SCIABORDI di Emilia Dagmar

4 febbraio 2011
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[eccovi un racconto che mi è piaciuto della scrittrice italo-svedese Emilia Dagmar tratto dalla raccolta La seduzione rudimentale, Senza Patria editore, € 5,00, già recensito ad esempio qui, a.s.]

Decima

Oh, sì, stavolta è quella buona, certamente e finalmente. D’altronde mi dice che mi ama e mi ha anche dedicato I was born to love you dei Queen. Gli è addirittura balenata l’idea di avere un figlio con me, attempata signora che ha archiviato da tempo il capitolo della riproduzione, e me l’ha svelata con esitante commozione.

È uscita fuori un po’ per caso questa storia. Archivio tiepida il primo incontro. Svolazza un inizio di corteggiamento che si appollaia tenace su due labbra incollate una sera di fine novembre sotto la pioggia. Toh, quanto mi piace questo uomo fresco, appassionato, tenero, riflessivo. Toh, quanto gli piace questa donna navigata, arguta, scostumata e romantica. Ne ammira l’intelletto e il corpo competente. È valsa la pena solcare così tanti letti sfatti, orfani d’amore, per approdare qui. Certo è un guaio vivere questa storia nella clandestinità, ma presto tutte le cose si aggiusteranno. Sicuro. Col dovuto tatto sapremo gestire la fine del suo ventennale matrimonio. Come no. E poi siamo innamorati e invincibili. Rassicurati dalle irrefutabili prove della nostra passione. Tre tacche in rapida sequenza anche questa mattina, considera ringalluzzito di adolescenziale ardore mentre si rinfila la giacca e raccoglie da terra la cartella di cuoio prima di andare al lavoro. Nel frattempo gli esplode tra le mani lo scandalo familiare di cui sono involontario detonatore. Dopo un breve attimo di incredulità, si srotola il copione doloroso e tragico di una moglie lasciata. Compatti e solidali con la parte debole, familiari e amici lo mettono in stato di accusa. Lui, il bravo ragazzo per antonomasia. Ex boy scout, cattolico credente, sportivo, marito e padre esemplare, stimato professionista. Nessuno sa dell’inquietudine. A nessuno è stato mai raccontato degli adulteri e di certi giochetti erotici. Inconfessabili se non a me durante torbidi congiungimenti. Diventa preoccupato, isolato, desolato. Lo accolgo saggia, paziente, premurosa. Intanto faccio piani per il futuro che, non lo dice subito, ma lo spaventano a morte. Ho la malaugurata idea di ripensare la pianta della casa per trovare il modo di ricavare un secondo bagno e una stanza degli ospiti. Ho la malaugurata idea di esprimere l’auspicio di una vacanza da trascorrere tutti insieme, i miei e i suoi figli, magari in barca a vela, alla prima occasione. Che ne dici? Mi incenerisce rispondendo che non avverrà mai. Se, e quando, lui presenterà me ai suoi figli, saranno così grandi dal non voler passare le vacanze col padre. Tapina. I miei figli, invece, glieli ho presentati. È il primo uomo con cui lo faccio. Mi fido. Sono sicura che ne valga la pena. E lui all’inizio così curioso, tremebondo alla prospettiva di incontrarli e piacere loro. Malgrado tutto continuo ad essere gioiosa. Come quando possiamo ritagliarci una serata tutta per noi o quando programmiamo, audaci, una settimana di vacanza. O quando riprendo in mano con piacere libri di cucina impolverati da anni per preparare succulente cenette a lume di candela. Barlumi di vita di coppia senza ascoltare il rombo lontano di un’agonia ormai prossima. Accumulo stolida segnali di disinvestimento affettivo. Devo stare da solo, cavarmela da solo. Mi sono fatto rubare la mia giovinezza Oh, certo caro, comprendo. Sono l’imperatrice mondiale della comprensione io. Anche del conforto, della non intrusione, dell’assenza di possessività. Sono la donna più figa del mondo. Quindi gli dico di seguire la sua strada. Un grande bacio, amore mio, prendi il largo che ti saluto dalla banchina con un bel sorriso. Invece sulla banchina sto col fazzoletto zuppo di lacrime. Già, le lacrime che si erano pietrificate venticinque anni prima, escono tutte fuori senza ritegno, anche davanti i figli annichiliti dallo stupore. Infelici di vedermi infelice, coniano per lui, l’uomo cattivo che fa piangere mamma, l’appellativo di bocca larga e cuore stretto e intanto mi scrutano trepidi di sottecchi anelando un segnale di benessere da parte mia. È un dolore inaudito, fisico, senza tregua. Io ci credevo. Ce la stavo mettendo tutta. Avevo asservito il corpo al cuore e all’anima e glielo stavo dando tutto intero senza risparmio. Sciocca creatura. Quinquagenaria ingenua. Dilettante sentimentale. Non te l’hanno insegnato che in amor vince chi fugge? Fare la preziosa. Concedersi col contagocce. Lesinare, lesinare, lesinare. Odio queste raccomandazioni da vecchia zia. Rifiuto da sempre questa saggezza popolare a buon mercato. Eppure sembra funzionare. Tempo un mese e mi viene a cercare. Accetto di vederlo e la diffidenza si squaglia in meno di un’ora. Ebete di devozione, prodiga di attenzioni, mi dico che si è reso conto di quello che stava perdendo. Si ricomincia, evviva! Tutto daccapo. Ascoltare, consigliare, carezzare, accogliere, ridere, fare sesso. E allora Gran Plateau Royal di ostriche e crostacei, poffarbacco! E amorevoli massaggi. E seta e sorrisi e quello che vuoi, amore mio. Però non mi chiama più amore. Non si parla di progetti. Solo l’oggi. L’infatuazione è cessata per lasciare il posto al bisogno di conforto e all’estasi degli orgasmi. Su e giù qualche mese in un ottovolante di speranze, cercando con pazienza di cogliere favorevoli presagi. Macché. Di nuovo la necessità di troncare. Accetto con rassegnazione amara il suo secondo addio. Lo aggiungo ad un’altra serie di capitoli che si chiudono della mia vita, affastellati tutti in un mese o poco più. Novembre: la sagra della vulnerabilità. Annaspo in una solitudine senza rimedio che mi tiene compagnia in interminabili notti insonni. Arriva il pomeriggio di San Silvestro. Gli scrivo che è stata la persona più importante dell’anno e simili baggianate di cui sono sinceramente convinta. Si presenta alle dieci e mezza di sera, una bottiglia di champagne in mano. Il cuore batte all’impazzata a entrambi. Ci abbracciamo fino a togliere il fiato. E poi baci, sguardi, amore fino all’alba quando, poco prima di dormire, mi sussurra io voglio te. Queste tre parole mi si conficcano nel cuore. Poi l’indomani mattina a dirmi che sono bella anche al risveglio. Che, certo, confrontata con le altre, svetto di almeno due spanne, ché, non è carino a dirsi, ma i confronti sono inevitabili. Torna a casa e, le mie lenzuola ancora tiepide, si precipita a scrivere in un blog che spera in un anno nuovo pieno di belle gnocche, ma questo lo leggo solo un mese dopo. Nel frattempo mi invita a cena da lui. Elegante in una giacca avvitata tabacco, gonna antracite, calze a rete e décolleté in cuoio scuro, faccio la mia entrata nel suo monolocale. L’ha rimesso a nuovo. Appesi i quadri di famiglia alle pareti, un divano finalmente acquistato dopo tanti tentennamenti, un tappeto orientale a coprire le brutte maioliche sbeccate, una nuova libreria montata tutta da solo. E poi ovunque i segni del mio passaggio. Dal secchiello del ghiaccio decò alle piante aromatiche sui davanzali, all’attaccapanni di design, perfino l’olio toscano per insaporire una cena preparata con cura. C’è un implicito sentore di commiato in tutta questa attenzione. Un retrogusto amaro che sale alla gola boccone dopo boccone fino a quando un groppo di lugubre desolazione si trasforma in silenziosi occhi appannati dalle lacrime. Distolgo lo sguardo. Deglutisco e respiro a fondo. Non ho voglia di mostrare le lacrime ancora una volta. Insubordinate e discrete, scendono da sole. Sono diventata una fragile piagnona e mi detesto per questo. Mi consola, ma non smentisce. Vorrebbe farmi un lascito di complimenti. Quello di apparire molto più giovane della mia età, ad esempio, insieme alla certezza che così sembrerò anche a sessant’anni. Oppure il presentimento di un futuro pentimento per essersi lasciato scappare una donna dalle qualità così rare e straordinarie. Ti devo tutto. Sai che me ne frega. Il mio commiato è invece il corpo nudo steso sul tappeto. Lo prende e ne gode riconoscente. Mi rivesto lentamente e con un’oppressione crescente percorro i pochi metri verso la macchina mentre risuona il ticchettio delle mie scarpe nella notte fonda.

I giorni seguenti mi impegno con determinazione a cancellare tutte le sue tracce. Via dalle rubriche. Via dai contatti. Non voglio più leggere il suo nome neanche per sbaglio. Tutte le foto cancellate con furia iconoclasta. Due mesi dopo, però, gli scrivo due mail. La prima è per metterlo a parte della mia sublime conclusione: siamo due cretini a star lontani. La seconda è per invitarlo a una festa, quella sera stessa. Se vuole, mi mandi un sms ché sto uscendo. Vado alla festa e penso che la bella pensata sia caduta nel vuoto. No. Era il telefonino che non aveva campo: decine di chiamate senza risposta da un numero che conosco a memoria. Mi precipito a richiamarlo. Sta arrivando. Incredula, sono ebbra di felicità. Gli piacciono le occasioni mondane. Balliamo anche, per la prima volta in quindici mesi. Mentre guido verso casa mi arriva un messaggio che mi invita a cercarlo appena possibile. Lo faccio e mi chiede di raggiungerlo. Lo faccio e mi invita a spogliarmi per dormire assieme. Niente sesso, solo coccole e chiacchiere. Si smentisce in men che non si dica. Ancora una volta facciamo l’amore. Il suo orgasmo è un’apnea che gonfia allo spasmo le vene del collo. Mesi prima avevo pronosticato che avrebbe imparato a liberare il piacere. Ammette con tenerezza di non essere ancora capace a farlo. Trattiene molte cose, non solo il piacere. So che non dormirò, come quasi mai sono riuscita a fare con lui, e lo osservo per ore mentre riposa placido. Al mattino mi mostra il mio spazzolino da denti che tiene lì da tempo, nel bicchiere insieme al suo, come un auspicio. Prepara la colazione, si veste mentre lavo le tazze. Sembra non volere lasciarmi andar via. Poi un bacio sulle labbra e nessun, reciproco, impegno o arrivederci. Non formulo congetture. Non aspetto niente. Inaspettata, arriva 48 ore dopo una sua telefonata. Chissà cosa avrà da dirmi. Ciarliera racconto le ultime novità del mio lavoro. Lui risponde asciutto, con la voce di chi abbia delle comunicazioni gravi da fare. Le attendo con una vena d’apprensione. Mi arrivano, distillate con nonchalance, una sequela di informazioni che accetto acquiescente. Per venire alla festa, ha dato buca alla sua donna attuale e l’ha fatta star male. Di donne che gli ronzano attorno ne ha in quantità e più lui si schermisce tribolato, più ne sono attratte. Se poi solo le bacia, cadono in deliquio. Comunque non mi batte più il cuore per te. Clic. Impiego del tempo per capire fino in fondo a quale umiliazione mi sia prestata. Ho perduto, per la prima volta e per sempre, la mia innocenza sentimentale. Vago qualche mese in uno sciabordio di pensieri inutili. In penose suggestioni di rivalsa. In una risacca di ruggine.

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2 Responses to SCIABORDI di Emilia Dagmar

  1. Irene il 4 febbraio 2011 alle 14:14

    come ritrovare tra parole e sensazioni i propri vissuti in un modo quasi imbarazzante, ma anche liberatorio

  2. monica mazzitelli il 4 febbraio 2011 alle 16:17

    Concordo con te Irene, sono trappole che fanno parte di un vissuto inevitabile, purtroppo… catartico sentirle nobilitate da questa ferocissima prosa…