Nuovo cinema paraculo: Wasp in translation

29 marzo 2004
Pubblicato da

di Christian Raimo

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Va là, il rito degli Oscar è avvenuto e ha dato anche l’incoronazione alla cinematografia non così sputtanatamente hollywoodiana (pseudoindipendente), che in alcuni casi sembra la dialettica negativa che serve alla giustificazione dell’ideologia cinematografica più established. Parliamo di questo insomma, dei due film più sopravvalutati della stagione, Lost in translation (migliore sceneggiatura originale) e Le invasioni barbariche (miglior film straniero). E partiamo dal fondo.

Dopo qualche giorno che era uscito in sala, il distributore del film di Arcand ha deciso di confezionare un nuovo trailer, mostrando una serie di interviste flash all’uscita del cinema con la gente unanime nell’esprimere entusiasmo. Io a vederlo sono andato anche per questo.

Una cosa che si notava subito, a sbirciare la gente in sala come quella del trailer, era la decisa somiglianza tra le persone davanti lo schermo e quelle dentro, o meglio il tentativo di assomigliare. È una circostanza che mi capita di notare sempre più spesso: stessi vestiti, stesse sciarpe, stessa parlantina, stessa scelta di vini, stessi film preferiti. Per cui poi fa quasi tenerezza sentire cose tipo che il pubblico si identifica con i personaggi del film, o che il regista è riuscito a cogliere lo spirito dei tempi.

Vedendo le due ore del film, la somiglianza veniva minata da qualche particolare: i protagonisti del film facevano battute un po’ più divertenti di quelle che avrebbero fatto senzaoffesa gli spettatori e c’era un personaggio (la tossica) che se avesse avuto un suo clone in sala, avrei provato ad abbordare. Per il resto il film è agghiacciante come un referto sulla nostra società, ma non uno sguardo lucido o disincantato o obliquo, quanto piuttosto la sua manifestazione sintomatologica più esatta. La più riuscita, e per questo esteticamente/eticamente imperdonabile, di quelle Variazioni-sull’Apocalissi che siamo abituati a lasciarci passare come “parabole sulla ricerca del senso”.

L’idea di base di IB è un topos molto in voga: un uomo con tanti sbagli alle spalle sta per morire, gli amici e la famiglia accorrono al capezzale, il figlio yuppie da sempre in rotta si riavvicina. Conversazioni, bilanci su vite spese in un modo o nell’altro. Ma quello che interessa Arcand in questo grande freddo non sono i sentimenti o gli uomini (intercambiabili in fondo come si manifesta nella scena più orrida di tutto il film – quella in cui i vari personaggi enumerano uno alla volta tutti gli ismi in cui credettero invano: marxismo, femminismo e così via), ma chiaramente il ritratto di un’epoca. Un’epoca di grande decadenza come si preannuncia fin dal titolo, un impero agli sgoccioli, che si è dato la morte da solo, ma che invece di praticare un sobrio rito di suppuku, si lancia in un estenuante canto del cigno. Non ne avete in un certo senso le palle piene anche voi? La constatazione che il modello di liberazione sessantottesco (quella liberazione dei costumi che è diventata semplicemente emancipazione dei consumi) ha fallito nel suo obiettivo principale: creare felicità. Se scrittori come, mettiamo, Coupland o Houellebecq riescono a mostrare il deserto etico e affettivo ed emotivo lasciato da questo modello di sviluppo, il suo preciso fallimento; lo sguardo di Arcand con il pretesto di essere caustico resta solamente assolutorio rispetto ai guasti morali e politici di un’intera generazione.

Ma nel far questo, Arcand non è solamente uno stigmatizzatore indulgente – il tipico ragazzone radical chic d’occidente che crede che una battuta ben riuscita riesca a redimerci dalle peggiori catastrofi -, ma prova anche ad alzare la posta del suo ingiudicabile giudizio sul mondo nel momento finale del film. Il suo obiettivo artistico autolegittima una scelta a dire il vero assai questionabile: fare una commedia sulla morte, e all’interno di questa commedia rappresentare una delle scene più violente pensabili, quella di un’eutanasia, con toni leggeri. La rappresentazione di una dolce morte (corredata dal miele della bella Marie-Josée Croze che fa da angelo della morte portando a Remy Girard ogni giorno una dose di eroina per lenire il dolore fino a praticargli l’ultima iniezione letale) finisce col togliere di mezzo anche l’ultimo dei dilemmi morali. L’eutanasia non è più una scelta drammatica (e specularmente anche la morte non è più un evento critico), ma consequenziale, perfettamente congruente per una serie di personaggi per cui le dif-ferenze nelle scelte di vita sono soltanto variazioni di grado rispetto alle differenze sulle scelte di gusto. Stare da una parte o dall’altra dell’esistenza non sembra poi fare tanta differenza se l’impressione è quella che la fine del mondo sia già avvenuta anche qui, forse già vent’anni fa.

Se IB è il grande freddo del 2003, il piccolo freddo è Lost in translation di Sofia Coppola. La storia di due anime smarrite in Giappone che si trovano per qualche ora per poi riperdersi per sempre. Anche qui il presupposto (imposto) del(la) regista è che allo spettatore interessino le malinconie di un manipolo di miliardari che si rendono conto che tutto il loro consapevolissimo disincanto non li esime dal sentirsi molto soli. Come fare a mostrare quanta tristezza può celarsi negli stanchi riti di una civiltà mostruosamente opulenta? Aprendo l’obiettivo della cinepresa. E poi? Poi basta. Il film è finito. Anche qui Sofia Coppola, mettendo alla berlina una serie di aberrazioni ridicole della società ipercivilizzata in tutte le sue forme (attricette cerebrolese che parlano delle idiosincrasie di Keanu Reeves, mogli ossessive che faxano da un lato all’altro del globo domande su come arredare il salotto di casa, registi fighetti che fanno ripetere ottantasei volte i tre secondi stronzi di uno spot in un poco riuscito remake di Gigi Proietti in Febbre da Cavallo), non fa altro che ritrarre un percorso di vite che si incontrano senza direzione, come se l’essere naïf, comici per sbaglio, ammiccanti senza esagerare, sovracculturati per caso, insomma perfettamente dissolti nello spirito dei tempi, dispensasse dalla possibilità di essere portatori di una propria visione, di rischiare in definitiva.

Del resto che rimproveri muovere alla Coppola, che svolge il suo compito con grande diligenza, scegliendosi due attori capaci (Johannson+Murray, più a dire il vero un idiota alla ricerca disperata di una parvenza di personaggio, Giovanni Ribisi che fa il marito di lei) e una colonna sonora titillante a tal punto che, se spezzato nei punti giusti, il film potrebbe essere ricicciato come una serie di 12 videoclip? Alla Coppola va rimproverata l’inesistenza di un trauma vero, l’incapacità di vederlo nel mondo, e la sostituzione di una dimensione tragica, drammatica, con una insinuazione continua di piccoli spostamenti privati di umori. La Johannson sembra la versione edulcoratissima della Vitti dei primi film di Antonioni. I suoi sguardi assenti fendono solo, non spalancano mai. E tutto ciò, queste anime che sono belle perché sono poco esposte, laconiche, con occhi grandi, e culi evocativi, finisce col mettere insieme un prodotto molto elegante, una specie di film di sottofondo, in cui la scelta del regista si accoda con la tipica etica del turista, lo sguardo perennemente esotico sul proprio tempo, la spaesatezza come traduzione light e mai angosciosa della perdizione.

Gli altri elementi del film si giustificano tutti in questo aggiustamento prospettico: i giapponesi descritti come fossero dei dementi tutti uguali, la castità/il nonincontro come soluzione diversa, cool, rispetto a un dramma di sentimenti.

Abbiamo le idee politiche giuste, conosciamo i cibi di venti diverse nazioni, parliamo sei lingue, abbiamo tutti gli strumenti possibile per afferrare la realtà, eppure la vita al massimo ci sfiora. Non sarebbe il caso di far vedere quanto sia devastante questo sentimento invece di far partire un pezzo di Jesus & Mary Chain?

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pubblicato sul sito www.minimumfax.com

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16 Responses to Nuovo cinema paraculo: Wasp in translation

  1. gabriella fuschini il 29 marzo 2004 alle 13:29

    Sono uscita dal cinema dopo aver visto IB, incazzata nera, con un senso di fastidio aumentato dal fatto che gli altri spettatori ne erano entusiasti… sono d’accordo con te, alla fine è un prodotto molto chic, very cool. molto intellettuale: troppo. A parte la rappresantazione di una sanità pubblica canadese da tezo mondo, che non corrisponde a ciò che mi hanno raccontato conoscenti medici, andati a fare i ricercatori in Canadà, trovo che voler fare un film sulla morte standone distaccati in quel modo sia pure un po’ perverso!

  2. Mario Bianco il 29 marzo 2004 alle 19:03

    ” i giapponesi descritti come fossero dei dementi tutti uguali”.
    Bene, per chi è stato in Giappone ciò può pure sembrare vero, a volte i giapponesi fanno ridere un occidentale, con i loro inchini, i loro rituali,i loro saluti, i loro sorrisi ed altre normalissime cose .
    Anche gli italiani fanno ridere e pena con i loro sughi, le loro padelle, le loro mamme suocere cognati urla sbracciate mafie e camorre.
    Che doveva fare la Coppola?
    Farci pure un ritrattino del Giapponese veritiero?

  3. cletus il 30 marzo 2004 alle 07:57

    solo per dire questo: non ho visto il primo film (lo recuperero’ in noleggio, appena possibile), ho visto il secondo (due righe anche sul mio blog): a me sembra che il “nocciolo” della critica, questo filmare (ma anche lo scrivere, prima) come avendo una polaroid in mano sia la scoperta dell’acqua calda. Penso all’Ultimo bacio, che in uno sprazzo di lucidita’ mi venne fatto di definire “un film di altman girato all’Eur”. Ecco, quel meccanismo di identificazione, scatta facendo la gioia del botteghino. Il cinema come specchio, o una grande candid-camera. Non credo che questo ritirarsi, da parte degli scrittori (prima) e dei registi (poi), porti alla lunga a qualcosa.

  4. smi il 30 marzo 2004 alle 12:59

    non l’ho capita questa critica a IB, va a parare sempre dalla stessa parte: il nuovo snobismo per i film che sembrano troppo ben confezionati (chic, cool…ok ci siamo capiti). che ci sarebbe di male nell’identificarsi in un film? la gente ha passato una vita a citare moretti a memoria, e quello andava a bene, se ci si ritrova ad una cena a parlare di problemi di coppie, si comicia a woodyalleneggiare e si diventa subito più simpatici. dove sta la differeza? che nanni e woody sono più obliqui? poi dici che arcand non si preoccupa di uomini e sentimenti ma di descrivere una società, come si fa a fare una cosa senza fare l’altra? se il ritratto di una società in decadenza gli è riuscito, mi sembra improbabile che là in mezzo non ci fosse traccia di umanità e sentimento, che intendi allora per ritratto di una società? una bella scenografia? misiche azzeccate? terza cosa non mi sembra un film assolutorio, i personaggi sono smascherati e messsi a nudo dall’inizio alla fine, e poi d’accordo arcand magari non se la sente di dire che sono una massa di stronzi, perche in effetti non lo sono, è gente che ha creduto in buona fede alle utopie in cui si credeva un tempo e che è sopravvissuta come ha potuto, scendendo a patti non tanto col mondo ma con il proprio disincanto. cazzo non era mica il film su un gruppo di reduci nazisti, che dovevano fare poveretti per espiare le proprie colpe? e poi l’eutanasia, io non ho visto questa leggererezza di toni, se per te il dramma è smorzato dal fatto che la tossica era una strafica e che questo toglieva pesantezza e disagio alla morte, è un altro discorso. detto questo non credo che IB sia un film straordinario,però non credo si possa parlare neppure di un film fighetto, anche perche un film girato per metà del tempo in una stanza di ospedale non vedo come possa essere così seducente ed ammiccante.
    per quanto riguarda la coppolina parlarne male non è mai abbastanza.

  5. Elio Paoloni il 30 marzo 2004 alle 13:57

    Già, CLETUS, il cinema candid camera, come l’approccio degli scrittori di cui dicevo altrove. Neanch’io ho visto i film, ma mentre leggevo la critica di Raimo pensavo esattamente a questo: Altman. E mi chiedevo: Raimo disprezza anche Altman? O solo i suoi epigoni? E io, che ritengo Nashville il film del secolo, cosa devo pensare di questo modo di girare? Nashville era davvero solo candid, o molto di più? Cosa, esattamente, permetteva a Nashville, quella sorta di documentario su situazioni comuni, con dialoghi banalissimi, di scavare così nelle nostre vite? La sceneggiatura, gli attori, qualcosa di più squisitamente cinematografico che è difficile da descrivere? Non è facile isolare la magia, delineare quella piccola differenza.

    Anche SMI si chiede:
    – dove sta la differenza? che nanni e woody sono più obliqui?
    Lo dice avendo visto il film e contestando le critiche di Raimo. Io mi limito a riflettere in generale, partendo dalle parole. Obliquo, appunto: non starebbe a indicare uno sguardo più sfuggente, cioè quello che Raimo critica?

    A proposito di cinema, ho poi visto Zatoichi. Rispetto a Kill Bill, un po’ più di ironia, meno effetti speciali, ma non mi è sembrato un capolavoro (a dire il vero, davvero se non il magnifico film in cui impersonava un poliziotto). Parecchio “già visto”. Più che a Kurosawa faceva pensare a Leone, cioè a Kurosawa citato. E la scena finale al pasticciere di Nanni Moretti. Infine, a proposito di genitori massacrati, era più toccante il flash-back cartoon di Tarantino.

  6. Elio Paoloni il 30 marzo 2004 alle 14:00

    Frase completa: niente di Kitano mi ha impressionato davvero a parte il magnifico film in cui impersonava un poliziotto.

  7. bianca il 30 marzo 2004 alle 16:52

    ho letto con molto interesse questa doppia recensione, e ho avuto una sensazione stranissima, che in parte credo abbia colto anche smi, qua sopra.
    non e’ facile da spiegare, ma mi sembra che tu abbia inserito nell’ottima disamina a IB tutti gli elementi che dovebbero formare un giudizio POSITIVO, salvo poi alla fine dire: e quindi, tirando le somme di cio’ che ho detto, il film fa schifo. no, c’e’ qualcosa che non quadra. rilevi degli elementi che fanno di un film un film RIUSCITO, e poi dici che invece NON LO E’. come se tu avessi deciso a priori di massacrarlo, e basta. boh!
    per la coppola, invece, ti seguo molto meglio. forse perche’ il titolo “nuovo cinema paraculo” mai meglio si attaglio’ ad un film come in questo caso, forse solo perche’ sono d’accordo con te.

  8. sc il 30 marzo 2004 alle 21:53

    Questo dubbio mi era gia sorto con “Buongiorno, notte”, ma mi sa che Raimo con il cinema ha un po’ di problemi di comprensione.

  9. gabriella fuschini il 30 marzo 2004 alle 23:13

    Volevo capire meglio cosa intendevi,Ciaruffoli,e sono andata a fare un giro su PP,ho letto la recensione a IB e ho trovato la conferma alle mie riflessioni. Complimenti e in bocca al lupo!(Il sito è molto, molto interessante)

  10. Elio Paoloni il 31 marzo 2004 alle 07:17

    Ciaruffoli? PP?

  11. sc il 31 marzo 2004 alle 12:30

    Sì, sono lui.
    Grazie per i complimenti :-)
    sc

  12. gabriella il 31 marzo 2004 alle 15:03

    In effetti sembra un messaggio in codice, cmq Elio se clicchi sulla firma sc(Simone Ciaruffoli)compare l’indirizzo del sito PP.
    Ciao :-))

  13. Erica Monesi il 1 aprile 2004 alle 19:21

    D’accordo e anche di più sulla Coppola, su cui spesi due parole anch’io a suo tempo, ma su Arcand no. Credo che sulla recensione stia addosso un pregiudizio di fondo relativo non tanto al film quanto alla generazione che vi è rappresentata. Il “grande freddo” di Arcand è stato “Il declino dell’impero americano”, addirittura ricalcato, ma con molta più ironia, su quello U.S.A. Qui, la generazione passa la mano e basta. Le si rimprovera di non farlo battendosi il petto in preda a laceranti mea culpa e a nipponici seppuku? Ma per favore!

  14. Elio Paoloni il 2 aprile 2004 alle 08:56

    Visto Invasioni. Contento. Mi sono trovato di fronte a Barney, un Barney più addolcito ma sufficientemente cattivello. Gabriella, perché poi incazzata? Sì, non riesco a credere neanch’io che la sanità canadese possa essere così: neanche da noi è tanto malmessa. Ma addirittura incazzati! Per l’antropologia degli spettatori, come vuole Raimo? E se ci mettessimo a fare l’antropologia degli spettatori de I cento passi? Insomma, mi sembra che Bianca abbia colto nel segno.

  15. leonardo il 3 aprile 2004 alle 17:00

    La scena dell’eutanasia nelle IB “leggera”? E’ l’unica che salva un film altrimenti vezzoso e passatista, dico, eppure film salvabile, proprio perché il decorso di un malato terminale non ne esce addolcito, “edulcorato” sic et simpliciter. Il contorno stona. Ma anche Raimo. La Coppola tanti saluti, faceva meglio a restare nelle padrinate III. Salute gente.

  16. franz krauspenhaar il 3 aprile 2004 alle 21:58

    Dico in punta di computer: Invasioni barabariche non l’ho visto. Last in translation nemmeno.
    La Coppola mi convinse alquanto ne “Il giardino delle vergini suicide”. Ottimo film, grandissimo James Woods, colonna sonora degli Air, se permettete, eccellente.
    Per il resto, quando ho letto che per Elio Nashville è il film del secolo sono trasalito. Ma come??? E come la mettiamo con Kubrick (Barry Lyndon?) E con Chaplin? (Monsieur Verdoux, per esempio?)
    Elio, ti stimavo sinceramente. Ma da ora in poi, basta!…;-))
    E il Fellini di 8 e 1/2 e de La dolce vita?



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