Teoria del Bloom

11 febbraio 2005
Pubblicato da

di Giuseppe Montesano

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Il tono di questo libro è fin dalle prime righe bizzarro, insieme reciso eppure quasi con l’aria di un allegretto un poco scherzoso: “Nonostante l’apparenza, non si tratta di un libro, ma di un virus editoriale… Il virus editoriale esibisce il principio di incompiutezza e l’insufficienza costitutiva che sono alla base dell’oggetto pubblicato… Pone così il lettore in una posizione tale da non potersi più tirare indietro, o almeno fa sì che questo tirarsi indietro non possa più essere neutrale…”
E’ così che parte Teoria del Bloom che, in quanto libro, ha 138 pagine, costa 9 euro e 50, è tradotto dal francese a cura di Tiqqun ed esce da Bollati Boringhieri: che un anno fa aveva già pubblicato la Teoria della Jeune-fille, ed è scritto da Tiqqun. Uno pseudonimo? Un gruppo di autori? Un collettivo?
Niente di tutto ciò, perché Teoria del Bloom recita: “Tiqqun, per cominciare, non è un autore, né singolo né collettivo… In ogni caso, non è un gruppo… Tiqqun è un mezzo…”

Un mezzo? E per cosa? Be’, per esempio, per uscire dalla condizione di Bloom: “Il Bloom significa dunque che noi non apparteniamo a noi stessi, che questo mondo non è il nostro mondo: ma ci è estraneo fin dei dettagli a noi più vicini.” Il Bloom è allora l’uomo alienato? “No: il Bloom è quell’uomo che si è confuso a tal punto con la propria alienazione da vanificare il tentativo di distinguerli.” Uomo-massa, uomo declassato, uomo senza qualità, uomo servo, uomo incapace di sentire, incapace di emozioni, incapace di esperienza: il Bloom è tutto questo su scala planetaria, totale. Tutti siamo il Bloom, compreso Tiqqun, e solo chi si illude di non esserlo è ormai bloomizzato senza scampo. Per Tiqqun il Bloom era stato già diagnosticato da autori reazionari come Guénon, Kojève, Nietzsche, Jünger, Dumézil, Lasch, Spengler: ma questi autori, limitandosi a constatare il “fatto” tendevano a non vedere che la realtà non è statica ma si muove: la condizione di bloom contiene in sé i germi di una trasformazione. Eppure, il Bloom è arrivato a una soglia di infelicità passiva, di assuefazione alla società dello spettacolo, di servitù alla democrazia delle merci, e di estraneità a tutto ciò che è vivo nel mondo, oltre la quale non sembra esserci ritorno all’umano: “La nostra estraneità al mondo consiste nel fatto che l’estraneo è dentro di noi, e che, nel mondo del dominio della merce, finiamo per diventare puntualmente degli estranei a noi stessi.” Il Bloom, cioè tutti, tende a perdere le sue ultime riserve “personali”, il corpo, i sensi, l’io segreto e intimo, e persino il remoto sottosuolo dell’inconscio. Perché? Una trasformazione profonda ha portato il vecchio e obsoleto “capitalismo” a una nuova metamorfosi, che si potrebbe enunciare più o meno così: tutto ciò che nel passato dominio economico o politico era esterno è diventato interno. Lo schiavo antico sapeva di essere schiavo e si limitava a subire la forza, e il padrone antico non pretendeva che lo schiavo si illudesse di essere libero: il servo moderno non distingue più sé dal padrone, non sa più di essere servo o accetta felice di esserlo; il potere economico opprimeva gli uomini ma restava di fronte agli sfruttati come estraneo ad essi: gli sfruttati moderni non sanno più quale è la distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, perché nella società dello spettacolo il tempo libero è il vero lavoro di tutti gli sfruttati. L’uomo ancora un attimo fa (dieci anni? cinque anni? cinquanta anni?) credeva di essere un individuo, un singolo, e in parte lo era; e credeva che al riparo di qualsiasi invasione gli restasse sempre la sua “intimità”: ora la sua intimità è diventata l’economico. L’economico con il suo potere non è più esterno all’uomo, ma è dentro di lui. Come pensiero cosciente o ideologia? No, l’economico nell’uomo è proprio la sua stessa intimità: i sentimenti più segreti, le sensazioni più personali, la sua stessa biologia. Arrivato a questo punto, in un certo senso l’economico sparisce, si dissolve come un fantasma, diventa tabù o chiacchiera da salotto mediatico: è la conferma che esso non è più un potere esterno, riconoscibile, ma che è penetrato nella coscienza e l’ha colonizzata. E’ diventato una metafisica nascosta sotto il nome di “Modernizzazione”: vale a dire che un’intera epoca, la nostra, pensa e agisce secondo i dettami di una trasformazione degli esseri umani in servi volontari ma non lo sa, e crede invece di agire oggi più liberamente che in qualsiasi altra epoca: ma è solo più asservita che in qualsiasi epoca precedente: sotto le vecchie dittature covava il rancore per il dittatore, sotto le democrazie del nuovo feudalesimo covano il desiderio d’amore e di imitazione per il successo del dittatore. E’ l’ultimo stadio? Forse no. E’ probabile che lo stadio finale sarà quello, preceduto dalla precarizzazione totale di tutti i salariati, della formazione di nuovi modelli mitologici profondi, archetipi dell’inconscio collettivo che facendosi beffe di Jung saranno gli archetipi dell’economico collettivo. Ma questa è già una interpretazione abusiva del recensore della Teoria del Bloom, una sorta di annotazione in margine allo scritto di Tiqqun: perché l’effetto di questo “non libro” è quello di spingere il lettore appunto alla non neutralità, e quindi verso un pensare anche per conto proprio. Ma cosa deve fare un Bloom, cioè tutti, per sfuggire al Bloom? Per esempio, e tra l’altro, per Tiqqun deve ammettere di essere un paria: “Ovviamente ammettere l’universalità della condizione di paria – della nostra condizione di paria – significherebbe fare a meno di troppe comode bugie…” Ma affrontare queste bugie è un altro passo per sfuggire alla bloomitudine, e alla sofferenza che ci infligge. E qui c’è il passaggio più straordinario di Tiqqun, perché in esso si mette in discussione da cima a fondo l’idea ottimistica che il Bloom si fa della sua situazione, rivelando la faccia politica e quindi economica di una sofferenza che invece viene spacciata in continuazione come individuale, privata, da farmacizzare, da tappare, da ospedalizzare: “La sostanza delle lamentele che abbiamo da muovere alle attuali condizioni di esistenza viene eliminata con un manrovescio: sarebbe un problema “psicologico”, “esistenziale”. Sarebbe solo metafisica…” Il Bloom, cioè noi tutti, è privato della possibilità di criticare la società: chi lo fa è tacciato di perdente, di vecchio, di chi si oppone al progresso: infine, di “pazzo”. Ma può almeno il Bloom, cioè tutti, legarsi affettivamente a qualcosa o a qualcuno per addolcire la sua infelicità? Può dedicarsi all’amore per cose o uomini o animali, attaccarsi teneramente a luoghi amati, legarsi alle “care memorie”? Al contrario: “La sofferenza a cui ormai ogni vero attaccamento ci espone, ha assunto proporzioni tali che nessuno può più permettersi nemmeno la nostalgia di un’origine. Si è dovuto sterminare anche questo per poter sopravvivere. Perciò il Bloom è piuttosto l’uomo per il quale lo sradicamento non evoca più la messa al bando, bensì una situazione ordinaria. Egli non ha perduto il mondo, ma ha dovuto lasciarsi alle spalle il gusto del mondo.” L’astrazione domina ormai la vita senza più sapore dei Bloom, sulla cui interiorità ridotta a finzione può darsi ne sappia di più il divertimento alla Matrix, che i saggi filosofici-politici-economici o le opere con pretese artistiche che si accumulano sui banconi delle librerie. Perché l’avvento dell’astratto è anche la crisi delle arti: la smaterializzazione è andata così avanti, che le arti, ingannate dal motto di Rimbaud per cui “bisogna essere assolutamente moderni”, hanno inseguito l’astrazione sul suo terreno, naturalmente fallendo: poichè l’arte era esattamente il tentativo di ricucire la ferita tra l’astratto e il concreto, tra il corpo e l’anima, tra il fisico e il metafisico. Eppure, ciò nonostante, secondo Tiqqun niente ancora è del tutto perduto per chi volesse o potesse uscire dalla condizione presente, al punto che nell’incontro tra noi e uno sconosciuto che ci offre per strada una sigaretta o il suo tempo o la sua attenzione gratuitamente, al di fuori dell’egoismo da prigionieri di chi è preda dello spettacolo, avviene una sorta di piccola rivoluzione: “Soltanto l’etica del dono infinito, nota nella tradizione cristiana e in particolar modo francescana con il nome di agàpe, può rendere conto di ciò.” E’ uno dei luoghi di Teoria del Bloom dove la teoria attiva proposta da Tiqqun è più soprendente, ma non ne mancano altri, come questo: “Il comunismo è una disposizione etica. Disposizione a lasciarsi toccare, nel contatto con altri esseri, da ciò che vi è di comune. Disposizione a condividere ciò che è comune. L’altro stato di Musil si avvicina di più a questa concezione che l’Unione Sovietica di Chruscev”: dove va ricordato che “l’altro stato” di Musil è quella condizione amorosa di unione nella dissomiglianza che Ulrich e Agathe cercano, come fratelli biologici ma ancora più profondamente, forse, come fratelli senza nessun altro aggettivo. Le sorprese che bussano alla testa del lettore fuoriuscendo da Teoria del Bloom sono molte, e tendono tutte a un solo scopo, primario, dichiarato sul finire del libro, dove si invita a dare vita a una rottura “anzitutto interiore” col mondo: “Tutti gli altrove verso cui potremmo fuggire sono stati liquidati, l’unica possibilità che ci resta è quella di disertare all’interno della situazione. Senza dare nell’occhio, uscite dai ranghi. Adesso.” Il lettore che si trova tra le mani questo piccolo libro che contiene molti altri libri e autori, da Debord a Kafka a Marx a Walser a Valery a Agamben a Benjamin, non può sottrarsi al fascino che emana da una analisi sempre pronta a spostarsi seguendo l’oggetto nelle sue metamorfosi. Leggere Teoria del Bloom, è un’operazione di cambiamento di prospettive, e nessuno che oggi volesse anche solo tentare di dire cose semplicissime e vere come: “la vita che conduciamo fa veramente schifo”, “siamo infelici fino alle lacrime”, “mangiamo pane e depressione” ma che tutto ciò potrebbe forse non esserlo, può sottrarsi a Tiqqun. Finisce qui? No, perché Tiqqun parla anche di costruire un Partito, di “secessione dalla sinistra” e di molte altre cose che sono ora provocatorie, ora invitanti e fascinose, ora molto discutibili. Ma quelli che hanno in mano le “redini” della politica leggono i giornali e guardano la televisione, e se non hanno letto o capito Debord, Capitini, Taubes, Adorno, Benjamin eccetera, che speranza c’è che leggano Tiqqun? Restano i Bloom, cioè noi, cioè tutti: i partecipanti allo Spettacolo, ora comparse e ora spettatori, secondo il turno stabilito. Ma disertare dal Bloom è possibile, sussurra insinuante la sirena Tiqqun, il resto poi seguirà: chi fosse interessato non ha che da cominciare a darle ascolto. Il tempo a disposizione è sempre di meno, gli iloti sempre di più e sempre più efficienti. Ma chi non è interessato a tradire il regno dello Spettacolo per ritrovare il sapore del mondo?

Pubblicato su “L’Unità”, il 19.1.2005

5 Responses to Teoria del Bloom

  1. giuseppe genna il 11 febbraio 2005 alle 22:38

    Bellissimo. Finalmente. Si ragiona a quest’altezza. Non a caso, Montesano è uno dei pochi.

  2. luminamenti il 12 febbraio 2005 alle 07:57

    Mi chiedevo quanto mancasse a sentire parlare del teoria del Bloom. Ieri sera sono arrivato a pagina 113, paradossi della sovranità. Lettura piena di rimandi complessi e sotterranei, al di là di quelli dichiarati…Bhagavadgita…gli scritti abbaglianti di Roger Gilbert-Lecomte e René Daumal del Le Grand Jeu e una certa lettura di Holderlin (il comunismo degli spiriti).
    Speriamo se ne parli molto!

  3. alderano marco rovelli il 12 febbraio 2005 alle 16:13

    La comunità terribile e Teoria della jeune-fille sono due testi ‘capitali’ – e insieme, minuscoli. A margine, mi chiedo come possa cogliere il bloom un lettore de l’unità, visto che la comunità terribile è anzitutto una pratica.

  4. Marco il 12 febbraio 2005 alle 17:10

    .. lo leggerò… ma chissà perché (no, in verità lo so perché) ho il brutto presentimento che la conclusione pratica di questa “teoria del Bloom” sia il terrorismo. Certamente mi sbaglio.

  5. luminamenti il 12 febbraio 2005 alle 19:40

    Io confronterei questo testo anche con Dialogo sul comunismo contenuto nel testo De Mundo Pessimo di Manlio Sgalambro. Andrebbe cmq ridiscusso il concetto di Forma di Vita (rispetto a Modo di Vita in Sgalambro), ossessione di Agamben in la Comunità che viene e proseguita trasversalmente in L’Aperto.



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