Coetzee e le euforiche esequie del reading

di Sergio Garufi

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Che avesse ragione Pontiggia, quando sosteneva che i reading letterari sono delle euforiche esequie sulle cui poltrone educatamente s’attedia/ il pubblico di gente intelligente/ più della media (G. Giudici)?

A Mantova, la star indiscussa di quest’ultima edizione da record del festival della letteratura, che vanterà alla fine più di 50.000 visitatori, è il sudafricano John Maxwell Coetzee. E non solo perché è il più recente premio Nobel per la letteratura,ma anche per la sua proverbiale riservatezza, che trasforma la sua presenza qui in una sorta di epifania. L’ampio spazio erboso del Cortile della Cavallerizza è gremito da diverse centinaia di lettori appassionati, e quasi altrettanti sono gli esclusi che non potranno assistere all’evento perché privi di prenotazione.

Coetzee si presenta all’appuntamento con barba e camicia bianche scortato da Paola Splendore, che insegna letteratura inglese alla università di Roma con particolare riguardo ai paesi anglofoni e postcoloniali (Sudafrica, India, Australia). Dopo un rapido intervento introduttivo della docente, Coetzee legge un suo racconto intitolato As a woman grows older, comparso tempo fa sulla New York Review of Books e ancora inedito in Italia. E’ chiaramente ispirato al suo ultimo libro, Elizabeth Costello (edito da Einaudi), e di questo riproduce lo schema del viaggio all’estero e della lezione di un’anziana scrittrice in compagnia dei figli.

Complice il fatto che la narrazione è un po’ lunga, che la lettura è salmodiante e monocorde, che la lingua non è la nostra e pure che i reading letterari – seppur tenuti da un romanziere di questo calibro – ispirano spesso un tedio letale, dopo poco tempo mi accorgo che una parte del pubblico non nasconde segni di insofferenza; e i miei vicini, una coppia sui vent’anni, all’inizio frementi ed ammirati, ora cominciano a distrarsi bisbigliando fittamente.

Verrebbe da pensare che la logorrea non sia solo una semplice forma di maleducazione, seppur molesta e diffusa, ma denunci l’incapacità di accettare il silenzio e l’inattività, una specie di horror vacui di se stessi; quando in quel preciso istante Coetzee legge un brano in cui la protagonista del racconto confida al figlio che uno dei tipici sintomi della senilità è la propensione a deplorare, l’attitudine a lamentarsi di continuo per come vanno le cose al mondo; e i motivi del suo biasimo concernono proprio le cattive abitudini, come quella di conversare ad alta voce disturbando chi ti sta accanto.

Che le mie querimonie inespresse siano un segnale inquietante di invecchiamento o meno, resta che l’atteggiamento del pubblico conferma la validità della massima di Camillo Sbarbaro, secondo cui l’umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo. Apparentemente fa la coda per loro, li venera e li blandisce, ma con l’intento non dichiarato e forse inconsapevole di disinnescarli, di adoperarli come paradigmi rassicuranti e consolatori, un pezzo del rosario di citazioni colte da sfoderare al momento giusto; facendoli così diventare i suoi cani da compagnia. E i cani, nei romanzi di Coetzee (vedi il randagio del finale di Vergogna), non fanno quasi mai una bella fine.

Forse è questa la ragione della sua piega amara della bocca, come di chi pensa che la vita abbia un cattivo odore; ma quella mutria non esprime la tipica alterigia dell’intellettuale snob, solo una comprensibile diffidenza verso quella folla di estimatori adoranti. In Elizabeth Costello, il romanzo più impudico ed autoreferenziale di uno scrittore per altri versi schivo e riservatissimo, il personaggio principale è una vecchia e famosa scrittrice australiana che gira il mondo tenendo conferenze sulla letteratura; e nella prima di queste paragona i suoi ammiratori a dei pesci rossi, all’apparenza innocui e simpatici, ma che presto si rivelano desiderosi di spartirsi le spoglie della balena agonizzante, di portarsi a casa un suo minuscolo brandello di carne come souvenir.

Sempre nello stesso libro l’autore, per bocca della Costello, cita una scena del film Frances, quella in cui Jessica Lange interpreta il ruolo di una diva hollywoodiana che, per un esaurimento nervoso, finisce in una corsia di manicomio. Qui, intontita dagli psicofarmaci, legata al letto e lobotomizzata, viene stuprata a turno dagli stessi infermieri che dovrebbero prendersi cura di lei; e uno di questi, accingendosi a violentarla, esclama “voglio proprio scoparmi una star del cinema!” In quella voce la Costello avverte chiaramente “l’orrido rovescio dell’idolatria: il risentimento omicida“.

Al termine della lettura, molti si dispongono pazientemente in fila per l’autografo di rito; che è pur sempre una forma garbata di possessione. L’anziano cetaceo accenna un sorriso stentato, firma e saluta i suoi educati pesci rossi; in fondo è a loro che deve il suo successo. Durante il reading, la voce di Coetzee s’imponeva una cadenza che non tradisse esitazioni, ma il tono flebile ne denunciava l’artificiosità, come di chi stesse recitando una parte che non gli appartiene e non vedesse l’ora di porre fine a quell’imbarazzo. A volte, la verità di un uomo può seguire percorsi sghembi, rivelarsi attraverso dettagli marginali, eludendo i criteri e gli schemi più ovvii.Daniel Pennac, in un brano di Ecco la storia, commentando il film Il grande dittatore di Chaplin, scrive che questi, parodiando Hitler, “non parla tedesco, ma ne imita il suono, il tono di voce, mettendo le parole ai ferri corti, il tono che è l’unica verità del discorso, l’esatto rumore che ha l’intenzione di un uomo”.

  3 comments for “Coetzee e le euforiche esequie del reading

  1. 5 ottobre 2004 at 09:46

    più che alla stupidità dei poveri pesci rossi, penserei all’inadeguatezza dell’evento-lettura. uno scrittore non è necessariamente un buon recitatore di se stesso, lo scrittore scrive libri ed è il prodotto libro che il consumatore fa proprio, fagocitando poi anche un’immagine personale dello scrittore che lo ha scritto. andare ad ascoltare l’autore di un testo-scritto che recita un testo-parlato in una lingua che non si riesce neppure a capire, è semplice masochismo amoroso. annoiarsi è la più semplice delle forme di resistenza. a questi pesci rossi forse andava dato un cibo commestibile.

    f.

  2. Gianni Biondillo
    5 ottobre 2004 at 14:40

    Scusate, è una mia impressione o Coetzee è Moresco senza occhiali? ;-) G.

  3. 8 ottobre 2004 at 17:11

    Anziché “i reading letterari sono delle euforiche esequie sulle cui poltrone educatamente s’attedia/ il pubblico di gente intelligente/ più della media”
    si potrebbe dire che sono “euforiche esequie sulla cui sedia educatamente s’attedia il pubblico di gente che si crede intelligente”
    ;)

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