Dal paese della cicuta (2 poesie)

di Franco Arminio

calendario

a luglio i campi gialli delle stoppie,
il nero a settembre,
il verde stempiato e basso di novembre.
qui l’inverno dura migliaia di giornate,
a marzo finisce la prima volta
ma dovrà finire molte volte ancora
prima di finire veramente.
il vento soffia ovunque sei,
il bianco della neve è ancora quello
del cinquantasei.

*

gli scapoli

gli scapoli qui sono davvero tanti,
ma non dormono all’aperto
sui cartoni,
stanno con le madri,
comprano
la frutta e le medicine,
non fanno niente,
hanno una vita
scarna e lenta.
puoi vederli facilmente
dentro un bar alle dieci di sera
o in piazza a consumare un po’ di cera.
ce n’è uno che cammina sempre
e un altro che sempre sta seduto.
fino a qualche anno fa
in qualche modo
chiedevano ancora aiuto.

21 Commenti

  1. scrivere serve a metterci in cottatto con delle persone, serve a mutare, in meglio possibilmente, i rapporti con le persone.
    io credo che ormai i lettori li si debba visitare a casa, li si debba raggiungere direttamente, uno per uno. se mi lasciate la vostra mail avrò piacere di corrispondere direttamente con voi.

  2. caro Arminio, intanto grazie per le tue poesie.
    Io ho un amico veramente amico che è scapolo e barbone. Ha più di 60 anni, e i primi 20 li ha passati a Lioni, da pastore. Siccome so che sei irpino, dimmi per favore quale dei tuoi libri è meglio che gli regali.

    dario.borso@unimi.it

  3. quando metto le mie poesie su nazione indiana mi sento uno che passa col piattino mentre si dice la messa. ormai scrivere e mandare in giro le proprie cose è solo un modo come un altro di rovinarsi la vita.

  4. grazie t.
    esposizione è la parola chiave. a me pare assurdo che circola gente che vuole fare lo scrittore senza esporsi. che vuole cavarsela semplicemente dando prova di un qualche addestramento. questa gente ovviamente è libera di fare quello che fa e magari anche di trovare consensi, ma non si può far finta di niente, non si può far finta che in questo modo la letteratura diventa una cosa inutile (come è sempre stata) ma anche innocua (come non è mai stata).

  5. Nei nostri paesi fumiamo la pipa di certe impressioni puerperali assai diverse dal rancido caotico che scola in ritornelli acquapiovana scombinati per le vie delle città. Possiamo ancora respirare “il verde stempiato e basso di novembre”, lasciarci risucchiare dai gorghi di lentezza raggrumata dentro i gesti. L’inverno dura migliaia di giornate stringendoci in un poncio di grigiore più piatto di muraglia. E il bianco della neve qui meglio che altrove lascia protervamente una doppia porzione di presenza ripetibile sui rami. Il tempo si scagiona dall’accusa di correre troppo; saltatore in alto e in lungo scodinzola tra i muri, schiaccia pulsanti dai predicati nominali di stanchezza, rotola botti di potenza, pugnala ventri, risana le ferite.
    Grande Franco…una scrittura nitida come neve

  6. Arminio quella dei “Singoli” è d’una inquietante bellezza. Stile piano, ritmo da narrazione e un grande vuoto a fare da sfondo. Un cratere?
    effeffe

  7. sono qui. fuori nevica. alterno scrittura e visite a ni.
    confesso che quando leggo i commenti di una donna sono sempre curioso di sapere chi è che scrive, che vita fa , dove vive, quando ha praticato l’ultima preghiera o l’ultimo coito orale. a prosposito: caro francesco, stamattina mi hai fatto riprendere in mano le particelle. uscirà un mio libro a settembre che ha qualcosa di quelle particelle. cerco lettori per gli ultimi consigli.

  8. le ho lette finalmente. Bellissima la seconda. Te l’ho scritto anche su http://www.booksbrothers.it, la tua poesia così discorsiva e zeppa di agganci a una realtà così maledettamente statica mi ha fatto venire in mente certi versi di Fortini, cito a memoria: “ma oggi ancora la vendetta è al poeta, più dolce del vino e della dimenticanza…” cciao, v.

  9. caro vincenzo
    pensavo che il giro dei commenti fosse chiuso. mio padre serviva i clienti a qualunque ora e io sono come lui, sto qui, cerco di mettere sotto gli occhi degli altri quello che vedo.
    qui però ci sono troppi fighetti e degli scapoli accidiosi del mio paese non sanno che farsene. i versi di fortini per capirne il senso andrebbero citati in maniera più estesa.
    io comunque, te lo dico qui pubblicamente, mi sto veramente stancando e non so fino a quando avrò la forza di lanciare questi segnali.

  10. Mi vergogno? Non mi vergogno? Stamattina ho scritto questa cosa sul cellulare. Versetti per sms. L’ho mandata a Iaria. Gli è piaciuta. Bo’.

    Poi arriva il sole, primavera
    a voi non succede
    voi soffiate
    sbuffi di sollievo
    questo velluto tiepido
    ieri ci schermava nuvolaglia neve torri di elementi
    e oggi filtra liscio lama
    sole in faccia
    voi beate
    me resta scoperto
    senza gravità
    prende a fluttuare
    vorrebbe atterrare.
    Galleggiare panico.

  11. Quello che non scrissi allora (come sai) lo scrivo oggi. La prima di queste due poesie è, tra le tue, quella che prediligo in assoluto. È la trascrizione verbale di uno sguardo acuto ed intelligente, entrambe ricordano lo sguardo di alcuni “passi” migliori del tuo documentario «La terra dei paesi». Per deformazione professionale leggo entrambi i generi, poesie e documentario, come documenti ed in quanto tali li trovo eccezionali per quello che salvano di una civiltà al suo tramonto. Ciò non toglie che anche l’aspetto estetico sia perfetto: in particolare, la luminosità della prima è da maestri della luce fiamminghi o da certe scene bianche e lombarde di Olmi.

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