Rosso, aranciato, giallo, . . .”, la cantilena dei colori dell’arcobaleno l’abbiamo nel lessico famigliare fin da piccoli. Se d’altra parte osserviamo da vicino una di quelle strisce colorate che spesso nei libri si trovano ad illustrare lo ‘spettro dei colori dell’iride’, individuiamo sì quei sette canonici, corrispondenti a nomi che la cantilena ci tramanda, ma, tra l’una e l’altra di quelle piccole zone nelle quali ci sembra di individuare il verde, o l’indaco, ve ne sono molte altre cui non sapremmo dare un nome, se non in qualche caso, prendendo magari a prestito i nomi fantasiosi suggeriti dall’arte, o dalla moda, o dai cataloghi dei colorifici. E non è facile segnare confini che delimitino l’uno o l’altro dei colori dai nomi conosciuti.
La notte è il periodo di tempo che va dal tramonto al sorgere del Sole e il giorno è il periodo che va dal sorgere del Sole al tramonto e queste sembrano belle proposizioni chiare e distinte, finché almeno non ci si pongono domande pervase da quell’ansia di precisione che l’ultimo mezzo millennio di quantitativa operosità ci ha ormai irreparabilmente trasmesso.
di Massimo Rizzante
L’isola di Telemaco
Vorrei prevenire i biografi:
questa è l’ultima volta che sono al mondo
come viceconsole, shogun o Gran Mogol. Che importa?
Del resto, viaggio.