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Mastra di trame e telai

1
mastra
di trame e telai
non potrò mai intramare
e tessere il tuo cuore
ma quale cuore
sampirota disonorata faccia di bronzo

2
venni per accattare vita
come m’ha fottuto
il banditore

3
finta che non mi vede
bastò un rovescio di mano
e addio pane e piacere
lo stretto necessario
per campare

4
réstati qua
attaccata sulla pelle
più forte di vogliadesìo
galante vita
con la tua voglia ricca
a ogni santo arriva
la sua festa

^
nottetempo trafughiamo il carrozzone
delle illusioni
ma presto anche sotto il sole
tanto siamo sfacciati

^
rosicchia-rosicchia
qualche osso resterà

Jolanda Insana
sempre da Sciarra amara.

11 Commenti

  1. Questa poetessa che è anche un’ottima traduttrice ha giocato e rischiato con la lingua 30 anni fa più di quanto si finga di voler fare oggi (ogni riferimento a (funerei) testi di recente pubblicazione è assolutamente voluta), usa la contaminazione tra il dialetto siciliano e un linguaggio che pesca nel registro medio italiano per denunciare, stupire e sconvolgere l’ipocrisia degli schemi di una società in stagnazione nonostante gli sconvolgimenti del periodo (anni ’70). Con un geniale recupero di forme scomparse come l’epigramma l’epigrafe fa poesia senza lirismo e racconta prosaicamente in versi.

  2. il lavorio sulla lingua è evidente e bello
    ma il risultato finale qui presentato non mi sembra
    all’altezza dei presupposti,

    la trovo troppo asciutta e limitata
    da un eccesso di artificio usato per arrivare
    ad un estremo di pulizia,
    ne perde in espressività,

    almeno per me,
    Mario B.

  3. Non ho mai amato moltissimo la poesia, e a torto lo ammetto, ma queste e spero di non offendere nessuno, proprio non mi piacciono: assomigliano ad esercizi, a bozze, ad una strada in lavorazione che va benissimo, ma nel cassetto dell’autore ed in attesa che la strada sia completa :-)

    Buona giornata. Trespolo.

  4. Jolanda Insana è un genio assoluto. Toglie letteralmente il fiato. “Sciarra amara” è un grandissimo libro, ancora più grande se si pensa a quanto era marziano allora. Mario, Trespolo, ripensateci!!! :-))

  5. Molto reminiscente dell’adagio di Rèsart: “l’occhio moribondo vedeva farfalle cadenti”. Lì c’era tutto il discorso post-Jeack dell’uso delle lingue morte. Tuttavia, e ancora di più in questo caso, mi sembra molto attuale.

  6. C’è un criterio (magari più d’uno) per dire che una determinata poesia “rasenta la perfezione”?
    L’“ottimo”, pur nella sua assolutezza, sembra lasciare una qualche traccia del soggetto che lo pronuncia; ci si sente un (sia pur vago) “secondo me”.
    Cosa succede nel passaggio dall’“ottimo” al “perfetto”?
    È possibile sapere qualcosa di più della “perfezione”?
    Forse che la “perfezione” appartiene all’ineffabile?
    Insomma: perché queste poesie “rasentano la perfezione”?

  7. Wow! Come a scuola, così tante domande. Un po’ d’emozione la provo ancora ad essere interrogato. ^____^
    Emma, non me ne volere, ma anch’io vorrei porgerti qualche domanda; ad esempio, perché fai tante domande proprio a me? Eppure vedo che ci sono commenti ben più validi del mio, molto bello quello di “gantenbein”.
    Tanto per iniziare. Ma ne avrei altre mille: te le risparmio, per il momento, visto che preferisco la Critica alla Psicanalisi falsamente junghiana che tu hai tentato. Nessuno è perfetto ‘perfetto’, che ci vuoi fare!

    P.S.: Che è il succo del commento: rasentano la perfezione perché hanno sollevato da un mio banale commento in te così tante domande. Peccato che tu le abbia poste alla persona sbagliata. ;-)

  8. Iannozzi, Gantenbein ha motivato il suo giudizio e non ha parlato di “perfezione”.
    Perché avrei dovuto “interrogarlo” ? :-)

  9. Il mio non era un giudizio critico, più giusto dire che era una considerazione.
    Aggiungo, per la chiarezza, che la poesia di Jolanda Insana ha anticipato – ma non solo – una reinvenzione linguistica che si bilancia armonicamente alle forme dialettali da lei adoprate: il risultato è una prosa poetica audace, compatta, capace di racchiudere in sé tradizione, avanguardia, lingue. Lo stile non è fine a sé stesso, ma esplica contenuti più che mai attuali guardando al microcosmo che viviamo e che è l’intorno.
    In quanto alla perfezione, ti ho risposto tramite il commento precedente, usando però una via traversa. ;-) Per tali motivi, a mio giudizio la poesia di Jolanda è da assoparare e studiare, oggi, oggi che alla reinvenzione si preferisce la serialità della forma e dei contenuti. Adesso sono stato chiaro? Credo di sì. ;-)
    Abbracci

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antonio sparzani
antonio sparzani
Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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