Da “La caduta occidentale”

11 novembre 2004
Pubblicato da

di Michelangelo Zizzi

Il tutto dentro (A Giordano Bruno e Sofia)

“Ciò soltanto, le ossa, le cuoia restano tra te e il tuo pan”
E. Pound

Immaginate ora la scena che la morte vi ha posto le uova dentro
ma senza icone né dagherrotipi in punto di fine
ma come una sorella come una morte venuta dalle origini
ma come un macchinario di letteratura in disuso
ma come un elettrodomestico che buca la ruggine
ma come una clessidra che fatale scuce i grani
dalla parte del cuore
ma senza muscoli che tengano
o come quella gallina che razzola laggiù
nell’aia d’anima

ma senza vultùre che si spengano sui confini delle casse di pollai
troppo sdruciti perché le porte cigolanti tengano
così come le ramaglie che accatasti in fasti di fuochi
in pire che navigano verso la consunzione
l’epilogo delle polveri che lascerai
in morbidi ossari di residui
nel camino senza braci.

Oppure immaginate ora l’ustione
che vi ha fatto all’orecchio quel geroglifico insensato del boato
quel dedalo che non si spiega di polveri d’acciaio piovute per nubi afgane
quello schiocco del televisore appeso alle immagini
là agli stornati altipiani che crollano
come un Tibet al tramonto delle ere
come torte franate di feste anni 70
con le madri preoccupate nei registri di previsione di crescita di figli
l’altopiano che si screma in fiotti di polveri
che ricadono dai solai affollati di suoni d’infanzie strepitosi
come boati in pozzo vuoto dell’essere prima delle ere
o da crolli affollato d’ali di rondini svinanti il celeste
in turrite primavere delle origini
le torri delle fiabe dei libri d’illustrazione
l’altopiano (Tibet per grattacieli) là per franato conclave disceso
con l’ustione al fondo
lo smarrimento immaginatelo
di pelandrane camicie bottoni giù nelle gravi,
con i re crollati nelle valli a scoscese cantine di terra
i profeti che cadono invece di salire
la lamina sedicesima lasciata al tavolo dell’azzardo
che cadono sfinendo il greto, i perimetri, le contrade di sartoria
genetica o d’architettura fallica
come fossero di Murge le icone che crollano dalle vertigini cristiche dei santi
che s’appollaiano dai barbieri romanici nei rosoni d’occhio
o dai sarti che scalfirono litiche giunture nei barocchi orecchi
fino a quelle staffe per sentire meglio
che risuona circolare boato
come una rete che la squadra imprime a quella avversaria
come del tuono che svagina i filari dei perimetri del mondo
adesso negli autunni che i rantoli affollano
comparendo nel fiotto imeneico delle carni del mondo
che il sangue teatrale svagina
come macellerie delle consutili ipotesi appese
al diorama socratico
che te lo dicevo me lo dicevi lo dicevamo.

Immaginate ora altro: che vivete invece,
magari, magari,
adesso qui, nel buio buono, con le famiglia in festa, a pic nic oltre porta,
con la radio accanto, i monitor delle iniziazioni,
le vostre spese a supermercati,
le discese dalle stazioni sciistiche.

O che morite immaginate – che è simile-
o che invece – che è simile – che noi siamo al crocicchio di negri neuroni dentro di noi
in pelle e astucci di derma
che ci siamo qui nelle nevi iniziatiche
che scendono di nervi i crolli della prima volta della scoperta dell’amore
che scendono i dirupi sinaptici, discese che sconnesse carni virano in sculture del risentire
senza confine che la sola morte
spirando nell’ora che esatta verrà
segna
come scardinando
come della vipera che le fibbie di muscoli scioglie nell’impianto dei denti
di ricurve clessidre lunari a falce
restando insomma scucendo insomma la clessidra degli anni
o i verdi teli di ragni che avevamo allestito
a raffermo brodo di tempo
come un tempo le biancherie a stesi terrazzi le madri
immaginate pertanto o ricordiamoci ora – qui nelle riserve del senso, in quelle limacciose risacche
nell’umano parire –
o nelle maree mentali del risentire
che ci siamo, ci siamo tuttavia,
in crocicchi, in quei caldi incroci come di ceppi a camini brucianti
come i velli cerchiati di sangue dei cinghiali alle alture presi
che ci siamo ricordiamocelo, qui resistiamo
abbiamo sufficenti congetture,
forse.
Con pelle vera, questa, che un perimetro di spazio ricopre per l’ombra che ti pertiene
o che ci siamo con peli che drenano le desinenze i rimasugli i ripostigli come dei fossili paleolitici, come la prima scena come noi, come te, di cui immagino odore, a nevi sparse come feromoni delle alture, lì a covoni vertiginosi e sangue sparso per le aie, per ora Sofia, per tutto il tempo, che la vigilia accende a falò vetrine d’ermetico afrore in combusto olio di stoppini ai tuoi capelli di cavalla, ma dei cieli, Sofia dei cieli, tu delle alture, di tutti i passi, di quelle vette, solo esatta oltresarta.

————-

E quel sangue? Tutto quel sangue?
Così tanto musicale nelle cicale delle tue vene
sbattuto in artigli d’arterie?
quel sangue che la macchinosità delle stalle
pure occidentali non avrebbe tracimato.
quel sangue
che non era zampillo di fontana
ma arcipelago di arene
fontana cardiaca che schizza
su i mocci
su le trame di linguti leucociti
come franati tori una volta
a macelli di corna
lì nei sud opachi
o a rostri infissi a ramaglie stanno
come fossero sete dello sfacelo
d’uccelli sbecchettanti
tele di porpora cantanti insomma
come un cartiglio d’odorosa infanzia
alla tua pelle che sfuma in indici
non dicibili di profumi
quel bruciante drappo di rete
quell’oppio d’antichi speziali orientali
che al cervice al tuo occulto
di botri di peli celi
con l’odore di bava lacustre
o di sete d’acque
che in limose oasi dreni
che fanno lascive trappole di vulve.

Quel sangue che era che sta
che disegnava
icone sonnamboliche
per me per te per tutto il tempo
della vigilia della durata
o che l’onde
o che i marosi di verdi foreste
degli abissi risalendo
come simboli di fioche ere
fino al sogno dei morti riposanti
fanno pasteggio
calde lenzuola di trasparenze vitree
come della tua pelle di diafane reti
rimanenze d’aquitrini che sfaldano ora
i bussolotti le ghiere tra tombe
dove salsedini ammucchiantesi
con cerume di licheni
o qualche catrame di plutonica discesa
faranno infine del sonno cablaggio
periferie del sentire
o masserie di sommerse draghe
parendo
sotto i cigli, i tuoi,
i sinuolenti carrigli
del sensorio lunare.

Quel sangue pure canta mi pare

– si Sofia
adesso vengo che sto che resto-

pure crollando oltre la fibbia del tempo
arruotando a pozzi di bassa acqua
svuotando all’unisono ancora
persistendo
svuotando in orecchi vulvari
che hai torniti come labbra
la mia bava
come che storna teorie sul cosmo
o come la mia bara faccio
per me che in ogni istante
mi ridico vivente
o che al canto resisto che pure filo
che brama che svuoto.

—————–

New York ora sei meno fittizia
città desolata che sole immagini
da nebulose stornate abitavano
gremendo come aquiloni del vuoto
d’oppio di vetrate vetrate vetrate
trucco zen
o vertici d’uffici di ingegneria
quanto al tuo somiglia quel barbaglio
di fumiganti soli stornati
da librerie di polverose accidie
degli incendi della primigenia Alessandria
la dove il Nilo sfocia in limosi grumi
di nero terriccio
come per un delta pubico del disastro
o un aranceto screziato al tramonto doppiante
della fine dell’Occidente
o quanto a quelle altre somiglia
spedizioni orientali
la dove tutta la terra era un immaginifica piana
che nei cartigli pareva un giardino del disastro
prima che un diluviante vento la sgominasse.

Così come Costantinopoli resti,
stai di distese di solo sale
a cerchi a virate
o come Napoli stai
resti a falciate mattanze del barocco
– trasfiguranti mascheroni ai doccioni dei portoni –
o come le Calabrie che un cocchio rigira in fango
in tutti gli atlanti dei pini che sfiocinano in aghi in pagliai
o come le Sicilie inzuccherate per reali paste
le Lucanie lampeggianti e bianche
o come Alessandro che ora viene, che ora muore
Alessandro che un morbo involse
nella stretta cistifellea
in un lungo pomeriggio d’agonia
– in infero viadotto di colesterina che non svelle il segreto di una fine-
– o forse fu per l’infezione della vittoria?-
in quegli esangui pasteggi
dopo le campagne
oppure come Napoli
o la sabbia d’Egitto che crema
in Nilo nero
mulinando su sarcofagi d’enigma
quella che non è domanda
che tu puoi porre
non cognizione
che pretenderai di accumulare.

Per questo anche ti dico non chiedere non dire Sofia,
non dire ormai nulla,
ma soffia invece solo
brucia la ristoppia che arde tra noi
nel caldo delle buone braccia
che hai come i chiavistelli per aprire estati
anatomie o atlanti assoluti
con tunnel vaginici, con canali bronchiali
con piazze cardiache che fontane allagano
in bave di cocciuta risalita
o in discese nel letargo appiccante dove mi dimentico nascendo
che sono le labbra quando rivolte a clessidre solo lunari
bagnano di mestruo troppo gonfio il mio stesso sesso.
Così che la caduta dell’Occidente
mi pare ora una sorta di lapsus,
un respiro breve,
una figura della retorica.

* * * * * * * * * *
(Michelangelo Zizzi – elogiodelleccedenza@libero.it – ha pubblicato testi su: Poesia, Nuovi Argomenti, L’immaginazione, Versodove, La mosca, La clessidra, Atelier, YIP, Gradiva, eccetera.
E’ presente nel Terzo Quaderno Italiano (Guerini & Associati). Ha inoltre pubblicato La casa cantoniera (Stampa 2001) e La primavera ermetica (Manni 2002). Collabora all’Università di Lecce (teoria della letteratura) e ha pubblicato saggi e articoli critici intorno a figure della poesia italiana del Novecento. E’ medico omeopata.)

(immagine di Louise Bourgeois)

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52 Responses to Da “La caduta occidentale”

  1. r.f. il 11 novembre 2004 alle 10:29

    Scusate, non è che adesso esageriamo ?

  2. Alfonso Berardinelli il 11 novembre 2004 alle 11:01

    In effetti si esagera. Ma mi sembra in relazione alla complessione sintagmatica, alla forza di correlazione dell’immagine (vedi Rifaterre), e non al senso eterodosso, eteromorfo, eteroflesso del postmoderno, non in relazione al principio di casualità, di incastro casuale dell’immaginario, di ecolalia tipica della maggior parte dei poeti contemporanei. Difficile tenere questo ritmo serrato. Mi sembra che Zizzi ci riesca benissimo.

  3. Elio Paoloni il 11 novembre 2004 alle 11:59

    Benvenuto, Michelangelo.

    Scusa, Riccardo, esagerare in che senso?

  4. aladar il 11 novembre 2004 alle 12:04

    Elogio! Finalmente riappari a noi vecchi alabardieri di un mai troppo rimpianto forum transuranico…… come va? Procede bene la storia con Sofia, vedo…. ti ricordi Serenella? Il pallino lo ripassiamo a te, volentieri, magari si ricrea per un po’ la vecchia ganga.

  5. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 12:05

    Finalmente ho capito chi era il nick “Elogio dell’eccedenza” del forum Società delle menti che mi aveva chiamato pene vegetale. Vabe’ me l’ero cercata, il mio nick era assolutamente demenziale: “Carburo Fiore Verde” (non ricordo come mi fosse venuto) e poi non ero mai d’accordo con Zizzi, aggressivissimo su quel forum già aggressivo di suo (nella cartella preferiti l’avevo chiamato “Gli esaltati di Clarence”). La discussione in cui mi dava del pene vegetale era su Matteo Galiazzo che secondo me era (ora ha smesso di scrivere) tra i migliori talenti in Italia. Zizzi postava a ripetizione post cattivissimi e in fondo divertenti per demolire Galiazzo e chi lo sosteneva. Intervenne alla fine anche Galiazzo stesso e poi Dalia Oggero. Era una discussione abbastanza bella, Matteo spiegava perché voleva smettere di scrivere. Elogio sparava bordate demenziali, la Oggero diceva che non conosceva Elogio ma che comunque era molto intelligente, io dicevo che Elogio sapeva scrivere ma che questo non significa essere intelligenti o che comunque se quella era intelligenza chiudeva invece di aprire. L’intervento più bello fu di Matteo Galiazzo che raccontò come realizzare cose con le mani, costruire (programmi informatici), gli dava più soddisfazione della scrittura. Non era un giudizio assoluto, era una cosa che valeva per lui. Be’ comunque nessuno trovò quel discorso interessante, eppure da allora Matteo ha veramente smesso di scrivere.
    Tutto questo non lo dico per sputtanare Elogio, che mi era simpatico, era un discolone divertente, ma più che altro per confrontare le cose che scriveva allora con queste poesie. Cavolo, ma la sua vena polemico-sarcastica dov’è finita? Sarà stato faticoso chiuderla nell’armadio per scrivere delle cose così leccate. Insomma Elogio/Zizzi perché questo ritorno all’ordine?

  6. aladar il 11 novembre 2004 alle 12:08

    ehi, carburo floro verde, ma non eri anche hormiguero ugoloso?? :-))

  7. Nicoletta P. il 11 novembre 2004 alle 12:35

    E’ una poesia che trovo…come dire….stimolante.

  8. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 13:04

    Sì, ma poi avevo cambiato nick. Elogio scrisse un post lunghissimo in cui massacrava uno per uno tutti quelli di Maltese. Drago per esempio era diventato Draghignazzo e gli capitavano le peggiori cose, io ero un benzinaio-pene vegetale, ecc. ecc.

  9. Carlo Botulino il 11 novembre 2004 alle 13:30

    Ma non è che Zizzi, così verboso, assomigli a Cortellessa, anche d’aspetto??!!
    Ammorbante, peeesaaaante!!!

  10. Graziano il 11 novembre 2004 alle 14:19

    Questo poema ‘in fieri’, di cui un altro stralcio è apparso sull’ultimo numero di Nuovi argomenti, è una riflessione estetico-letteraria che Zizzi ha iniziato a intrecciare dal 2001, anno del crollo delle torri e dell’uscita di ‘Scrivere sul fronte occidentale’, un libro collettivo di cui Michelangelo non ha apprezzato tutto (anzi solo alcune e poche cose, a suo dire) ma che con ogni probabilità ha fornito una prima idea germinale al futuro lavoro. All’indomani dell’uscita di ‘Occidente per principianti’ di Lagioia, stimatissimo da Zizzi, e di altre scritture ‘occidentaliste’ (il Kamikaze di Scarpa, ad esempio), il poema si pone nel solco dell’elaborazione etico-letteraria di fine secolo, calamitata dallo scenario internazionale dominato dal (vero o presunto?) scontro tra civiltà.

    Quanto a stile, nessun ritorno all’ordine, caro Andrea. Lo Zizzi polemista è tutt’altra cosa dallo Zizzi poeta, è una specie di realtà schizofrenica, quanto a modi e maniere naturalmente (altra cosa sono i contenuti), e ti auguro di non averci mai a che fare direttamente, visti i precedenti con Wu Ming 1 e 2, al limite della rissa, con Christian Raimo e, recentemente, il che francamente mi è anche un po’ dispiaciuto, date le cattive maniere del ‘carnefice’ e il fondo pacifico della ‘vittima’, con Livio Romano. Quanto allo stile, dicevo, nessun ritorno all’ordine. Siamo nel solco delle precedenti opere di Zizzi, soprattutto ‘La casa cantoniera’, arricchite di una più matura riflessione letteraria e dalla influenze del romanzo moderno (Moresco su tutti, se pensiamo alla densità materica, di una materia degradata, di cui si nutrono questi versi). Con Zizzi, insomma, siamo in pieno barocco. Due nomi su tutti: Vittorio Bodini (l’ultimo, soprattutto, quello ‘industriale’) e Dylan Thomas (e su Bodini, Zizzi ha preparato la sua tesi di laurea, su Thomas ha scritto alcuni articoli) . Le immagini rampollano, dunque, una sull’altra, per geminazione spontanea, attrazione visiva o fonica, in un crescendo vertiginoso, in estenuanti gorghi visivi e canori, in catene e festoni analogici di gusto, potremmo dire, quasi marinettiano. Pure, ma è questione di gusti, in alcuni punti l’intreccio è troppo spesso, lo gnommero (direbbe Gadda) infittisce, e allora mi sembra che lo Zizzi migliore lo si incontri nei passi più pacifici, lineari, dove sembra attingere a pozzi di ispirazione più pura e libera da certo gioco e arzigogolo un po’ intellettualistico (“Immaginate ora altro: che vivete invece, / magari, magari, /
    adesso qui, nel buio buono, con le famiglia in festa, a pic nic oltre porta, / con la radio accanto, i monitor delle iniziazioni, / le vostre spese a supermercati, / le discese dalle stazioni sciistiche. // O che morite immaginate – che è simile”, “E quel sangue? Tutto quel sangue? / Così tanto musicale nelle cicale delle tue vene”, “New York ora sei meno fittizia / città desolata che sole immagini / da nebulose stornate abitavano / gremendo come aquiloni del vuoto / d’oppio di vetrate vetrate vetrate / trucco zen”, “Così che la caduta dell’Occidente / mi pare ora una sorta di lapsus, / un respiro breve, / una figura della retorica.”).

    Dato lo stile e l’argomentare del commento, poi, non mi stupirebbe se colui che si firma Alfonso Berardinelli, fosse lo stesso Michelangelo, istriotico come non mai.

  11. luminamenti il 11 novembre 2004 alle 14:22

    Benvenuto Michelangelo.
    Con stima e affetto Emanuele.

  12. luminamenti il 11 novembre 2004 alle 14:27

    Condivido molto questa tua analisi Graziano.

  13. Andrea Cortellessa il 11 novembre 2004 alle 14:34

    Mah, veramente… sentite la mia voce nasale? Come? Devo parlare più forte?? Datemi un microfono migliore, perdindirindina!!
    Se Alfonso fosse Zizzi, come io credo – siamo una goccia d’acqua con michelangelo!-, allora, più che un istrione, il mio amico, che paura! ma tanto so’ grosso!!! è un proprio un buffone.
    Scusate ho digerito male er cacciucco alla liburnese!! Sgurp, blorp, prrrruuuuuu!!!!

  14. Gianni Biondillo il 11 novembre 2004 alle 14:38

    Qui c’è gente che fuma roba tagliata male. Malissimo.

  15. luminamenti il 11 novembre 2004 alle 15:08

    A proposito di critici, da Alice:

    Il canone oscillante
    La letteratura italiana negli ultimi trent’anni

    Fondazione Banco di Sicilia, Villa Zito, Viale della Libertà 52 – Palermo
    24-26 novembre 2004

    Un convegno che si occupi del canone letterario degli ultimi trent’anni, dei suoi cambiamenti e delle modifiche del suo statuto, è importante per chiudere, almeno provvisoriamente, il Novecento. Questi ultimi trent’anni hanno operato mutamenti macroscopici nella definizione, emersione, ricezione del fatto letterario: è nata l’editoria di massa, ha vacillato l’autorevolezza della critica letteraria, l’invasione mediatica ha trasformato la scena culturale nazionale e internazionale, e sono emersi autori di altri continenti che hanno reso più provinciale l’Europa, tutto questo sul filo di un grande cambiamento epocale, storico e sociale.
    In questi trent’anni il Premio Mondello ha promosso nuove visibilità, autori nuovi e autori che venivano da molto lontano, dando modo anche al canone italiano di mobilitarsi in vista di nuove ipotesi critiche. Ricordiamo che, in assoluto anticipo con la loro consacrazione, il Premio è stato attribuito negli anni ad autori come da Milan Kundera, Seamus Heaney, Josè Saramago, V.S. Naipaul, Kenzaburo Oe e Wole Sojnka.
    Il convegno sarà un’occasione per discutere la famosa definizione di Harold Bloom, secondo la quale “uno dentro il canone irrompe solo per forza estetica” e cioè per “padronanza del linguaggio figurativo, originalità, capacità cognitiva, sapere, esuberanza espressiva”. E sarà la sede giusta per approfondire questioni di carattere teorico, per discutere gli aspetti legislativi del canone, se esso presupponga ancora una “lotta per la sopravvivenza” o se sia compatibile con l’idea stessa di democrazia: e qui torna centrale il rapporto tra canone e costellazione, tra canone e best-sellers, tra permanenza e evoluzione dell’opera letteraria. Non sfuggirà, a molti relatori, la complessa questione dell’“autorità” del testo e della sua relazione con l’esistenza di quella comunità di lettori utile a definire la forza di un autore canonico. Se questa comunità sia, oggi, una pura congettura sarà argomento di discussione.
    Infine attraverso gli esiti del convegno sarà possibile scrivere una mappa degli ultimi trent’anni, nella quale appariranno nomi nuovi e nella quale perderanno centralità nomi che sembravano sicuri. Di sicuro, vista la qualità e l’eterogeneità degli invitati, il Novecento sembrerà un secolo ancora tutto in movimento, ancora oscillante, e questa data palermitana sarà una tappa importante del processo, lentissimo, di assestamento del canone.

    Alba Donati

    Il programma

    IL CANONE OSCILLANTE
    La letteratura italiana negli ultimi trent’anni
    Convegno 24-26 novembre

    Fondazione Banco di Sicilia, VILLA ZITO, Viale della Libertà 52

    Mercoledì 24, ore 16
    Saluto del Sindaco di Palermo, Diego Cammarata
    Introduzione del Presidente della Giuria del Premio Mondello, Gianni Puglisi
    Presentazione, Alba Donati

    Relazioni:
    Cesare Segre, Le prospettive del canone
    Giulio Ferroni, Decanonizzazioni
    Giorgio Ficara, Il canone salvato dai ragazzini?
    Presiede Gianni Puglisi

    Giovedì 25, ore 10
    Alfonso Berardinelli, Postmodernità canonica
    Remo Ceserani, Le antologie come strumenti di canonizzazione
    Filippo La Porta, La dispersione dei canoni. Fine dell’autorità e rilancio dell’argomentazione
    Marino Biondi Il canone feudale. A ognuno il suo.
    Presiede Franco Cordelli

    Giovedì 25, ore 16
    Walter Siti, Il canone per chi?
    Salvatore Silvano Nigro, Il caso Camilleri
    Giuseppe Conte, Il deserto e il giardino, il nulla e l’anima
    Niva Lorenzini, “Piccoli indizi” e “vaste ombre”: corsi, ricorsi, trascorsi critici
    Presiede Walter Pedullà

    Venerdì 26, ore 10
    Romano Luperini, Postmoderni e neomoderni. Intrecci, generazioni a confronto, fasi storiche
    Andrea Cortellessa, Un canone ‘per’ la contemporaneità
    Michele Rak, La società letteraria e la rete Internet
    Intervento di Les Murray
    Presiede Franco Marenco

    Venerdì 26, ore 16,30
    Giuseppe Leonelli, Tre poeti: Penna, Bertolucci, Caproni
    Renato Nisticò, Dal Canone alla Biblioteca: per una critica antropologicamente sostenibile
    Intervento di George Steiner
    Presiede Silvio Ramat
    Conclusioni dell’Assessore alla Cultura del Comune di Palermo, Gianni Puglisi.

    Il convegno è a cura di Alba Donati

    Premio Mondello

  16. il figlio di Biondillo il 11 novembre 2004 alle 15:27

    oh biondì, come se quel che tu ti fumi, sia tagliato bene!! solo tu in questa riserva puoi sparare cazzate! càlmate e fai silenzio na vorta ogni tanto, nvece di lasciare le solite cacatine di piccione!!

  17. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 15:49

    Graziano, sì che in queste poesie “Le immagini rampollano, dunque, una sull’altra, per geminazione spontanea, attrazione visiva o fonica, in un crescendo vertiginoso…” però Moresco è un’altra cosa, con Moresco spegni la luce e comincia il film, sei proprio in un altro mondo, mica immagini che rampollano: nei Canti del caos c’è sistema e Moresco non è matto. Poi nel suo film ci entri facilmente e ci rimani, niente parole strane al massimo un “cascomaschera”, le parole ti scordi che sono parole (non sono similitudini, Moresco non ha bisogno di dire “come”), mentre in Zizzi le parole sono dei cartelli stradali per indicare un’immagine, sempre slegata da quella precedente, come se il proiettore saltasse.

  18. Gianni Biondillo il 11 novembre 2004 alle 15:58

    ho un figlio ribelle. Sarà per la roba che fumo, che non gliela offro mai.

  19. Graziano il 11 novembre 2004 alle 16:03

    Caro Andrea, non ho detto che Zizzi è Moresco. Ho detto che la densità materica (“i velli cerchiati di sangue”, “trappole di vulve”, “anatomie o atlanti assoluti / con tunnel vaginici, con canali bronchiali”) fa pensare a Moresco. Zizzi, in un certo senso, si ‘serve’ di Moresco, cioè fa ‘cortocircuitare’ la materia degradata moreschiana con picchi orfici e metafisici, che gli sono propri. Insomma, quel cocktail di concreto e astratto, di basso e alto, che trovi in Rebora o, perché no?, nel Ferrari de “La franca sostanza del degrado”. Cocktail che era già nella linea poetica zizziana, fin dai tempi della Casa cantoniera, ma in cui il versante del concreto attingeva allora a una materia ancora nobile, non bassa, vile.

  20. andrea inglese il 11 novembre 2004 alle 16:05

    Zizzi, in ogni caso, è un enciclocefalo (o riddocerebro o bolgiadimenti)

  21. Graziano il 11 novembre 2004 alle 16:12

    Sì, Andrea (Inglese), condivido. E’ una bellissima mente, Michelangelo.
    Per Andrea Barbieri: che nel poema di Michelangelo non ci sia “sistema” penso non si possa dire davanti a dei ‘frammenti’ (che di questo, qui, si tratta) e, se ho capito l’idea poematica di volute, ritorni, richiami, ramificazioni ecc. che ha Michelangelo, penso proprio che, a opera compiuta, ‘sistema’ ci sarà…

  22. il figlio di biondillo il 11 novembre 2004 alle 16:28

    Papà Biondì, quella roba tientela tu, non ne ho bisogno! Già da piccolo, a traviarmi!! E poi ti lamenti dei pariniani, uffa!! :-((

    L’analisi perfetta su Zizzi l’ha fatta Andrea Barbieri. Bravo! Non offendiamo Moresco, non c’è paragone!!

  23. Gianni Biondillo il 11 novembre 2004 alle 16:43

    il lavoro di Zizzi sulla lingua e sulle allegorie è impressionante. E’ chiaro che Moresco non è Zizzi, ma lo sanno anche loro. Usano “forme” diverse. In questo senso Graziano ha ragione come, altrettanto, Andrea.
    Questa “cosa” non si legge facilmente, ma lascia nel cervello fotogrammi delineatissimi.

    In quanto al mio figlioletto:
    c’è una sostanziale differenza fra me e te.
    Io sparo cazzate innoque. Puoi cercare tutto quello che ho postato o commentato qui su NI e noterai che non ho mai insultato nessuno. Ho discusso, anche animatamente, ma solo sul piano delle idee. Ed ogni tanto sparo una cazzata.
    E’ come se, chiacchierando fra amici ogni tanto qualcuno facesse una battuta. Si fa, alleggerisce il discorso. Bisogna fare le cose seriamente senza prendersi troppo sul serio, io la vedo così.
    Tu, invece insulti ad personam. Questa è la differenza.
    Credi che non ne sarei capace? Io sono un professionista dell’insulto, ma non mi interessa, non mi piace questo gioco.

  24. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 16:58

    Io penso che Moresco, per un dono naturale, non “scrive” ma “installa”, mi sembra veramente che lui vada a prendere delle cose e le appoggi davanti a me, delle cose che esistono (non esistono solo le sue combinazioni, ma non esistono nemmeno quelle di Kounellis). Quando lo leggo entro anch’io in quegli accrocchi di roba familiare, mentre Zizzi continua a usare solo parole, fa ronfare con roba surrealista tipo “in Nilo nero/
    mulinando su sarcofagi d’enigma/”
    quella che non è domanda […]”.
    L’immagine può essere riprodotta come ti pare, ma deve essere semplice altrimenti non funziona e a me rimangono davanti solo parole. Hai presente i lavori di quell’artista che fa, uhm, diciamo cartoni animati, William Kentridge, hai presente come sono semplici le sue immagini, non so un uomo in una stanza in doppiopetto immerso nell’acqua che sale. Vabe’ oppure Kounellis, travi di ferro che schiacciano delle scarpe. Poi se vuoi fare un film, allora queste immagini efficaci le metti in sequenza, allora io spengo la luce e entro dentro.

  25. il figlio di biondillo il 11 novembre 2004 alle 17:25

    Ehi, papà, veramente non credo di averti offeso; è facile fare la vittima! solo perchè ho detto che lasci cacatine di piccione spesso e volentieri? Forse non è vero? Non c’è nulla di male, sai. L’importante che non te ne esci col politicamente corretto che spesso utilizzi.
    Mamma mia, chiamo lei, che è meglio! Suscettibili i papà maschi!!

    Quanto a Zizzi: maniera di maniera, sforbiciata maniera.Giri, rigiri, volute, capovolte…e poi…ti guardi un po’ attorno, cerchi nel cervello, nelle mani…e cosa ti resta? na sbobba per nulla filtrata. Ma la poesia è “anche”, ma non soprattutto, questo!!!

  26. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 17:33

    La poesia cos’è invece: sotranquillo@papà.it?

  27. il figlio di biondillo il 11 novembre 2004 alle 18:08

    No, andrea, se leggi bene, è : soprattutto.

    Però, bello, neh, che questo post stia avendo successo, significa che questi versi non lasciano indifferenti.

  28. GiusCo il 11 novembre 2004 alle 18:40

    Vieni Elogio, vieni, vienici a raccontare della fine anticipata di carriera che dispensavi al tempo bello, vieni…

  29. andrea raos il 11 novembre 2004 alle 19:21

    l’avvitarsi della parola su sé stessa è un rischio che chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la parola scritta conosce. e difatti nella “casa cantoniera”, secondo me le poesie ogni tanto restavano un po’ a mezz’aria (con alcuni versi invece molto belli, ed un indiscutible talento “naturale”). non ho letto “la primavera ermetica”, quindi forse mi manca un passaggio, ma l’evoluzione, la spinta in avanti di queste nuove poesie mi sembra evidente. fanno davvero venire voglia di leggere l’assieme.

    il paragone con moresco non mi convince proprio; a parte forse una certa matericità della parola (e già qui il termine è troppo impreciso), ma se è solo questo gli antenati possibili sono davvero decine (alcuni sono stati fatti nei commenti precedenti, tutti pertinenti, tutti lontani).

    ma più in generale, cosa “installa” la scrittura? quale spazio? piaccia o no (e a me non piace), quando si legge poesia (e si vuole magari parlarne), uscire dalla poesia medesima non è facile, altissimo il rischio di dire banalità. non me ne voglia barbieri, l’argomento che solleva mi interessa molto, anche se le sue risposte non mi persuadono del tutto.

  30. daniele piccini il 11 novembre 2004 alle 21:02

    eh no eh

  31. valerio massimo manfredi il 11 novembre 2004 alle 21:04

    si tratta dell’evoluzione della specie, dopo le scimmie, l’uomo, la vera poesia.

  32. andrea inglese il 11 novembre 2004 alle 21:28

    “uagliau amma a spascià tutt’e’ cose”, mi si consenta una citazione (imperfetta) dal vernacolo che parla Zizzi e a cui mi ha iniziato, in momenti di profonda e reciproca negligenza esistenziale, alcuni estati fa

  33. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 22:15

    Raos dovrei scriverti una risposta articolata così forse la mia risposta (naturalmente la domanda è perché leggere Moresco) ti convincerebbe. Cercherò.
    Il fatto è che su queste cose vorrei scrivere direttamente a Moresco per una risposta sulla rivista Fernandel.
    Lo sapete vero che M. scrive per Fernandel la rubrica “Le prove”? Sì che lo sapete le sue prove vengono postate su NI all’uscita del numero successivo. Allora M. vorrebbe provare un dialogo coi lettori e aspetta letterine, che si possono inviare in forma di mail alla redazione di Fernandel, loro poi le inoltrerebbe visto che lui non è connesso.
    Boh, io ve lo dico, magari vi interessa, questo è l’indirizzo della redazione:
    fernandel@fernandel.it

    Questo lo ha scritto Moresco:

    «Mi piacerebbe inventarmi per questa rubrica qualche forma di interazione con i lettori. Non so come, non so per farne cosa, ma mi piacerebbe che mi arrivasse qualcosa anche da chi mi legge. Insomma, mi piacerebbe che anche voi faceste arrivare a me – come io a voi – qualche segnale di fumo. E poi vediamo cosa ne verrà fuori, e come questo potrà trovare il suo posto in quanto vado scrivendo qui. D’altronde questa rubrica non si intitola forse “Le prove”? E allora proviamo!»

  34. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 22:19

    Andrea Inglese, ma perché cose tipo la frase in vernacolo Zizzi le toglie dalla sua poesia? Eh, se ha due personalità perché per la poesia cammina a un cilindro solo?

  35. alessandro baricco il 11 novembre 2004 alle 22:46

    barbieri, statti cittu ca quae nisciunu è fessu, ti puzzano mica le richiggiche??
    Io, alessandro, dove tocco suono: ora puri l’iliadi t’aggiu missu in luup; e vui mi stati a parlari di zizze e zizzanie

    cita è muort

  36. andrea barbieri il 11 novembre 2004 alle 23:20

    eh ma questo è alessandro bari-cco

  37. Graziano il 12 novembre 2004 alle 01:00

    Caro Andrea Raos, io ho parlato della materia vile, bassa, degradata, di Moresco (e l’influenza o affinità di/con Moresco si ferma qui). E’ chiaro che ci sono molti poeti ‘materici’, ma c’è materia e materia. La materia de La casa cantoniera è fatta di “verdure dell’orto”, “casse da frutta”, “uno stuolo di uccelli frinenti / sugli orli dei rami”, “soffitti variabili di nubi” ecc. Questa, de La caduta occidentale, è invece materia di “morte che vi ha posto le uova dentro”, “l’ustione / che vi ha fatto all’orecchio quel geroglifico insensato del boato”, “tuono che svagina i filari dei perimetri del mondo”, “fiotto imeneico delle carni del mondo / che il sangue teatrale svagina” ecc.

    Il salto lessicale, direi, è evidente. La poesia della Casa ha i colori squillanti e pacifici dell’infanzia, la stessa Casa cantoniera assume contorni di luogo edenico. I versi della Caduta, invece, hanno i toni foschi e mossi di una maturità nevrotica, e il loro teatro è una New York “città desolata”, trasfigurata in “primigenia Alessandria” incendiata.

    Con questo, ripeto, non voglio dire che Zizzi scrive come Moresco (ma quando mai!), ma solo che in certi passaggi del crollo occidentale Zizzi rovista in una materia densa e impoetica che certo non gli deriva né da Leopardi né da Bodini né da Thomas, e che può avere un appiglio, tra tanti altri, in Moresco, autore stimatissimo da Michelangelo e da lui definito “immenso”, “uno scrittore senza padri” ecc. Ripeto, l’affinità è tutta qui: materia vile, bassa, impoetica. Il resto è distanza. Figuriamoci se mi sogno di rubricare Zizzi come epigono o imitatore di Moresco o cazzate simili!

  38. Elio Paoloni il 12 novembre 2004 alle 10:29

    Michelangelo, sei talmente devoto alla rissa che riesci a provocarle anche con un innocente poesia.

  39. Elio Paoloni il 12 novembre 2004 alle 10:30

    Con l’apostrofo.

  40. andrea raos il 12 novembre 2004 alle 11:09

    wops, devo avere attribuito ad uno frasi dell’altro (fra graziano e barbieri), o forse l’avevate detto tutti e due, le mie scuse nei due casi.
    resto dell’idea che collegare zizzi a moresco senza passare da tutto l’espressionismo meridionale, che zizzi evidentemente conosce a memoria (e graziano anche, che di poesia sembra saperne alquanto) mi sembra affrettato. ma è senz’altro un dettaglio, non avete certo bisogno di lezioncine. e sulla sostanza non mi pare che siamo cosi’ lontani. meglio cosi’.
    cordialità,

  41. Graziano il 12 novembre 2004 alle 11:29

    Shalom. L’ultima frase con punto esclamativo mi è sdrucciolata dal mouse, non era per rabbia. L’espressionismo, certo, ma quello c’era anche prima. Comunque, resto dell’idea che con Moresco Zizzi abbia dei punti di convergenza.

  42. Michelangelo Zizzi il 12 novembre 2004 alle 13:59

    Entro sottovoce ora. Perché in figura di Michelangelo Zizzi (e non di elogiodelleccedenza in istrionica prolessi con furtive sortite venefiche in blog), e perchè si tratta della mia poesia: poco elegante commentarla, o peggio difenderla.
    Innanzitutto saluto i miei cari amici che non sentivo da molto (un abbraccio soprattutto a te Emanuele), e i compagni di quell’epos della sfrenatezza letteraria su internet che fu, per un periodo assai glorioso, l’ora perduto Clarence.
    Rimando pertanto eventuali risse forumiche (ma in figura di elogiodelleccedenza) con soggetti in decostruzione naturale (tipo A. Barbieri) ad altri spazi di mundus immaginalis di blog, su altri scrittori, oppure in geografie di vere sagome camminanti laddove potrei decostruire in veri filamenti neurobiologici con esiti di scazzotate (ma con ilarità, con ilarità mentre schiaffeggio gota, o rompo deretano: del resto ciò mi deriva da complessione destinale, non da crudeltà: provengo da genealogie di alto spessore malavitoso. Nell’infanzia passavo il tempo tra porti affollati di veloci scafi contrabbandieri oppure passeggiavo a Palermo in compagnia di ……).
    Per il resto eleggo a mio biografo-critico ad vitam Graziano (non so chi sia, oppure ne possiedo vaghissima idea): oltre ad essere eccezionalmente bravo, sembra conoscere cose su di me più di quante io stesso ne conosca (come fa a sapere della mia stima per Lagioia o la rissa silenziosa e in disparte con l’anemico Romano?).

    Chiarisco ora qualche punto metaletterario:

    Sofia è uno stato della femminilità, un titolo (di derivazione gnostica, ma non posso dir molto: è la puttana e la vergine assieme).
    Esso ai tempi della scrittura del poema era incarnato in una donna d’eccezionale levatura, e adesso in un’altra di primissima grandezza erotofanica, nonché tantrica, con la quale vivo esiti d’incarnazione biografica ed esistenziale.

    Moresco lo considero il più grande degli scrittori in prosa italiani. Tanto che in un mio saggio ancora invisibile sui ‘principi di verità e la letteratura’ è uno dei soli cinque scrittori italiani del Novecento – Duemila a comparirvi solidamente.
    Ma quando ho scritto ‘La caduta occidentale’ non lo avevo ancora letto, o non lo avevo letto bene e in profondità.
    Inoltre si tratta di confrontare poesia e prosa.
    Ciò non toglie, forse, la possibilità di percepire da parte del lettore colto e acuto (per esempio Graziano) una miscelazione lessicale comune che parte dal basso (la cosa mi riempie di piacere).
    Un abbraccio a tutti.

  43. andrea barbieri il 12 novembre 2004 alle 14:12

    Bello eh il Freak Show di Clarence.
    Zizzi, ti piace questo pezzo?

    “Una volta un Americano che era stato nell’esercito per tre anni si ammalò ad un orecchio. La parte mediana dell’orecchio gli si fece quasi insensibile. Attraverso l’osso del cranio dietro al suddetto orecchio gli venne aperto un passaggio. Da allora egli prese a sentire due volte la voce del suo amico, la prima volta a alto volume, la seconda a volume basso. In seguito la parte mediana dell’orecchio gli si fece completamente insensibile e egli rimase tagliato fuori da una parte del mondo.”

  44. Pietro Aglieri il 12 novembre 2004 alle 15:14

    Ti sei dato un bel tono, Zizza, è questo che ti frega!! :-)))

  45. Graziano il 12 novembre 2004 alle 17:48

    Eh, Michelangelo, ci siam conosciuti di sbieco nei corridoi d’università, qualche settimana fa, ricordi?, e il giorno dopo mi hai anche beccato nella sala multimediale, che sbirciavo proprio Nazione Indiana. Coincidenze della vita…

  46. supertrombone il 13 novembre 2004 alle 00:26

    oh, che bella discussione! complimenti a tutti, questa si che è vita! per un supertrombone come me siete fantastici! continuate così, passerete alla storia!

  47. Francesca M. il 13 novembre 2004 alle 12:55

    Mich sei molto, molto arrapante.

  48. Tiziano Franchi il 13 novembre 2004 alle 13:11

    Davanti a un pezzo di poesia così, cosa si deve dire?
    A me sembra uno dei momenti poetici più alti che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
    Mi dite dove posso trovare la caduta dell’occidente per intero? Da chi è pubblicata?

  49. supertrombone il 13 novembre 2004 alle 17:31

    aiutooooooooooooooooooooooooo!!!

  50. lilia recisa il 14 novembre 2004 alle 12:25

    flusso anarchico. sgovernato. sgovernante. Come di Rivelazione prossima. Di Segreto millenario che si apre. sottrazione tirannica alla banalità, all’ovvio, che promette ipotesi alte altre di poesia. superbo Zizzi

  51. La prima-vera ermetica il 14 novembre 2004 alle 21:43

    Sono versi che frangono le partenze, immettono nella simultaneità dei mondi. Forti, passionali, veri. Oltre il doverselo dire.

  52. supertrombone il 15 novembre 2004 alle 15:40

    ma no, ditevelo. scopiamo, orsu!



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