Umma di Gallarate

2 dicembre 2005
Pubblicato da

di Helena Janeczek

umma

1) Giardinetti di via Poma, ca. 12 agosto 2005, pomeriggio.

Ti aspetti il deserto nel parco giochi attaccato all’asilo, dove le madri, nonne ecc. durante l’anno stanno fino in quattro su una panchina come galline in batteria. Anche il bambino comincia a essere stanco di dover fare sempre gli stessi giri – giardinetti di Via Poma – piazza – giardini di Viale Milano- nella speranza di trovarne almeno uno con cui giocare. Rimangono, è vero, quelli poveri: Alessio, per esempio, o Brayan (lo scrivono così) il primo delle case di ringhiera in Cuntrada dal Broed, l’altro salvadoreño. Hanno la stessa età e vanno anche d’accordo, ma ora appaiono e spariscono nei dintorni della piazza, singolarmente.
La circostanza che stavolta invece al parco giochi ce ne siano tre, per giunta compagni d’asilo, non è casuale. Sono le madri, amiche fra di loro, che hanno deciso di salutarsi nel solito posto prima che ognuna corra a casa a fare finalmente le valigie.

Arrivano i tre su una bicicletta da adulti, soli, mai visti prima. Da quando hanno risistemato i giardini di Viale Milano davanti al cimitero, questo non è più territorio loro. Prima, per qualche tempo, si vedeva spesso un padre con riporto e pancetta debordante dalla camicia in nylon, chiaro di carnagione, portare le sue cinque figlie che lo chiamavano “pàpaji” a scegliere i gusti più sgargianti della gelateria di Via Trombini e venirseli a mangiare sulle panchine. Finito il gelato, una delle più grandi a turno spingeva la più piccola nell’altalena chiusa, il resto ad arrampicarsi sullo scivolo con scarpe da tennis e braghe da tuta portate sotto vestiti rigidi, gonfissimi sotto il corpetto e nelle maniche come li vende il signor Mohammed Noor nel suo negozio in piazza della stazione. Tutte con gli orecchini d’oro nei lobi forati, tutte bilingui e obbedienti al padre che a sua volta rispondeva sempre ai loro richiami e per il resto se ne stava sulla sua panchina e sudava.

Questi tre bambini pachistani invece sono maschi e quindi non hanno nulla di esotico da mostrare tranne la pelle. Questi tre bambini sono maschi e quindi possono fare la cosa ormai inaudita per tutti gli altri che è scorrazzare per la città da soli su una bici, anche se il maggiore non avrà più di otto anni. Non sembrano fratelli, ma forse è solo perché sembrano una banda.
Vanno dove sono già gli altri quattro, sulle reti e sbarre dello scivolo, un po’ perché per il resto dei giochi sono troppo grandi, un po’ per occupare. C’è un’aria di sfida che si coglie nel modo in cui i due gruppi, ridiscesi a terra, si stanno di fronte nel vialetto, dai gesti che accompagnano le frasi scambiate, incomprensibili dalle panchine. Ma l’uso delle mani non va oltre e le espressioni dei compagni di scuola materna – due femmine, due maschi- per quanto stranamente serie, non si sciolgono in pianto.
– Mamma quei bambini ci dicono delle cose brutte!-
– Brutte come? Parolacce?
– Sì, dicono parolacce e poi ci dicono cose brutte…-
– E voi lasciateli stare-.
Tutto qui. La ritirata del gruppo misto in cima allo scivolo, probabilmente colta come vittoria, viene rispettata; le madri, già pronte all’intervento, riprendono a parlare di mete e preparativi. Ora i tre bambini sono piazzati su una panchina nell’altra metà del parco. Tirano fuori da un sacchetto che non si sa come o chi abbia tenuto sulla bici, un bottiglione di tè freddo, bicchieri di carta, patatine, fazzoletti. Ridono fra di loro, di tanto in tanto uno dei tre salta in piedi a fare qualche mossa, ma sembrano già stufi. Infatti, finito di mangiare e bere, si alzano e uno dopo l’altro rimontano in sella e sulla canna della bici.
E’ in quel momento che una delle tre madri, finora tutte mute, indicando fazzoletti, bicchieri, bottiglia e sacchetti vuoti sparsi sulle panchine e per terra, sbotta di colpo- buttate nel cestino quella roba!-
Nessuna reazione, ovviamente.
-Se prima non buttate via questa schifezza, voi non ve ne andate di qui, capito!-
E’ già quasi davanti al cancello quando lo urla, partita in corsa a chiuderlo e a fermare colle sue mani la bicicletta già in movimento che potrebbe anche investirla e buttarla a terra, mentre alla fine è lei che, sotto gli sguardi abbastanza increduli delle altre rimaste sedute, fa cadere la bici in mezzo all’erba.
I due bambini più grandi se ne strafottono, ma il più piccolo raccoglie e cestina, ricevendo un “bravo” e un’arruffata nei cappelli prima di rimontare e sparire insieme agli altri nel traffico inesistente di ferragosto.
Epilogo è una discussione fra le madri, soprattutto le due amiche: sull’eccesso di impulsività ovvero sull’incoscienza dell’azione, i rischi corsi nel caso un bambino si fosse fatto male cadendo dalla bici, rischi legali, ma anche rischi connessi alle famiglie che non sai mai come son fatte e cos’hanno nella testa, sulla perfetta inutilità di voler educare figli non propri, sull’concetto fondamentale che è sempre meglio non impicciarsi dei fatti altrui e che questo tipo di cosa qui non si può fare, qui non si usa.

Perché la madre che ha fermato i tre bambini pachistani, Natalia, è bielorussa.

2) Rosticceria- macelleria hallal di Via Beccaria, 16 agosto 2005, ore 12.30 ca.

Siamo andati a guardare i treni alla stazione, visto che in questi giorni non c’è speranza di trovare compagni di gioco. Abbiamo preso una bottiglia di bibite dal distributore e ci siamo spostati di qualche panchina per seminare un tipo anziano che ripeteva al bambino “vieni, vieni a casa del nonno”. Nessun altro sul binario ad aspettare un treno. Sul primo ci sarebbero almeno stati i ferrovieri, quelli che lo conoscono da anni, che gli hanno messo in testa il cappello da capostazione, che gli hanno spiegato tante volte il transito dei treni mostrato sul panello luminoso, confidato l’orario esatto e il binario sui cui di volta in volta deve passare il primo mito di mio figlio, il “Cisalpino”. Questo è previsto per le dodici e nove, e davanti a dove ci troviamo. Stavolta arriva più puntuale del solito, annunciato dal celebre “allontanarsi dal binario due, allontanarsi dal binario due, treno in transito”, sfreccia con la sua irreale bianchezza svizzera tagliando l’aria col muso squadrato da squalo toro, lasciandosi dietro un piccolo vento apocalittico che sembra aver spazzato via anche il vecchiaccio. Potremmo andare ora.

La scelta di provare a fargli assaggiare il kebab avviene sia per la pigrizia di correre a casa a friggere gli ultimi bastoncini di pesce, sia per curiosità. Non che da sola non ci fossi mai andata, ma con un figlio, maschio e italiano, probabilmente è molto meglio. L’ultima volta mentre uscivo col mio panino addentato, un muratore maghrebino venendomi dietro di qualche passo, fece: – Polacca?-
-…-
– Russa, ucraina,… inglese?-
– No guarda, sono di qui, benché non sembri…-
Benché non sembri? Mentivo più per il riflesso di mimetizzarmi con la lingua dove l’aspetto non mi soccorreva – tanto più immediato, quanto più quel ragazzo era andato vicino al vero-, o per la preoccupazione che le polacche ecc. possano sembrare abbordabili, mentre le indigene non lo sono? Volevo anche dargli da bere che esiste gente del luogo, comuni cittadini gallaratesi disposti a mettere piede in quel negozio, cosa che lui sembrava dare per impossibile in partenza?
– Ciao, buon appetito-
– Anche a te, e buona giornata- dissi e gli sorridevo.

Non ricordo esattamente da quando esiste, sarà da più di un anno, anche se l’insegna “Döner Kebab/Asian Take Away/ Macelleria hallal” tornando col treno da Milano l’avevo già vista mesi prima. L’idea di poterci andare come avrei fatto a Monaco o a Nizza e ormai pure a Milano mi alettava, ma ripensando solamente alle sorti di una normale panetteria per secoli in attesa dei permessi e poi fallita, temevo che grazie all’intervento delle Asl non avrebbe mai aperto. Mi sbagliavo. Il signor Mohammed Noor che aveva cominciato con un negozio aperto come “Alimentari Indeani” sopra un cartello scritto a mano, poi diventato “Eur Bangla Grocery”, deve in qualche modo sapersela cavare con l’amministrazione comunale, visto che è il terzo esercizio che gestisce in centro. Vengo a scoprirlo da un foglio affisso sulla porta che sotto l’intestazione “Eur Bangla Grocery” elenca in italiano, arabo, urdu o bengali una serie di offerte speciali valide anche nella rosticceria.
Il signor Mohammed Noor che è un uomo basso e magro sulla cinquantina vestito all’europea ma con i baffi, nonché persona assai cortese, deve comunque aver capito che la questione dell’igiene per la sua attività di imprenditore sarà di vita o morte. I suoi negozi hanno un’aria di pulito e ordinato sino al limite del provocatorio se si considera il colore pressoché bianco dei pavimenti nuovi: quello in cui si cucina persino più degli altri, ma i piatti pronti indiani presentano un aspetto immangiabile. Forse perché non c’è nessuno che li compra, o forse è all’incontrario, ovvero che non vengono comprati perché non sono buoni. Questione sicuramente anche di prezzo perché se una samosa di carne o verdura costa un euro, ovvero circa la metà di un panzerotto pugliese pur più grosso, e infatti non ha l’aria di rimanere lì esposta a rinsecchirsi fino al punto di ammuffire, per una porzione di curry, biryani o pollo tandoori ci vogliono quattro euro. Tre e cinquanta il panino col kebab, le bibite in lattina o in bottiglietta uguali a qualsiasi bar. Se poniamo un indice “Döner Kebab” paragonabile all’indice “Big Mac”, posso certificare di averlo pagato cinquanta centesimi in meno in zona universitaria a Monaco di Baviera, dei chioschi sparsi ovunque per Berlino neanche a parlarne.
Di che cosa mi stupisco? Pure l’affitto di una casa decente a Berlino costa quanto a Milano un posto letto in periferia, e se le cose migliorano un po’ venendo da queste parti, sembrerebbe anche dovuto alla circostanza che dopo l’apertura dell’aeroporto abbiano cominciato a costruire ovunque, col risultato che la città ormai trabocca di appartamenti e negozi vuoti. Resta comunque una delle zone più care di tutt’Europa, un tempo più cara e più ricca, adesso più cara e in declino, ma questo non è un problema che riguarda il signor Mohammed Noor.
Perché mai dovrebbe fare sconti, un tizio arrivato dai monsoni del Bangladesh con niente tranne un inglese rudimentale ad aprirli la strada all’inizio?
Inoltre, come si evince da una bandiera e un manifesto con spiedo e turco baffuto in tenuta classica da cuoco, il kebab di Gallarate porta il marchio “Birtat”; vale a dire che arriva tramite un importatore di Reggio Emilia da Waiblingen, in Svevia- luoghi di Hölderlin e di Hegel- dove dal 1998 opera l’omonima azienda: cento dipendenti, alta tecnologia, leader del mercato nazionale in continua espansione verso gli altri paesi CEE. Così il fatto che lo spiedone di carne straccia si presenti sotto forma di un grasso fallo surgelato, incelofanato, provvisto di bollini di controllo e altre testimonianze della sua natura industriale, se taglia ulteriormente le gambe alle Asl e in più risolve a proprietà e manovalanza bengalese il problema di come preparare il kebab, farà al contempo aumentare il prezzo.
Eppure vengono lo stesso a mangiarlo, marocchini, senegalesi, pachistani, albanesi, egiziani, siriani, gente del Bangladesh e nessun turco, sebbene il nome “Döner Kebab” sia turco e basta, ovvero di una lingua di cui nessun cliente capirebbe una parola, solo che quello arabo lo riconoscerebbero soltanto gli arabi e resterebbero fuori i fratelli venuti dal subcontinente indiano, dall’Africa subsahariana, dall’Indonesia, forse persino dal Maghreb che nei loro luoghi d’origine avranno conosciuto sapori simili, però più o meno, cioè nei minimi termini combinazioni di salse piccanti e carni arrosto.
Ma nell’immigrazione il simile muta, il simile prevale sul dissimile, il simile diventa familiare e questo, a quanto pare, non ha prezzo.
Si affaccia una parola appresa sin da quando si manifestarono Bin Laden e i suoi seguaci nascosti ovunque – persino qui vicino all’ospedale-, e anche questa parola muta il segno. Perde la sua freddezza ideologica, si riempie di qualcosa che è sospeso fra dispersione e nostalgia, passabile dunque di ogni abuso, ma che esiste già, che esiste veramente sotto ai miei occhi: Umma, comunità di tutti i musulmani.
Umma di Gallarate, riunita intorno a un spiedo turco-tedesco, seduta intorno ai tre nuovi tavolini e sgabelli alti sponsorizzati “Coca Cola”, alluminio senza graffi e rosso fiamma come in un drugstore americano .

Di questi il bambino è entusiasta. Vuole salirci subito, potrebbe non farcela da solo, potrebbero rovesciarsi lui e lo sgabello insieme e allora viene subito alzato da un tizio indonesiano, il fattorino forse, che gli chiede come si chiama, quanti anni ha e se ha già la fidanzata.
-Al mare ho conosciuto la Serena, ma a Gallarate c’è la Lorenza che abita nella mia casa.-
-Allora due fidanzate tu hai? Tu dai a me una?-
– No, solo la Lorenza è la mia fidanzata.-

Intorno al bambino è una festa. Arriva da dietro al suo banco il macellaio egiziano e il piccolo cuoco bengalese con la faccia da gnomo biscottato non rientra in cucina a preparare. Parlano dell’Egitto di cui il bambino conosce la sfinge e le piramidi, non una città chiamata il Cairo, ma gli occhi gli brillano di curiosità anche quando non coglie cosa vuol dire che laggiù ci sono “fiili” e in genere fatica a capire la molle pronuncia araba del macellaio. Traduco dall’italiano all’italiano, sono la madre di un figlio unico e questo, lo so, non va benissimo, però meglio di niente, vengo di nuovo interrogata sulle mie origini, perché è ancora più escluso che una del posto porti suo figlio a mangiare il kebab, mentre il bambino – così distratto, così al centro, così sotto lo sguardo benevolo di tutti quelli che adesso entrano, ordinano e poi lo guardano masticare – ha già trangugiato quasi mezzo panino prima di accorgersi che c’è il piccante che gli fa schifo. Al cameriere di un ristorante con pretese aveva sparato in faccia “non è buono”, qui borbotta solo a voce bassa e poi si sciacqua la bocca con la Sprite che qualcuno gli ha subito portato, aperto, provvisto di cannuccia. Incredibile intelligenza dei bambini.
-Se non ti piace, non ci veniamo più.- sussurro e finisco il kebab.
Lo gnomo del Bengala continua a tagliare carne con il suo speciale rasoio elettrico, il macellaio aiuta a fare cassa, l’indonesiano viene e saluta con una pacca sulle spalle e un sorriso larghissimo che scopre denti marginalmente smangiucchiati.
-Bravo, bravo, tu due fidanzate, io devo andare, ciao.-
Già sulla porta si gira indietro e fa a tutti:
-Saalam aleikum-.

1 continua

pubblicato sul Numero 32 di Nuovi Argomenti nella sezione “Io so”

9 Responses to Umma di Gallarate

  1. gianni biondillo il 2 dicembre 2005 alle 12:52

    Laura, mia figlia, adora il kebab. il trucco è chiedere al cuoco di non mettere la salsa piccante.

    (inutile dire che il pezzo è splendido)

  2. andrea inglese il 2 dicembre 2005 alle 14:07

    c’è un modo di guardare il mondo, che Helena esprime in questi brani alla perfezione, che è quello della donna, anzi della donna e madre, con il figlio accanto, cosicché lo sguardo è incredibilmente stratificato, perché vi è una moltiplicazione di sguardo: dentro rientra anche quello del figlio… è uno sguardo che sento diverso da quello del maschio (che quasi mai ha accanto il figlio o lo ha accanto in modo diverso)

    e mi sembra che nulla al di fuori di questo sguardo triplice di donna-madre-figlio possa rastrellare nelle pieghe dei rapporti umani cosi ambigui e ricchi di sfumature come quelli degli italiani oggi tra di loro, e tra gli immigrati che vivono in Italia

    qui trovo tutto quello che uno studio scientifico non puo’ dare

    (in un altra nota evochero’ un tema apparentemente più frivolo: come al di fuori dell’Italia, esercizi alimentari di vari paesi europei e extraeuropei hanno cercato ripetutamente di avvelenarmi)

  3. roberto saviano il 2 dicembre 2005 alle 14:25

    Si, Andrea ha completamente colto il segno. A dire il vero questo è uno dei maggiori talenti di Helena Janeczek. Quello di discendere nelle molteplicità dei rapporti umani scandagliando le relazioni umane e affettive con un’attenzione al dettaglio, una sismografia delle reazioni e delle azioni, che l’avvicina al trattato di metafisica dei costumi del vecchio Immanuel, piuttosto che alla scrittura intima della narratrice. Raccontare dell’essere per le vie del privato senza accedere all’archetipo ma al contempo non strisciando intorno al problema. In questo racconto infatti arriva per queste vie all’analisi sociale. Credo che quando si parli di scrittrici è a questo talento che si fa appello…un talento che forse gli scrittori, invece…non avranno mai. Ma è solo la mia opinione.

  4. francesco forlani il 2 dicembre 2005 alle 14:41

    Il testo di Helena mi è piaciuto proprio per le ragioni evocate. Sembra scritto con la stessa sensibilità di certi video artisti. La scrittura corre lungo il flusso vitale e si identifica ad un suo segmento. Ci sono scritti come questo che ti immagini la vita prima e soprattutto che la vedi continuare dopo, a lettura ultimata. Brava Helena
    effeffe
    ps
    Comunque spero di trovare questo numero di Nuovi Argomenti in stazione.

  5. helena janeczek il 2 dicembre 2005 alle 22:34

    Negli “Stili di comportamento” di N.I. non c’era la regola di non “lodarsi e imbrodarsi a vicenda”? Ringrazio a uno a uno i trasgressori….

  6. ivan roquentin il 2 dicembre 2005 alle 22:42

    “Negli “Stili di comportamento” di N.I. non c’era la regola di non “lodarsi e imbrodarsi a vicenda”

    Mi pare una regola futile, non l’ho mai capita (se la lode corrisponde al pensiero non si capisce perché si debba cambiar pensiero per corrispondere alla regola)

  7. angela scarparo il 3 dicembre 2005 alle 11:35

    mi piace questa leggerezza di Helena, questo ‘non compiacersi mai di niente’, che è anche un dire, ‘ora è così, in questo istante qui, ma fra un attimo potrebbe essere diverso’. che è anche non dare mai, nessun punto di vista per ‘scontato’.

    che è quindi, un ‘rivedere’ sempre tutto, o, vedere tutto per la prima volta forse, sarebbe più giusto.
    cosìcchè lei e il bambino, sono uguali. provvisori, come tutto, come tutti, ma ‘freschi e puliti’.

    l’unica differenza fra loro due è che lei dice – lei sa che si può, ‘scegliere’ . il piccolino non lo immagina – ‘se non ti piace non ci veniamo più’.

  8. angela scarparo il 3 dicembre 2005 alle 13:22

    …soprattutto, l’io so di helena è ‘piccolo e paritario’ con quello di suo figlio, E’ il punto di vista di suo figlio. o, il tentativo non ingenuo, di ‘prendere’ quel punto di vista. ( il punto di vista di chi ‘ rischia di non sapere’ – perchè è piccolo, perchè non ha i mezzi, perchè si sta cercando)

    non è un ‘IO SO, ma non parlo’. ‘io so perchè SONO. IO SO’.

    se sai, dì quello che sai. così, in generale.

  9. mag il 4 dicembre 2005 alle 22:55

    il massimo degli intellettuali autarchici è che praticano l’onanismo anche quando si danno piacere non in solitudine ma in compagnia.
    segaioli!



indiani