Istruzioni per la creazione di ordigni esplosivi #3

di Tiziano Scarpa

kamikaze2.jpgCon questa minuscola sillaba ti sposo

Nel diario non si fa soltanto rappresentazione. La rappresentazione è un’altra delle acquisizioni meschine che molti critici si aspettano dagli scrittori. Rappresentare, rappresentare, rappresentare sempre. Il tipico, il generico, la storia emblematica, la classe sociale, l’Italia di oggi, il paesaggio antropologico…

Ovviamente il linguaggio è ben altro. La parola è azione, è atto linguistico. Con le parole non si fanno solo referti. Con le parole si sposa, si offende, si eccita, si comanda, si consola, si condanna a morte. Perché la letteratura è stata confinata nel cantuccio della rappresentazione? Anzi:di questa rappresentazione estetizzata, allegorica? E che cosa succederebbe, d’altronde, se gli scrittori facessero saltare dall’interno questo dogma rappresentativo? Che succederebbe se si mettessero a rappresentare senza mediazioni estetiche? Se pubblicassero i loro diari? Che cosa succederebbe se chiunque scrivesse le cose come stanno veramente? Quale devastante atto linguistico produrrebbe un’azione letterariamente così poco sofisticata?

Risposta (malevola): produrrebbe il dilagare di una noia sconfinata.

Confutazione (benevola) della risposta:
a) uno scrittore sa far diventare appassionante anche un avvenimento di poco conto;

b) chi ha detto che la vita degli scrittori dev’essere per forza così noiosa?

c) quale idea sventurata della vita umana ci siamo ridotti ad avere, se pensiamo che il racconto della nostra vita sia la cosa più noiosa che esista?

Come ho scritto Kamikaze d’Occidente

Dopo questi paragrafi mi è tornata voglia di parlare di Kamikaze d’Occidente, il progetto di lavoro sul mio diario a cui ho accennato prima. L’ho scritto così: ho tenuto un diario per sei mesi, poi ho scelto i tre mesi più interessanti. Alla fine avevo in mano un brogliaccio di circa cinquecento pagine. Per due anni ho riscritto tutto più volte da cima a fondo, sviluppando, tagliando, aprendo digressioni, rimontando temporalmente alcune sequenze. Mi è sembrato interessante raccontare in un libro come me la cavo per vivere (in sostanza: vendendo i miei scritti e le mie competenze letterarie; facendo letture recitate in pubblico dei miei scritti; vendendo prestazioni sessuali).

Ma non avrei fatto tutto questo di mia spontanea volontà. L’argomento (tre mesi della mia vita) non bastava, era troppo ridotto al mio io, non soddisfaceva nemmeno me stesso. Perciò ho colto l’occasione, ho preso sul serio una proposta che mi è stata fatta. Il mio primo libro, Occhi sulla graticola, era stato da poco pubblicato in Cina. Mi hanno contattato per chiedermi proprio un diario da pubblicare in Cina. È scattata così un’interazione concreta, uno scambio effettivo tra committente e prestatore d’opera. Un atto linguistico vero, culturalmente politico, non artificiosamente evocato dai medium funebri dell’estetizzazione letteraria.

Mi si chiedeva di raccontare la mia vita attuale e le cose che vedo accadere intorno a me come testimonianza del grado di abiezione o di virtù umane dell’Occidente, da sottoporre agli occhi di un lettore cinese. Tutto questo si inserisce in una complessa operazione di propaganda (ma non più complessa di quanto lo fosse il piano R di Licio Gelli, o del percorso trentennale che ha portato all’occupazione di quasi tutti gli spazi mediatici e politici della nostra piccola repubblica da parte di Silvio Berlusconi) per contribuire a un progetto geopolitico di espansione del mercato cinese, e poi dei confini stessi dell’influenza militare cinese nel mondo. La stessa cosa è stata chiesta a molti altri scrittori occidentali, che nei prossimi anni pubblicheranno anche loro i propri diari.

Ma ora non voglio addentrarmi troppo in questi particolari perché, come ho già detto all’inizio, non sono capace di riassumere; e poi tutto questo si può leggere nel mio libro. Ad ogni modo, come Licio Gelli, come Andreotti, come un personaggio di Dante, per qualche mese ho inchiodato alla mia memoria i fatti miei.

In quel periodo (estate e autunno del 2001), mi sentivo vicino al protagonista del romanzo di Philip K. Dick, Tempo fuor di sesto (Time out of Joint): ogni giorno Ragle Gumm deve risolvere un quiz che viene pubblicato sul giornale, una cosa a metà fra un rompicapo, un cruciverba, una battaglia navale. Gumm crede di partecipare a un concorso per i lettori, mentre la sua soluzione giornaliera serve a localizzare gli obiettivi militari terrestri di un gruppo di ribelli che hanno colonizzato la Luna: con quelle soluzioni, che in realtà sono informazioni militari cifrate, verranno intercettati missili che porterebbero strage e distruzione. Il mondo è un immenso deserto, ma il protagonista non lo sa, hanno costruito una graziosa cittadina apposta per lui, e non gli è stato mai e poi mai rivelato che la salvezza del pianeta dipende dalle soluzioni enigmistiche che lui fornisce ogni giorno, pensando di giocare. Sarebbe una responsabilità troppo pesante. Una consapevolezza simile gli impedirebbe di risolvere con serenità e divertimento il suo enigma quotidiano.

Al contrario di Ragle Gumm, io ero consapevole dello scopo di quello che stavo scrivendo. Potenzialmente, il mio diario sarebbe potuto finire nelle mani di un miliardo e mezzo di lettori, che avrebbero tratto dalle mie pagine un loro giudizio sulla civiltà occidentale di oggi, e avrebbero valutato, anche in seguito alla lettura del mio libro, se la nostra società (in particolare la nostra piccola repubblica) sia degna o meno di essere risparmiata. Una tale responsabilità avrebbe paralizzato chiunque. In effetti mi si potrebbe imputare proprio questo: ancora prima di leggere ciò che ho scritto, è inaudito il fatto che io lo abbia scritto, che abbia accettato la proposta.

“Come è possibile che di fronte a una responsabilità così immensa tu non ti sia sentito annichilire?” Potrei rispondere che in ogni caso non potevo sapere quali reazioni avrebbe provocato nella mentalità cinese qualunque cosa avessi vissuto e descritto in quel periodo, viste le differenze culturali che esistono fra le nostre civiltà, e che quindi tanto valeva essere onesti, vivere alla giornata senza sentirsi sotto l’occhio delle telecamere, e offrire un resoconto puntuale. Come del resto ho fatto.

Ma la risposta vera è: per me non è cambiato nulla, rispetto a quando scarabocchio il mio diario nei taccuini che poi lascio a metà e perdo in giro per la casa. La scrittura è sempre un evento devastante, che sia scritta per nessuno o per un miliardo e mezzo di persone che devono decidere, dalle tue pagine, se vale la pena di annientarti o salvarti. È devastante perché conficca nel cuore della vita:

1) la possibilità, l’irreparabile;

2) il passato del racconto, il futuro della lettura;

3) lo specchio, il fantasma;

4) lo sguardo di Dio, lo sguardo di Medusa;

5) tutto quello che non esiste, tutto quello che c’è;

6) ciò che pesa, ciò che manca;

7) il resto, l’altro.

Non ho bisogno di essere mobilitato dai servizi segreti cinesi, o da un editore che mi paga, o da un mio passeggero prurito ai polpastrelli, per sentirmi dentro a qualcosa di immenso che travalica la mia persona ma allo stesso tempo la comprende e la coinvolge.

Ho scritto un diario. La cosa più stupida e pericolosa che esista.

(3 – fine)

Pubblicato in L’almanacco 2003. Il romanzo dell’io, a cura di Giorgio Cerruti e Gabriella Bosco, Portofranco, Torino 2004.

_______________________________________________________________

Per inserire commenti vai a Archivi per mese – ottobre 2004

  43 comments for “Istruzioni per la creazione di ordigni esplosivi #3

  1. 4 ottobre 2004 at 14:48

    Scarpa, non avevo compreso che il tuo “Kamikaze d’Occidente” nasceva da queste riflessioni sulla scrittura e sulla vita. Ora mi è più chiara anche la polemica che hai innescato l’anno scorso sull’uso del genere “diario” da parte dei blogger. Complimenti per lo stile chiaro e avvincente di questo intervento.

  2. Giovanni Senzaterra
    4 ottobre 2004 at 16:29

    “La rappresentazione è un’altra delle aspettative meschine che molti critici si aspettano dagli scrittori”… Basta leggere l’incipit di questo brano per rendersi conto come scrive Scarpa: “le aspettative… che… si aspettano…” – Scarpa va sempre di fretta, e io ci giurerei che non rilegge nemmeno le immense scempiaggini che sciorina. E’ uno scrittore perfettament einutile, che scrive tante, tantissime parole inutili. Non leggetelo. Fate come me, fermatevi all’incipit.

  3. Giovanni Senzaterra
    4 ottobre 2004 at 16:34

    Il bello, poi, è che c’è anche chi lo elogia, lo Scarpa, per lo “stile chiaro…”. E certo che è chiaro – Scarpa le ripete le parole, almeno due volte!

  4. piero sorrentino
    4 ottobre 2004 at 18:07

    Bello stallo formale: il pezzo (giustamente) è andato nella sezione Carte e non in quella Diari :-)
    Da qualche parte in Italia deve esistere un fondo che raccoglie diari e memoriali, una specie di grandissimo archivio in continua crescita. Ne avevo sentito parlare qualche anno fa a Fahrenheit, ne ho un ricordo molto vago…

  5. 4 ottobre 2004 at 18:36

    Ringrazio Giovanni Senzaterra per la segnalazione della ripetizione. Provvedo subito a correggerla. Mettere le cose in rete serve anche a questo: molti occhi amichevoli che ti aiutano a scovare le imperfezioni

  6. Roberto Saviano
    4 ottobre 2004 at 18:50

    Considero questo zibaldone plurale di Scarpa davvero prezioso. Tiziano usa la sua lingua sciolta e magmatica per allacciare in un nodo scorsoio diversi livelli di reale. Entra nel budello di se stesso e quindi nelle viscere del presente. Storico e quotidiano. Proprio in questo gioco d’immanenze e sguardi teoretici Scarpa è sommo maestro. Come sempre, complimenti!

  7. Giorgia
    4 ottobre 2004 at 20:19

    Complimenti a Tiziano Scarpa anche per la signorile umiltà con cui ha risposto allo smargiasso qui sopra.

  8. Gianni Biondillo
    5 ottobre 2004 at 00:59

    Io non credo che il racconto della nostra vita sia noioso, affatto. Io credo però che leggere solo e soltanto di vite di scrittori lo possa diventare.
    La mia idea di scrittore è quella di un ricettore di storie, di un cantore, di un cantastorie insomma. Di un uomo che non dimentica. Che, anzi, ha paura di dimenticare e che scrive. Che è memoria scritta di vite perdute, di dimenticati, di gente che non arriverà mai prima e neppure seconda (ma anche di certe vittorie inaspettate), di modi di dire, di invenzioni verbali, di locuzioni assurde, di neologismi, cose così.
    Io amo leggere i diari. Potreste dirmi: allora leggili. Vai all’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano e leggili. Certo, lo faccio, lo farò ancora. Ma, chiedo…
    Chi scrive un diario è “scrittore”? Se sì, non capisco perché dire che uno scrittore può rendere interessante tutto ciò che scrive. Nel momento in cui uno scrive è uno scrittore e quindi scrive cose interessanti. Ma non è così, ovviamente. Lo scrittore ha una tecnica, ha un metodo, un progetto, anche la stessa capacità di improvvisare sullo strumento, come un jazzista, che si impara applicandosi.
    Tiziano ha comunque estrapolato dal suo brogliaccio di due anni le pagine più interessanti. Ha fatto dei tagli, delle scelte. Ha fatto lo scrittore. Quindi, anche quando scrive il suo diario, lo fa da scrittore, da chi sa che sta facendo qualcosa che ha una forma. La pagina scritta. Lo scrittore, perciò, forse non è mai onesto, o forse lo è sempre, anche quando fa “pura fiction”. Lo scrittore è onesto e disonesto sempre. Quando scrive un diario, quando scrive il verosimile, il vero, l’improbabile, l’impossibile.
    C’è molto da raccontare, io la vedo così, e non è detto che solo la nostra vita di scrittori possa essere interessante. Non perché non lo sia, ma perché, anche solo nei numeri, è sempre quella che viene maggiormente raccontata dagli scrittori. Almeno dalla fine dell’Ottocento in poi.
    E a me ha un po’ ha scocciato.
    E’ come se continuassi a progettare case per artisti. E le case per gli altri? E gli ospedali? Le piazze, i teatri, le fabbriche?
    Credo che la vita della mia portinaia sia interessante, del mio vicino di casa, dell’impiegato della banca, del muratore, dell’elettricista, dell’educatrice dell’asilo nido di mia figlia. Credo che la vita di mia figlia sia interessante. E quella delle sue amichette, e quella delle mamme delle amichette, e dei papà. Ma se tutti loro me la diarizzerebbero, anche solo per incapacità a narrare, disabitudine, ignoranza, etc., la renderebbero farraginosa, facendo perdere la potenza espressiva che ogni vita ha, in sé. Ecco perché lo scrittore, deposito di memoria. Ecco perché lo scrittore, plastico, modellatore di forme. Ecco perché credo nello scrittore appassionato e compassionevole. Che partecipa con tutto il corpo alle storie che racconta. Scrivendo in modo da rendere interessante (come dice Tiziano: appassionante) anche un episodio in teoria di poco conto, anche una vita, in teoria, di poco conto.

    Ve lo dice uno che fa fatica a ricordare cosa ha mangiato oggi!

    G.

    P.S. In ogni caso:
    Fondazione Archivio Diaristico Nazionale – onlus
    Piazza Plinio Pellegrini 1 – 52036 Pieve Santo Stefano AR
    http://www.archiviodiari.it

  9. 5 ottobre 2004 at 08:47

    Io vedo che c’è tutto uno scusarsi, un cercare giustificazioni al fatto che si scriva di sé, per sé, o dell’intorno a sé. Non vedo la necessità di giustificare, né tantomeno di dare un significato “letterario” alla “lettera”: ciò che vivono gli altri non mi fa paura – che ne riferiscano semplicemente rendicontando, o riassumendo, o cambiando i connotati alle cose, o perfino instaurando il dubbio che siano andate diversamente. Mi risulta un po’ faticoso, inoltre, applicare questa classificazione posturale alle scritture variamente diaristiche che mi attraggono: in queste vedo coesistere molti dei modi qui descritti. Al cospetto delle “cose” vivaddio ci si mette certe volte di fronte, certe volte a lato, certe volte di spalle. Almeno a me succede così, e molte cose che leggo mi sembrano altrettanto “multiposturali”. Per dirla tutta: preferisco chi non riesce proprio a star fermo, al cospetto delle cose. Mi piace molto, per esempio, chi mi racconta sempre la stessa cosa, a distanza di tempo, in molte maniere diverse.

  10. andrea barbieri
    5 ottobre 2004 at 12:08

    Sono d’accordo con tutti i 3.080 caratteri del post di Biondillo. Nel conto sono inclusi anche gli spazi.

  11. riccardo ferrazzi
    5 ottobre 2004 at 15:04

    Tiziano, la suddivisione che operi fra le tre posture della narrazione vuole essere soltanto un modulo interpretativo o anche una prescrizione di scrittura creativa ? In ogni caso, non rischia di essere una gabbia troppo stretta ? Ed è proprio inimmaginabile una storia nella quale compaiano tutte e tre le posture, senza che una prevalga sulle altre ?

  12. Elio Paoloni
    5 ottobre 2004 at 15:18

    Beh, ogni tanto riusciamo a essere d’accordo su qualcosa.

    – “Considero questo zibaldone plurale di Scarpa davvero prezioso. Tiziano usa la sua lingua sciolta e magmatica per allacciare in un nodo scorsoio diversi livelli di reale. Entra nel budello di se stesso e quindi nelle viscere del presente. Storico e quotidiano. Proprio in questo gioco d’immanenze e sguardi teoretici Scarpa è sommo maestro. Come sempre, complimenti!

    Posted by Roberto Saviano at 04.10.04 18:50”

    Caro Roberto, leggendo questo post sono stato assalito da un dubbio. Rileggilo spassionatamente e dimmi se era così fuori luogo l’impressione che mi ha dato: quella della parodia di certi apprezzamenti critici. Insomma, si potrebbe o no ritrovarci una sottilissima presa per culo?

  13. Roberto Saviano
    5 ottobre 2004 at 15:56

    No, nessuna presa per il culo! Ha parlato la passione. Invito te Elio a rileggerlo.

  14. 5 ottobre 2004 at 16:30

    Una questione per Scarpa. Tu dici: “Nella nostra epoca lo scrittore è considerato una specie di bestiolina da allegoria. Quello che scrive deve essere emblema di qualcos’altro”. Sembra tutto piuttosto vero. Eppure se questo stare per qualcos’altro non e’ il compito della scrittura, allora questo compito qual’e’? La scrittura per se stessa? Questa domanda me la pongo personalmente da molto tempo.
    D’altro canto e’ chiaro che la speranza di ottenere una risposta anche parziale, anche non definitiva a un tale quesito e’ piuttosto naif; eppure non trovo giusto liquidare cosi’ a brutto muso l’ipostesi che la letteratura non sia fine a se stessa ma che essa significhi (si faccia segno).
    Il diario pure mi pare significhi: esso e’ un segno per la realta’ tanto quanto un romanzo e’ il segno di un significato. Se vuoi dire che la differenza sta nella mediatezza del secondo e nell’immediatezza del primo e’ chiaro che bisogna analizzare cosa intendi per realta’, una cosa che a me personalmente mette in difficolta’ in quanto se ne esce sempre fuori con dubbi atroci e con certezze incredibilmente ingenue. Credo che, comunque, sia difficile affermare una qualsiasi immediatezza della scrittura della realta’(“della realta” e’ complemento di specificazione di “della scrittura”), anche ammettendo che la realta’ sia quella fenomelogica, anche operando l’Husserliano mettere in parentesi del mondo… Piuttosto mi pare che il diario sia una riduzione alla cronaca, alla cernita dei fatti magari secondo criteri intuitivi: in un qualche modo il diario che tu dici dovrebbe parlare dell’esistenza (non dell’essenza che e’ non-temporale e non-spaziale) della realta’, e parlarne mediante l’interpretazione dell’Esistenza che esiste quei fatti, cioe’ l’Io, il Dasein, l’esserci.
    Eppure il procedimento della scrittura e’ necessariamente memoria: il segno ha il potere inevitabile di trasformare l’esistere in essere (per capire questo basta pensare alla natura della parola stessa, di una qualsiasi parola, e l’inutilita’ che una tale parola avrebbe se fosse segno di un’esistenta cangiante piuttosto che di un’essenza fissata).
    Nel diario, dunque, la scrittura essenzializza l’esistenza descritta. La lettura ogni volta rinnova questo essere esistenza dell’essenza descritta ponendo ogni volta l’essenza in un nuovo spazio e un nuovo tempo. Allora l’essenza esiste.
    Mi pare pero’ che il senso sia un metodo di lettura del segno, un di nuovo rendere non-posizionale un’esistenza. Il senso e’ un processo etico il quale non e’ altro che un applicare una lettura, un’interpretazione, a situazioni diverse da quella da cui la lettura, l’interpretazione ha avuto origine.
    Percio’, come la scrittura e’ il segno che sta per una lettura della realta’, cosi’ il senso e’ la nuova interpretazione della scrittura resa esistente dalla lettura.
    Mi domando allora se la scrittura non sia necessariamente un processo etico, se non sia un processo etico anche l’applicare di nuovo, per esempio, a un dato gruppo di sensazioni la parola Albero, quando esse non hanno nulla a che fare con il gruppo di sensazioni che ieri ho chiamato Albero.
    Non capisco cosi’ la tua differenza tra senso e scrittura. E ne viene fuori anche che la lettura viene prima della scrittura.

    Non credo di essere stato troppo chiaro ma magari puoi dirmi tu i punti oscuri cosi’ cerchero’ di spiegarmi meglio, per quanto possibile.

  15. mah...
    5 ottobre 2004 at 17:20

    Mah, io credo che stiate a farla troppo lunga: sono anni che Scarpa dice pubblicamente di giocare con la scrittura e con i lettori, e immagino si diverta un sacco a vedere quanti costantemente abboccano alle sue paginette. Poi fa finta di incazzarsi o si incazza davvero in un empito di amor proprio o lesa maestà (de che?), come dimostrano i toni saccenti con i quali si rivolge a chi gli fa notare che forse nulla fa di lui uno scrittore vero quanto il bravo bricoleur e furbo situazionista quale in effetti è. Il discorso è che, ad una lettura ragionata, come più d’una sono state fatte, lo scrittore Scarpa non regge e questo lo annoia molto perché potrebbe fargli perdere ciò a cui forse tiene di più, il codazzo di ammiratori e finti intenditori ai quali propina periodicamente queste sveltine condendole di fumus per fare volume. Che poi abbia il giusto diritto di vivere e sopravvivere è pacifico, così come ce l’hanno tutti i troll-puffi-incappucciati che vede in ogni dove (assieme al groupie titonco) senza ogni volta tirar fuori la storiella dell'”io può”. A Scarpa date le rubriche sui giornali, quelle lui vuole, pagatelo, dategli i suoi dindini cosi che possa far la bella vita a cui tiene e che spesso ci racconta, mettetelo alla rai, prendetelo nel circo, Cattaneo, Ventura, Costanzo, non vedete questo bell’esemplare di maschio italico letteraturizzato? E’ un affare.

  16. Roberto Saviano
    5 ottobre 2004 at 17:57

    Triste caro “mah…” vedere che non hai orgoglio e coraggio per firmarti. Triste perchè per ciò che dici nessun ti farebbe male alcuno. Eppure ti celi e nascondi. Figura di bilioso cianciatore.

  17. Anna Mayer
    5 ottobre 2004 at 18:37

    acc… sapevo che avrei dovuto tenere un diario nel 1995!

  18. Anna Mayer
    5 ottobre 2004 at 18:37

    acc… sapevo che avrei dovuto tenere un diario nel 1995!

  19. 5 ottobre 2004 at 18:44

    Scrive GIANNI BIONDILLO: “Io credo però che leggere solo e soltanto di vite di scrittori lo possa diventare.” Caro Gianni, non ho mai detto che vorrei leggere “solo e soltanto” vite di scrittori. C’è un’enorme massa di fiction, qui fuori, non credi? I libri autobiografici sono una minuscola minoranza; difficile arrivare a “scocciarsi”, con tutto il thriller che c’è… E non è detto che un diario, o comunque un romanzo autobiografico, parli della vita dell’autore in quanto scrittore di professione. Nessuno è “scrittore”. Ma tutti siamo lavoratori, padri o madri o figli, avventori di supermercati, qualcuno è anche ladro, o assassino… Non si tratta di raccontare la vita “dello scrittore”, ma la vita e basta.

    E poi, se guardi bene, il tipo di autore e i libri che auspichi tu sono molto vicini a ciò che io qui ho chiamato “seconda postura” (l’ascolto e l’utilizzo delle storie altrui).

    Dire che c’è un grado di fiction anche nell’autobiografia è ovvio (anzi, è banale – non offenderti): ma non significa mica che autobiografia e fiction sono la stessa cosa! Vale l’esempio della lucertola, che inseguita dal predatore si stacca la coda. La coda continua a dimenarsi simulando in piccolo una lucertola intera, e ingannando il predatore. Che cos’è, quella coda? E’ un simulacro-sineddoche. Ovvero, è fiction (simulacro), ma è anche verità (una parte per il tutto della verità-lucertola, in questo caso). E’ contemporaneamente falsa e vera. Non è una lucertola, ma è un pezzo di lucertola. E’ sacrificale e doloroso per la lucertola staccarsi la coda! Non è lo stesso che secernere una nuvola d’inchiostro o mimetizzarsi. Ecco, dire che c’è una percentuale di fiction, mica autorizza a equiparare tutte le finzioni.

    Per UNTITLED: concordo sul fatto che in giro si tende a scusarsi riguardo al racconto dell’io: certo! Perché oggi un luogo comune in vigore (che è anche un diktat ideologico mascherato) sancisce che raccontare di sé sia maleducato, ininfluente, narcisistico… Così il contributo che il singolo può dare alla comunità viene falciato alla radice. Si crea senso di colpa in chi racconta di sé: da qui le giustificazioni, le scuse, quando si parla di sé. Siamo più graditi come anonimi consumatori e acquirenti, piuttosto che come individui che esprimono un desiderio e un’utopia coltivati dentro la propria storia.

    Riguardo alle “posture”, è chiaro che si tratta di “schemi”. E’ una classificazione generalissima. Quando nel pezzo scrivo “do le spalle alla Cosa”, intendo metaforicamente che scrivo qualche ora dopo aver vissuto un avvenimento (io, almeno, di solito faccio così, per motivi pratici; a te capita diversamente? Tieni un notes e trascrivi man mano che le cose accadono e le idee si presentano? Non lo dico con irrisione: Sartre faceva esattamente così; balzava in piedi e correva alla scrivania a prendere un appunto durante le chiacchierate con gli amici, tra l’altro irritandoli moltissimo). Al cospetto delle “cose”, è ovvio che ci si mette di fronte di lato dentro sopra sotto e in cento altre posture. Io mi riferivo al momento della scrittura: è un po’ più raro scrivere direttamente, in presa diretta, facendo il “ritratto dal vero” di ciò che si vede. Su questo sarai d’accordo, non credi? Per esempio, come sai bene Zola riempiva interi taccuini ritraendo con le parole (descrivendo) i luoghi in cui intendeva ambientare i suoi romanzi (che però poi scriveva a casa sua). Nel diario di Pordenonelegge ho provato a scrivere in diretta, durante una passeggiata nella città deserta, a Milano, il giorno della partita della nazionale contro la Svezia. Ma sono situazioni che personalmente mi accadono più di rado, e, come a me, credo, a molti. Non so quanti scrivano un blog all’aperto, su un portatile o su un palmtop, postando un pezzo in rete dai giardini pubblici, con una connessione wireless con il cellulare… Ad ogni modo, finché si tratta di metafore va bene, se ne possono aggiungere tantissime (davanti dietro di spalle di fronte alla Cosa ecc. ecc.) ma sarei curioso di sapere quali altre “posture” conosci tu, ovvero categorie generalissime (nota bene: generalissime) di erogazione del discorso narrativo, oltre a queste tre che ho cercato di schematizzare (1. invenzione-proiezione-fantasia; 2. rielaborazione di un racconto altrui; 3. referto di un’esperienza vissuta).

    Per RICCARDO FERRAZZI: Naturalmente la gabbia è sì stretta (e riduttiva) ma non astratta. Voglio dire che io idealmente e concretamente queste tre posture le sento, le riconosco quando scrivo. E’ chiaro che non sono mai distinte nettamente, e non si presentano mai pure. Quando invento una storia (prima postura), ci metto dentro anche la descrizione pari pari di un avvenimento che ho appena visto o vissuto (terza postura) e magari ricucino un aneddoto che mi hanno raccontato (seconda postura). Insomma, un libro (ma anche semplicemente un racconto), ovviamente, è complesso (multiposturale, come dice UNTITLED), e le contiene tutte e tre.

    Per MARCO MOTTA: in effetti quel che hai scritto è parecchio oscuro. Non so se ti rispondo con questo: io dico solo che contesto la divisione del lavoro tra produttori di allegorie e gestori dell’interpretazione. Il tuo intervento mi sembra inoltre tutto focalizzato sul valore esclusivamente referenziale della parola, per cui le categorie che vengono fuori da questa concezione della parola sono sempre le solite: realtà (e la conseguente onnipresente domanda su che cosa essa sia), senso, essenza… Ma la scrittura è anche atto linguistico, e nel mio scritto cercavo di spostarmi su questo campo, secondo me più arioso e più ricco di possibilità e di varchi: quello del gesto politico, dell’azione fattiva di gettare nella comunità il racconto della propria vita e non (o non solo) le proprie fantasie (che vengono sempre recepite come simboliche o allegoriche o emblematiche o sintomatiche eccetera, da cui tutto il lavoro sociale dell’interpretazone della letteratura eccetera).

    Ringrazio MAH, perché il suo amichevole intervento mi aiuta a volare basso. Non intendevo pontificare su nulla, ma confrontarmi con voi a partire dalla mia esperienza concretissima di scrittura e in generale sulla nostra esperienza di inventori di storie, autori di diari, gestori di blog… Il lungo pezzo che ho postato in tre puntate (e che per la verità ho scritto un anno fa, in risposta alla richiesta di Gabriella Bosco per “L’Almanacco”) in effetti racchiude molte delle riflessioni che ho fatto durante e dopo la scrittura di “Kamikaze d’Occidente”, e in seguito a quel che è successo ancora dopo, ovvero l’esplosione del fenomeno “blog”. E’ un po’ teoria e un po’ esperienza della mia personale vicenda dentro la scrittura.

    Grazie a tutti dell’attenzione.

  20. ri-mah
    5 ottobre 2004 at 20:19

    Saviano, non si gioca col nome, se le tue idee valgono non dipendono dal nome, e poi il nome spesso condiziona lo sguardo ma tu forse non lo sai perché sei un cronista, non uno scrittore, e il tuo nome è il tuo logo come quello di tutti i non scrittori che scrivono; lo sa bene Scarpa e in effetti risponde da gran signore, touché, a Scarpa servono le situazioni, il motore, poi lui costruisce sopra le sue storielle, Scarpa sa chi sono perché è abbastanza intelligente e furbo per fare un po’ di analisi dei testi e risalire a questo puffo che ora scrive, sei tu che non lo sei Saviano, io stesso non lo sono a sufficienza ma ora mi sto divertendo un po’ con Scarpa perché a me piace divertirmi mentre con te non mi diverto ma puoi migliorare, buona fortuna.

  21. Elio Paoloni
    5 ottobre 2004 at 20:19

    Scusa Roberto, proprio l’eccessiva passione mi aveva tratto in inganno.
    Colgo l’occasione (e qui mi scuserà Tiziano se cambio argomento) per chiederti se la tua accurata ricostruzione del sequestro non risulti ora, alla luce delle notizie sulla carriera della Pari come assistente e portavoce del deus ex machina dei nostri servizi, stranamente inadegauata. Insomma, come ha potuto uno così informato sui temporanei contatti di Simeone con l’organizzazione ignorare completamente la notizia uffcialissima che qualsiasi giornalista avrebbe dovuto conoscere. Non c’era niente di trasversale in quel sequestro: agli iracheni risultavano molte più spie le nostre due Simone che un Simeone qualsiasi.

    PS: mi dichiaravo d’accordo con Andrea su Biondillo: Ferrazzi si è inserito proditoriamente.

  22. Elio Paoloni
    5 ottobre 2004 at 20:26

    Ed è anche possibile che i direttori dei giornali abbiano rifiutato il servizio non per volontà di censura ma perchè più informati (anche se tenevano l’informazione riservata). Che dite, sto facendo progressi in dietrologia?

  23. riccardo ferrazzi
    5 ottobre 2004 at 22:55

    Cos’è che ho fatto io ?

  24. 6 ottobre 2004 at 00:00

    nell’intervento trinità di scarpa emerge il tentativo di dare alla parola e alla scrittura più esistenza possibile interrogandoci sull’uso che se ne potrebbe fare poiché nella realtà gia lo si fa.
    history is punk, the story non ci interessa.

  25. 6 ottobre 2004 at 02:09

    Per Scarpa: Mi trovi essenzialmente d’accordo quando dici:”Ma la scrittura è anche atto linguistico”. In effetti non avevo afferrato bene questo punto. Eppure c’e’ ancora un problema da risolvere : se la scrittura e’ atto (se essa esiste), assume piu’ importanza il fatto che qualcosa si dica piuttosto che quello che si dica (per non parlare poi del come lo si dica).
    La prospettiva della parola come atto performato(che non e’ poi cosi’ lontana da quello che dicevo io quando parlavo della “lettura”) chiaramente da’ conto del valore fattivo della parola, del suo essere comunque un “fatto del mondo” tanto quanto un masso che cade, una bomba che esplode, il pianeta Giove che gira attorno al sole… Ma una tale prospettiva fa dimenticare che la parola ha come referente necessario l’essenza (il concetto) e non l’esistenza (la realta’?). E quello che ne consegue e’ che si dimentica che essa e’ un fatto solo quando viene letta/interpretata, solo quando (nell’atto del dire) si torna a riferirla all’esistenza. Percio’: la parola e’ un fatto solo nel suo essere interpretata.

    (Potrei anche dire che ogni fatto e’ un fatto solo quando viene interpretato ma immagino che poi le idee vadano a confondersi, soprattutto perche’ credo, non ne sono certo ma credo, che un fatto e’ comunemente inteso -in virtu’ la nostra occidentale mentalita’ pseudo-scentifica- come qualcosa che e’, indiscutibilmente, ed esiste anche se non viene percepito. La parola come fatto ha la differenza di esistere solo se viene detta, non in se stessa. Ma tutta questa parentesi mi e’ poco chiara percio’ la lascio, appunto, in parentesi)

  26. Gianni Biondillo
    6 ottobre 2004 at 02:53

    Tiziano, certo, nessuno è “scrittore”, ma, chissà perché, la letteratura italiana di questi ultimi anni (e anche il cinema) è piena di scrittori (e/o artisti, registi, attori, sceneggiatori, musicisti, etc.) che raccontano come stiano finendo di scrivere il loro capolavoro, o come l’hanno scritto e nessuno glielo vuole pubblicare, o produrre, e dei loro amici scrittori (e/o artisti, registi, attori, sceneggiatori, musicisti, etc.) delle loro aspettative, delle loro serate, a sbronzarsi, duri e puri contro il sistema, alternativi di sinistra, alternativi anche a sinistra, delle loro frequentazioni un po’ freak, del loro travaglio interiore, dei loro amori (amano spesso attrici di teatro che aspettano una scrittura, o studentesse di accademia prossime al loro primo vernissage, cose così insomma), dei film che vanno a vedere, di amici alternativi, della musica che ascoltano, alternativa al mercato, dei… insomma hai capito… mi chiedo sempre: ma non mangiano? Come campano? Chi dà loro i soldi? Almeno con te lo so, me lo hai detto in Kamikaze d’occidente come campi!
    E’ questo solipsismo, questa eccessiva autoreferenzialità che non amo degli scrittori che parlano di se stessi. Tutti? No, ovvio, ogni generalizzazione è fallace. Ma c’è un dato sociologico: buona parte di chi scrive ha estrazione sociale borghese (mica tutti, è chiaro), e quella buona parte parla della loro vita borghese. A Napoli si dice: “e dalle e dalle se scassa pure lu metalle!” Insomma dopo un po’ io mi scasso le palle. Perché se sei Marcel Proust lo puoi fare e fai un capolavoro dell’umanità, se non lo sei produci un fastidioso ronron abbioccante.

    Qui non è questione di thriller, cerchiamo di capirci, questa storia inizia a pesarmi. Non perché io rinneghi di appartenere a chissà quale categoria, ma perché io trovo assurdo che si semplifichi in questo modo: da una parte la fiction, dall’altra la verità.
    C’è un sacco di merda in giro, è vero. Tantissima. Molta, la maggior parte forse, è fatta di “gialli-noir-thriller”. E allora? Trovi realistica la storia di quel tizio che va prima all’Inferno, poi in Purgatorio e dopo in Paradiso? Non è fiction all’ennesima potenza? E’ meno “vera”, meno “autobiografica” di una autobiografia “dichiarata”?
    Quando io dico che vorrei leggere altro, non faccio mica la pubblicità al “thriller”. Ma chi se ne frega del thriller! Io, tra l’altro, ne leggo pochissimi. E sai perché? Perché se leggessi, o scrivessi, solo quello mi sembrerebbe di progettare, per riprendere l’esempio, solo caserme, bellissime caserme, ma che palle! Io voglio anche progettare cimiteri, teatri, chiese… Io voglio leggere autobiografie, ma anche romanzi epici, poesie esistenzialiste, storie d’amore, di cappa e spada, descrizioni di paesaggi, testi teatrali, tragedie, commedie, fantascienza, romanzi epistolari, elucubrazioni filosofiche, cazzi e mazzi.
    Non è detto che una commedia, o un romanzo storico, non mi raccontino la vita, la vita e basta come dici tu. E non è detto che farlo “programmaticamente”, con un diario, significhi, poi riuscirci. Ho la sensazione che la tua sia una posizione più ideologica che altro. Quanto cambia sapere se Bunker ha o non ha fatto la vita che ha fatto per apprezzare il suo lavoro di scrittore? Se ciò che scrive non fosse autobiografico il libro sarebbe, in sé, più brutto o più bello? Più vero o più finto? Come dovrei rapportarmi di fronte a Melissa P.? Essendo un diario dovrei sentirlo vero? Se, altrimenti, mi dimostrassero che è stato scritto a tavolino, lo dovrei rinnegare?

    E’ sulla parola scritta, Tiziano, che alla fine ci confrontiamo. Ecco perché non trovo contraddittorio, per me, apprezzare il tuo lavoro e non trovarlo affatto distante o diverso dal mio. Senza snobismi di casta. Sento più vicinanza al miracolo della scrittura che provi tu, che a molti dei miei supposti (non da me) colleghi giallisti (noiosi, bolsi, grevi).
    Io rivendico il ruolo letterario del mio lavoro. Io faccio letteratura. Magari fa schifo, magari è una merda. Anzi, probabilmente lo è. Ma io non scrivo “falsità”. Lo sai tu quanto c’è di autobiografico nella mia fiction? Lo sai veramente? E tu sei certo che l’autobiografia, in sé, sia più vera, meno costruita a bella posta, affinché esca il ritratto che io voglio, di me, dare al mondo? Certe volte per capire meglio una cosa bisogna guardarla da lontano, “a volo di uccello” si dice in urbanistica. Girare per le strade, taccuino in mano, spesso non serve, ti fa perdere la visione d’insieme. Il disegno, il progetto. Pro-getto. Che ha in sé il passato e il futuro. Ho fiducia nella letteratura.

    Sono quasi le tre di notte. E’ meglio che non mi rilegga.

  27. Gianni Biondillo
    6 ottobre 2004 at 02:55

    p.s. prima riga: (nessuno è “scrittore”) “e basta” (manca questa parte di frase).
    Non leggo il resto, se ho già visto un errore nella prima riga, chissà cosa succede poi!

  28. luminamenti
    6 ottobre 2004 at 08:15

    Caro Tiziano Scarpa affermi: “Ovviamente il linguaggio è ben altro. La parola è azione, è atto linguistico”.
    Il blog, il diario, l’autobiografia, il raccontarsi senza mediazioni estetiche da una parte e la rappresentazione dall’altro lato.
    Ma è questo il problema della scrittura, del linguaggio oggi? Hai raccontato anche appassionatamente e bene di come sei arrivato a Kamikaze d’Occidente, che ho letto e ho trovato interessante, ricco di riflessioni. Ma non credo a : “Che cosa succederebbe se chiunque scrivesse le cose come stanno veramente? Quale devastante atto linguistico produrrebbe un’azione letterariamente così poco sofisticata?”.
    Il problema non è cosa potrebbe produrre un’ azione letterariamente così poco sofisticata,ma piuttosto capire cosa significa: “Ovviamente il linguaggio è ben altro. La parola è azione, è atto linguistico”. Di ovvio e concluso e chiaro in questa tua frase che riporto tra virgolette non c’è nulla! Cos’è il linguaggio? cos’è la parola?, cos’è un atto linguistico? E sopratutto cosa pensa l’Uomo contemporaneo della Parola?
    Dopo Hegel, il pensiero contemporaneo – penetrato fin nelle ossa dei più sprovveduti uomini della strada che non hanno mai fatto uso del pensiero e della parola che per una vita di stenti e miserie, fino agli strati umani più intellettuali ed elitari della società occidentale contemporenea, della modernità e post-modernità – nega in modo sempre più perentorio l’esistenza di ogni immutabile. La “svolta linguistica”, nel pensiero contemporaneo, nega ogni immutabile perché nega il principio che la “parola” si riferisca a una cosa che non è parola, e cioè perché afferma che non si può uscire dal linguaggio – che, certamente, non è inteso come semplice aggregato di lettere scritte e di suoni della voce, ma come riferimento al significato; e che tuttavia è un riferimento dove il significato, la cosa, si presenta daccapo nella forma della parola e quindi non può sollevarsi al di sopra del cambiamento, del divenire, della storicità della parola. Detto più semplicemente – perché esporre come si sia arrivato a pensare questo, ed esporre una critica a questo pensiero dominante in tutto il mondo occidentale m’impegnerebbe a scrivere in maniera sterminata – : l’uomo della strada come l’intellettuale odierno pensa ormai che il “logos” non riguardi il mondo (e nel mondo è incluso anche il raccontarsi e non solo la rappresentazione estetica), pensa piuttosto che il logos sia prima di tutto linguaggio! Per il tipo di logica che il pensiero contemporaneo difende, il logos, la parola così intesa non ha “presa” sulla realtà perché non sarebbe “ragione” ma linguaggio articolato che non si può trascendere e che l’unico essere che può essere compreso è il linguaggio. Ormai tutta la svolta linguistica si muove da questo presupposto e si parla, ci si parla “solo” per mettersi d’accordo o chiarire che siamo in disaccordo. La parola non stabilisce più dove sta, da che parte sta la ragione! Sebbene questa convinzione venga negata (perché la ragione poi stranamente è sempre dalla propria parte!), di fatto abita il fondo dell’intelletto umano dell’uomo contemporaneo ormai divenuto incapace di mettere in relazione l’intelletto con l’anima, l’unica cosa che può diventare movimento di liberazione. Non credo quindi che il problema sia quello di cosa raccontare, quanto piuttosto riuscire a “vedere” che il significato oltrepassa la parola stessa e in quest’atto stesso evita di vanificarla. Scrivere, parlare assumendo questa mentalità, questo pensiero, questo atteggiamento dell’anima cambia, può cambiare “la scrittura” e “la presa” che la parola puà avere sulla realtà, può raggiungere chi è in ascolto o in lettura, minimizzando ciò che oggi è invece massimamente pensato: che leggere e ascoltare si riduce a un riempitivo del proprio tempo vuoto, a un divertissment, a un semplice piacere senza nessun effetto sui nostri cambiamenti.
    Mi spiace non potere andare più a fondo su tutta questa questione – pratica!

  29. luminamenti
    6 ottobre 2004 at 08:30

    Una precisazione. Quando dico che bisogna riuscire a “vedere” che il significato oltrepassa la parola stessa e in quest’atto stesso evita di vanificarla, intendo dire che la realizzazione di questa “visione” è consunstanziale a trovare nel significato che non rimanda nuovamente e infinitamente alla parola, l’originario, la destinazione della verità!
    Anche questo discorso sarebbe da approfondire, per maggiore chiarezza!

  30. Roberto Saviano
    6 ottobre 2004 at 09:00

    Posto, Elio, che questo non è il luogo per parlarne, le ipotesi sulle due Simona sono avvalorate e non smentite. La linea che cercavo di battere quella ovvero della trasversalità del sequestro è stata confermata. Non un sequestro di “Italiane” bensì un sequestro simbolico in relazione ad altro. Questo “altro” è stato offuscato dalla finta richiesta radicale di “ritirare le truppe”. In tal senso infatti le
    nuove verità non smentiscono l’inchiesta, il fatto che le due Simona si trovassero nell’elenco di “spie” conferma che il caso andava ben oltre la logica militare e si inscriveva all’interno del livello informale di guerra. Passo e chiudo.

  31. luminamenti
    6 ottobre 2004 at 09:08

    Carissimi Giovanni Senzaterra e Mah non avete altro da fare o ancora meglio da dire a parte la gratuità dei vostri insulti? Credo che Scarpa abbia esposto correttamente le sue oneste convinzioni che meritano considerazione e rispetto. E’ possibile che si debba sempre insultare, denigrare? Non è meglio esporre la propria critica? Ma ne avete una? ma che cazzo avete detto?
    cordialmente (sperando ora di non ricevere la solita salva di nuovi insulti!)

  32. 6 ottobre 2004 at 09:38

    Rispondo a Scarpa, relativamente a quello che mi ha chiesto (se conosco, cioè, altre “categorie generalissime” del narrare, oltre a invenzione rielaborazione e referto, cioè alle tre posture da lui citate).
    Raccontando una cosa spesso si finisce con prefigurarne un’altra. Certe narrazioni (certe particolari modalità del raccontare, certe “posture” complesse insomma o sottoposture, non mi far dire quali che non so chiamarle), anche di tipo diaristico dico, hanno un carattere del quale non si è dato finora abbastanza conto: quello della preveggenza. E queste scritture non sono classificabili nelle categorie che dici tu: abbisognano di una quarta categoria, sia pure generalissima, che potrebbe risultare dallo scambio di posizione fra il soggetto che racconta e l’oggetto del suo raccontare, o in altre parole dalla disponibilità di chi scrive di essere “assoggettato” dalla cosa, di esserne in certi casi invaso, o vinto. Una categoria che ha a che fare più col segno, con la parola che dice la cosa, che con la cosa in sé. E questo ANCHE (ripeto) se si tratta di scritture dichiaratamente diaristiche. Insomma, non so se ho capito male, ma tu dai per scontato che la scrittura “dell’io” (chiamiamola così) abbia a che fare esclusivamente con le “cose”, coi “fatti”, e non anche con le parole che da quei fatti (a volte per scarsa cautela di chi scrive, a volte per prepotenza della particolare parola che si è messa a dire quella “cosa”, ma infine anche per un fiducioso stato di abbandono dello scrittore rispetto alle possibilità infinite del proprio linguaggio) erompono. Quello che volevo dire io, insomma, è che a volte le parole “fanno succedere” fatti più complessi e grandi di quelli che si pretendeva (modestamente?) di narrare – cosa questa che mi sembra affiori, scombinando un poco la categorizzazione di prima, dal piccolo elenco che conclude il tuo articolo.
    In definitiva proporrei una quarta categoria, che è quella dell’Abbandono – alla cosa e soprattutto alla parola che la dice – che accidenti l’ha detta. Secondo me è in questa categoria che potrebbe annidarsi, più che nelle altre tre, il valore (vogliamo dire la letterarietà?) di certi diari. Perché i diari possibili sono migliaia, ma i diari di valore (di valore per gli altri dico) sono pochi, e bisognerà pur arrivare a un’ipotesi di discrimine fra questi e quelli, cioè fra il diario di una persona che “scrive di sé” e il diario di una persona che “racconta di sé”. Insomma contesto l’assunto che chi scrive un diario si ponga sempre come “signore e padrone della Cosa”: a volte invece le fa da servo, e direi proficuamente.
    P.S. leggo solo adesso quello che ha scritto Luminamenti, ma siccome ho bisogno di rileggerlo come al solito attentamente e più volte, non so dire se abbia detto nella sostanza le stesse cose che ho detto io qui. Nel caso, mi scuso :)

  33. 6 ottobre 2004 at 10:42

    Caro Mah, (caro per modo dire: puntualizziamolo), Tiziano Scarpa verrà a Tortona e per venire non ha chiesto soldi. Io pensavo di proporgli una conferenza e via, lui mi ha proposto una conferenza al mattino, un laboratorio al pomeriggio, un reading alla sera. E niente soldi, lo ripeto. Non so se ci sia qualche secondo fine in tutto questo (perché sono sicuro, caro mah, che tu che sei una persona maligna, crudele e puffa, a occhio e croce mi sembri uno che un secondo fine lo trova in chiunque e ovunque), ma a me pare di no. Le tue letture ragionate, mah… parliamone. Cosa sei? Un logico? Hai un titolo che attesti che sei un logico? Hai scritto libri di logica? Chi l’ha detto che un testo deve essere perfettamente consequenziale? Mi pare che un certo Carmelo Bene sia al di fuori di ogni discorso di logica, eppure è diventanto lo stesso un Classico: ma sono sicuro, mah, che tu che sei un apocalittico dis-integrato dalla società, sei pronto a dire peste e corna anche di un Classico. (Per esempio sostenendo che un “esempio” non prova nulla). Codazzo di ammiratori, dici? Be’, io sono un ammiratore di Giulio Mozzi, ma Tiziano Scarpa mi ha stupito per la sua gentilezza e la sua disponibilità. Mi ha stupito così tanto, che cercherò di dare a Scarpa un congruo rimborso spese, per quel che mi sarà possibile. A me Tiziano Scarpa, così, a occhio e croce, mi sembra un’ottima persona e un indiscusso bravo scrittore – che ha anche riscosso del successo: il che sta a testimoniare che il suo modo di scrivere è un modo proficuo, che dà risultati: non è un pantano cervellotico di effetti speciali, che danno solo l’illusione del controllo assoluto del discorso – che vale la pena ricordarlo, deriva da dis-cursus: cioè zizzagare, errare; il discorso è per sua natura concepito come qualcosa di non consequenziale, che, al limite, “tende verso” una consequenzialità e che non si può controllare – Non è che riempiendosi la bocca di parole come “argomentazioni”, “la logica del” etc. che si è dei logici. Si dà un’illusione, si usa un certa retorica in modo da generare una certa “impressione” nell’ascoltatore: ma la logica è ben altra cosa. Quello che può fare un buon narratore, un buon scrittore è ‘dire’ delle cose interessanti, intelligenti e stuzzicanti: non propinare l’ovvio in modo impeccabile e noioso. Guarda, potrei andare avanti per altre cento righe, ma mi fermo. Basta con le letture ragionate, però! Viva le letture sul cesso e sulla metropolitana! Viva le letture di chi legge venti pagine al giorno! Viva le letture di chi ‘fa’ qualcosa e non di chi ha tutto questo tempo da occupare a leggere – a meno che non sia uno studioso, ovviamente, oppure uno studente. Ciao.

  34. andrea barbieri
    6 ottobre 2004 at 14:43

    Boh io da un annetto tutti i discorsi di letteratura che faccio – per come li posso fare io – cominciano sempre con Dario è grande, Antonio è straordinario, Tiziano è strepitoso. Anche ieri sera, con Laredazione di Fernandel e Mr Moquette bar, che stavamo mettendo a punto le presentazioni per l’anno, e vi dico in anteprima che a un certo punto compariranno piatti di tortellini.

  35. Gianni Biondillo
    6 ottobre 2004 at 14:57

    Ehi, se c’è da mangiare non dimenticarti di me!

  36. withnail
    6 ottobre 2004 at 15:02

    È la seconda volta che trovo analogie tra lei e Palahniuk (perlomeno nel titolo del post). Lo confessi, il trucco della crema per le emorroidi da usare per le borse sotto gli occhi in “Kamikaze d’occidente” l’ha preso da “Survivor”? Ma soprattutto, il trucco dello sperma al posto dell’ammorbidente funziona davvero?

  37. andrea barbieri
    6 ottobre 2004 at 18:09

    Magari Gianni potessi farvi venire tutti quanti, qui su NI c’è un’overdose di talenti. Chi sa che prima o poi non si riesca. Candida è bravo a organizzare queste cose, se vai sul suo blog e leggi quello che sta facendo per Scarpa, nemmeno alla cerimonia dei nobel fanno tanto.
    Comunque tutto ciò passa in secondo piano rispetto alla notizia che Elio e io siamo d’accordo su una cosa, cioè su quello che hai scritto tu sopra. Sono due anni che vado braccando Elio sul web. Lui non riesce nemmeno a rileggere il suo post che io ne ho inviato uno che sostiene il contrario. Dico due anni!

  38. 6 ottobre 2004 at 22:40

    Si, siete il Peppone e il Don Camillo dei blog letterari. Una domanda, Andrew: ma tu ed Elio vi siete mai incontrati?

  39. 7 ottobre 2004 at 00:32

    Per MARIO MOTTA: grazie delle precisazioni, ora mi è più chiaro ciò che intendi. Quel che cercavo di descrivere, nel mio prolisso “pezzone” che vi ho proposto in home page, è una pragmatica della scrittura, che tiene conto di cose molto disparate, e probabilmente incommensurabili tra loro: i miei limiti di uomo smemorato, i tre tipi generalissimi e schematici di scrittura narrativa che conosco per esperienza, come è nata una mia opera in particolare, la divisione del lavoro simbolico tra artisti e interpreti, eccetera. Tu giustamente pretendi una riflessione più profonda sulla parola, una teoria della parola, ma questa non te la posso dare: perché non ce l’ho (la scopro a poco a poco, e parzialissimamente), e perché per l’appunto ho raccontato (e proposto) una prassi, non ho enunciato una teoria.

    Per GIANNI BIONDILLO: penso che Dante non considerasse affatto fiction la sua “Comedìa”. All’università ho seguito i corsi di un docente (Giorgio Padoan) che con fondati argomenti cercava di dimostrare che l’Alighieri con il suo poema intendeva aggiungere un libro al canone neotestamentario, pensa un po’. Altro che fiction!

    Poi volevo dirti che a me cambia, e di molto, sapere che “Memorie da una casa di morti” e “Se questo è un uomo”, oltre a essere scritti splendidamente, raccontano vicende realmente accadute. Siamo d’accordo sul fatto che anche il diario è un “genere”, un genere LETTERARIO: ma per l’appunto è un genere paradossale, non equivalente agli altri, perché rispetto agli altri generi l’autore si dichiara coinvolto in quel che racconta. Intendo dire che non puoi equipararlo agli altri generi solo perché inevitabilmente, in quanto frutto di una volontà arbitraria e premeditata (“a tavolino”) autoriale, contiene della finzione. Se tu scrivi un thriller, nell’attuale sistema degli atti linguistici letterari, fai un patto finzionale con il lettore, presenti il tuo racconto come finzione: è una scelta decisiva, che esclude per statuto il tuo coinvolgimento autoriale biografico.

    Un’altra cosa: forse “autobiografia” è un’etichetta utile ma fuorviante: i libri autobiografici, i grandi libri autobiografici, parlano ben poco dell’autore: sono grandissime scorpacciate di mondo, sono ricchissime collezioni di ritratti e situazioni. Pensa a “Memorie d’Oltretomba”, di Chateaubriand, pensa a “Cose viste” di Victor Hugo. L’io non si riduce a rappresentazione di sé: è anche (soprattutto) una figura testimoniale di quel che gli succede intorno.

    Per LUMINAMENTI: sono ammirato, ti ringrazio per il grandissimo sforzo di sintesi, e di chiarezza, con cui hai delineato la “svolta linguistica” della filosofia novecentesca. Non pretendevo (occorre dirlo?) di confutare con qualche paginetta questa concezione della parola e del linguaggio. Ma mi sento (con una notevole dose di superbia) di poter “raccontare” che il mio patimento (e godimento) della scrittura, nonostante tutto quel che ho studiato, da von Humboldt a Wittgenstein, da Hegel a Gadamer, è un altro. Più ingenuo, più utopico, se vuoi. Ma è un altro.

    “Mettere in relazione l’intelletto con l’anima”; “riuscire a “vedere” che il significato oltrepassa la parola stessa e in quest’atto stesso evita di vanificarla”: che frasi intense e meravigliose che hai scritto! Mi hanno fatto vibrare di commossa consonanza. Non sono capace di realizzare queste cose che dici e che ho appena citato, ma penso quella che hai evocato così suggestivamente sia una via, forse la via.

    Per UNTITLED: sono assolutamente d’accordo con te su tutto quel che dici. Non per difendere il mio striminzito schemino, ma credo che ciò che proponi tu (la quarta “postura” generalissima) sia rubricabile in quella che ho chiamato la prima “postura”: che è appunto proiezione, invenzione della “Cosa” (Cosa visionaria, Cosa narrativa, Cosa linguistica, e quindi potenzialmente anche profezia, prefigurazione, creazione inaudita, non semplicemente “oggetto” o “fatto”).

    Quanto all’Abbandono, penso che sia un atteggiamento, più che una struttura del rapporto fra scrittura e “Cosa” (ma si possono poi distinguere, scrittura e “Cosa”? A un livello IPERgeneralissimo, credo di no): voglio dire che si può essere invasati e fare proficuamente da servi alla “Cosa” che si scrive sia che si inventi una fiction, sia che si elabori una narrazione altrui, sia che si dia conto di un’esperienza vissuta o vista accadere. Sto interpretando male quel che proponevi tu?

    Quando dicevo che il diarista è “signore e padrone della Cosa”, lo dicevo in polemica con l’ermeneutica letteraria nella sua versione vulgata (e da me un pochino caricaturalizzata, ingiustamente: lo ammetto), che spesso ha ridotto l’autore/autrice a un essere ignaro di ciò che scrive, completamente all’oscuro dei significati e dei sottosensi e sovrasensi che lui/lei stesso mobilita. Non credo di aver mai scritto in stato di trance, ma penso di aver provato anch’io l’esperienza di essere “posseduto” da ciò che scrivo, di aver scritto in stato di Abbandono. Ma, ripeto, penso ugualmente che ciò avvenga, per tutti noi, all’interno delle “posture” generalissime che ho cercato di delineare: l’Abbandono può accadere al più asemantico dei poeti ecolalici, al più verbigerativo dei profeti, ma anche al giornalista che scrive un reportage, al solido romanziere realista: non per questo non possiamo dire che essi abbiano scritto comunque (in stato di Abbandono o meno che fossero) una poesia, un salmo, un articolo, un thriller. Sbaglio?

    Per MARCO CANDIDA: ti ringrazio, ma non esageriamo. Non sono un santerello, mi faccio pagare anch’io, ma in certi casi (soprattutto quando si tratta di andare nelle scuole a parlare di letteratura e cercare di trasmetterne la passione) cerco di prenderlo come un dovere civico. Alla fine se ci pensi è un atto di superbia anche questo: Leopardi diceva che le persone che “si spendono” lo possono fare perché immodestamente si “valutano” molto (e naturalmente lo diceva giocando splendidamente sull’ambivalenza etica ed economica dei termini “spendersi” e “valutare”).

    Per WITHNAIL: Mi vergogno un po’ ad ammetterlo, ma non ho ancora letto una riga di Palahniuk. L’uso cosmetico della pomata antiemorroidale l’ho appreso dalla sorella di una farmacista. Scrivere queste cose è un pochino disgustoso, ma pensate che c’è gente che non solo le dice: le fa. E non soltanto nei romanzi di Palahniuk: in pianura padana, oggi. Quanto al trucco dell’ammorbidente, no comment. Se sei curioso (o curiosa) di sapere se funziona, non hai che da provarlo. ;-)

    Permettetevi di ringraziarvi per la pazienza e la generosità con cui mi avete letto e commentato.

  40. Gianni Biondillo
    7 ottobre 2004 at 00:44

    Tiz, per un ateo come me, aggiungere un libro al canone neotestamentario è fiction allo stato puro! ;-) G.

  41. andrea barbieri
    7 ottobre 2004 at 11:02

    Franz, mai incontrato Elio di persona, ho incontrato Piramidi e basta, ma prima o poi…
    Ora però è tempo di lanciare “La freccia”. La freccia è un testo bellissimo.

  42. withnail
    7 ottobre 2004 at 22:20

    Comunque stavo pensando che se il trucco funziona davvero e qualcuno brevettasse un profumo all’odore inconscio di sperma, farebbe un sacco di soldi…

  43. 8 ottobre 2004 at 14:03

    Esiste già, withnail, e ha un nome delizioso. Si chiama Acqua di Javel.

Comments are closed.