Della guerra

3 marzo 2009
Pubblicato da

suntzu

di Nadia Agustoni

“[…] un esercito perdente insegue invece il successo partendo dallo scontro diretto.”

Sun Tzu

Italo Calvino in Perché leggere i classici si poneva una domanda:

«Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l’agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell’attualità?». 1

Difficile dare una sola risposta. Si leggono i classici e i libri in generale perché non li si è ancora letti, oppure li si rilegge perché ci interrogano. I libri sono, alcune volte, una bussola con cui orientarsi. Quello che offrono è una traccia da seguire e dei percorsi. Se tutto va bene ci aiutano a scoprire qualcosa di nuovo o a leggere il mondo da una prospettiva diversa da quella a cui siamo assuefatti.

Il trattato L’arte della guerra di Sun Tzu è uno smilzo libretto che si trova in più edizioni.
Quella che mi è capitato di leggere è dei Tascabili Deluxe, Newton Compton Editori 2 e ha una presentazione di Wu Ming e una introduzione a cura di Riccardo Fracasso.
La presentazione si legge con un certo interesse perché prende di mira alcune persone e categorie non proprio simpatiche come l’amministratrice delegata della Hewlett-Packard Corp, Carly Fiorina, e l’industria discografica e infine l’autrice di bestseller Chin-Ning Chu “che ha costruito una carriera multimilionaria nell’adattare Sunzi al mondo del business”3.

In La svastica sul sole, i personaggi creati da Philip Dick consultano l’I Ching a cui domandano responsi. L’I Ching ha assunto nel loro mondo un’importanza notevole e non a caso l’altro libro che ha un ruolo di rivelazione nella trama, è un romanzo, La cavalletta non si alzerà più, che racconta un’altra versione della storia, opposta a quella ufficiale diffusa dalle forze dell’Asse uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale. 4
Ma se L’I Ching è continuamente consultato nel romanzo di Dick, qualche sospetto induce l’uso del trattato di Sun Tzu nel mondo di Wall Street.
Nel caso di L’arte della guerra quello che Wu Ming mette in discussione è se i manager che lo citano tanto spesso lo abbiano davvero letto e lo abbiano capito. L’esempio che porta è quello dell’industria discografica e della “lotta alla pirateria musicale” che “spesso è stata una lotta contro internet tout court , e soprattutto contro il pubblico. E’ ormai parere diffuso che tale offensiva – in corso da quasi un decennio – si stia concludendo con il suicidio dell’industria discografica.5
La battaglia contro i propri clienti non ha permesso alle major di limitare i danni né di trovare una “riconversione” ed è esattamente il contrario di quanto insegna il libro di Sun Tzu.

Guardando all’insensatezza con cui tanti affari sono condotti, quanti osservatori, tutt’altro che pericolosi estremisti, hanno rilevato la logica solo predatoria che guida le classi dirigenti? Si sfonda una porta aperta, ma l’interesse immediato di pochi travolge alla fine tutti.
Nella storia dei conflitti, ed è solo un esempio, una narrazione contrapposta alla “Storia” dettata dal potere, potrebbe essere un resoconto dei fatti e delle modalità che hanno portato gli operai argentini a occupare le fabbriche abbandonate dai padroni e a riavviare la produzione.
Non so dire se l’assunzione di responsabilità e decisionalità dal basso siano in sintonia con le idee di Sun Tzu, ma lo spettacolo offerto da manager e politici di ogni sorta premiati per i fallimenti e per la gestione suicida di capitali e risorse non era nell’orizzonte del suo tipo di pensiero.

Il libro di Sun Tzu trasmette una visione della guerra ben poco militarista. Il trionfo è vincere il nemico senza combattere. Quindi Sun Tzu non consiglia la guerra e anche qualora sia necessario cominciarne una, le istruzioni sono ben ancorate al buon senso.
Sconsigliata è la distruzione di un paese, l’umiliare gli sconfitti e il chiudere tutte le vie di ritirata a chi scappa.
Tra le virtù richieste ai comandanti c’è quella del “comando” che è uno dei cinque punti strategici e “indica le virtù dei superiori: conoscenza, sincerità, umanità, coraggio e severità”. 6
Quello che si dovrebbe chiedere a se stessi e usarlo ogni giorno della nostra vita.

Se non intendiamo avvalerci del trattato di Sun Tzu per uso quotidiano, nulla ci impedisce un confronto con quanto sappiamo della guerra, soprattutto quella moderna con la sua alta capacità distruttiva. Dire che ha ben poco a che vedere con questo classico della saggezza orientale è un ovvietà. Le stragi di civili o “effetti collaterali”, i danni alle strutture vitali di un paese, la devastazione di terra e corpi (una vera affermazione dello stupro e l’assoluta derisione dei deboli) sono la parte più eclatante. Distruggere la convivenza, colpire la cultura e il senso di civiltà, con bombe, fame e limitazioni di ogni tipo, sembra essere il corollario della rapina di materie prime e dell’assicurarsi posizioni strategiche vantaggiose.
Gli imperi hanno spesso agito così quando gli conveniva ed è solo quando qualcuno è consapevole che questo può minare la stessa esistenza di chi infierisce che le cose possono cambiare.
La spinta a invertire un processo di aggressione parte spesso dal basso.
Gli ultimi decenni testimoniano a riguardo. Bisogna aggiungere, però, che se per molti è un senso di umanità e solidarietà a prevalere comunque, molti altri dicono no alla guerra per stanchezza e paura.
Rebecca Solnit ci mette in guardia dal cadere nella disperazione riguardo la possibilità di fermare una guerra o di contrastarne gli effetti e ci ricorda che il potere simbolico è l’inizio del cambiamento:

“Una marcia è quando il corpo parla camminando, quando dei privati cittadini si trasformano in quel misterioso fenomeno chiamato pubblico, quando l’attraversamento dei viali della città diviene un modo per incamminarsi verso degli obiettivi politici.”7

A volte una sconfitta è solo il tassello di un mosaico più ampio che non ci è dato vedere intero:

“I milioni di persone che hanno manifestato il 15 febbraio [2003] hanno rappresentato qualcosa che ancora non è del tutto compreso, uno straordinario potenziale in attesa, in attesa di qualche catalizzatore che lo faccia sbocciare del tutto. Esiste già un nuovo immaginario della politica e del cambiamento […].”8

Lo scriveva in piena epoca Bush.

L’arte della guerra, secondo Samuel B. Griffith, avrebbe influenzato la strategia di Mao Tse-Tung . L’esercito degli Stati Uniti ha incluso questo classico fra le opere per la formazione del personale. Ai lettori de L’arte della guerra può sembrare che l’esercito degli Stati Uniti abbia in dotazione una traduzione diversa del trattato, ma forse, come spesso accade, non è chi legge a decidere.

C’è un curioso episodio che si tramanda riguardo Sun Tzu. Non si sa se sia vero.
Lo si trova anche in appendice a questa edizione.
Pare che su invito del re di Wu abbia dimostrato l’efficacia del suo trattato nel muovere le truppe usando in un esperimento le concubine dello stesso re al posto dei guerrieri.
Queste, pur avendo capito le istruzioni di Sunzi, si misero a ridere.
Sunzi ordinò la decapitazione delle favorite che guidavano i due gruppi in cui erano divise le donne e si avvalse, per scavalcare il re che cercava di fermarlo, del potere che ha un generale una volta nominato di non obbedire ad alcuni ordini.
Una lezione questa che mi ha ricordato lo slogan “una risata vi seppellirà”, ma con un finale che smentisce ogni possibile fine comica del potere. 9
La guerra era ed è una cosa seria.

Note:

  1. Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995, ma per questo articolo mi sono avvalsa della versione online:
    http://www.classicitaliani.it/novecent/calvino_01_classici.htm []
  2. Sun Tzu; L’arte della guerra, Tascabili Deluxe Newton Compton Editori, 2008. []
  3. Ibidem; pag. 9 []
  4. Philip K. Dick; La svastica sul sole; Fanucci Editore, 1997
    Come è noto nel romanzo di Dick le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale. Circola però un libro, La cavalletta non si alzerà più, che racconta un’altra versione della storia rispetto a quella ufficiale e dice che le forze dell’Asse sono state sconfitte dagli Alleati []
  5. Sun Tzu; ibidem, pag. 13 []
  6. Ibidem, pag. 28 []
  7. Rebecca Solnit; Speranza nel buio, pag. 70, Fandango Libri, 2005 []
  8. Ibidem, pag. 72 []
  9. Richiederebbe una trattazione a parte parlare della risata del potere quando è derisione verso le vittime. La risata delle SS nei campi di sterminio di fronte ai corpi nudi dei prigionieri, specie se donne, e la stessa risata compiaciuta vista in un filmato sull’Afghanistan, verso le donne con il burqa che vivono di elemosine perché gli è precluso ogni accesso al mondo del lavoro, e ancora nelle foto delle torture ad Abu Ghraib lo sberleffo di chi comanda verso chi è impotente. Ognuno potrebbe aggiornare l’elenco con quello che vediamo ogni giorno: soprusi sul lavoro, derisione dei diversi, il ridere alla notizia del barbone bruciato ecc. []

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6 Responses to Della guerra

  1. macondo il 3 marzo 2009 alle 15:16

    Perché leggere i classici? Come leggerli, come ri-viverli da “moderni”?

    “E’ possibile Achille con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade con il torchio tipografico o addirittura con la macchina tipografica? Con la pressa del tipografo non scompaiono necessariamente il canto, le saghe, la Musa, e quindi le condizioni necessarie della poesia epica?
    Ma la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili” (K. Marx, Grundrisse, vol. I).

    Mica male, il Moro, eh?

  2. sergio il 3 marzo 2009 alle 15:25

    “Guardando all’insensatezza con cui tanti affari sono condotti, quanti osservatori, tutt’altro che pericolosi estremisti, hanno rilevato la logica solo predatoria che guida le classi dirigenti?”

    Troppo pochi. Chi paga il conto di questa logica predatoria sono altri, e quando un capo di governo dice che costerebbe troppo sostenere chi resta senza protezione sociale non fa che ribadirlo. C’è da stupirsi?

  3. viola il 3 marzo 2009 alle 16:57

    una lettura come sempre “pre-testuosa” di Nadia, che dei libri si serve giustamente per sondare la realtà che ci circonda qui-ora, la stessa di Sun Tsu…e dei classici….con qualche sequel di milioni di morti ahimè. Un abbraccio a lei e un altro, più che affettuoso, ad Orsola, Viola

  4. francesco t. il 3 marzo 2009 alle 22:15

    E’ vero, Viola, le letture di Nadia sono sempre uno stimolo importante alla riflessione. Una critica che lascia – giustamente – spalancate le porte dopo averle aperte.

    Sulla guerra in sè poi si potrebbe dire tutto ed il contrario, probabilmente. Mi viene in mente solo un pensiero passeggero, da biologo: la guerra può essere brutalmente modellizzata in matematica. Le leggi che ne consentono lo studio numerico sono pressochè uguali a quelle che studiano i rapporti fra predatore e preda.
    E poi parliamo di esportazione della libertà…

    Francesco t.

  5. niky lismo il 3 marzo 2009 alle 22:54

    Bentornata
    Bentornate

  6. nadia agustoni il 4 marzo 2009 alle 04:51

    Ringrazio.
    Un saluto.