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Come non detto (poema musivo ipertestuale)

di Marco Cetera

On line all’indirizzo www.comenondetto.net

L’idea. Niente di nuovo.
Esperimento di scrittura musiva.
Come non detto è un mosaico. 2000 citazioni-tessere (lessie) per un totale di 2332 versi. Parole d’altri, minuziosamente ricomposte in un gioco di incastro che dà forma a un articolato intreccio polifonico di voci. Una specie di ready-made poetico che preleva i suoi pezzi dalla discarica indifferenziata della letteratura. Letteratura alta, bassa, giuridica, religiosa, filosofica, scientifica, artistica, storiografica, lirica, rosa, noir. Eccetera eccetera.
L’esperimento si inserisce chiaramente in quel vasto filone d’arte d’avanguardia che va dai papiers collés dei cubisti al polimaterismo degli assemblage proposti dai movimenti Neodada, Pop art e Nouveau realisme. Il debito maggiore, tuttavia, è con la poetica combinatoria di Nanni Balestrini: «per me il montaggio è la resurrezione» (Caosmogonia, Fino all’ultimo, 2).
Rispetto alla pratica balestriniana, però, Come non detto prevede anche il palesamento della fonte di ogni singola citazione, ponendosi in un atteggiamento quasi pedogogico. Come se l’opera volesse predisporre un mini kit culturale di sopravvivenza contro il sistematico depauperamento del sapere promosso dalle tecnologie mediatiche.

Lo stile. Collage vs Mosaico.
Anni Sessanta. I libri “d’artista” della conceptual art e suoi derivati. Flynt, Cage, Manzoni, Pistoletto, solo per fare alcuni nomi. In particolare, An anthology di La Monte Young e Mac Low. Il libro è stampato su carte colorate tutte diverse e al suo interno ci sono tavole sciolte con spartiti musicali, poesie, disegni, componimenti teorici, oggetti incollati sulle pagine, buste da lettera con oggetti da estrarre. Insomma, di tutto di più. Si tratta inequivocabilmente di un collage, tenuto insieme dalla colla e da un unico filo tematico, il movimento Fluxus.

Qualcosa di molto vicino ai papiers collés dei cubisti di un secolo fa.

In tempi più recenti (2010), anche il critico letterario David Shields ha realizzato qualcosa di simile. Fame di realtà. Ha utilizzato qualche centinaio (600 circa) di aforismi, interviste, citazioni (numerati) per comporre, con parole di altri, il suo personale orizzonte letterario.

In tutti questi casi, parliamo di collage.

Come non detto, invece, è un mosaico.

Tra le due tecniche vi è una differenza sostanziale: mentre nel collage i pezzi di materiale vengono spesso assemblati o sovrapposti tra loro in modo più o meno disordinato, le tessere del mosaico sono invece incastrate l’una accanto all’altra.

In un caso si ostenta la frattura degli elementi che compongono l’opera, nell’altro si ricerca la continuità e la fusione armonica delle tessere, per un risultato finale che mascheri il più possibile l’espediente tecnico.

L’ipertestualità. Enciclopedismo digitale.
Il layout del sito è piuttosto semplice e intuitivo. La composizione di lessie occupa in successione la parte centrale della pagina. La numerazione dei versi (di 5 in 5) è riportata sulla colonna sinistra, mentre il numero della lessia è indicato sulla colonna di destra preceduto da un piccolo simbolo a forma di freccia.

Cliccando sulla lessia si apre “a tendina” una nota che ci fornisce l’esatta indicazione bibliografica da cui il testo della lessia è tratto.

In calce a ogni nota bibliografica è presente un link che rimanda alla pagina Wikipedia dedicata all’autore della lessia.

I rinvii a Wikipedia (riordinati in ordine alfabetico e tematico nelle rispettive pagine dell’indice: http://www.comenondetto.net/indice-analitico/ ; http://www.comenondetto.net/indice-tematico/) consentono di comporre la basilare costellazione di un sapere che spazia dalla letteratura alla fisica teorica, dai fumetti alla filosofia.

La trama. Déjà vu kafkiano.
La tragicommedia della ripetizione si ripresenta anche nel plot narrativo.

Più o meno consapevolmente, Lui (pro-nome proprio del protagonista) si è macchiato di una grave colpa: l’elaborazione di un Nuovo Linguaggio.

Per questo, dopo un rocambolesco inseguimento, viene arrestato da due sbirri in borghese che lo conducono presso il palazzo del Supremo Consiglio Culturale.

Qui, al cospetto del Giudice Supremo, Lui deve dimostrare la Novità della sua invenzione. Ma, messo ripetutamente alla prova, non riesce a tirar fuori nulla di davvero originale.

«Tutto è stato già detto!»

Per aver tentato di contravvenire alla Prima Norma del Linguaggio Universale stabilita dal Consiglio Supremo («È impossibile dire qualcosa di nuovo»), Lui viene condannato alla deportazione forzata nella Penisola del Luogo Comune.

L’ispirazione. Poesia epistemologica immaginaria.
Poesia, Nanni Balestrini: «ci sono tante cose che possono andare insieme / senza sapere quale sarà il risultato / ogni ripetizione deve provocare un’esperienza del tutto / nuova» (Caosmogonia: Empty cage, 1 – 2010)

Epistemologica, Paul Karl Feyerabend: «Tutto può andar bene» (Contro il metodo – 1975)

Immaginaria, Jorge Luis Borges: «Tu, che mi leggi, sei sicuro di capire il mio linguaggio?» (Finzioni: La biblioteca di Babele – 1941)

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20 Commenti

    • Nella maggior parte dei casi, l’AUTORE di un montaggio usa la tecnica combinatoria per riprodurre il ritmo sincopato della realtà, la frammentarietà frattale dei (new) media. O, al contrario, può usarla per demolire la realtà e ri-assemblarla per disegnare nuovi orizzonti. Per rifondare il caos, ad esempio. In questo, l’AUTORE Balestrini è un maestro. Anzi, il maestro.
      Tuttavia, esiste un luogo in cui tale dispersione di senso (non importa se mimetica o distruttiva) ritrova una sua unità, e questo luogo non è l’autore, ma il LETTORE. Più o meno è questa la tesi sostenuta da Roland Barthes ne “La morte dell’autore”.
      “Come non detto” è opera di lettura, prima che di scrittura. È IL TESTO CHE SI GENERA CON LA LETTURA. (Tutti noi montiamo testi quando leggiamo). In questo senso, “Come non detto” è un esperimento: potrebbe essere considerata la prima opera “scritta leggendo”.
      Non è un collage, è un mosaico.

  1. Parola musiva, invasa, vesuva – impressione di familiarità-straniata/ straniero
    Si mescolano parola in una folla – Le parole dei libri si incontrano, scambiano
    il mondo, la casa, il sole, la partizione musiva.
    esperienza interessante del lettore/ Ma la poesia è per me lingua non coincidenza- ma lingua del destino, lingua inventata dall’autore/ L’autore non puo scomparire dietro il caso delle parole- è li, la parola germina dentro con notte, ricordo, libertà, sogno svegliato.

    • Che la lingua sia un destino non ci sono dubbi. Ma il punto è: un autore può inventare il proprio destino? O è la lingua (la “Langue”, come diresti tu + mezzo secolo di strutturalisti) ad averlo già scritto per lui? CND non vuole dare una risposta, ma riformulare una domanda. Più che una poesia è un saggio (lyric essay). Non vuole far sognare, ma pensare.

      • Il poeta crea il destino della parola – anche nella parte misteriosa di questa parola – E’ il punto di divergenza che sento: spazio, meditazione- erotismo della parola, senso dell’infanzia- mappa delle parole- nozze- pensare è diverso della poesia- troppo nella logica- scrittura matematica incontrando parola del mondo, dei libri: impossibilità di credere in questa parola: il gioco è troppo chiaro.

        • «Il poeta crea il destino della parola»: quindi è Dio.
          «Erotismo della parola»: il dio Pan, per l’esattezza.
          «Pensare è diverso della poesia»: cosa rimane, l’estetismo, il sensualismo?
          «Impossibilità di credere in questa parola»: la parola poetica è qualcosa in cui bisogna credere (retorica dell’allusione).
          Mi sembra di capire che la tua sensibilità sia molto vicina al panismo dannunziano.
          Bello.
          Ma qui «è il punto di divergenza».
          Io guardo matematicamente nella direzione opposta.

          • C’è ancora un mucchio di gente
            che quando dice “poeta”
            assume un’aria ispirata
            e espira il doppio dell’aria
            che sarebbe necessaria
            a pronunciare cinque foni.

            Non capisco come mai.

            Dopo la lettura del tuo poema ho provato per la prima volta in vita mia sincera stima per un giudice.

            Massima stima per il tuo poema da epoca della riproducibilità tecnica, anche. Se fosse musica sarebbe un mixtape coi controcazzi.

    • Lessia 136, Capitolo 2
      TOM ROBBINS, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi
      «Lui camminava e»

      Cioè: la deambulazione di Lui è circospetta. Come quella di chi è stato appena colpito dalla maledizione di uno sciamano della foresta amazzonica che gli ha profetizzato la morte immediata non appena poggerà i piedi per terra. Mentre cammina, in una parte remota della sua coscienza, Lui si chiede se non sia meglio muoversi con una sedia a rotelle.

  2. Ma: io me lo sono rigirato in lungo e in largo, questo poema (Marco Cetera me lo segnalò un paio di settimane fa); e, sinceramente, non mi è parso né bello né brutto.
    Un’osservazione sulla definizione di “scrittura musiva”. Marco scrive:

    In tempi più recenti (2010), anche il critico letterario David Shields ha realizzato qualcosa di simile. Fame di realtà. Ha utilizzato qualche centinaio (600 circa) di aforismi, interviste, citazioni (numerati) per comporre, con parole di altri, il suo personale orizzonte letterario.
    In tutti questi casi, parliamo di collage.
    Come non detto, invece, è un mosaico.
    Tra le due tecniche vi è una differenza sostanziale: mentre nel collage i pezzi di materiale vengono spesso assemblati o sovrapposti tra loro in modo più o meno disordinato, le tessere del mosaico sono invece incastrate l’una accanto all’altra.

    Tuttavia, mi pare difficile sostenere che le citazioni che compongono il lavoro di David Shields Fame di realtà siano “assemblate o sovrapposte tra loro in modo più o meno disordinato”.

    • In effetti, ogni opera ha il “suo” ordine.

      Mettiamola così: nel collage ogni elemento è autonomo, può vivere di vita propria, nel mosaico no.

      Tra gli elementi di un collage non esiste un nesso causale vincolante. Il suo autore può decidere liberamente di togliere, aggiungere, spostare o addirittura sostituire un elemento con un altro completamente diverso: l’opera funzionerà lo stesso.
      Se invece rimuoviamo o spostiamo la tessera di un mosaico, l’opera apparirà evidentemente lacunosa o difettosa.

      “Fame di realtà” è un collage. O “un’antologia” di citazioni, come ha causticamente sostenuto Berardinelli ( http://www.fazieditore.it/pdf/Shields%20-%20Corriere%20della%20Sera.pdf ). Se invertiamo il paragrafo 540 con il 543, in fondo non è una tragedia.
      Invertendo le lessie 442 e 463 di CND, ne compromettiamo irrimediabilmente il senso.

      Va da sé che questa distinzione non implica alcun giudizio di valore sulle due opere. Il mosaico non è di per sé migliore del collage, o viceversa.

      {Sul “né bello né brutto” mi limito a registrare.}

      Altro discorso merita il concetto di “realtà” sbandierato da Shields.
      Si illude chi pensa di poter rappresentare la realtà semplicemente rubandone dei pezzi e mettendoli insieme, creando un effetto (quasi) documentaristico.
      Finti sono i pezzi rubati, finto è il loro assemblaggio. La non-fiction è una fiction al quadrato.
      La realtà è impossibile, viviamo tutti sotto la dittatura del linguaggio. E non se ne esce.
      Adesso che ci penso, anche questo ho voluto dire con CND.

      • Ma, Marco, a me pare che nel tuo testo molte cose possano essere spostate o espunte senza apprezzabili cambiamenti o perdite nel senso.
        Peraltro, mi pare che anche eliminando ogni riferimento alle fonti dalle quali hai tratte le varie parole o frasi non vi sia nessun cambiamento o perdita nel senso. Sapere che un “lui” viene da Virgilio e un altro dal Corano, che mi cambia? Il testo è là, quel che c’è dietro è dietro.
        In numerosi testi miei ho adoperato, interpolato, citato letteralmente eccetera testi altrui. E non mi è parso il caso di dare alla faccenda particolare importanza. Mi pare un modo di procedere normale.
        Se poi andassi a vedere, riga per riga, da dove, da quale contesto viene quella singola parola – col problema anche di ripescare le edizioni dalle quali citi, non sempre di riferimento -, mi dico: ma sarebbe interessante? Ma sarebbe divertente? Ma sarebbe almeno, quantomeno istruttivo?
        Non so.
        Magari si potrebbe tentare l’impresa senza usare così massivamente traduzioni (altrui). Impiegando le parole originali, nella lingua (e nell’alfabeto, se càpita) dell’originale.
        Mah.
        “Le cose torte non si possono drizzare”.
        (Qoèlet, nella traduzione di Giovanni Diodati, I 15).

        • > «Il testo è là, quel che c’è dietro è dietro.»

          Sì, ma cosa c’è dietro?
          Quando parlo/scrivo, dietro le mie parole, ci sono Virgilio, le Sturmtruppen, Euripide, Tasso, Bacon, Hobsbawm, Ozzy Osbourne. Indifferentemente.
          Ma non è questo il punto.
          «Cosa importa chi parla?» si chiedeva Foucault (“Che cos’è un autore?”, 1969).
          L’importante non è sapere chi – questo riguarda l’aspetto più ludico della lettura proposta da cnd –, ma cosa c’è dietro.
          Secondo Foucault, dietro le parole di un autore c’è sempre l’ “Ordine del Discorso”, lo spazio storico-logico che regola i diversi campi del sapere. Dietro ogni autore ci sono sempre tutti gli autori. Tutti.
          Ciò che mi premeva di più raccontare è l’algoritmo della ripetizione.
          Il circolo ermeneutico nel quale siamo intrappolati.

          Ecco, “cosa-c’è-dietro”: per quanto insignificante possa apparire, mi piaceva l’idea di farlo apparire.

  3. Però però però però, aldilà dei facili entusiasmi iniziali che si esaltano per la presunta (meritata) crocefissione dei tanti Lui eiaculanti insignificanti proiezioni egotiche di individualità nell’era del signor Bloom…

    Si continua a difendere un Lui tramite l’inveterato uso di supercazzole atte a giustificarne l’esistenza nel momento stesso in cui se ne mette in piazza l’inconsistenza. La cosa ha l’aspetto ammaliante del serpente che si morde la coda, ma come esso, non può certo durare a lungo, a meno che non si decida di fermare l’immagine e imbastirci sopra un bel dibattito, ignorando l’antica saggezza che fu nel Fantozzi in ognuno di noi.

    Tutto ciò semplicemente per ribadire il difficile concetto per cui l’Autore è davvero morto, aldilà di quante evocazioni del suo cadavere si possa fare per sperare di resuscitarlo, e aldilà dell’illusione ottica che certe affermazioni del suo statuto di cadavere a fine di evocazione spiritica possono causare in chi si aspetta, da tempo, la dovuta sepoltura per il povero cadavere inquieto.

    Con ciò senza nulla togliere a un lavoro di cui si comprende e apprezza il valore materiale, in quanto a suo tempo se ne immaginò l’attuazione senza volerne attuare mai l’immagine a causa di vari impedimenti tra cui il principale fu la non voglia di sottolineare i libri presi in prestito dalle biblioteche.

    • «Ma allora io le potrei dire, anche con il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vice-sindaco, capisce?»

      Potrà sembrare strano, ma sono d’accordo con te.

      «Novantadue minuti di applausi!»

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