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Minchiababba e Babbannacchia

1
non dovea pigliare latte
ma restare con la bocca secca
avvoltolata in spine santare

2
m’avventai con la zapponella
per farti glinglòn
ma eri della cosca
e io finii coglibosca

3
nericata e smorfiosa
rùmmicarùmmica
continua camorrìa
sarà un modo nuovo di fare
poesia

4
malanova pigli e quagli il sangue
all’orba d’una minchiona
che chiamata in aiuto
apri gli occhi e m’atterri

5
culoperciato
ho la legna a malo
passo
e il fiato grosso

6
per non dare sazio a quella rompina
rompigliona rompiculo d’una morte
la vita se ne va
con gli occhi aperti

7
che scanto
quando la minchiababba e babbannacchia
ci prende per stanchezza con il fiato di fuori

8
faccia di sticchiozuccheràto
non aspettarti gioie
da minchiapassoluta

Jolanda Insana
[in Sciarra amara, da antologia di poeti Guanda 1977]

6 Commenti

  1. Non ho letto niente di Iolanda Insana.
    E a leggere queste poesie – lo confesso – ho pensato ai “Groppi d’amore nella scuraglia” di Scarpa.
    Associazione libera. Azzardata, assurda, fondata-infondata. Scarpa si è ispirato a.
    Chissà.
    E poi ho pensato alla poesia in dialetto, che in linea di massima non mi piace e un po’ mi annoia.
    Ho pensato che forse è meglio inventarselo, il dialetto. Mescolarlo con l’“italiano”, stravolgerlo, stravolgere l’uno e l’altro. Come fanno ancora molti “parlanti”, in fin dei conti; anche se “spontaneamente”, non certo per scelta, non con questa consapevolezza acutissima e sorvegliatissima.

  2. L’unico problema che dà a me la poesia in dialetto è che non capisco il dialetto, prendi Baldini, solo per fiducia nel consigliere che me lo aveva fatto conoscere ho letto Baldini, continuamente con l’occhio alla traduzione, perché del romagnolo parlato qualcosa capisco, ma del romagnolo scritto, esempio:

    U i è ch’i l les te cafè
    u i è ch’i lèz da e’ barbìr
    u i è tint ch’i n’ e’ lèz mai,mè invici al còumpar

    bè, vi sfido a capire, e siamo a Sant’Arcangelo di Romagna, non in Russia.
    Poi questo straniamento della quotidianeità mi ha preso, ma sempre mi resta il dubbio che il dialetto sia un valore aggiunto, un segno magico che rende alla lingua italiana, quella potenza evocativa che non avrebbe più nello stesso contesto, e così mi chiedo se non sia un meraviglioso “trucco”, il dialetto in poesia, o una droga.
    E quindi evidentemente quando ho detto che non sapere il dialetto era l’unico problema, ho mentito
    Ma quando il dialetto è inventato, mischiato, evocato, non mi convince più, vorrei un miracolo nella lingua, e invece mi sembra che lo si cerchi fuori.

  3. Sono romagnola :-). Il dialetto di Santarcangelo mi è familiare.
    Forse proprio per questo non mi coinvolge più di tanto, non mi sembra “magico”, non mi offre ragioni per rievocazioni nostalgiche (ma di solito diffido della nostalgia).
    Non escludo tuttavia di arrivare ad apprezzare Baldini, prima o poi.
    La lingua me la figuro come uno spazio vasto, c’è posto per molte cose.

  4. Quindi tu il valore aggiunto non lo senti, mah, io sì, in realtà, il dialetto è rimasto in fondo una lingua nella quale di solito non si “argomenta”, almeno non astrattamente, è una lingua, o almeno mi pare, più “cosale” e arcaica, in questo senso qualcosa di “originario” c’è, che nella lingua italiana che è sempre stata lingua colta s’è perso o si è modificato, dà più il senso della lingua materna, comunicativa, tattile. Credo solo da noi, questa ricchezza dialettale negli altri paesi europei non c’è, per quanto so.
    Detto questo, c’è qualcosa di artificioso, di magia cercata, di trucco, appunto.

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antonio sparzani
antonio sparzani
Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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