Qualcosa che viene da lontano #4

10 dicembre 2003
Pubblicato da

di Piersandro Pallavicini

martins_foto.jpgE I KUREISHI, I RUSHDIE? Dunque non bastano le intenzioni, la consapevolezza, non basta avere storie vulcaniche da raccontare, non basta una buona tecnica. Arrivati a questo punto, passati più di dieci anni dagli esordi, e con le basi, gli spazi, le possibilità editoriali e gli errori già commessi ben evidenti agli occhi di tutti, è lecito aspettarsi qualcosa di più. È lecito, insomma, ora, cominciare quel processo di rimozione del nome e della quarta di copertina dai libri dei migranti, alla ricerca del libro davvero grande e capace di farsi ricordare in sé e per sè. Libro davvero grande e memorabile che ancora non c’è stato, è vero, ma che è facile indovinare dove andare a cercare per il prossimo futuro: occorre, infatti, andarlo a cercare dove c’è il talento. Presso gli scrittori veri e puri. E allora ecco una rassegna dei nomi cui ci si può rivolgere.

MUIN MASRI ha appena dato alle stampe un secondo, piccolo ma prezioso libro per Portofranco. Si chiama Ci sei ancora? ed è un ibrido di conversazioni telefoniche e frammenti di narrazione ambientati a Nablus, in Palestina, poco dopo l’11 settembre 2001. Qual è il talento che Masri qui lascia venir fuori pienamente? È la delicatezza, il tono sommesso, il dribbling ai luoghi comuni. Che sa guidarci su un terreno difficilissimo, lungo un percorso personale e toccante, pieno di verità inattese, presi letteralmente per mano dall’affabilità dell’autore.

RON KUBATI è albanese, e il suo primo romanzo, Va e non torna, pubblicato da Besa nel 2000, era un bell’esempio di scrittura graffiante su una vicenda probabilmente autobiografica – o comunque legata all’immigrazione drammatica da un’Albania in disfacimento e a esperienze lavorative e di studio in Italia vicine a quelle dell’autore. Un romanzo d’esordio forse legato ai “soliti temi”, ma diverso dal solito: mai conciliante, mai ovvio, mai didascalico, con uno sguardo altezzoso e rancoroso sulle cose, ambientato in un sud profondo ma non stereotipato. Un romanzo d’impatto – la cui imperfezione stava nella trama incerta, non trascinante – che ha messo i suoi lettori in attesa del nuovo romanzo di Kubati. Romanzo che è uscito da pochi mesi, si intitola M (Besa) e correttamente si allontana dalle già sfruttate tematiche dell’immigrazione e da vicende riconoscibilmente biografiche… ma che purtroppo gira un po’ a vuoto in una ricerca stilistica e d’ibridazione linguistica forzata, oltre che su una trama questa volta metropolitana ma sfortunatamente ancor più debole che nell’esordio. Una voce riconoscibile, tuttavia, quella di Kubati, che può essere capace, dovesse trovare la materia giusta del narrare, di raccontarci qualcosa d’importante.

JADELIN MABIALA GANGBO non è nato qui, ma qui è cresciuto sin da bambino, e si sente: la fatica linguistica non c’è, e nella sua scrittura ci sono anzi l’armonia e il bel canto di chi si è già costruito un proprio sound. Il suo secondo libro, il romanzo Rometta e Giulieo (2001) non a caso è uscito non più per una piccola come Portofranco, ma per una grande come Feltrinelli: casa editrice impegnata, con gli italiani, anche in un percorso di ricerca. E nel romanzo di Gangbo si dispiega infatti un apparato di ricerca strutturale e stilistica, che genera un libro forse di non immediata accessibilità, ma sorprendente e nuovo per l’immaginario surreale e ibridato che sa mettere in campo, e notevole per come mostra un autentico, compiuto talento scrittoriale. E talentuoso e innovativo Gangbo continua a rivelarsi anche in quel che va scrivendo in racconti per riviste e antologie, che segnalano un suo spostamento verso una scrittura ricca, gioiosa, vulcanica, piena di humour e di valenze politiche e sociali mai dette ma sempre mostrate da una felice narrazione.

VIOLA CHANDRA è, sin qui, l’unico esempio di scrittrice nata in Italia da una famiglia in parte italiana e in parte no: suo padre è indiano. Il suo intenso e cupo romanzo d’esordio, Media Chiara e Noccioline (DeriveApprodi, 2001) ha proprio a che fare con una famiglia bipolare, con un padre indiano, adorato ma lontano, presente fisicamente ma irraggiungibile. Come nel caso dei due romanzi di Gangbo, qui non si parla di razzismi e differenze. Questi temi, se ci sono, sono ombre e riflessi in una vicenda narrata che sta in piedi per sé, che ha una propria necessità che si è imposta alla scrittrice fuori da qualsiasi schema, fuori da qualsiasi ragionamento di convenienza e di scopi. Un romanzo puro, insomma, dove l’immigrazione in senso lato è solo una componente tra le tante, ma dove si ravvisa uno sguardo meticcio e nuovo.

KOSSI KOMLA è togolese, ha più di 45 anni ed è arrivato a pubblicare la sua opera più riuscita, il romanzo Neyla (Edizioni dell’Arco, 2003), attraverso un percorso fatto di partecipazioni ad antologie e di racconti usciti in riviste, nonché della pubblicazione della raccolta di microstorie Imbarazzismi (Edizioni dell’Arco, 2002). Nel recentissimo romanzo, per il quale va sottolineata l’uscita nell’ambito dell’editoria di strada, Komla mostra il talento del narratore naturale e l’arguzia dello scrittore consumato. In Neyla ribalta il racconto di immigrazione e consegna al lettore un ritorno in Togo, per una vacanza, di un io narrante studente universitario in Italia. È bello e non ovvio, in questo romanzo, il senso della non-appartenenza a nessuna cultura, né quella del paese dove si è migrati né – cioè non più – quella del paese che si è lasciato. Bello il senso di immensa solitudine, di eterno spiazzamento, innestato, qui, su una storia d’amore e su una collezione di aneddotica bilanciata, che rendono appassionante la lettura.

JULIO MONTEIRO MARTINS è brasiliano, ha 48 anni, e oltre ad aver pubblicato la raccolta Racconti Italiani (Besa, 2001) insegna lingua e letteratura portoghese all’Università di Pisa ed è il fondatore della scuola di scrittura creativa Sagarana. Attività lavorative che si riflettono in una scrittura ricercata – o di ricerca – dove i temi legati direttamente all’immigrazione spariscono e ci si sposta su un terreno più incerto, fatto di pezzi di immaginario brasiliano e italiano trasportati in ambientazioni indefinite, per racconti forse non di presa forte in quanto a plot, ma carichi di un fascino sofisticato, tutto scrittoriale.

(fine)

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[PUBBLICATO SU PULP LIBRI – SETTEMBRE 2003]

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