Dialogo a quattro voci sul romanzo e il romanzesco
di Stefano Zangrando
Cavalleresco, aristocratico, borghese o rivoluzionario, il romanzesco è – più concretamente – quel Kitsch di cui il romanzo, fin dalla sua nascita, non ha potuto fare a meno di nutrirsi: sono le eroiche avventure di Amadigi di Gaula, che generano il folle ideale cavalleresco di Don Chisciotte e lo conducono lancia in resta contro i mulini a vento che egli scambia per giganti; sono le melensaggini da romanzo sentimentale di cui si nutre il sottile e spietato occhio critico di Choderlos de Laclos, autore de Le relazioni pericolose; sono i romanzi d’amore e d’avventura che fanno sognare Emma Bovary, generando uno scarto fatale tra i suoi ideali romantici e la prosaica realtà borghese a cui essi finiranno per soccombere; sono, più in generale, tutte le “regressioni liriche” che ogni autore concede a sé stesso, alla propria opera e ai suoi fruitori (il romanzesco, così inteso, è ciò che dilaga oggi nel cinema popolare o in saggi critici come quello di Margaret Doody, per non parlare della fiction televisiva), ma che nel caso particolare del romanzo verrebbero accolte come bersaglio privilegiato della critica più o meno dissacrante dell’autore medesimo.

Dialogo a quattro voci sul romanzo e il romanzesco
Antifona.

Il dibattito culturale più interessante di questo inizio anno si interroga sulla cosiddetta “letteratura popolare” e ha come protagonista due donne: Carla Benedetti, scrittrice e acuta critica letteraria e Loredana Lipperini, giornalista cultura di Repubblica. Tutto inizia da un articolo di Carla il 7 gennaio su L’Espresso, poi in versione integrale su Nazione Indiana (vedi
“Oggi l’Italia è più rispettata e credibile nel mondo e in Europa, perchè tiene fede alle responsabilità che si è assunta. (…) L’Italia è cambiata ed è cambiata in meglio. E’ migliore di quella che avevamo quando nacque An a Fiuggi. Questo grazie al centrodestra.”
2002. Gaak
Per aggiungere elementi alla discussione fra Loredana Lipperini e Carla Benedetti (vedi 
Nella sala si entrava scendendo per scale strette, e poi schivando costose casse stereo allineate come sassi rituali. Seguendo l’invito del commesso si accomodarono nell’ambiente, racchiuso da una porta di vetro infrangibile. P. vide le pareti rosse e irregolari, ricoperte di quel materiale spugnoso che serve a spegnere e contenere le vibrazioni sonore. C’era un solo divanetto, senza schienale, e all’altra estremità dell’ambiente una fila di amplificatori e casse da collegare. Gli schermi appiattiti sulla parete sembravano pannelli di un tempio, di cui non si leggeva più il messaggio. «La soluzione migliore», disse l’uomo del negozio, «potrebbe essere questa». Sollevò da un angolo un altoparlante piuttosto compatto, sul cui lato si aprivano complesse aperture circolari concentriche. «Non ha la mascherina. Si usa come spia. Ma ha il miglior rapporto qualità-prezzo. Il visore è al plasma, quello al centro».
