L’età dell’ansia per il ceto medio

20 marzo 2012
Pubblicato da

Di Andrea Inglese

Tema del giorno in Francia (ma non solo).

La Francia è entrata da ormai un paio di mesi in quell’effervescenza tipica delle campagne presidenziali. L’intera macchina mediatica macina temi vecchi e nuovi, fattacci d’attualità e spettri ideologici ricorrenti, nodi politici reali e miti nazionali intramontabili. Tra i leitmotiv prediletti, quello del “declino delle classi medie” risulta particolarmente malleabile e permette di essere declinato secondo i vocabolari ideologici più diversi, da quello socialista a quello del Fronte Nazionale. Le classi medie fungono così da oggetto di dibattito, ma anche da interlocutore privilegiato di tutto lo scacchiere politico francese, generando una vera e propria concupiscenza da parte dei candidati alla presidenziale, che sono pronti a legare ad esse il loro destino politico.

Il protagonismo mediatico di quello che in Italia viene chiamato il “ceto medio” non è certo una prerogativa francese. Dagli Stati Uniti all’Europa, la salute di questa classe sociale ha guadagnato sempre maggiore centralità nel dibattito pubblico, proprio nel momento in cui la classe operaia non tanto si estingueva, ma spariva semplicemente di scena, portandosi dietro le sue nuove difficoltà e sofferenze. Il dramma della classe media, però, nasce all’insegna di una confusione tra condizioni reali e proiezioni immaginarie, come testimonia uno dei pioneristici studi sull’argomento, The shrinking middle class: myth or reality?, firmato nel 1985 dall’economista statunitense Neal H. Rosenthal. È quindi fondamentale, ancora oggi, distinguere tra mito e realtà intorno ai ripetuti allarmi di una fine del ceto medio. Questa distinzione può introdurla solo un discorso proveniente dall’ambito delle scienze sociali, che sia in grado però di imporsi anche al di fuori della ristretta cerchia di specialisti, giungendo a condizionare il dibattito pubblico. Da questo punto di vista, la Francia risulta essere un caso più felice dell’Italia, dove il divario tra saperi disciplinari e doxa giornalistica pare essere una condizione ineluttabile. I francesi, infatti, non solo continuano a produrre una gran quantità di studi storici, sociologici, politici sul loro paese, ma sono anche capaci di trarre da questo materiale conoscitivo spunti importanti per una critica delle opinioni correnti.

 

I due tempi delle classi medie

In tutto l’Occidente, le classi medie hanno svolto il ruolo di grande promessa nel processo di democratizzazione. Alla fine degli anni Ottanta, Sylos Labini(1), nel suo ampio studio sulle classi sociali, constatava in tutti i paesi capitalistici avanzati una “rapida crescita assoluta e relativa” delle classi medie, che costringeva a ripensare la tesi del bipolarismo classista, sottolineando invece una positiva tendenza egualitaria. Ma da buon “socialista riformista” – come lui stesso si definiva – l’autore ricordava come tale tendenza non riposasse su “un processo automatico”, ma richiedesse piuttosto “sforzi duri e incessanti”.

Con la fine del comunismo, i più disinvolti apologeti delle democrazie liberali hanno rimpiazzato gli “sforzi duri e incessanti” con un più gradevole e rassicurante disegno teleologico, che conducesse ad una società mono-classe, in cui il ceto medio fosse destinato a ingrandirsi indefinitamente, assottigliando sempre più i poli estremi della grande borghesia e della classe operaia. Se le classi non scomparivano del tutto, almeno sarebbe scomparsa quella stratificazione palese, che sollevava lo scandalo della disuguaglianza e dei destini sociali predeterminati. Diventando numericamente irrilevante tanto il gruppo dei primi quanto quello degli ultimi, il ceto medio acquisiva i caratteri dell’universalità, occupando placidamente tutta la scena.

Che le cose non andassero proprio in tale direzione non si è aspettata la crisi finanziaria statunitense e quella del debito sovrano europeo per capirlo. Se prendiamo il caso della Francia, è probabilmente intorno ai primi anni del nuovo secolo che si moltiplicano gli annunci di un declino conclamato delle classi medie. Una sommaria rassegna delle inchieste dedicate all’argomento dal 2006 in poi rivela un vero e proprio climax apocalittico: Classi medie: l’angoscia di una generazione (“le Figaro”, 2006), Classi medie: la crisi (“Le Nouvel Observateur”, 2006), La crisi degli alloggi colpisce anche le classi medie (“La Tribune”, 2007), Lo smarrimento delle classi medie (“Le Monde”, 2008), Classi medie: il crollo (“Le Point”, 2008), Salviamo le classi medie (“Enjeux Les Echos”, 2009), Le classi medie in via di proletarizzazione (“Marianne”, 2011). Nell’arco di un decennio, le belle speranze nei confronti del processo (inerziale) di democratizzazione hanno lasciato il passo a un susseguirsi di “Al lupo! Al lupo!”, che legittimano un’angosciata e aggressiva difesa dell’esistente(2).

 

Prove di realtà

Ora, proprio nel momento in cui le classi medie sembrano unanimemente costituire le vittime privilegiate del declassamento, esce in Francia uno studio rigoroso e aggiornato sull’argomento condotto da Dominique Goux (sociologa) e Éric Maurin (economista), Les nouvelles classes moyennes(3). Questo libro non solo invita a distinguere tra realtà effettiva del declassamento e paura del declassamento, ma anche mette a nudo le mistificazioni che intorno a tale paura si sono costruite. Prendendo in esame diversi parametri (tasso di disoccupazione, salari medi, rendimento dei titoli di studio sul piano lavorativo, mobilità verso l’alto o il basso della scala sociale, opportunità di ascensione sociale rispetto ai genitori, situazione abitativa), gli autori constatano una fondamentale tenuta delle classi medie, a fronte di un peggioramento reale delle condizioni d’esistenza dei ceti popolari. Le classi medie, insomma, non solo non stanno peggio di prima, ma rispetto sia ai ceti popolari sia alle classi superiori (liberi professionisti, dirigenti, manager, ecc.) risultano le più protette dai rischi di declassamento. Esistono anche per loro inedite fonti d’incertezza e pericolo, ma queste non giustificano la posizione vittimistica che tendono ad assumere nel discorso pubblico.

Chi più ha subito gli effetti della trasformazione del mercato del lavoro, prima, e della crisi, poi, sono i ceti popolari, esposti alla povertà e all’esclusione sociale. Quella povertà ed esclusione, che l’attuale sistema di welfare mira a contenere, non certo a prevenire. Le politiche sociali, in Francia, piuttosto che promuovere l’estensione verso il basso degli standard di vita e sicurezza delle classi medie, intervengono oggi a tamponare una condizione di marginalità già radicata. Ed è su questo punto che i due autori, nella conclusione, prendono posizione, formulando proposte politiche concrete.

“Le Monde” dedicava a gennaio un paginone centrale al libro di Goux e Maurin, imponendo una revisione critica del topos del declassamento generalizzato. Inoltre, Les nouvelles classes moyennes è uscito per una collana tascabile, a larga diffusione e con un prezzo molto accessibile. È un libretto di un centinaio di pagine, non sprovvisto di grafici e cifre, ma scritto in uno stile chiaro e sobrio. A dimostrazione di quanto già accennato in precedenza: nel dibattito pubblico francese sono mobilitate anche le risorse conoscitive e critiche delle scienze sociali(4). Se ciò non è sufficiente, di per sé, a neutralizzare le propagande politiche basate sulla paura e sul risentimento, contribuisce almeno a riproporre periodicamente un’immagine della società più precisa e articolata, fornendo anche a un pubblico non specialistico degli strumenti indipendenti di giudizio.

*
NOTE


1) Paolo Sylos Labini, Le classi sociali negli anni ’80, Laterza, Roma-Bari, 1986.

2) Vale giusto la pena di ricordare che, nel 2006 in Italia, a firma di Massimo Gaggi (giornalista del “Corriere”) e Edoardo Narduzzi (manager hi-tech), usciva per Einaudi un accattivante libretto, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost. In esso, gli autori spiegavano come l’eguaglianza verso il basso, paventata da Sylos Labini vent’anni prima, fosse in realtà un accettabilissimo obiettivo, e che, defunto definitivamente il ceto medio, si faceva largo una fantomatica “classe della massa”.

3) Dominique Goux, Éric Maurin, Les nouvelles classes moyennes, Seuil, Paris, 2012.

4) Neppure da noi studi seri su argomenti simili mancherebbero. Penso, ad esempio, ad un libro uscito nel 2010 per il Mulino, Restare di ceto medio, a cura di Nicola Negri e Marianna Filandri. Libro che, per altro, conferma anche per l’Italia la tenuta del ceto medio, e nello stesso tempo la nuova fase critica che si sta aprendo. Si legge, nelle conclusioni: “Per rapporto alla fase di crescita dei primi tre decenni del dopoguerra ci è sembrato allora corretto parlare di una crisi delle condizioni di costruzione di una società di ceto medio in assenza di cedimento della classi medie”. La differenza con la Francia riguarda un aspetto diverso. Restare di ceto medio sembra destinato fin dalla sua pubblicazione a rimanere materia per i soli addetti ai lavori. Costa il doppio del volume francese. È scritto in un prudenziale ed ostico stile universitario. Difficilmente ha fatto o farà sentire la sua voce nel dibattito pubblico.

 [Questo articolo è apparso sul n° 17 di "alfabeta2"]

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26 Responses to L’età dell’ansia per il ceto medio

  1. véronique vergé il 20 marzo 2012 alle 11:16

    Andrea, giornata di dolore in Francia dopo la tragedia a Tolosa.
    Bambini di una scuola ebraïca sono morti assassinati.

  2. diamonds il 20 marzo 2012 alle 12:00

    forse peraltro laggiù la classe media per motivi che meriterebbero ulteriori approfondimenti ha ragioni valide per ritenere che pensare autonomamente,con discernimento,sia cosa buona e giusta.Nel senso che è abbastanza improbabile che un romanziere francese possa,attenendosi a criteri di verosimiglianza,scrivere brani come quello che andrea de carlo in tecniche di seduzione mise in testa al protagonista(il resto è una conseguenza logica):
    “stavo lavorando a un collage di interviste telefoniche sul declino dei seni grossi(..).Solo pochi mesi prima mi avevano fatto mettere insieme un servizio del tutto simile dove si sosteneva che le forme opulente dominavano ovunque,con un giro del tutto simile di opinioni di personaggi della cultura e dello spettacolo interpellati a conferma,una selezione del tutto simile di famose donne nostrane e americane citate ad esempio.A stare lì dentro il mondo intero sembrava fatto di cicli incredibilmente ravvicinati,dove ragioni e comportamenti e immaginazioni e opere e valori e istinti si inabissavano e riemergevano per poi riinabissarsi senza ragione apparente.Quasi ogni settimana c’erano nuovi tenui sintomi da mettere in risalto e generalizzare fino a farli sembrare una tendenza destinata a travolgere tutto;i nostri archivi erano pieni di fotografie e nomi e numeri di telefono in grado di confermare la più debole delle deduzioni”

  3. Stefano Durì il 20 marzo 2012 alle 12:54

    be’, raggiungere la pulizia concettuale e espositiva di Sylos Labini non è da tutti: mi impressionò fin da “Oligopolio e progresso tecnico”, tra le mie prime letture all’università (metà anni’70). Ricordo un acceso dibattito, a sinistra, sul “Saggio sulle classi sociali” e mi chiedo se oggi anche lavori di quella qualità non cadrebbero semplicemente in mezzo al nulla. Detto senza nostalgia: rispetto a quei tempi intere discipline (penso all’economia industriale, ad es.) sembrano essere divenute “silenziose”, almeno nello spazio pubblico – lo stesso termine “economia” è diventato sinonimo di “finanza”, così come “tecnologia” rinvia invariabilmente a ICT. Il che ricorda un po’ questo vocabolario http://www.youtube.com/watch?v=EVRny0HtjaQ

  4. andrea inglese il 20 marzo 2012 alle 14:53

    a stefano,

    in effetti mi chiedo: 1) quanto peso possa avere in Italia oggi un lavoro realizzato dalle scienze sociali 2) ed esistono le scienze sociali in Italia? La sociologia esiste, al di fuori del perimetro stretto dei dipartimenti universitari? E se esiste, riesce a penetrare nel dibattito pubblico, o almeno a fornire strumenti di mutamento a qualche attore sociale?

  5. Stefano Durì il 20 marzo 2012 alle 18:28

    non ho competenza per rispondere alle tue domande. Come (ex) economista noto un impoverimento non solo del dibattito, ma anche del linguaggio, della padronanza di quel minimo di “attrezzatura” che ti permette di maneggiare teorie o anche solo variabili economiche (soprattutto macro). D’altra parte, anni e anni di ideologia aziendalista trionfante, di enfasi sulla “comunicazione”, di tecnofilia ottusa, di disinvestimento nella cultura e nell’istruzione, di dissipazione delle conoscenze più fresche nella disoccupazione e nel lavoro precario avranno pure lasciato il segno. E non è mica roba che si recupera con qualche master, non sono scalini che si risalgono con la leggerezza di un Cavalcanti. Trovo ironico che si chieda (giustamente) la liberazione dei dati pubblici quando poi sembrano scarseggiare non solo la data literacy, ma soprattutto i frame concettuali e direi la fame intellettuale, la robustezza critica che potrebbero metterli realmente in circolazione nel dibattito pubblico. Tu parli di “strumenti di mutamento” e io penso (è l’età) a esperienze come quella di “Inchiesta”. Ne parla qui Pugliese http://www.inchiestaonline.it/chi-siamo/la-nascita-della-rivista-inchiesta e ricorda che la rivista deve il nome a una frase di Mao: “Chi non fa inchiesta non ha diritto alla parola”. Ripenso a un circuito intellettuale così complesso e produttivo tra economisti (molti miei insegnanti), sociologi, psichiatri, pezzi di sindacato e non riesco a capacitarmi di quanto poco sia stato creato in un ambiente così apparentemente vocato alla collaborazione, alla discussione e all’elaborazione collettiva come la rete.

    • andrea inglese il 21 marzo 2012 alle 21:58

      Ringrazio Stefano per il link sulla nascita della rivista “Inchiesta”. C’è un dato che mi ha colpito in modo particolare: “con il numero “Economia 150 ore” uscito nel 1974 si raggiunse il massimo numero delle vendite (“Inchiesta” tirava in quei lontani anni ’70 sulle 60.000 copie ma quel numero, lanciato dalle 150 ore , raggiunse le 80.000 copie).”Una rivista che trattava di psichiatria, psicologia, sociologia, economia, ecc., con taglio specialistico aveva 60.000 lettori, nel 1974. Vi rendete conto?

  6. paolo durando il 20 marzo 2012 alle 19:06

    Forse conta anche il fatto che in Italia ha prevalso, nel bene e nel male, e non solo presso i giornalisti, quello che si suol chiamare “immaginazione sociologica”. Pasolini, tanto per fare un nome, ne era dotato oltre misura. E’ un tipo di immaginazione che consente stimolanti dibattiti, e anche di nutrire narrativa e cinema, non solo maistream (la fantascienza, per dire, è un ambito dove è decisivo questo tipo di sguardo). La carenza di oggettività è inevitabile in un paese di tradizione idealistica e umanistica, che da sempre penalizza, in primis nell’istruzione, il sapere ed il metodo scientifico.

  7. Stefano Durì il 20 marzo 2012 alle 22:19

    sulla questione classico/scientifico ho parecchi dubbi. Per intenderci con esempi che purtroppo prendo dal mondo reale: persone incapaci di strutturare un ragionamento se non per bullet list, prive di vocabolario e della minima abilità retorica, sorde a qualsiasi riferimento culturale che ecceda la competenza specifica, ipnotizzate dalle frasi apodittiche e annoiate dalle argomentazioni complesse o problematiche (“non facciamo filosofia”) e così via

  8. helena il 21 marzo 2012 alle 09:47

    A naso, ossia in mancanza di studi rigorosi, direi che invece in Italia l’erosione delle classi medie ci sia stata (e sia ancora in atto), anche perché il momento di relativamente vasta permeabilità sociale di questo paese “feudale” è stato piuttosto breve.
    Poi sicuramente il problema delle classi popolari è quello più grave in tutte le società occidentali ed è legato non solo al welfare ma anche e soprattutto al lavoro: che è sempre meno, sempre più insicuro e sempre meno dignitoso.
    Secondo me è un nodo che anche a sinistra si è troppo trascurato, e invece converebbe includerlo in ogni riflessione che mirasse a formulare qualche alternativa allo stato delle cose odierne.

  9. andrea inglese il 21 marzo 2012 alle 11:34

    a helena,

    sull’Italia, in nota, cito uno studio molto recente “Restare di ceto medio”, a cura di Nicola Negri e Marianna Filandri. L’esito della ricerca è grosso modo sovrapponibile al caso francese. Gli autori concludono parlando di una tenuta del ceto medio. Quindi questa grande crisi e proletarizzazione del ceto medio non c’è. Detto questo, ciò che invece emerge è un’involuzione di quelle condizioni che permettevano il transito dai ceti popolari al ceto medio. Questo è il meccanismo che è veramente saltato. Ed su questo meccanismo che si dovrebbero concentrare le nuove politiche sociali. Ma ciò non è per nulla semplice da elaborare come messaggio politico. Dal punto di vista del ceto medio, tutti gli interventi di welfare sono orientati ai ceti popolari, con alcune conseguenze tipiche. Le case popolari, gli aiuti vanno sempre agli stessi, vanno agli immigrati, ecc. ecc. In realtà, la sicurezza del ceto medio dipende dai meccanismi sociali che “creano” ceto medio, non che lo “mantengono” semplicemente. In ciò consiste, mi sembra, l’importanza del punto di vista di Sylos Labini sviluppato negli anni Ottanta.

  10. Simona il 21 marzo 2012 alle 13:38

    Premetto di non aver letto (purtroppo) i saggi di Sylos Labini e gli altri citati nel post di Inglese, quindi forse mi sfugge qualcosa, o molto, del ragionamento dell’autore.

    Ma non posso concordare con Inglese quando scrive:
    <>

    La generazione dei baby boomers – come ad esempio mia madre, nata nel 1948, figlia di operai ma definibile “piccolo-borghese”, diplomata, impiegata e sposata con mio padre rappresentante di commercio – è l’unica in Italia e probabilmente in molti altri Paesi europei che non solo non ha vissuto guerre ma ha goduto fin dalla nascita di privilegi che prima non esistevano e che ora si stanno drammaticamente riducendo.

    Parlo di asili nido, istruzione gratuita, crescenti tutele sul lavoro, talvolta pensioni assurdamente precoci di cui oggi paghiamo il prezzo noi (penso a una mia conoscente pensionata delle Poste all’età di 34 anni!), contratti di lavoro quasi esclusivamente a tempo determinato, pensioni proporzionate (o sovraproporzionate) ai contributi versati, strutture per anziani accessibili senza svenarsi.
    Tutte garanzie che si sono erose, o si stanno erodendo.

    Parlo, soprattutto, di una sanità pubblica funzionante e gratuita. Oggi, lo constatiamo tutti, se abbiamo bisogno urgente di una prestazione medica, operazioni comprese, andiamo dritti dal privato, anche se costa di più. Se non siamo costretti, ricorriamo a quella pubblica, ma sempre più constatandone la lentezza, l’inefficienza, spesso l’indifferenza degli operatori.

    Se a questo si raffronta l’inflazione italiana (io mi limito alla situazione italiana) e quindi la netta perdita di potere d’acquisto del cittadino “middle class”, la proletarizzazione c’è eccome.
    Altro che passaggio a classi superiori… magari!

    Sto dicendo che molte cose che mia madre e i suoi coetanei danno per scontate, noi nati dagli anni ’70 in poi gradualmente le stiamo perdendo.

    Tanto più che il peggioramento delle condizioni del ceto popolare non comporta logicamente stazionarietà o miglioramento di quelle del ceto medio.
    L’uno non esclude l’altro, semplicemente si parte ciascuno da gradini diversi, ma accomunati da un’evidente sensazione di discesa.

    • andrea inglese il 21 marzo 2012 alle 16:13

      simona si è persa la citazione dal mio pezzo…

      in ogni caso, il tuo intervento conferma la mia tesi di fondo: è essenziale poter verificare se la percezione che le persone hanno corrisponde a realtà; la cosa non è scontata; se così fosse non avremmo davvero bisogno delle scienze sociali. Io credo che invece tali scienze servano, proprio per fornirci immagini il più possibili precise della realtà.
      Tutto quello che tu dici è condivisibile, e non sto certo a contestare quanto sia importante difendere la sanità pubblica. Detto ciò la possibilità di ricorrere allo specialista nel privato, per accorciare i tempi, è una di quelle possibilità che distinguono cosa significa essere ceto medio e cosa significa essere ceto popolare.
      Insomma, non si guadagna nulla dal gridare al cataclisma, quando esso nei fatti non è avvenuto. Durante l’ascesa del neonazismo, lo storico Sheridan Allen mostra come il grande senso d’insicurezza che ha spinto la piccola borghesia ad abbracciare le soluzioni estremiste del partito nazista non corrispondeva a un dato di realtà. Chi stava pagando di più la crisi, in termini reali, erano i ceti popolari, ossia la classe operaia.
      Ovviamente non è un’opinione mia che nonostante tutto si assista a una tenuta del ceto medio, è quanto risulta da due studi piuttosto seri e solidi in Francia e in Italia.

  11. Vincenzo Cucinotta il 21 marzo 2012 alle 14:31

    Gli ultimi interventi credo che focalizzino un aspetto essenziale della questione, e cioè se l’appartenenza al ceto medio dipende da un dato assoluto o relativo.
    Si è del ceto medio perchè si accede a determinati servizi, si gode di determinati redditi che consentono la fruizione di determinate merci, oppure al contrario si tratta di un dato puramente statistico, nel senso che ci sto dentro perchè godo di un reddito che orbita attorno al valore medio?
    E’ un aspetto fondamentale, perchè in caso di una riduzione sostanziale del reddito medio, statisticamente si può ancora appartenervi, ma nei fatti può ben accadere di finire homeless (in un mondo di homeless, il ceto medio è homeless).

    • Stefano Durì il 22 marzo 2012 alle 08:21

      ho sottomano il “Saggio sulle classi sociali”, del 1974, che rielabora testi precedenti. Il metodo di Sylos Labini non è centrato sul livello del reddito individuale, ma sulla distribuzione del reddito nazionale : “[in Italia] la distribuzione del reddito oggi dipende, congiuntamente, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dal controllo politico e amministrativo del processo di accumulazione e dai diversi gradi di istruzione e di qualificazione di coloro che lavorano: i tre aspetti in parte si sovrappongono”. Un criterio complesso, profondamente legato alle riflessioni degli economisti classici e indipendente dalle variazioni del livello generale del reddito. In altri termini, la ripartizione in classi proposta da PSL è compatibile con diverse configurazioni dei redditi relativi, almeno entro certi limiti. La dinamica dei redditi relativi (semplifico brutalmente) è funzione delle dinamiche e dei rapporti di forza di classe, pur non rappresentandone l’unico indicatore (v. ad es.il peso dei fattori culturali) – anche dal punto di vista “soggettivo”, della percezione che chi appartiene ad una certa classe ha della propria “posizione”.
      PSL non era marxista (si autodefinisce “onesto riformista”), ma il dialogo con il metodo di Marx è continuo, in polemica con quella sinistra che lo appiattisce in teorie più fondate su opzioni ideologiche che su robuste basi analitiche e critiche. Il testo, dando concretezza (anche numerica) alle classi sociali è uno schiaffo a questo “vivere di rendita” sul pensiero dei classici che tradisce “il fondamentale messaggio critico” di Marx.

      • Stefano Durì il 22 marzo 2012 alle 11:32

        giusto ora trovo un esempio diametralmente opposto al metodo di PSL: http://www.alfabeta2.it/2012/03/19/crisi-della-finanza-o-crisi-del-capitalismo-2/. Lazzarato ne saprà anche tanto di Guattari, ma butta lì cifre e comparazioni a capocchia, e siamo solo all’introduzione. Vien da dire “mètr a pansé fa el to mesté”

        • Vincenzo Cucinotta il 22 marzo 2012 alle 17:03

          Io veramente mi riferivo al libro citato nell’articolo di Inglese, “Les nouvelles classes moyennes”.
          Comunque, la ringrazio per le sue puntuali e cortesi citazioni.

        • andrea inglese il 22 marzo 2012 alle 17:05

          Non sono d’accordo sul giudizio relativo a Lazzarato.Perché cifre e comparazioni a capocchia? E’ ovvio che il taglio di Lazzarato in questo suo libro è più teorico,e che non si tratta di un’inchiesta di terreno. Non credo neanche alla nostalgia dei grandi maestri perduti, con tutto il rispetto per uno come Sylos Labini. Mi sembra che il vuoto della sociologia attuale sia un vuoto di ascolto e un vuoto di comunicazione, non per forza un vuoto di lavoro e di analisi.
          Sul libro di Lazzarato non posso risponderti, perché non l’ho letto. Lui però l’ho intervistato sulle vicende del movimento degli intermittenti dello spettacolo in Francia. In quel caso, ha fatto un lavoro anche di ricerca notevole, mettendo – assieme ad altri studiosi – i suoi strumenti di analisi al servizio degli obiettivi del movimento. Cose non da poco. Ne sono venuti fuori due libri in collaborazione con altri ricercatori che hanno avuto un ruolo importante nella storia di quel movimento.

    • andrea inglese il 23 marzo 2012 alle 12:25

      Rispondo a Cucinotta, semplicemente riportando un passo dell’articolo postato.

      “Prendendo in esame diversi parametri (tasso di disoccupazione, salari medi, rendimento dei titoli di studio sul piano lavorativo, mobilità verso l’alto o il basso della scala sociale, opportunità di ascensione sociale rispetto ai genitori, situazione abitativa), gli autori constatano una fondamentale tenuta delle classi medie…”

      L’idea che si definisca la classe media a partire dal valore medio del reddito nazionale non l’ho letta da nessuna parte. Sempre di più, semmai, il discorso sociologico deve moltiplicare i criteri di definizione della “classe”, non limitandosi a quelli legati esclusivamente al reddito.

  12. matteo ciucci il 23 marzo 2012 alle 03:12

    Non so, non mi convince, anche se la tesi è provocatoria e dunque interessante. In fondo, basta leggere “La vita agra” per capire che molta parte della retorica del boom degli anni ’60, era, appunto pura mitologia.

    Non ci vuole però molto a capire che l’idea di “restare nel ceto medio” rappresenta una categoria statica, che ha come suo tratto caratteristico la conservazione dei suoi componenti più che la sua permeabilità sociale dal basso. Una classe media in cui la massima aspettativa dei figli è quella di sostituire – ma non superare – i propri padri è comunque un elemento nuovo.

    Il tema centrale della classe media è piuttosto il declino del mito della sua crescita infinita, presupposto minimo he ne garantiva insieme conservazione e accesso dal basso. In un mondo dotato di risorse finite – altro tema per niente scontato rispetto a tutta l’ideologia produttivistica degli anni ’60 -, la chiusura della classe media realizzatasi con l’inflazione e la svalutazione dei titoli di studio, i veri subprimes europei, ha portato con sé l’ovvio corollario della sua sopravvivenza come scopo principale in una società satura in cui il futuro si definisce in termini negativi – “conservazione di qualcosa” più che “cammino verso”.

    Lo sforzo sociale rivolto all’auto-conservazione, ipotetico attacco alla classe media sotto inchiesta, esiste, ed è proprio quello che ne sbarra le porte alla classe popolare. Lasciandole comunque, come parte più debole e come sempre, pagare il prezzo più alto.

    • andrea inglese il 23 marzo 2012 alle 12:40

      a Matteo,

      quale sarebbe la tesi provocatoria che non ti convince? Mi rendo conto anche in questa discussione che c’è davvero un divario tra percezione e realtà. Prendiamo un grande e condiviso luogo comune: i titoli di studio non servono a un cazzo, sono i subprime della formazione, ecc. Posto che in una tale tesi vi sia una parte di verità, in essa vi è anche una parte di mistificazione. Per comprenderlo, bisognerebbe leggersi lo studio di Magatti e De Benedittis “I nuovi ceti popolari” del 2006 per rendersene conto. Vogliamo confrontare le possibilità di vita offerte a un semplice diplomato rispetto a un laureato o addirittura a qualcuno che ha un dottorato? La fuga dei cervelli? Chi sono i cervelli che fuggono? E perché mai dovrebbero fuggire i cervelli e non i manovali? I manovali, infatti, non possono fuggire. La combinazione tra capitale famigliare e capitale culturale permette la grande fuga di cervelli. A volte, il capitale culturale da solo può bastare. Ma senza l’uno e l’altro, all’estero potete fare il barista, il pizzaiolo o mettervi in competizione con i manovali nordafricani.

      Veniamo invece all’argomento che più hai sviluppato: “Il tema centrale della classe media è piuttosto il declino del mito della sua crescita infinita”, ma questo è appunto uno dei temi del mio pezzo. Perché altrimenti il riferimento a Sylos Labini e quello all’attuale studio uscito per il Mulino?

      Quello a cui non si rifletti gridando al crollo della classe media, è a chi fa gioco politicamente un tale discorso? Qui secondo me è ingenuo pensare che un tale discorso possa suscitare solo spinte di solidarietà collettiva, verso politiche di protezione sociale alternative a quelle esistenti.

  13. Stefano Durì il 23 marzo 2012 alle 07:58

    @Andrea: Non ho nostalgie, semplicemente la mia formazione è avvenuta a quella scuola e in quel periodo lì, quindi mi ritrovo facilmente in certi metodi e certi testi e continuo ad apprezzarli. Non ho motivo di credere che manchino studiosi in gamba, mentre sono del tutto d’accordo con te che c’è un vuoto dalla parte di chi ascolta e, aggiungo io, anche una “dissipazione” dell’ascolto.
    Ho citato il metodo di PSL in risposta al giusto interrogativo del sig. Cucinotta perché, appunto, non essendo basato sul livello ma sulla distribuzione del reddito, prescinde dalle sue fluttuazioni. In più, non è un criterio univocamente legato al reddito: puoi essere “classe media” anche se hai un reddito inferiore a quello di un operaio specializzato.
    Su Lazzarato: non conosco altri suoi lavori e quindi non mi permetto di esprimere giudizi che vadano oltre il testo che ho di fronte. La tesi: “l’accumulazione è bloccata, è incapace di garantire nuovi profitti” è piuttosto impegnativa. Per sostenerla sembrerebbe sensato a) riferirsi a variabili “strutturali” relative non so, al capitale investito, al saggio di profitto, alla quota del profitto sul reddito nazionale b) ragionare su periodi lunghi e non su pochi anni. Invece salta fuori da un lato il PIL (variabile di flusso che misura l’output netto del sistema) come indice di “accumulazione”, dall’altro un mix di variabili relative a spesa pubblica e imposizione (flussi), debito pubblico (stock), credito (stock), se capisco bene tutti medicinali somministrati dallo Stato (ma anche dalle banche, v. credito alle famiglie) a un malato ormai incapace di provvedere a se stesso. Profitti: non pervenuti. E di che PIL si tratta? Nominale o reale? Quello nominale tedesco (dati Eurostat) nel 2000-2006 è cresciuto non di 354mld ma di circa 266, in termini reali ovviamente anche meno. Questa variazione di un flusso viene confrontata con la variazione dello stock di debito (esatta: 342mld – dati Eurostat) per sostenere che “il risultato reale è una «crescita zero»”. Addirittura una decrescita, se il dato giusto sul PIL è il mio. Vabbe’, mi fermo qui.

    • andrea inglese il 23 marzo 2012 alle 12:18

      caro stefano,
      non mi sogno certo, non avendone competenza, di discutere sui criteri di valutazione della tesi di Lazzarato; può darsi che ai tuoi occhi egli dia dei dati insufficienti a difenderla; ma la tesi in quanto tale è sostenuta da più parti e da più voci. L’economista francese Chesnais di cui ho anche qui pubblicato un’intervista, afferma a questo proposito:

      “La crisi del ’73-75 è una crisi di sovrapproduzione dentro economie ancora chiuse ma interdipendenti: dunque la crisi si diffonde e diventa una crisi internazionale, e la liberalizzazione e la deregolamentazione costituiranno appunto la risposta generale per forzare questa limitazione. I paesi che si investono di più nella liberalizzazione finanziaria cominciano a scavare dei divari nei livelli di reddito e di patrimonio, che fanno sì che la domanda effettiva non sia più alimentata da una domanda sufficiente di beni di consumo e viene così a crearsi una situazione nella quale è la finanza a proporre una soluzione: alle persone viene proposto di indebitarsi. Si entra così nel ciclo dell’indebitamento degli anni Novanta.”

      Il sociologo marxista Wallerstein, che lavora sui cicli più ampi del capitalismo, parla di crisi di stagnazione dell’economia mondo, individuando come data il ’68-73.

      Insomma, uno dei concetti chiave che anche un profano può comprendere è che la crisi finanziaria deriva da una fallace soluzione che è stata proposta per la grande crisi economica fine anni Sessanta, che è una crisi di sovrapproduzione.

      A livello generale, mi sembra che, stanto ai propositi introduttivi, Lazzarato voglia togliere “ovvietà” al concetto di debito, all’idea che ogni nuovo essere umano acquistando la cittadinanza acquista anche la sua fetta di debito nazionale.

      Lascio agli specialisti dicutere dei metodi più adeguati, efficaci, per avviare questo tipo d’interrogazione critica. Ma l’obiettivo in sé mi sembra sacrosanto. Anche perché se rimaniamo al discorso ufficiale, siamo di fronte a un muro di contraddizioni.

      Il sistema capitalistico, con tutti i suoi correttivi nati dalla lotta di classe, ha potuto difendere la sua logica, grazie al fatto che permetteva di ipotizzare una crescita continua del ceto medio, ossia dei livelli di benessere accettabili per il maggior numero di persone. Qui ritroviamo Sylo Labini. Oggi ci viene detto che questo traguardo è irragiungibile. L’atto di forza del governo Monti annuncia che i ceti popolare non avranno futuro, e che la povertà sarà un destino accettabile per una percentuale importante della popolazione di un paese “sviluppato”. E questo è solo l’inizio del processo.

      • Stefano Durì il 23 marzo 2012 alle 14:37

        no, scusa (dopo smetto, promesso), non sono stato chiaro. Non è che usa dati insufficienti, è che – per quanto riguarda i dati economici – mescola pere e mele e ipotizza relazioni tra le grandezze che non stanno in piedi. In sintesi, la parte economica del testo non supporta né quella tesi né altre. Su Guattari non saprei, non sono competente.
        Insomma, se la tesi fosse del tutto originale non mi interesserebbe in quanto ho già sufficienti segnali per ritenerla non fondata in base – nota bene – agli stessi strumenti scelti da chi la sta sostenendo. Se invece è anche di altri, be’, casomai provo a leggere quelli.

        • andrea inglese il 23 marzo 2012 alle 15:59

          Stefano sei stato chiaro, anche se sulle critiche specifiche che fai, come ho detto, non sono ovviamente in grado d’intervenire. Non è proprio il mio mesté…

          Sulla questione crisi del capitalismo e sua diagnosi, le posizioni che sono in linea con quella espressa da Lazzarato mi
          sembrano innanzitutto quelle espresse da Immanuel Wallerestein. In un paragrafo de “Il declino dell’America” c’è un’analisi del concetto di crisi ciclica e crisi strutturale dell’economia mondo capitalistica. La tesi di Wallerstein è che a cavallo tra fine 60 e inizio 70 si è entrati in una crisi strutturale, ossia in una forsennata necessità da parte del capitale di ridurre i costi di produzione e in particolare il costo del lavoro, alla cui crescita esso stesso, nel periodo precedente, aveva “tatticamente” contribuito (far guadagnare di più per far consumare di più).
          Diagnosi simile la trovi in un autore come Chesnais, di cui Derive Approdi ha appena tradotto un libro in italiano.
          http://www.nazioneindiana.com/2012/03/13/i-debiti-illegittimi-intervista-a-francois-chesnais/

          Ovviamente questa faccenda va ben al di là dello stato di salute del ceto medio. Ma sarei curioso di sapere qual è la tua lettura, in termini accessibili ai profani, dell’attuale crisi.

          • Stefano Durì il 23 marzo 2012 alle 16:53

            La “mia lettura della crisi”? non prenderla come una risposta scortese, ma “I would prefer not to”, mi farei ridere da solo. E’ invece NI che deve darmi (come in questo thread) spunti di lettura e approfondimento, altroché.
            Grazie per questa discussione.

  14. babain il 10 aprile 2012 alle 12:18

    Quando un professore emerito, famoso sociologo ti parla delle caravelle di Cristoforo Colombo e propone utopici modelli di governance aspettandosi ” la spontanea cessione di porzioni di sovranità statuale da parete dei governanti” (Alberto Martinelli, La democrazia globale pg.184) a favore di istituzioni democratiche significa che la sociologia dorme sugli allori in questo paese per non dire di peggio.