Viaggio in Argentina #5

3 dicembre 2003
Pubblicato da

di Antonio Moresco

Juicio y castigo.jpgAscolto i racconti di Laura, di quando è venuta le altre volte in Argentina, dei peruviani e dei boliviani con le loro facce da indios, immobili per giorni sotto i ponteggi dei cantieri, in attesa che qualcuno cada o si faccia male per poter prendere il suo posto. L’amica che le ha confessato di aver mangiato per disperazione anche un topo. “Come hai fatto?” le ha chiesto Laura, intendendo come hai fatto a vincere lo schifo, ecc… L’amica invece, intendendola come una domanda tecnica, le ha risposto: “L’ho lavato con un pezzo di sapone prima di cucinarlo!”.

La situazione di Buenos Aires. Il taxista abusivo che di notte ti porta in una strada buia, dove aspettano i suoi compari che ti fanno la festa. La stazione del Retiro, dove andava Gombrowicz in cerca di ragazzi, che adesso fa paura, di notte. Il treno da Buenos Aires a La Plata, una delle poche tratte ferroviarie ancora in funzione qui in Argentina dopo le privatizzazioni e il fallimento e lo smantellamento di tutto il sistema ferroviario nazionale. Treni senza più finestrini, i sedili esplosi. Attraversano a passo d’uomo quartieri miserabili, bidonvilles, completamente bui di notte perché nei vagoni non funziona la luce. La gente sale e scende mentre il treno continua ad andare, rubano le valige, gli zaini, saltano giù dal treno in movimento, i controllori che sanno solo buttare giù a pedate la gente senza biglietto. Meglio non parlare durante il viaggio, per non far capire che si è stranieri. E poi le poste. Inutile mandare cartoline, perché non ci sono cassette delle lettere nelle strade, bisogna portare la posta ai correos privatizzati, che si prendono i soldi e poi non mettono l’affrancatura e non spediscono niente. La poca posta che arriva qui, i pacchi sigillati, quando va bene arrivano completamente aperti, le buste lacerate per vedere se ci sono dentro soldi o altre cose che si possono vendere o barattare.

E poi gli sciamani, i brujos che volano con gilè di pelle umana strappata ai cadaveri, nelle zone vicino alle Ande, le streghe che vanno in trance dondolandosi sopra una scala. Comunità di indios albini, perché qualche conquistador albino si sarà scopato o stuprato tutte le donne della tribù. Le storie antiche dei massacri e della cancellazione degli indios cacciati come selvaggina. I testicoli oppure gli occhi come prova per ricevere il prezzo.

Ci sono dappertutto delle strane pozzanghere sui marciapiedi esplosi. Ti cadono continuamente gocce d’acqua sopra la testa, uno sgocciolio continuo dai vecchi condizionatori che pisciano dall’alto delle finestre sui marciapiedi.

Questa incredibile coazione a mettersi in fila, alle fermate degli autobus, nei punti dove si sa per tradizione orale che c’è la fermata, vicino a palette di cui resta solo il mozzicone o neppure quello. Anche se ci sono solo due persone in attesa. Si mettono in fila una dopo l’altra lungo la linea del marciapiede. Questa esibizione di disciplina all’inglese in un paese così violento e compresso, che è stato macellatore di se stesso e macellato, che ha fatto la guerra all’Inghilterra, che ha vissuto per anni con l’incubo delle retate notturne, delle sparizioni, delle torture. Le retate dei ragazzini nei bar, nelle scuole. I furgoni bui che si fermavano sotto le case, di notte, per prelevare la gente nel sonno e portarla nelle camere di tortura. La gente col cuore in gola per tutta la notte in attesa dell’alba, guardando fuori dalle fessure delle ante senza farsi vedere, tremando a ogni rumore proveniente dalla strada, dalla tromba delle scale. E questo ogni notte, ogni notte, per anni. I banchi delle librerie sono pieni di libri di psicanalisi, settori interi di scaffali pieni di libri di psicanalisi. Un numero enorme di persone che cerca evidentemente di fronteggiare così i traumi terribili subiti personalmente o attraverso persone care, forse addirittura traumi ritardati per avere partecipato personalmente all’orrore o attraverso famigliari, parenti, di avere saputo e di avere fatto finta di niente, di avere fatto magari qualche nome per avere salva la pelle. Nessuno che teneva più agendine, indirizzari, per non far sequestare gli amici, anche se non c’entravano niente, perché la macchina sadica impazzita andava a pieno regime e non si fermava di fronte a nulla, una volta saltato il fosso chiedeva sempre nuova carne da torturare, sempre nuovi corpi da terrorizzare, da massacrare, tutti questi bravi e arroganti cattolici stendevano o facevano stendere le persone sui tavoli di tortura. In questi giorni passiamo ogni tanto di fronte a un’enorme costruzione simile a uno chalet austriaco, che si protende al termine di un lungo pontile fin sulle acque gialle e fangose del Rio della Plata. Si chiama Club des Pescadores. È un club esclusivo dei militari. Durante gli anni della dittatura – mi dice Laura – prelevavano le ragazze più belle dalle camere di tortura, facevano infilare loro vestiti da sera che coprivano a malapena i lividi, le ferite, collane al collo, orecchini, perché intrattenessero e facessero fare bella figura ai militari durante le cene e i balli che ne seguivano. Mi immagino quelle ragazze che ballavano terrorizzate coi loro eleganti aguzzini in divisa, che dovevano ridere alle loro battute senza sapere cosa sarebbe successo il giorno dopo, quando qualcuno avrebbe tolto loro di dosso abiti da sera, collane, orecchini, prima di riportarle nelle camere di tortura, di nuovo inghiottite nel nulla, gettate giù dagli aerei dopo essere state intontite con un’iniezione, derubate persino all’ultimo istante di scarpe, vestiti, coi portelloni già aperti…

“E se al di sotto di tutto c’è una volta infernale (certamente vasta se un altro tormento non si inventi, che a milioni gli uomini vengano gettati in una angusta stanza e rovente), allora sfericità e solidità non hanno ragione d’essere”. John Donne

Visita al quartiere del Boca con Giovanni. Le due o tre vie con le case di lamiera colorate, per i turisti che scattano fotografie indisturbati in un piccolissimo perimetro di sicurezza, la corta via con i souvenir e una grande costruzione alla Disneyland con gli enormi, spropositati mascheroni di cartapesta che escono dalla facciata, come nei baracconi dei luna park. Lo stadio del Boca in mezzo ai casamenti. Entriamo, ci fermiamo un po’ di fronte ai busti e alle targhe che ci sono all’ingresso, coppe, medaglie, club e istituzioni sportive attraverso cui un numero enorme di ragazzi spera di trovare una via di fuga dalla miseria e dalla mancanza di futuro. Come Maradona, che è nato in uno di questi quartieri miserabili. Come migliaia di altri che entrano negli istituti di polizia, dell’esercito, portandosi dietro la loro disperazione e il loro odio e la loro riconoscenza di casta e la loro volontà di rivalsa.

Ci affacciamo all’ingresso dello stadio deserto. Il cielo plumbeo, pieno di nuvole scure. Entriamo nella delirante conchiglia con i settori di seggioline di diverso colore, andiamo fino alla rete metallica che protegge il campo, vicino alla botola da cui chissà quante volte sarà balzato fuori Maradona e tutti gli altri campioni tra l’urlo improvviso e riconoscente della folla.

Usciamo, camminiamo per un po’ nel resto del quartiere, che diventa via via sempre più miserabile man mano che ci si allontana dalle quattro stradine colorate. Tratti di ferrovia invasi dalle erbacce, disattivati, case e baracche di lamiera arrugginita dove vagano bambini scalzi. Arriviamo al porto, con le sue grosse strutture cantieristiche arrugginite. Costeggiamo l’acqua putrida, una discarica di vecchie navi sfasciate. Una piccola barca sta trasportando una donna con un neonato in braccio sull’altra riva, dove c’è una zona di baracche che non si vede da qui. Andiamo ancora avanti. Qualcuno ci guarda da un’enorme casa-baracca, dall’altra parte, miserabile e fatiscente ma con i resti di un vecchio bassorilievo di marmo annerito sulla facciata. Una donna cucina qualcosa in un paiolo di latta, di fronte alla porta. Un’auto scassata si ferma. Il guidatore mi grida qualcosa. Capisco solo la parola “càmara”. Giovanni traduce: “Ha detto di mettere via la macchina fotografica!”. Me la ficco in tasca. Andiamo avanti ancora un po’. Indichiamo col braccio una piccola strada sterrata dove vorremmo entrare. Dalla strada, un uomo sbucato all’improvviso, con un neonato in braccio, si avvicina. Ha colto evidentemente il nostro gesto e la nostra intenzione e ci grida di no, di non entrare. Fa due o tre volte il segno di no con la mano e poi si allontana. Noi andiamo avanti ancora. Ad un certo punto un uomo in divisa, dai tratti indi, che stava facendo qualcosa con un altro vicino a una vecchia barca, ci viene davanti e ci ferma. “Non andate oltre!” ci intima. Mentre torniamo indietro, dopo pochi passi, sentiamo un fischio alle nostre spalle. Ci giriamo e vediamo che qualcuno ci sta seguendo. Non capiamo bene cosa sta succedendo. L’uomo che ci ha fermato si avvicina a quello che ci stava seguendo. Gli dice qualcosa. Forse lo ferma, ci pare, ma poi vediamo che l’uomo ci segue ancora per un po’. Arriviamo fino a un vecchio taxi scassato. Saliamo. Il guidatore dice qualcosa a uno che sta lì in piedi, vicino, che si allontana in fretta. Comincia a guidare attraverso un quartiere miserabile come certi slum del terzo mondo. Case scalcinate, baracche nere, carbonizzate, gente seminuda seduta su piccole scalette spaccate in attesa di chissà cosa, macchine arrugginite di quarant’anni fa che si spostano con rumori assordanti tra persone che girano come assenti, con gli occhi sempre leggermente sbarrati.

(continua)

_________________________________________________________

Pubblicato su “Fernandel”, n. 2, luglio-settembre 2003. Le foto sono di A. Moresco.

Tag: ,



indiani