Ceci n’est pas un crime

23 maggio 2004
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Di Andrea Inglese

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CECI N’EST PAS UN CRIME CECI N’EST PAS UN CRIME CECI N’EST PAS UN CRIME

(« New York. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri nuovamente, durante una seduta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la proroga per un altro anno dell’immunità da concedere ai soldati americani impegnati all’estero dall’applicazione delle regole della Corte penale internazionale.» La Repubblica, sabato 22 maggio 2004.)

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8 Responses to Ceci n’est pas un crime

  1. andrea barbieri il 24 maggio 2004 alle 20:30

    La linea difensiva di un avvocato riguardo alle foto del suo assistito che rideva e alzava il pollice tenedo la faccia accanto a quella di un cadavere iracheno è stata: E’ solo umorismo da galera.

  2. Elio Paoloni il 25 maggio 2004 alle 07:20

    Scusate il ritardo:

    “Il 19 maggio prossimo, a Bagdad, si terrà la prima sessione della Corte Marziale chiamata a giudicare i primi imputati per le sevizie nella prigione di Abu Ghraib. Le imputazioni sono pesantissime: vanno dalla associazione a delinquere (conspiracy) finalizzata al maltrattamento di subordinati e detenuti, alla violata consegna (dereliction of duty) per negligenza nella tutela dei detenuti da abusi, crudeltà e maltrattamenti. La Corte Marziale si riunirà nel Convention Center della Green Zone di Bagdag e le sue sedute, che usualmente si svolgono a porte chiuse, saranno aperte alla stampa.
    Jeremy C. Sivits, sergente di 24 anni, della 372esima Military Police Company sarà il primo ad essere giudicato dalla Corte Marziale. La previsione della pena è severa. Sono in attesa per ora altri cinque militari, per le sevizie a 15 prigionieri.
    Sivits, oltre al carcere militare, subirà la degradazione a soldato semplice, con una multa fino due terzi della sua paga annuale. Inoltre, dopo aver scontato la pena nelle celle di Fort Leavenworth Military Prison nel Kansas, sarà congedato con disonore (dishonorable discharge) e tale ultimo aspetto lo condanna ai margini della società statunitense per il resto dei suoi giorni.
    Il procedimento contro Sivits ha messo in moto una macchina inarrestabile finché le responsabilità non saranno tutte definite, partendo dal basso e risalendo lungo la catena di comando. Il fatto che nelle imputazioni via sia l’associazione a delinquere” (conspiracy) apre un panorama processuale ampio. La conspiracy allarga il raggio di discrezione della Corte per irrogare le pene; inoltre costituisce un grosso stimolo per gli imputati a confessare tute le complicità e le sollecitazioni a delinquere pervenute dall’alto. Questo meccanismo in un primo tempo può alleggerire – mediante il patteggiamento conseguente alla piena e immediata confessione – la posizione degli imputati di più basso livello, ma subito dopo – mediante l’applicazione dell’articolo 882 del Codice Militare statunitense (U.S. Uniform Code of Military Justice – UCMJ) – renderà le chiamate di corresponsabilità immediatamente efficaci per irrogare, a quegli ufficiali che avessero sollecitato le sevizie, almeno le medesime pene degli autori materiali; a questo cumulo di pene si vanno a sommare le aggravanti relative alla funzione di responsabilità ricoperta al momento del fatto.
    C’è un ulteriore aspetto che per ora viene discusso sotto traccia.
    La strada seguita, attraverso l’articolo 893 dell’UCMJ, per investire in pieno la competenza della Corte Marziale – richiamando espressamente i casi di crudeltà e maltrattamento – consente anche l’applicazione degli articoli severissimi contro la violenza sessuale e, qualora risultasse che le sevizie hanno causato la morte di una o più vittime, la Corte Marziale potrebbe persino irrogare la pena di morte mediante fucilazione.
    Nella prima fase dei procedimenti questo aspetto forse rimarrà in ombra, ma è certo che non per questo la severità della Corte Marziale verrà meno.
    L’inchiesta, condotta dal generale di origini filippine, Antonio Taguba, sebbene sia sembrata in ritardo rispetto alle sollecitazioni massmediatiche, è stata invece rapida nelle prime conclusioni ed è destinata inesorabilmente ad ampliarsi, sia per iniziativa dell’amministrazione militare statunitense sia per effetto delle azioni dell’ufficio del procuratore militare della corte Marziale.” (Piero Laporta)

  3. andrea inglese il 25 maggio 2004 alle 10:18

    La Corte penale internazionale non è un organismo statunitense, è un’istituzione ESTERNA agli Stati Uniti, al di sopra delle parti, come la legge internazionale che incarna. La Corte Marziale è un organo dell’Esercito statunitense. Non è una piccola differenza. E’ tutta la differenza. (Danilo Zolo, in Italia, ne parla dai tempi della guerra contro la Serbia.) Anche i piloti che tranciarano da noi la funivia, provocando morti innocenti, sono stati giudicati da un tribunale dell’esercito statunitense. Il problema non è né il giudizio, né la punizione. Mi sembra chiaro questo punto. Il problema è: quale autorevolezza morale e legittimità politica ha uno sceriffo che agisce a livello internazionale, ma verrà giudicato per i suoi errori solo dal tribunale di casa sua?
    (Detto questo, ringrazio Elio comunque per questi dati sul funzionamento della Corte marziale USA.)

  4. Graziano il 25 maggio 2004 alle 11:03

    Giusto, Andrea.
    E aggiungo che proprio la Corte penale internazionale dichiarò implicati e colpevoli gli Stati Uniti della strage di migliaia di nicaraguensi perpetrata dai gruppi “contras” spossorizzati e armati proprio dagli USA. Questi, naturalmente, se ne infischiarono, e cercarono di delegittimare la corte internazionale. E’ evidente già da tempo che gli USA, polizia del mondo, voglio fare anche i giudici di se stessi, gli altri non gli vanno molto a genio. Ma questo, noterebbe qualcuno, è mettere la volpe a guardia del pollaio…

  5. gina il 25 maggio 2004 alle 11:19

    Dico subito che parto prevenuta su laporta, autore del pezzo citato da elio. Pubblicato da chi, elio, mi citi la fonte ? Non era mica laporta che qualche anno fa, dopo una gay pride, titolava in prima pagina su LIBERO “E dopo i gay avremo il pedofilo pride”, chiamando gli omosessuali zozzoni e appellandosi al papa? Poi. Alle preziose informazioni sulla corte marziale americana crederò quando mi verrrano mostrati gli articoli del codice penale militare usa, cosa che laporta in questo pezzo avrebbe in ogni caso dovuto fare. Poi, e in ogni caso, tutto dipende dalla definizione della fattispecie penale. Le torture sono una cosa. I maltrattamenti sono un’altra. La fattispecie penale la decide chi promuove l’accusa. In questo caso chi? Per il momento, il “fotografo” sivitis è l’unico condanato per i fatti di abu ghrahib. A quanto mi risulta ha patteggiato. Ha potuto patteggiare. Ha ottenuto di essere giudicato da un giudice unico, cioè in assenza di giuria. E’ stato condannato dalla corte marziale usa a un anno di prigione ed espulso dall’esercito, ma ASSOLTO dall’accusa di cattiva condotta. Condannato per MALTRATTAMENTI, ed espulso perchè non ha fatto nulla per evitarli. Vedremo quali saranno i capi d’accusa per gli autori materiali e i mandanti delle TORTURE,
    Poi, e personalmente, trovo particolarmente indicativo il fatto di ventilare la possibilità di una fucilazione come esempio di giustizia, e di efficacia superiori. Certo, la corte penale internazionale i militari colpevoli in ogni caso non li fucila. Pappemolli. Qui laporta si commenta da se. E infine, visto che qualcuno qualche giorno fa su su NI si è chiesto cosa pensasse susan sonntag delle foto, segnalo il suo pezzo qui.www.guardian.co.uk/g2/story/0,3604,1223130,00.htmlgina

  6. andrea barbieri il 25 maggio 2004 alle 13:05

    La risposta di Elio è disarmante per ingenuità. Eppure lui non è un ingenuo, diventa ingenuo quando difende certe idee. Io immagino che lo faccia in buona fede, perché che cavolo gli può venire di utile dal difendere torturatori che si autogiudicano. C’è qualcosa in lui di certi religiosi che difendono la causa a oltranza, oppure quelli col santino di Stalin. Per me c’è qualcosa di misterioso e commovente in questa psicologia, dico seriamente.

  7. Elio Paoloni il 26 maggio 2004 alle 06:43

    Quale risposta, Tito? Non ho detto una parola. Ieri sera ho visto un flash, mi sembra siano saltati due grossi calibri. Staremo a vedere.

    Spenderei invece due parole sulla funivia, un delitto che chiede ancora vendetta. All’epoca mi sembrò un’intollerabile atto di arroganza USA. Abbastanza tollerato, però, dal governo italiano. Tanto tollerato che poi mi sono sorti dei dubbi sulle responsabilità reali, specie dopo le reticenze e le contraddizioni delle autorità militari italiane su regole e mappe ecc. ecc.

  8. andrea barbieri il 26 maggio 2004 alle 09:22

    Sul caso della funivia. I piloti americani non potevano essere processati perché lo Stato italiano ha accettato una clausola della convenzione per queste basi che sottrae alla giurisdizione italiana i militari delle basi, giudicabili invece dalla solita corte marziale americana, in pratica ficcante come un ricorso amministrativo gerarchico. Nulla da fare dunque, lo sbaglio fu nostro nell’accettare quella sostanziale immunità, e i piloti annoiati ne approfittarono per giocare con gli aerei.



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