Un nuovo commento alla parola sacra, con l’aiuto della poesia

14 gennaio 2006
Pubblicato da

di Admiel Kosman
kosman

Traduzione dall’ebraico di Davide Mano
Nota sull’autore

Admiel Kosman (Haifa, 1957) e’ docente presso il Dipartimento di Studi Religiosi dell’Universita’ di Potsdam, e direttore accademico del Geiger College -Liberal Seminar for Rabbis, a Berlino. Ha pubblicato in ebraico sette raccolte di poesia e un commentario di storie talmudiche e hasidiche. Lo stretto legame che intercorre tra l’erotismo e la dimensione spirituale nell’esperienza religiosa è il motivo principe delle poesie di Kosman: ampio spazio viene dato alle relazioni (spesso complicate) tra il mondo tempestoso dei sentimenti (dell’ “istinto”) e quello rigidamente regolato della legislazione rabbinica, della liturgia tradizionale. Tra rotture e ricostruzioni, con la poesia di Admiel Kosman è nato in Israele il tentativo ardito di creare un nuovo stile di scrittura per il poetare religioso, un piyyut ebraico anarchico, in conflitto con le formalità della sintassi rabbinica e lontano dalle gerarchie delle accademie.

UN NUOVO COMMENTO, CON L’AIUTO DIVINO

Scrivo ora, con l’aiuto divino, un nuovo commento ai tuoi seni.
Usando vari commenti ho rimediato un componimento prezioso,
ho raccolto quel che è venuto alla mano. Un midrash grazioso,
proprio un compendio finito, raffinato e delicato,
che sulle mie labbra si è cucito.

Preso il senso allegorico, letterale, omiletico ed esoterico,
scriverò ora un commento ardito alla linea mediana,
un commento su eternità, fasto e fondamento.

Un commento su foglie e fulgore tra rami,
un saggio illuminante sulla cima degli alberi.
E presa la via del giardino verrai con me in città,
andremo, assieme a tutte le madri.

Questo poveretto scrive ora con l’aiuto divino
un nuovo commento alla mammella.
Un nuovo commento, di sua mano, sul seno.
Una piccola capsella
e un grazioso opuscolo.

Ecco, l’ho rimediato in piena povertà,
io giovane e minuscolo,
raccogliendo diversi miei commenti,
tutto quel che è venuto alla mano.

SIAMO GIUNTI A DIO

Siamo giunti a Dio.
Del tutto per caso. Di fatto, l’abbiamo incrociato.
Eravamo nel mezzo del cammino, nel declivio del monte,
con tutto il grosso bagaglio degli asini,
e ad un tratto, nel curvare della via, volgendo lo sguardo,
l’abbiamo incrociato.

Anch’Egli ci cercava,
come si cerca una pietra preziosa, disse, una perla,
proprio come con un oggetto smarrito.
Quando così, del tutto per caso,
per pura coincidenza, nel mezzo del cammino, siamo giunti
alla Terra Promessa.
Vale a dire, siamo giunti a Dio.
E ci siamo presi assoluto riposo dalla vita.
È stato del tutto per caso, ovvero,
nel mezzo del cammino, quando siamo scesi dal monte,
gli asini con le bisacce sono rimasti indietro,
han ceduto, piegate le ginocchia, nell’angusto cantone.
Il caldo era pesante e insopportabile.

All’estremità del sentiero l’abbiamo incrociato.
Andava e veniva. Proprio nel mezzo si stagliava.
Ma senza alterigia. Andava e veniva,
fine come un capello, lungo la linea d’angolo,
all’estremità del sentiero l’abbiamo incrociato,
era alla disperata ricerca
della pietra preziosa. Della perla.

Noi da parte nostra eravamo a mezza via e
avevamo piegato per il ritorno.
Forse avevamo visto una buca. Forse era una cisterna,
e abbiamo deviato dal sentiero per un breve attimo.

Ma il caldo era pesante e insopportabile,
e il mondo ardeva come una fornace.
È stato allora che i cieli interi si sono aperti davanti a noi
come lo strappo di una cerniera lampo.
E con piacere i nostri occhi riarsi hanno contemplato

ciò che nessun essere umano e mortale ha mai visto
da quando Dio ha creato l’uomo per governare
su quest’arida terra.

PREGHIERA

Basata su un fatto deplorevole accaduto all’autore e alla sua consorte nel mese di Tammuz 5745, da recitare in occasione dei Giorni Terribili

Ti invierò un fax e sarò molto breve
per non infastidire il buon creatore del tempo
creatore del passato creatore del futuro creatore
di tutto creatore di varietà di frutti
creatore del frutto della terra benedetto il creatore
delle disgrazie crea tutto bello e secondo il suo tempo

benedetto il creatore terribile grande il suo operato
creatore di varietà di urlo e lamento
creatore dotto scopritore e inventore
di forme sottili e delicate di bassezza
nelle alte sfere nelle basse sfere in tutto l’esistente
creatore del legno creatore di ferro creatore di carta
creatore bello e rassicurante
influenza tutta la comunità

creatore del frutto della parola dell’amore
e della composizione creatore dei ciechi
creatore dei sordi creatore di belle forme
di prepotenza sul mercato
grandi sane e nuove
creatore delle varietà sessuali delle unioni
del coito creatore di varietà di posizione
creatore dei toni dei sospiri liberati dal di dentro
istinti forti come i venti tutto è bello e secondo il suo tempo

benedetto il creatore terribile grande il suo operato
creatore di varietà di urlo e lamento
creatore dotto scopritore e inventore
di forme sottili e delicate di bassezza
nelle alte sfere nelle basse sfere in tutto l’esistente
creatore del legno creatore di ferro creatore di carta
creatore bello e rassicurante
influenza tutta la comunità

creatore di demoni e angeli tutti sudditi destinati ai loro tempi
ai loro colori al giorno alla notte e ai modi con cui si diffondono sullo specchio
sul letto sull’armadio sulla cassapanca benedetto benedetto benedetto tu sei benedetto
creatore del frutto del silenzio benedetto creatore di varietà di paura terrore tremito di varietà di malvagità
del male di vesti e abiti delicati come mussolina di fini astuzie e di pure intenzioni
di rotondità e tortuosità di belle taglie e di sottili vestaglie
fino alla nudità della vergine spirituale benedetto benedetto benedetto
sei tu benedetto creatore del pantano dentro benedetto creatore del fango

benedetto il creatore terribile grande il suo operato
creatore di varietà di urlo e lamento
creatore dotto scopritore e inventore
di forme sottili e delicate di bassezza
nelle alte sfere come nelle basse sfere in tutto l’esistente
creatore del legno creatore di ferro creatore di carta
creatore bello e rassicurante
influenza tutta la comunità

IL MOSTRO CHIAMATO FELICITA’

Il pericolo è qui vicino
ci insegue, e come in un film
noi fuggiamo impauriti.
Ma dietro avanza ancora
un pericolo enorme,

di altra natura. Il pericolo è vicino
ci insegue, come in un film.
La paura si fa più intensa, si spande
come profumo di rosa. Una pulce nelle intenzioni

del mostro. Ci osserva
dal vetro l’assassino fatto di specchi,
non ha più tempo, sale sul tetto saltellando,
ha un piede insanguinato, e in mano un fucile con mirino

di precisione. Tutto come previsto per chi osserva attento
la nostra esistenza, con costanza, completezza,
qui, da dentro il film,
Il mostro chiamato Felicità, che si muove superbo sul tetto, lungo la coda dell’occhio,
come una leccatina o uno strato di polvere.
Davanti al signorotto – grassone e rispettato –
sembri una piccola pulce, dentro una lente

d’ingrandimento. Ooooooh — dietro lo specchietto gli angeli
della disperazione hanno spento la luce in silenzio,
hanno sussurrato una lieve preghiera per i defunti,
allora è venuto il mostro a portar
paura, è venuto, è venuto solo per

inghiottirci così, prendendoci da dietro.

GRAFFITO

Proclama: A tutti quelli che siedono in toilette
nelle ore piccole, nel mezzo della notte tenebrosa,
a tutti gli stitici, a tutti quelli che hanno masticato
di giorno, con ardore, la misura del loro desiderio,
il pane insapore, grande un’oliva, pane bianco, pallido,
e poi hanno bevuto latte a lunga conservazione.

Proclama: A tutti quelli in città seduti in toilette, a
tutti i poveri di conoscenza. Ecco, i veleni di questo mondo,
la superbia, l’amarezza, escono
dall’orifizio anale.

Proclama: A tutti quelli in città seduti in toilette,
nelle ore piccole, a tutti gli stitici,
che calano il loro mondo in direzione del buco,
vomitano l’anima dentro
la tazza del nulla,
a tutti quelli dalle narici ostruite,
che siedono cazzo e culo,

**
Le poesie sono tratte dalle raccolte:
“Un nuovo commento, con l’aiuto divino” (HaKibbutz haMeuchad 2000)
“Siamo giunti a Dio” (HaKibbutz haMeuchad 1998)

72 Responses to Un nuovo commento alla parola sacra, con l’aiuto della poesia

  1. lilia il 14 gennaio 2006 alle 16:14

    Un modo nuovo, originale, di fare i conti con la tradizione. Con la sua struttura sapienziale di remote origini. Con la ritualità delle sue formule. Che vengono dissigillate. Aperte e manipolate. Restuite allo sguardo ferito delle cose e delle stagioni. Per farsi specchio di un esserci tangibile. Storicamente e conflittualmente piantato tra le rovine del presente. Afferrabile nella sua concretezza sospesa tra grido e invocazione. Un qui e ora che si rifiuta all’abbraccio di una trascendenza insondabile. Proprio mentre, apparentemente, la cerca, e in quella stretta spera risposte. Con alle spalle, nell’ombra, l’indicibile nulla di Celan. E il nulla che si rivela nell’indicibile del libro, di Jabès. Talmente lontano da ambedue. Come chi cerca un punto sulla circonferenza. Il punto esatto dove i passi che muovono in direzioni opposte fatalmente si incontrano. Si confondono. Fino a che i viandanti non diventano l’uno il figlio, e il padre, della stessa ombra dell’altro. “Preghiera”, allora, è l’invocazione/bestemmia di Celan restituita al respiro avvolgente della sua struttura terrestre. Alla sua essenza e sostanza femminile. Materna. L’unico ventre capace di generare dall’urlo il canto. La voce che dice. I giorni.

  2. gabriella fuschini il 15 gennaio 2006 alle 01:53

    O.T.
    Iglé,
    sembra la tua foto fra trent’anni… convertiti! (commento dopo un ricco e abbondante aperitivo con Cepo, Furlen, Blondel e M. me Janeczek)
    ps
    Cepo aggiunse: no, forse Mag lo salverà! :-)

  3. gabriella fuschini il 15 gennaio 2006 alle 01:54

    ops, dimenticai Reister e signora e il Mascitelli.

  4. lilia il 15 gennaio 2006 alle 09:00

    Ecco. Sì. Perfetto. Mi sembra giusto. Purtroppo è un aspetto che nella fretta del commento mi era sfuggito. Fondamentale. Direi. Grazie del contributo.

  5. emma il 15 gennaio 2006 alle 10:10

    Leggo da qua, da una sostanziale non conoscenza dell’ebraismo. E dunque dall’“esigenza” di ricorrere a stereotipi / luoghi comuni che possano “aiutare”.
    Mi viene in mente lo stereotipo (positivo) dell’umorismo ebraico, quello dell’umorismo che non si ferma davanti a nulla, non certo davanti a Dio o alle scritture sacre.
    E dunque le poesie mi sembrano, oltre che originali, parecchio spiazzanti. Inconcepibili in altri contesti culturali / religiosi.

  6. emma il 15 gennaio 2006 alle 10:16

    con “l’esigenza”

  7. helena janeczek il 15 gennaio 2006 alle 14:49

    Sarebbe contento Davide Mano, suppongo, di questo tuo commento, Emma: in una mail mi ha scritto che secondo lui in traduzione si perde- al solito- un po’ di musicalità, ma anche di ironia. Ironia (talvolta persino sarcasmo) che tra l’altro pervade anche la poesia di Celan molto più di quanto venga abitualmente colto. Solo che Celan – pur con tutti i riferimenti alla kabbalah e alla tradizione ebraica in generale- non è un poeta religioso (o più precisamente: non è un ebreo religioso e poeta), Kosman sì. E quindi qui la coesistenza di “ortodossia” e ironia diventa davvero una sfida alle abitudini mentali.

  8. andrea inglese il 15 gennaio 2006 alle 14:52

    a gabri: questa (vostra, tua e di Blaise) storia dell’ateo “spirituale” non mi ha mai davvero convinto. Ora se dico che le poesie qui sopra mi sono piaciute molto – tra tutte quella sulla felicità -, ecco che sarà per voi una riprova. (Mannaggia!)

    Ma io dio non l’ho incontrato neppure per caso. E se mi dovesse capitare, farei finta di non conoscerlo. E avrei molti buoni motivi per togliergli il saluto.

  9. lilia il 15 gennaio 2006 alle 15:57

    Helena, i modelli (i padri) che rimangono nell’ombra sono le soglie attraversate. Superate. Ma dialettica vuole che ogni superamento porti con sé tracce dei varchi attraversati. Io non so dell’attività di studioso di Kosman. Ne ho solo letto. Guardo al Kosman poeta. E i modelli che citavo (nel rispetto e nella condivisione della tua nota su Celan, soprattutto per quanto riguarda il riferimento alla componente sarcastica) ci sono. Non fosse altro perché sono stati attraversati. Superati. Cioè rielaborati. Cioè capaci di parlare, ora, in una lingua altra. Sono d’accordo anche per quanto riguarda la dimensione ironica. Della lingua e dell’approccio. A patto, dal mio punto di vista – che non ha nessun’altra pretesa che quello di essere il punto di vista di una lettrice, in genere, abbastanza attenta – di prendere il termine nella sua accezione etimologica, socratica direi. Cioè quella di un uso avveduto della simulazione, fino al paradosso, con finalità conoscitive. Demistificanti, forse. Il “dissigillare” le formule rituali, che usavo all’inizio, andava in questa direzione. Grazie a te e ad Emma. Nell’attesa che Mano, che ne sa sisuramente qualcosa più di noi (di me sicuramente) ci chiarisca un po’ le idee. Ciao.

  10. lilia il 15 gennaio 2006 alle 16:08

    Ad Andrea Inglese.

    Permettimi, proprio perchè ti stimo moltissimo come poeta, di ricordare (vale soprattutto come un memorandum a me stessa) che occuparsi del “divino” non significa, per forza, aderire a qualsivoglia religione. Io sono naturalmente e coscientemente atea. Da sempre. Ma ciò non mi impedisce, non lo ha mai fatto, di cercare il confronto con forme di spiritualità diverse dalla mia. Ammesso che qualcuno non creda che spiritualità e religione siano un binomio indissolubile. Si richiamino a vicenda senza possibilità di scampo. Per me, tanto per chiarire (chiarirmi) il concetto, c’è più spiritualità nei tuoi scritti, o in quelli di Cepollaro che credo tu abbia citato, che in tutti i sermoni del sig. Ratzinger o dei signori rabbini di professione. Basta intendersi. Sull’uso che dei termini facciamo. Con affetto.

  11. mag il 15 gennaio 2006 alle 16:50

    lo salvo IO ad Andrea?
    non ci arriverebbe con me a fra trentanni:-)

  12. mag il 15 gennaio 2006 alle 16:55

    ah ma per le tette? aaaaaahhhhhhhh salvarlo mammellarmente……offro il seno a Dio…si va bene

  13. mag il 15 gennaio 2006 alle 17:01

    Un teocidio mammellare.
    morto sordo e soffocato all’altare
    della IV abbondanza matriarcale.

  14. yara il 15 gennaio 2006 alle 17:32

    Anche l’Ungaretti riportato oggi in ubique.splinder.com mi pare dica lo stesso, cent’anni prima.

  15. emma il 15 gennaio 2006 alle 18:56

    L’ironia e il sarcasmo mi risultano più evidenti a ogni lettura, Helena, tanto da farmi pensare che “Siamo giunti a Dio” (umorismo e ironia) e “Preghiera” (sarcasmo) somiglino – più che a poesie religiose – a poesie dissacranti.
    L’ortodossia “esposta” con ironia e sarcasmo mi sembra – in particolare nelle religioni monoteiste – una combinazione davvero anomala.
    E mi colpisce più della combinazione eros+sacro, presente – mi pare – in molte tradizioni mistiche (religiose e non).
    Comunque, sacro o dissacrante, queste poesie sono da salvare.

  16. Davide Mano il 15 gennaio 2006 alle 23:36

    Qualche notizia in più su Admiel Kosman. Innanzitutto i suoi maggiori riferimenti sono Martin Buber e Jacques Lacan. Molti dei suoi scritti si fondano infatti su una rianalisi e reinterpretazione in chiave moderna dei concetti della letteratura rabbinica, facendo uso della filosofia e della psicologia novecentesche. Nei suoi saggi piu’ recenti (raccolti nell’interessantissimo Masekhet gevarim, “Trattato sull’uomo”, Keter 2002), ha applicato il pensiero di Jacques Lacan ad alcune haggadot (brani narrativi di natura omiletica) della letteratura ebraica rabbinica, in particolare del Talmud. L’uso della psicanalisi rientra anche nella ricerca personale dello scrittore, ha rappresentato per il poeta uno strumento per combattere il profondo senso di disagio in rapporto alla realtà israeliana. Parallelamente alla sua ricerca di una società anti-gerarchica ma allo stesso tempo profondamente ebraica, si delinea la sua rigorosa ricerca di Dio, che “è la ricerca del luogo dove esiste una specie di felicità che nasce dal riconoscimento dell’altro, del diverso”. Kosman si è avvicinato di recente ai conservative e al giudaismo riformato, dopo aver provato una serie di alternative comunitarie piu’ formalmente ortodosse. Si puo’ dire che abbia sperimentato tutte le rappresentazioni della contemporaneità ebraica israeliana. Ha frequentato l’accademia rabbinica (“una società mascolina fatta di uomini di successo in competizione tra di loro”) e più tardi il mondo ultra-ortodosso, nei luoghi più radicali di Meah Shearim, e tra i Hasidim, a Gerusalemme. Ma i suoi tentativi di inserimento hanno solo confermato il suo profondo senso di estraneità. Quindi ha provato con un’esperienza fondamentale della vita israeliana: l’esercito in un’unità di combattimento, ma ha ritrovato in forma ancor più marcata lo stesso modello di società, basato sulla competizione e sull’alienazione.
    I brani che seguono sono tratti da un’intervista di Neri Livneh uscita su Ha’aretz nel maggio 2002 (spero di non aver esagerato).

    “I don’t think you have to travel anywhere to be Buddhist. For me, it also has to do with the way of talking that bothered me when I was a child and still makes me very uncomfortable. According to Lacan, talking is a way of making the listener into an object. When people talk, they’re essentially just reciting. Everyone has a diskette loaded with certain sentences and you can guess ahead of time what a reader of Hatzofeh will say to you compared to what a Ha’aretz reader would tell you, and what kind of language they’ll speak in the settlements compared to the language in Tel Aviv. Basically, when people are speaking, they’re busy presenting only the sides of themselves that they’ve learned to identify with, and they keep any other sides muted.”

    “(My option is) Martin Buber, whom I think of as my big brother. Even though our lives are totally different, he went through experiences that are very similar to mine: He tried Buddhism and drew upon Zen and Hasidism. Buber said that all relationships in the world are either I-Thou or I-It. I-Thou is when you relate to the other person not as an object, but as someone with qualities of his own. I-It is basically the phallic relationship, which is apparently the kind of relationship most of us have with most people and things. Buber believed that I-Thou relationships are also possible.”

    “Imagine if the prime minister knew Arabic and spoke with the people in their language and really felt their pain. Imagine him saying, in Arabic, `I understand your distress over the settlements.’ Do you know what an effect that would have? After all, what is the suicide bomber saying when he blows himself up? He’s identifying completely with the defining Palestinian story of victimhood, and when he blows himself up, he’s shouting, `I exist – I’ll blow myself up right here in front of you so you’ll see that I exist, and how. The shouting of the suicide bomber is a call for attention. All of us in the world go about screaming for attention. Each member of a couple shouts to be listened to. Every child screams for attention. Imagine if the settlements were to be evacuated due to listening – it’s a totally different language, a language of giving. It’s not that you were chased out of your settlement and your home and now you’re so unfortunate, but that you, after listening to the Palestinians and understanding their distress, decided that you want to give them your settlement.”

    “When you operate within a phallic structure, all those around you are objects for your own use, and when you finish using them, you throw them away like Don Juan… The kind of place that we’re stuck in as a society is the result of phallic behavior patterns. I see this from my own personal perspective. Neither the left or the right understands this, and that’s why I’m not joining any leftist movement, or any movement for that matter. I think we need leaders who speak the language of the heart, leaders who are capable of listening and of genuine I-Thou conversation. The problem, of course, is that those who rise to leadership are precisely the people who are most strongly motivated by phallic behavior, which is the opposite of listening, because its whole essence is to relate to the other or to anything outside of yourself as nothing but an object. The ones who become our leaders are people who are never concerned with the question of what the Palestinian people feel or what they want. The only thing that concerns them is how the Palestinians will behave in relation to us – will they or will they not commit terror attacks, will there or will there not be quiet. And on the other side, the story is exactly the same. And that’s why this boxers’ dance never stops. Lacan talks about the phallus being the signifier of what is missing. It doesn’t matter what hilltop you conquer: You’ll still feel empty afterward because you’ll immediately have to go out and conquer another hilltop”.

    “It took me years of going through a process of internal arguments with my masculinity until I could reach the state where I can now sit down here in my room and observe the slow movement of the leaves and discern the shape of each one. […] It’s a transition that I somehow managed to make from the masculine, phallic model to another model that perhaps has the essence of something feminine. And this something feminine is the ability to contain something besides yourself. As the years go by, I find myself more open to this joy of life. It’s not like masculine pride where you plant the flag and declare yourself the victor. Just the opposite – it’s a joy at the fact that I can spend half a day looking at a tree, experiencing the gentle movement of the leaves in the wind and seeing every detail of the tree, and feel tremendous happiness.”

    “What kind of God can create a child with Down Syndrome and then not allow him to be called up to the Torah (Shabbat ceremony of opening the Torah scrolls in synagogue, ndr)? What kind of God creates lesbians and homosexuals and then persecutes them? Obviously, I have a problem with the Orthodox God and with Orthodox Judaism. As soon as God is perceived as something threatening who cares whether you read the Torah with this pronunciation or that – as long as you’re a man, of course – to me, this isn’t a God, but the same kind of centralist phallic construct, because God is in the center and all the rest are nothing but his objects. That is, even we humans are just objects to him. This is the accepted view, but it certainly isn’t mine. For me, God is found wherever we let him enter, in the place where the ego doesn’t fill every corner, in the place where the heart is opened to the other. God is never found on the outside, but always between two people or within yourself. God is essentially opening your heart to the other, to that which is different from you.”

  17. andrea inglese il 16 gennaio 2006 alle 00:12

    a lilia: sono d’accordo ma: dobbiamo proprio servirci del termine “spiritualità”? E tu come lo definiresti, allora?

    a mag: ??

  18. Mal. il 16 gennaio 2006 alle 02:30

    Spiritualità =esperienza intellettuale?
    (scusate per l’uso del termine intellettuale, qui inteso come: dell’intelletto)

  19. mag il 16 gennaio 2006 alle 09:09

    ma voi avete pegiudizi positivistici.
    secondo voi il sacro esiste perchè esistono le religioni?
    cioè le religioni hanno inventato il bisogno del divino negli uomini?
    ci mancherebbe anche che si debba ringraziare Dio per quel sentimento sublime che si prova della sacralità della vita.
    poi che storia è che i filosofi non sono spirituali?
    mah………

    Andrea ti faccio dei disegnini?

  20. mag il 16 gennaio 2006 alle 09:17

    Mal….riconduciti all’inizio delle esperienze, sia ontogenetiche che filogenetiche, ossia, all’inizio l’embrione umano assume indistintamente le esperienze affettive e le traduce in capacità intellettiva.
    l’amore materno=intelligenza prole
    molto banalmente sintetizzato.
    la spiritualità non è un esperienza intellettuale….è una dilatazione dell’intelligenza emotiva, ma anocra prima è un’istinto antropologico che colma il divario della nostra natura “media” tra immoralità e finitezza.
    Poi su questa istanza misterica ogni civiltà coniuga il proprio sentire spirituale secondo inclinazioni, cultura, latitudine e orizzonte temporale.
    Ai cuori piu’ aridi, puo’ essere piu’ facile accedere alla dimensione spirituale, studiandola, quindi arrivarci attraverso l’esperienza intellettuale, quindi secondo una prospettiva di psicologia cognitivista direbbe Liotti.
    secondo me, è un artificio evitabile.
    magda

  21. mag il 16 gennaio 2006 alle 09:28

    Andrea, non allarmarti, stavo rispondendo, scherzando, alla battuta provocatoria di Gabri e Cepo…:-)

  22. lilia il 16 gennaio 2006 alle 09:31

    Andrea, non saprei proprio con quale altro termine sostituire quella parola. E poi, perché dovremmo? Per esorcizzarne la “pericolosità”? Le incrostazioni semantiche che la storia delle religioni, e non solo, vi ha sedimentato fino a farne macigni?. In sé quella parola è bella. Sa di terra, di giorni, di stagioni. Suona alle mie orecchie musiche umane. Disegna lo spazio incommensurabile tra finitudine e desiderio di oltranza. Uno spazio incolmabile. Cioè sottratto alla misura e alle dimensioni del divino che si storicizza e si fa potere, regola, rituale, oppressione. Il contesto in cui usavo quella parola, il significato che in quel momento le davo, stava ad indicare, semplicemente, tutto ciò che in me, essendo vita, istinto, pensiero, riflessione, azione, si fa naturalmente coscienza, cioè tensione inappagata all’incontro, all’ascolto, alla metamorfosi. In perenne ricerca di quella alterità, in tutti i suoi colori e le sue sfumature di senso, che sola può riconoscere, e imporre, la mia radicale diversità. In quanto essere.

  23. andrea inglese il 16 gennaio 2006 alle 11:34

    Rispetto a quello che di Kosman ci dicono Helena e Davide Mano, m’incuriosisce ancor più il nesso tra poesia (in questa forma spregiudicata e ironica), la religione, nella sua forma più “rigorosa”, e la militanza politica a destra (connessa per lo più in Israele con l’ortodossia )… tre dimensioni molto marcate e molto “pesanti”…

    a lilia e c.: il problema del termine “spiritualità” è che è talmente carico di risonanze, che ognuno rischia di metterci dentro un po’ quel che vuole – anche cose importanti -, ma diventa difficile sapere di cosa stiamo davvero parlando. Tu, Mal e Mag, tre definizioni diverse; anzi, Mal una definizione, e voi un discorso vero e proprio.

    (a mag: esigo i disegnini della salvezza mammellare)

  24. helena janeczek il 16 gennaio 2006 alle 11:53

    Andrea, da quel che si capisce dall’intervista postata da Davide- tra l’altro su “Haaretz” che è decisamente di sinistra- il nostro poeta non si colloca più né con l’ortodossia (il che per un ebreo religioso in Israele non è affatto scontato) né a destra…

  25. andrea inglese il 16 gennaio 2006 alle 13:19

    grazie helena per il chiarimento; dunque vero e audace scompaginatore di ruoli Kosman, oltre che ottimo poeta

  26. mag il 16 gennaio 2006 alle 13:50

    Rispetto a quello che di Kosman ci dicono Helena e Davide Mano, m’incuriosisce ancor più il nesso tra poesia (in questa forma spregiudicata e ironica), la religione, nella sua forma più “rigorosa”, e la militanza politica a destra (connessa per lo più in Israele con l’ortodossia )… tre dimensioni molto marcate e molto “pesanti.

    Non ho fatto ua accurata disamina di queste inferenze che tu affermi. damole per assunte.
    cosa c’è in comune con la parola poetica,i motti di spirito, il dogmatismo, e la destra?
    Freud la risolverebbe molto seplicemente asserendo che i motti dispirito e le forme poetiche sono istanze “patologiche” ossia dico io, discendenti direttamente dalla concezione platonica della parola, vicna al mito, alla divina mania. tant’è che esistono fortissie attinenze tra la metafora, o la metonimia e la nevrosi o la paranoia.cosi dicono gli psichiatri…andare a vedere….
    la destra ..spesso i destrosi sono psicotici ossia SuperIo+ ES con esclsione dell’IO che li porta ai deliri di onnipotenza, scevri da coscieza.
    la sinistra invece è piu’ nevrotica ossia SuperIO+IO con esclusione dellES.
    quindi l’attinenza di quanto dici sta tutta ella chiave psicanalitica, o meglio nella chiave psicologica-psichiatrica-isomma psichè.
    Gli ebrei sono molto psicanaliticizzabili ……molto introspettivamete complessi.
    Ho detto tutto semplificando al minimo, non mela menate per la banalizzazioe
    Adrea:
    (0)(0) (°)(°)

  27. tashtego il 16 gennaio 2006 alle 14:01

    Non credo si possa leggere poesia ebraica senza prima una dichiarazione, da parte del poeta stesso, circa la sua posizione sulla questione israelo-palestinese: cosa ne pensa Admiel Kosman?
    Dico questa che può sembrare una cazzata stremista – l’arte fiorisce dappertutto, anche nel letame, eccetera – perché non sono disposto ad accettare sarcasmi di nessun genere, sulle tette di nessuno, sulla ricerca di qualsivoglia dio, che arrivino da chi ha una posizione anti-palestinese.
    Se abbiamo ancora la facoltà di leggere o non leggere chi ci pare, questo per me è un discrimine.
    Quanto allo spiritualismo eccetera – magda ritiene che sia INNATO nella natura humana – esso nasce dalla non-scienza, cioè dalla mancanza di nozione scientifica circa il mondo, noialtri e tutto quanto.
    Ai miei occhi estremistici anche una lieve traccia di spiritualismo in un testo è come la diosssina nell’acqua: la rende non bevibile.
    Bevo assai poco, in effetti.
    Dunque mi schiero netto dalla parte, come lui ben sa, di A. Inglès.

  28. mag il 16 gennaio 2006 alle 14:08

    ma neanche per idea tash.
    “Quanto allo spiritualismo eccetera – magda ritiene che sia INNATO nella natura humana – esso nasce dalla non-scienza, cioè dalla mancanza di nozione scientifica circa il mondo, noialtri e tutto quanto.”
    i non ho affatto detto questo e non sono certo spiritualsta o animista.
    tu se nell’ottica della spiritualità come oppio del popolo.IO sono vicino al panteismo, chiamalo cme vuoi, una sacralità laica, non solo primitiva, ma quella parte inviolata di sacralità che rimane tale anche dopo avere conosciuto, avere saputo, avere scientificamente vissuto.
    domanda a Margherita hack cos’è sacro per lei….di certo qualcosa l avrà.

  29. helena janeczek il 16 gennaio 2006 alle 14:17

    Ragazzi, ma avete letto l’intervista postata da Davide? Vi pare uno di destra? O, più importante, vi pare uno che se ne fotte dei palestinesi? A me pare di capire proprio il contrario….

  30. emma il 16 gennaio 2006 alle 14:19

    “Non credo si possa leggere poesia ebraica senza prima una dichiarazione, da parte del poeta stesso, circa la sua posizione sulla questione israelo-palestinese…”

    Non sono d’accordo. Per quanto possa sembrarmi condannabile una posizione politica o una “visione del mondo”, la censura preventiva mi sembra una soluzione inammissibile.

  31. mag il 16 gennaio 2006 alle 14:22

    si giusto, concordo con le raga

  32. emma il 16 gennaio 2006 alle 14:26

    Secondo me anche dalla lettura delle poesie si capisce che Kosman non può essere “semplicemente” antipalestinese.
    Così come non può essere anti-islam per partito preso.

  33. emma il 16 gennaio 2006 alle 14:40

    Sul termine “spiritualismo” ho parecchie riserve.

    “Poi che storia è che i filosofi non sono spirituali?”
    Qualche filosofo cuore-arido potrebbe arrabbiarsi sul serio.

  34. tashtego il 16 gennaio 2006 alle 14:43

    @emma
    però emma, non parlavo di censure: io non censurerei manco hitler (tanto per rifersi al “male assoluto condiviso”).
    mi limitavo a rendere palese, per quello che vale, una mia posizione.
    una scelta leggere/non leggere.
    qui il disagio è doppio (le poesie mi sembrano di qualità alta), in quanto c’è di mezzo un’ortodossia religiosa.
    dunque i punti personalmente sensibili sono due, capisci?
    nel senso che non riesco, da estremista anti-teista quale sono, a riconoscere vera dignità intellettuale a nessun credente.
    poi, certamente, anche per me la liberta di credo dev’essere assoluta, per tutti.

  35. emma il 16 gennaio 2006 alle 15:17

    “nel senso che non riesco, da estremista anti-teista quale sono, a riconoscere vera dignità intellettuale a nessun credente…”

    Non sono credente Tash, ma un estremismo di questo tipo mi sembra davvero uno spreco, di energie e di opportunità.
    Preso alla lettera, questo “credo” mi esclude buona parte della cultura e dell’arte (italiana, occidentale, orientale, del sud o del nord del mondo…).
    E naturalmente – per quel che ci riguarda – dovremmo cominciare col non riconoscere “vera dignità intellettuale” a Dante.

  36. emma il 16 gennaio 2006 alle 16:15

    Poi è chiaro che si deve fare di tutto – qui e ora – per avere uno stato per davvero laico.

  37. tashtego il 16 gennaio 2006 alle 16:39

    @emma
    c’è un tempo (storico) per la religione e un tempo (storico) per il superamento della religione come chiave per leggere il mondo e come sitema etico di precetti.
    quello che (per me) vale per l’oggi, non vale, of course, per ieri.
    non pensavo ci fosse bisogno di precisarlo.
    quanto allo spreco di energie, beh.
    le mie energie vanno al mio mestiere, quasi tutte: sono un ateo dandy (ff docet): estremista, ma sostanzialmente slombato.

  38. betti il 16 gennaio 2006 alle 16:46

    Ciao Davidino, mi piacciono molto. Da aspirante studiosa del rabbinismo ti ringrazio perché fai risuonare voci altrimenti poco udibili.

  39. emma il 16 gennaio 2006 alle 16:55

    @Tash
    Mah. Questa idea di progresso così lineare – dagli dei alla scienza, dai precetti di una qualche religione dogmatica a un’etica laica e razionale – mi sembra troppo ordinata, troppo ottimista.

  40. Davide Mano il 16 gennaio 2006 alle 17:12

    Forse i brani che ho postato non erano chiari. Mi sembra sbagliato collegare le esperienze religiose ortodosse di Kosman con una sua appartenenza politica, a destra per di piu’. Rileggete bene i brani in inglese che ho postato, scelti appositamente per offrire uno sguardo anche sulle idee politiche dell’autore in relazione alla realta’ israeliana e a quella palestinese. Insomma, mica gli hanno fatto festa in Israele quando ha detto che un palestinese si fa esplodere per riprendersi il diritto di dire Io Esisto! Kosman pero’ va oltre, osserva la questione da un punto di vista filosofico molto vicino a quello di Martin Buber e di Emmanuel Levinas. Kosman e’ uno studioso di Islam, quindi escludo anche un suo anti-islamismo. Qui si parla di esperienza religiosa da una parte, di lotta contro le gerarchie della societa’ israeliana dall’altra, e la poesia come strumento di rivincita e di redenzione, ma la redenzione per Kosman non e’ quella di rabbi Ovadia o dei coloni americani, la redenzione si trova nella scoperta dell’altro, del palestinese, del laico, del buddista, dell’omosessuale religioso, nella scoperta di Dio e nel giudaismo del dialogo, ecc. Davvero una voce diversa e coraggiosa, da dentro.

  41. emma il 16 gennaio 2006 alle 17:55

    Davide, in casi come questo difficoltà di lettura e fraintendimenti forse sono inevitabili.
    Kosman sembra in grado di farci saltare tutti i nostri consolidati schemi ideologici e interpretativi.

  42. tashtego il 16 gennaio 2006 alle 18:23

    @hemma.
    non ho idee lineari in proposito: in epoca classica dei e scienza convivono, per dire.
    nel settecento idee non-religiose e anti-religiose muovono masse e innescano rivoluzioni.
    niente di lineare.
    cioè, per dire.

  43. gabriella fuschini il 16 gennaio 2006 alle 21:17

    Càpita che anche a persone abbastanza serie venga voglia di mettere un commento scherzoso…
    càpita soprattutto se il commento è rivolto a un caro amico per comunicargli proprio quello che lui ha colto…
    càpita che il commento non sia fondamentale, spesso i commenti non lo sono…
    càpita di ringraziare per le poesie e soprattutto per le delucidazioni da parte del traduttore…
    càpita di trovare estremamente interessante l’uso della psicoanalisi come strumento di ricerca poetica…
    càpita di fare collegamenti con Haim Baharier, allievo di Levinas…
    @ Helena:
    grazie per il tuo contributo
    @ Inglé:
    alla prima occasione continueremo la discussione, un abbraccio frère!

  44. gabriella fuschini il 16 gennaio 2006 alle 21:33

    PS
    E del pensiero di Lévinas in queste poesie trovo il richiamo all’eros come uno dei simboli massimi dell’alterità , ove eros non è possesso, ma mistero che implica la presenza dell’infinito, ricordando che Lévinas è contro l’amore romantico inteso come la fusione di due esseri.

  45. mag il 16 gennaio 2006 alle 22:44

    Leggendo attentamente questo autore, mi rendo conto che racchiude un universo a noi spesso sconosciuto: la spiritualità ebraica e l’imponenza di questo tipo di sentimento.
    Credo si possa ricondurre alla concezione del Divino veterotestamentale, orientato all’onnipotenza del Giustiziere a cui noi, moderni eretici, vorremmo ribellarci.
    Una scrittura intimissima, che fonde il lirismo della madre creatrice e nutrice con l’atto creatore iniziale, totale.
    In questo senso il seno è metafora di terra, carnalità,nutrimento ed eternità.
    una forma d’Amore sconosciuta, mitica, epica, titanica, manifestata nella dimensione piu’ intima della preghiera.
    Gesti che vanno ascoltati, rispettati, come testimonianza di una spiritualità diversa dalla nostra, ma ricca di significati.
    mi scuso quindi per le intemperanze con cui ho commentato…:-) ma anche l’ironia dovrebbe trovare accoglimento in Juppiter.

  46. gabriella fuschini il 17 gennaio 2006 alle 01:28

    @ Mag
    una precisazione dovuta: non sei tu la Mag a cui mi riferivo.
    Detto questo, penso che penetrare lo spirito di queste poesie non sia facile a meno che non si provi ad uscire dal sentiero della dualità: sacro/profano, fede/ateismo, ombra/luce, mente/corpo e via dicendo. E anche uscire dal pensiero che spiritualità o ricerca del sacro e religione siano sinonimi. Per dirla breve, le sto leggendo e rileggendo e ogni volta trovo riflessioni ulteriori.

  47. mag il 17 gennaio 2006 alle 07:45

    esatto, non sono sinonimi, è quello che tento di dire da sempre.
    è una poetica vasta quanto vasta è la capacità umana di declinare il mistero umano.

  48. emma il 17 gennaio 2006 alle 10:17

    @Tashhh

    “non ho idee lineari in proposito:…”
    Invece sembrerebbe proprio che sì.

    Sennò come faresti a dire:
    “c’è un tempo (storico) per la religione e un tempo (storico) per il superamento della religione come chiave per leggere il mondo e come sistema etico di precetti.
    quello che (per me) vale per l’oggi, non vale, of course, per ieri.”

    E mi dai pure la bacchettata sulle dita:
    ”non pensavo ci fosse bisogno di precisarlo.” :-)

  49. emma il 17 gennaio 2006 alle 12:24

    Rileggo i testi. Lascio da parte l’ironia e il sarcasmo.
    E davvero mi colpiscono le immagini del Dio.

    Quello terribile di “Preghiera”, “creatore delle disgrazie, dei ciechi… dei sordi… di prepotenza sul mercato… di paura terrore tremito di varietà di malvagità…”, così simile all’immagine standard del Dio ebraico propria dei non-ebrei, ma anche così simile al CASO.

    Quello di “Siamo giunti a Dio”, che si aggira sperso nell’“arida terra” (quasi come un “povero diavolo”), e cerca sì la “perla”, ma in effetti sembra anche lui in balìa del CASO, esattamente come il “popolo eletto”.
    E la sensazione dominante rimane allora quella del caldo, “pesante e insopportabile”, il mondo che “ardeva come una fornace”.

  50. tashtego il 17 gennaio 2006 alle 14:20

    @emma
    bacchettata mi pare una definizione eccessiva.
    ma se ti offende mi scuso volentieri per battuto quella frase.
    certe volte si vorrebbe attraversare lo schermo, accendersi una sigaretta (non fumo) e mettersi a discutere de visu, emma.
    (anche se credo che le parole battute siano sempre più efficaci di quelle dette)

  51. emma il 17 gennaio 2006 alle 15:36

    Ma dai Tash, *offendersi* per questo?
    [Neanche io fumo, ma forse qui è meglio non dirlo :-)]

  52. smoke and go easy il 17 gennaio 2006 alle 17:12

    @ Tash & Emma
    Ragazzi, forse è venuto il momento di ravvedersi. E’ scritto nei sacri testi (ma non chiedetemi quali, per carità), che una delle maggiori cause di incomprensione tra uomo e donna è da ricercarsi nella mancanza di fumo, in uno o in ambedue. Il superamento della dipendenza dalla nicotina è un falso mito, se uno poi finisce col commentare il divino che si fa poesia. Molto meglio ritrovare schegge d’infinito nelle volute azzurrine che lentamente si perdono nell’aere, mentre il giorno declina insieme alla funzionalità polmonare. Orsù, forza, accendetevi una bella bionda e i pensieri vi sembreranno più lievi. :-))

  53. magda mantecca il 17 gennaio 2006 alle 17:21

    l’ho sempre detto che tash è fumoso…:-)

  54. francesco forlani il 17 gennaio 2006 alle 17:58

    Caffè e sigaretta per tutti!
    paga dio
    effeffe
    ps
    comunque quello che mi colpisce è che di tanto in tanto riaffiori la questione. Quasi come un rimosso, una coazione a ripetere, un perturbante. E diciamolo pure un ospite ingrato. C’è una poesia di Baudelaire. lo straniero in cui l’uno chiede all’altro
    «Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?

    – Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.

    e gli chiede della patria e degli amici ma nulla sembra veramente interessare lo straniero fino a quando gli domanda:
    – L’oro?
    e lui risponde

    – Lo odio come voi odiate Dio.
    Perchè Baudelaire fa queto passaggio? Non l’ho mai capito. Comunque sia da Ateo e comunista dandy che fuma mi chiedo : perchè odiate così tanto Dio?
    meglio odiare l’oro
    per dio
    effeffe
    pppsss
    Grazie Helena per un testo degno del cantico dei cantici

  55. mag il 17 gennaio 2006 alle 18:41

    odio per gli altari?
    odio per le dimensioni verticali?
    sembrerebbe il massimo dell’ateismo, anzi assenza totale di sentimento religioso.

  56. mag il 17 gennaio 2006 alle 18:56

    no…lettura troppo ingenua.
    e poi l’odio è già considerazione, timore, esige un’azione contro, è molto molto piu’ greve dell’indifferenza e forse anche piu'”urgente” dell’amore, perchè impone un atto quasi incontenibile.

  57. tashtego il 17 gennaio 2006 alle 21:29

    @ff
    qui nessuno odia dio, tranne me.

  58. emma il 18 gennaio 2006 alle 08:57

    @Smoke
    Nonostante gli sforzi, non sono riuscita a convertirmi al fumo. Direi che è decisamente troppo tardi, come per altre fedi :-)

    @Tash e effeffe e Mag
    “Odiare” Dio mi sembra faticoso come e quanto una conversione.
    E poi uno che “odia” Dio deve ammettere l’esistenza di un Dio, dunque non è ateo.
    Al massimo si potranno odiare le chiese, le gerarchie religiose e i loro dogmi, le ingiustizie e gli orrori compiuti in nome di una religione… insomma istituzioni, gente, idee e azioni di gente in carne e ossa.

  59. emma il 18 gennaio 2006 alle 09:08

    Pensierino New Age.
    L’odio mi sembrerebbe una passione da evitare in generale.

    (Ma in certi casi deve essere dura non odiare)

  60. mag il 18 gennaio 2006 alle 10:13

    L’odio è un sentimento, anzi una passione molto interessate.
    per me la piu’ interessante perchè impone un’azione, la sua forza cieca induce alla produzione di segni, non cosi’ l’amore.
    Possiamo starcene tranquillamente seduti in poltrona per una vita provando amore per qualcosa o qualcuno, ma non possiamo rimanere indifferenti se in preda all’odio.
    Infatti esistono le guerre fondate su odi, ma non esitono nella stessa misura e con la stessa irruenza moti d’amore organizzati…
    l’odio è grande, dignitoso, potente, infinito, umano e divino.
    E’ Amore, amore inibito alla meta.
    il male maggiore sarebbe l’indifferenza.

  61. mag il 18 gennaio 2006 alle 10:15

    @tash,
    cosa t’impedisce di risolvere il rapporto con il divino?

  62. mag il 18 gennaio 2006 alle 10:43

    @Davide
    non hai esagerato, solo che per dare delle risposte esaustive alla vastità degli argomenti, ma non solo, alla vastità di modalità con cui si affronta la vastità degli argomenti, dovremmo stendere dei trattati su tutto lo scibile e sentibile umano.
    (teologia, gnoseologia, ontologia, epistemologie delle scienze umane, poetica, arte, retorica, eretismo contro ortodossia, etc etc)

    “For me, God is found wherever we let him enter, in the place where the ego doesn’t fill every corner, in the place where the heart is opened to the other. God is never found on the outside, but always between two people or within yourself. God is essentially opening your heart to the other, to that which is different from you.”

    qui mi sembra San’Agostino, ma anche tutta la tradizione del misticismo monastico medioevale.

  63. francesco forlani il 18 gennaio 2006 alle 11:47

    Oh Dio!
    effeffe

  64. emma il 18 gennaio 2006 alle 12:08

    A rischio di buonismo, ma mi parrebbe saggio augurarsi di non avere ragioni “forti” per odiare nessuno.
    E comunque, per come la vedo (o la sento) io, l’assillante ricerca dell’enfasi nei sentimenti e nella loro espressione dopo un po’ annoia, nella vita come in letteratura.

  65. mag il 18 gennaio 2006 alle 14:19

    Non so…io per un po’ ho odiato Silvio con tutti i miei estrogeni e testosteroni.
    poi al funerale di Gaber, ho visto che è alto come me, e gli ho detto:”MVFCL”.
    non l’ho piu’ odiato.

  66. emma il 18 gennaio 2006 alle 16:37

    Odiare Berlusconi?
    Bah. Al massimo gli auguro un attacco di irsutismo.
    Che si riempia di peli.
    Ovunque.
    Così magari lo faccio anche contento.

  67. mag il 18 gennaio 2006 alle 17:09

    che noia, non odio piu’ nessuno: mi sembra di morire:-)

  68. tashtego il 20 gennaio 2006 alle 17:08

    @emma
    odio dio in quanto costruzione umana.
    cioè odio la costruzione umana.
    il resto non c’è.

  69. Rodrigo il 21 gennaio 2006 alle 12:09

    Odio la costruzione umana.
    Detto da un architetto, è maraviglioso.

  70. emma il 21 gennaio 2006 alle 15:20

    @Tash
    Cosa si può dire a uno che odia qualcosa o qualcuno?
    Sentimenti e passioni si sottraggono per definizione a una discussione “razionale”. Reclamano altri sentimenti, uguali o contrari. Vogliono simmetrie o contrasti. Al massimo chiedono empatia o compassione.
    Per me le religioni possono essere oggetti interessanti. Ma sul piano “sentimentale” sono abbastanza indifferente alla sorte di Dio o all’idea di Dio, direi ancora più indifferente che all’idea di “patria” (vedi i post più sopra).

  71. emma il 21 gennaio 2006 alle 15:25

    Rodrigo, per le religioni monoteiste il vero Architetto è Dio (scusa Tash :-).
    “Odio la costruzione umana” potrebbe essere la regola di un Dio Architetto.

    1) Uomini che odiano Dio.
    2) Dio che odia gli uomini.
    In effetti mi sembra più realistica la seconda opzione.

  72. Ludwig Feuerbach il 21 gennaio 2006 alle 17:22

    Finalmente qualcuno che si ricorda di me! Grazie, compagno Tashtego.



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