di Sergio Nelli
E’ morto Alfredo Salsano, direttore editoriale della Bollati Boringhieri. Lo apprendo stamani, domenica, sfogliando l’Unità a pagina 22 e leggendo l’articolo di Bruno Bongiovanni Alfredo Salsano, maestro di studi politecnici. Appena ho visto il suo nome nel titolo ho capito e mi è venuto un nodo alla gola.
Una settimana fa, gli avevo lasciato un messaggio in segreteria in cui dicevo più o meno: “Mi hanno messo un copricapo di piume e sono entrato a tutti gli effetti in Nazione Indiana. Ti ho cercato due o tre volte ma al telefonino c’è sempre questa segreteria. Come stai? Tieni duro.”
Gli avevo lasciato questo messaggio perché mi aveva spronato a inserirmi in questo gruppo (sul quale però non aveva pronunciato parola), e, mi sembrava, anche, a liberarmi del tutto da quella ineffettualità che da troppo tempo porto come una soma senza alcun frutto.
Sapevo che stava male, ma non che la sua situazione fosse così grave. Che avesse così poco da vivere.




IL MIO AMICO CRITICO: Non possiamo parlarci sullo stesso piano, dentro le nostre opere. Tu parli attraverso la tua opera, io attraverso la mia (visto che hai la bontà di considerare “opera” anche quel che scrivo io). Possiamo parlarci fuori delle nostre opere.
Caro Antonio, rieccomi a tediarti con le mie richieste. Intanto ti dico che ho preparato un tè verde dello Yunnan che si presenta in una simpatica scatola cilindrica di cartone verde. Il contenuto è avvolto in una carta molto croccante, ed è una specie di nido fatto di foglie pressate. Molto piacevole. L’ho comprato in un negozio di fronte alla sinagoga, in piazzetta Primo Levi, qui a Torino.
IL MIO AMICO CRITICO: Sei un po’ vago… Dimmi chiaramente quale sarebbe l’alternativa al mio modo di fare critica.
Siamo così giunti al termine in questione: entropia.



Il Perugia si è salvato. Nel prossimo campionato resterà in serie A.
Carlo V (che gli spagnoli chiamarono e continuano a chiamare Carlos primero) si ritrovò a capo di un impero mondiale nel 1519, neanche due anni dopo che Lutero aveva affisso le sue novantacinque tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg.

Ho confrontato tre opere che hanno ben poco in comune. Mi pare un attacco niente male per convincere il lettore a lasciare perdere o a farmi incatenare. In realtà mi sono convinto che a intime profondità tutt’e tre le opere di cui voglio trattare siano sovrastate dalla morte. Per morte non intendo solo il fenomeno metafisico che ispira gesti scaramantici, ma anche ciò che riguarda l’eternità, e con essa l’infinito.