La meraviglia e la volontà di dire

9 maggio 2011
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La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano

Una delle questioni che più urgentemente pone il lavoro di Michele Zaffarano è certo quella della disgiunzione tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore. La sua scrittura, infatti, si muove in uno spazio precedente alla “volontà di dire” che si considera spesso, per annosa tradizione o per semplice pregiudizio, alla base della scrittura poetica (se non della scrittura tout court). Così facendo, Zaffarano offre la possibilità di un modello diversamente organizzato di letteratura, di testo, di lettura, e permette l’esperienza di quella che potremmo definire una meraviglia radicale, strettamente legata alla dimensione quasi pulsionale, originaria del significato (delle cose, delle parole).

Si è soliti pensare alla scrittura come alla sede di esplicazione di una volontà di dire che si origina, più o meno profondamente, nella persona dell’autore. Più specificatamente, si considera la scrittura letteraria o poetica come un luogo dedicato a quella volontà, una delle sedi in cui quella pretesa di formulazione di senso, di produzione di significato, quella propensione al pronunciarsi trova una compiuta implementazione. All’origine di questa volontà, come suo motore primo, si individuano in genere due spinte, sotto diversi aspetti complementari e simmetriche: da una parte, il tentativo di spiegare il mondo, di dare conto di una figura che attraversa le cose, le relazioni e gli eventi di cui l’autore si sente testimone e verso cui sente la responsabilità o il desiderio di una rappresentazione; dall’altra, lo sforzo di spiegare se stessi, di verbalizzare i moti che costituiscono la propria esperienza del mondo, la propria esperienza del suo senso, e che si incanalano verso un’espressione. Comunque sia, le due spinte danno luogo alla volontà di dire le cose per come sono o per come le si sente e questa volontà genera il testo e il suo significato come incarnazione dell’intenzione dell’autore. La stessa esperienza della lettura è condotta, nella maggior parte dei casi, in misura di questa volontà di dire, presupponendo una relazione diretta, se non proprio una coincidenza, tra ciò che è scritto e ciò che “vuole dire” l’autore, una relazione sancita dall’architettura retorica, dal ritmo delle frasi, dalla scansione delle figure. A partire dal senso di ciò che è scritto, si riconduce così l’attività di decodifica, il lavoro ed il piacere semiotico della lettura, alla riproduzione, o addirittura alla riscoperta, dell’intenzione dell’autore, del suo “messaggio”.

Ora, cosa succede quando l’autore non vuole dire niente? Cosa succede al testo? Cosa succede all’esperienza della lettura? A partire da queste domande può essere affrontata, nel suo insieme, la scrittura di Michele Zaffarano.

Il tipo di spinta, infatti, che sta alla base di testi come “Wunderkammer” o “Bianca come neve” non è riconducibile all’una o all’altra delle configurazioni generali della “volontà di dire”. Anzi, il lavoro di Zaffarano è un tentativo esemplare di esulare da questa volontà, di muoversi inaspettatamente rispetto al gioco del messaggio, dello scopo, dell’intenzione. E di conseguenza, facendo saltare l’equilibrio tra l’intenzione dell’autore e il senso del testo, anzi, togliendo al senso del testo (che cosa dice il testo?) la struttura soggiacente dell’intenzione dell’autore (che cosa vuole dire l’autore?), quella scrittura permette al senso di attivare una sua fascinazione originaria, rigenera nella sua fruizione un piacere radicale del senso stesso.

Una delle caratteristiche più marcate della scrittura di Zaffarano, che si ritrova sia negli elenchi che nelle prose come anche in quelle che possono passare per “normali poesie”, è la quasi assoluta mancanza di una teleologica. Non c’è una frase subordinabile ad un’altra, non c’è modulazione, non c’è un filo del discorso. Il flusso del testo, spesso costruito riutilizzando materiali miscellanei e preesistenti, procede in una successione più o meno monotona, più o meno ininterrotta, a seconda dei casi vivace o quasi ipnotica, senza che le argomentazioni, i tropi, le immagini vengano finalizzate non tanto in una tesi ma anche solo in qualche tipo di formulazione, un oggetto semantico, un messaggio che possa equivalere a “quello che vuole dire l’autore”.

E tuttavia si noti che i testi sono del tutto perpiscui, almeno localmente. A differenza di molta scrittura negativa, di molta scrittura che, appunto, non vuole dire niente, la soluzione di Zaffarano non è infatti il “semplice” assurdo, l’incongruente, l’inintelligibile. Il salto sintattico o semantico, anche se presente, non è il motore del testo. Spesso, anzi, Zaffarano non rinuncia neppure alla costruzione retorica, al gusto della callida iunctura o della frase ben tornita. I suoi testi sono forse molto più leggibili di altri. Anche in senso proprio, come vedremo: si fanno leggere molto più compiutamente di altri.

Il punto però è che il materiale testuale, con le sue retoriche, i suoi significati e così via, non è viene mai messo in posa, non è mai orientato. Le stringhe possono essere corrette, trasparenti, le relazioni semantiche mantenute, eppure la sintesi, il succo del discorso viene continuamente rimandato. Tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore viene instaurata, per così dire, una relazione asintotica, una traiettoria di infinito avvicinamento che mai si realizza. L’intenzione non viene mai conseguita ed il senso, non trovando mai la propria compiutezza, subisce una continua riformulazione, una posposizione ininterrotta. E più questa latenza viene mantenuta, più il significato di ogni periodo, di ogni frase, di ogni singola stringa, è ineludibile e irresolubile: non avendo un costrutto semantico più ampio in cui sublimarsi, ogni singola affermazione vale per sé, deve essere letta per sé.

Eccoci arrivati, in questo modo, a quello che sembra essere il motore più profondo della scrittura di Michele Zaffarano e la fonte originaria del piacere che riesce a progettare e generare. Rimandata continuamente la cosa che si vuole dire, rimane in tutta la sua realtà la cosa che è stata detta. La singola stringa, la singola istanza di formulazione, la singola produzione sintattico-semantica occupa il primo piano e ci mostra, senza altro scopo, quella specie di collasso metafisico che è l’uso effettivo del linguaggio, quel “miracolo” che è la generazione di una frase, di un sintagma. Da questa esposizione sorge la meraviglia, che è il cuore dell’operazione poetica messa in atto da Zaffarano: la meraviglia e il piacere del senso, della conoscenza, dell’ordine; il piacere e la meraviglia del lessico, della grammatica, del significato.

Per riprendere un paragone fatto più volte dallo stesso Zaffarano, è come se avessero preso la casa dei fantasmi, quella che sta un po’ isolata dalle altre, cadente, di fronte a cui tutti passano con timore ma anche affascinati, stregati da quegli scorci, dalle facciate, dagli angoli in ombra, e l’avessero fatta a pezzi, dissacrata, dispersa. Di colpo, si potrebbe pensare, il mistero è disfatto, il mostro è scomparso. Ed ecco che ci si accorge che i singoli mattoni, le tegole, le intelaiature delle finestre, i pezzi di intonaco continuano a pulsare di una vibrazione sinistra, arcana. Ogni frammento diventa una specie di reliquia e non cessa di generare fascinazione, meraviglia.
Nello spazio che la strategia testuale di Zaffarano apre, tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore, è proprio questo quello che succede. I brani, i pezzi di scrittura anodini, non cessano di dire quello che dicono e il testo non permette di concludere la lettura, di recepire quello che l’autore vuole dire.

Per concludere, si noti che così come l’intenzione non viene mai conseguita, allo stesso modo anche il punto di vista, la formulazione piena del soggetto che parla (e, si noti, che legge) è continuamente ritardata, riaggiornata. Questo è un aspetto strutturalmente complementare all’idea di testo che Zaffarano porta avanti ed è un tratto che allarga la questione, dal problema estetico, ad una più ampia teoria della letteratura che, secondo queste linee, è sempre etico-politica. Ritardare la formulazione di un soggetto nel testo vuol dire, infatti, anche rendere il testo stesso il luogo di una riformulazione continua della realtà del soggetto nel mondo, come anche della realtà del mondo stesso. A questo progetto generale, avendo scartate le due istanze della rappresentazione e dell’espressione, possiamo forse ricondurre la scrittura di Zaffarano, che non certo nel mero nichilismo o nella mera decostruzione trova le sue radici ma, anzi, nella realtà fenomenica del linguaggio, nella dimensione erotica del senso, nella sua insolubilità.

[una versione ridotta di questo saggio è apparsa qui. i testi di michele zaffarano apparsi su nazione indiana, insieme ad altre cose, sono qui]

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11 Responses to La meraviglia e la volontà di dire

  1. Riccardo Raimondo il 9 maggio 2011 alle 12:26

    Carissimo, mi trovi completamente in disaccordo, mi dispiace.
    Anzi, trovo che la tua critica sia assolutamente superficiale.

    Intanto non è affatto vero che – come scrivi – «Si è soliti pensare alla scrittura come alla sede di esplicazione di una volontà di dire che si origina, più o meno profondamente, nella persona dell’autore». Affatto! Anzi, direi Quasi il contrario. Spesso la scrittura poetica è vista come luogo di gratuite effusioni, trascurando i segreti di quella Camera Delle Meraviglie che giustamente chiami in causa.

    In secondo luogo le implicazioni etico-politiche cozzano fortemente con l’anti-intenzionalità che tu descrivi – appunto – “al di qua” dell’intenzione.
    Mi pare che questo passaggio sia fortemente contraddittorio. Sottolineare la non-intenzione, anche questo è pur sempre un’intenzione.

    Le tue domande sono attente e molto opportune, ma trovo completamente errate e fuori luogo le tue risposte.

    - «Ora, cosa succede quando l’autore non vuole dire niente? Cosa succede al testo? Cosa succede all’esperienza della lettura?».
    Tento di rispondere.

    Succede che si apre lo sguardo a un luogo/logos diverso, dove la logica abbandona il normale processo induttivo e viene espressa maggiormente da quello deduttivo; dove attraverso un dialogo maggiore con il lettore (che è inevitabilmente chiamato a porre molta attenzione al testo) s’invita a una conoscenza dialogica. Il filtro resta, la struttura pure, ma invece che “logica” potremmo chiamarla “fisio-logica”.

    In questo senso forse si potrebbe parlare di “dimensione erotica del senso” – anche se espresso in questa maniera, a mio modesto avviso, non significa assolutamente nulla. E non esiste “l’insolubilità del senso” – è un ossimoro, un gioco della fantasia, un sofismo. Piuttosto si potrebbe dire che il Senso trova altre vie; che il Logos vive in altre dimensioni e non solo in quella che usualmente noi ci raffiguriamo.

    All’opposto si rischia davvero di fare “decostruzionismo prêt-à-porter”, “nichilismo pop” – il che si può anche fare, per carità, ma senza però ammantarlo di speciale e inedita scoperta letteraria.

    con i miei migliori pensieri

    Riccardo Raimondo

  2. gherardo bortolotti il 9 maggio 2011 alle 17:42

    chiaramente non sono d’accordo con quello che dici ;-)
    mi limito però, su questo passaggio:

    “le implicazioni etico-politiche cozzano fortemente con l’anti-intenzionalità che tu descrivi”

    a segnalarti che, secondo me, confondi il messaggio che in genere si presuppone nel testo (e che appunto zaffarano elude) con il senso generale della pratica della scrittura – e di una scrittura particolare come quella qui trattata.

  3. differx il 10 maggio 2011 alle 10:24
  4. Riccardo Raimondo il 10 maggio 2011 alle 10:51

    Caro Gherardo, approfondirò la questione e magari ci ritorniamo :)

    Intanto ho potuto apprezzare il bellissimo articolo del Maestro Giovenale…
    Mi sa che non andremo mai d’accordo con questo «vicino al ‘letteralismo’ di alcune strade della sperimentazione recente. È un fronte della ricerca che ha volentieri e recisamente smesso di fondare lo spessore della pagina su quelli che Christophe Hanna chiamerebbe “bibelots” (gingilli), ossia sui tropi e metri ben torniti e tagliati, sulle rime mirate, sulle summae di simmetria retorica, sulle peripezie fonologiche, su Jakobson e sul messaggio che specchia il messaggio, in definitiva.» (Marco Giovenale)

    ad continuum
    :)

    rr

  5. andrea inglese il 10 maggio 2011 alle 11:13

    c’è un sacco di poeti che hanno grandissime cose importanti da dire e che non si capisce niente quando le dicono, c’è michele zaffarano che ha zero cose da dire eppure si capisce tutto quello che dice (e c’è anche il divertimento)…

    oibò : è questo un paradosso?

  6. fabio teti il 10 maggio 2011 alle 12:08

    “Non ti consiglio di richiedermelo.” (M. Zaffarano, Wunderkammer, 17)

    . . .

    utilissimo, Gherardo, grazie.

  7. Riccardo Raimondo il 11 maggio 2011 alle 17:58

    Questa deriva nichilista finirà… e a quel punto la Parola sarà lì in agguato per dissetare gli assetati, sfamare gli affamati…

    :D

  8. differx il 11 maggio 2011 alle 18:53
  9. differx il 11 maggio 2011 alle 22:59
  10. Alan Fard il 13 maggio 2011 alle 08:55

    in verità vi dico che c’è una parola per dissetare e una per sfamare, ma l’unica che mette tutti d’accordo, quella con p maiuscola, è questa

    http://www.youtube.com/watch?v=Zp8lF92MZT8