Ladri d’inverno

14 maggio 2006
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di Maurizio Rossi

Alla villa ancora fredda, dai larghi camini accesi una sola volta all’anno, le grandi vampate rossicce risalivano riverberando fameliche lungo i muri, sparpagliandosi in rivoli e tentacoli di calore che facevano più pungente la sera e turbate le ombre. Davano la caccia all’umido e al chiuso di muffa raccolti dentro macchie bigie che sapevano di stantio, di vecchi mobili cerati e di nascondigli a cassettoni per i fucili lucidati e gli scovoli, le cartucce e i proiettili, le bombe e i razzi.
Nell’ampia cucina centrale, tutt’uno col grande soggiorno da cui partivano a raggiera stretti corridoi in fuga verso i sotterranei, la crema densa delle lenticchie beneauguranti stringeva d’assedio, fumosa negli ovali delle feste decorati a fichi d’india, lo zampone rigonfio della grassa Emilia. Diviso a spesse fette inclinate rilucenti di grasso e cotiche croccanti, osservava assiso le povere anitre bruciacchiate, reclinate ed affogate nell’unto, con volgari spicchi di patate attorno, rossi agli angoli. Miti e remissive le faraone, umili gli stracotti, umiliate le inutili verdure per femmine ambientaliste.
La villa l’avevano progettata e costruita in un battibaleno, con camminamenti e cunicoli di salvataggio e scure vetrate blindate, maestranze venute da via che non parlavano con nessuno, e per fare un lungo discorso dicevano “A” oppure emettevano dei sibili, risucchiando in uno schiocco di sbieco l’aria di tabacco tra i denti, con la bocca contratta e un baffo arricciato nella smorfia. A fine lavori, erano spariti tutti, uomini e mezzi in una sera, ed attorno alla villa era cresciuta inspiegabile, dopo tanti sforzi, l’ombra dell’abbandono. Vi arrivavano solo, sopra i suoi tetti, gli spessi cavi sospesi e panciuti dell’alta tensione che andavano verso Genova, come corde arrugginite di un’uggiosa teleferica verso Cassandra. Acquattata tra argini ed avvallamenti, reticolati annosi di rovi e di razze, e campi a gerbido dissestati dalle acque ferme nel gelo, da tutte le parti era preceduta e nascosta da vecchi portici, baracche e pollai sventrati di latta ed assi marcite che le facevano da guardia, da schermo e da scudo. Vederla, dalle calaie che l’avvicinavano sbilenche da Monterosso e dai Baggini, era così improbabile e raggiungerla quasi del tutto impossibile. Non solo per quelle stradine scomparse che una volta vi conducevano ed ora erano affondate nella malva e nelle ortiche cresciute fra vetri e lattine accartocciate, ma pure per quel senso di freddo che ne emanava anche d’estate, per quelle grandi vetrate cupe che riflettevano, a specchio annerito, l’immagine deformata di coloro che si appressavano, con alle spalle quei cieli irreali e quelle nuvole viola che incombevano da schermi rigati dalle piogge, con cicatrici secche di pianeti prosciugati.
Sulla costa di Sariano il fiato tranquillo delle stalle usciva lieve dai finestrini arcuati mangiati dalla ruggine, come il respiro profondo delle pentole tonde del brodo di Natale. Incontrava, subito, la neve della Vigilia che sfarfallava da Monterosso per mischiarsi a quella zuppa, carica del dolce un po’ greve dei vini novelli che ingolosivano l’aria di cena e di fame di buono.
Le mucche satolle ed i manzi inquieti si erano coricati di traverso nel caldo dorato della paglia nuova ed asciutta, e ruminavano lenti crostini natalizi, come importanti ospiti di riguardo stravaccati nel vecchio albergo, con le coperte finalmente fresche di bucato, e gli mancavano solo il sigaro in bocca e un dito di cordiale sulla lingua rasposa per togliere il sentore dolciastro d’erba medica. Succedeva sempre così, di quei periodi col freddo, una sola volta all’anno chissà perché; strani però anche gli uomini che riprendevano poi a servire, per lunghi mesi, fieno comune ed acqua chiara senza sale, senz’ombra di pane, senza dessert.
Gli uomini strani avevano chiuso le stalle, dato svogliati catenacci e lucchetti inutili nella Notte Santa, ed erano partiti per le case nuove distanti, subito sotto le docce bollenti, finalmente al caldo a godersi l’attesa, con la neve che veniva aspra e fitta come quando ne prometteva una volta per giorni e notti intere, e poi nascevano bambini a frotte che si chiamavano tutti Natalino.

* * *

Gerbasius, avvolto nel giallo pastrano cerato dei cantonieri, col cappuccio in testa a piramide che lo faceva Napoleone pensoso sulle alture di Waterloo, risaliva, con la camiazza, la scoscesa calaia dei Baggini. Proveniva trafelato dall’agguato della piana degli agrifogli, dove la Forestale, da anni, aspettava paziente al varco il misterioso razziatore di addobbi natalizi, stracarico di bruschi e ginepri, vischio e pungitopo, edere ed erbacce infestanti spacciate per rare varietà preistoriche. Erano destinate a ricchi troppo ricchi per accorgersene, che le mostravano orgogliosi, a loro volta, ad altri più ricchi ancora, in un business senza fine.
La camiazza era un mezzo speciale a tre ruote, che sembravano pale da mulino, usato dai tedeschi per risalire, cinquant’anni prima, i canaloni della valle del Rosello a caccia di imprendibili ribelli. Prototipo della disperazione per la guerra persa, metà cabina occupata quasi tutta da un grosso motore d’aereo che la spingeva, metà pianale con postazione delle guardie, cella di detenzione e ricovero per i soldati, passava desolando i boschi dove neanche i muli osavano pensare, e i contadini timorosi che la vedevano affacciarsi, col suo correre da rinoceronte in carica, si facevano il segno della croce, in ricordo delle antiche angherie subite. Mitragliata per errore dagli stessi tedeschi orripilati, ritenendola dall’alto frutto della follia ingegneristica americana, la camiazza si era adagiata, ferita ma viva, in un canalone sopra querce e castagni, rimanendo per anni sommersa da foglie e detriti fino al giorno del suo occasionale scopritore.
Gerbasius gongolava, sporgendosi all’indietro ogni tanto, osservando il suo carico proibito che sobbalzava resinoso e che lo rimandava rassicurante alla generosità delle ville. L’attendevano, su quelle soglie, signorine ansiose di toccare foglie vere e stringere bacche rossicce fra dita tremule ritirate per un nonnulla che non fosse oro fino, per timore d’infezioni. Ogni tanto doveva mettere fuori un braccio, affannarsi in avanti con la mano per liberare «Dannati crucchi!» i vetri dai tergicristalli bloccati, col primo nevischio minuto e maligno che aderiva e gelava incollando vetri e mani, e spolpando le dita ormai blu.
Nella calaia in salita che andava rapidamente trasformandosi in un sentiero a canale sempre più ripido e stretto, Gerbasius accelerava la camiazza, muovendo leve, pigiando pedali e roteando manopole nere graduate che rispondevano, a volte, con fischi e sospiri prolungati di lontani moribondi, e grida rauche di vecchie stazioni radio ancora sintonizzate su Berlino invasa, da cui si ordinava, imperiosi, di resistere fino all’ultimo uomo. Con altre manopole e leve gelate dava aria e gas supplementare al motore che faceva, a singulti, schizzare in avanti la camiazza, per trattenerla poi bruscamente togliendo spinta, in un rombo di lenta mitragliatrice pesante a libero rinculo. Sparse un’occhiata di vittoria sulla piana degli agrifogli lontana, sentendosi ormai al sicuro dal fuoristrada dei militi, fermo con tutte e quattro le gomme a terra per dei chiodi a tre punte fabbricati in Germania nell’ultima guerra.
Giunta a metà salita, dove la calaia s’allargava a piazzuola di sosta, prima di restringersi ed inerpicarsi ancora, Gerbasius vide, finalmente salvo, il suo carico sempreverde destinato alle vezzose signorine che lo avrebbero accolto trepide e complimentose, con tazze di thé e biscotti di un anno prima, e che gli avrebbero aggiustato e pulito, dopo l’aspra battaglia, sfiorandoli appena, gli abiti imperiali e i bottoni dorati. Perdonò di cuore un’altra volta ancora i crucchi che facevano dei gran motori, ma che per la loro praticità d’uso e per le comodità di bordo dei mezzi che spingevano, era meglio lasciar stare. Accarezzò dall’interno la portiera mitragliata, spatolata con vetroresina rosa e, per la prima volta, la macchina tedesca cacciatrice di ribelli si sentì vezzeggiare come graziosa e fedele Fräulein che più conosceva e più amava, se non indugiava troppo a rimirarla. Lo perseguitava solamente, dal lunotto infranto, puntuale come ogni anno, la punta maligna di un ginepro che gli distillava, nel collo, neve disciolta assieme ad aghi voraci diretti verso maglie e mutande fradice staccate a strattoni.
Sul davanti Fräulein era una corazza grigia ripiegata ad elle, dal grigiore d’iceberg tagliente, da cui spuntavano irreali i parabrezza, orbite scure di un teschio vichingo sogghignante. Nel mezzo, il ruotone anteriore sostenuto da molle e stantuffi, che affondava e si innalzava nel molleggio infinito del carico sovrastante, alla partenza e in frenata, lasciava oscillare senza fine, avanti e indietro, cabina ed autiere, così cullati da quella balia severa sussurrante sottovoce: über alles.

* * *

Babàla, che commerciava in carni pregiate di buoi di montagna per pochi eletti, osservò le nubi cariche dispiegarsi e stemperarsi in nevischio sopra Prato Dorano; scomparso d’incanto l’orizzonte, scomparsa la valle, le calaie e i sentieri, inghiottiti, in quel buio lanoso improvviso della sera precoce discesa su case e stalle; perse le cime della Chiesa Vecchia e di Monterosso, e si disse che era ora.
«Andiamo, Tarlück, cosa dici Tarlück?»
Tarlück era il socio, garzone e procacciatore che sapeva far pesare un quintale una bestia di due, dando la soddisfazione della verifica al contadino diffidente che la vendeva, lasciandolo libero di controllare e ricontrollare e di aggirarsi incredulo attorno alla pesa ladra, perché sull’onestà non si doveva dubitare. Poi, improvvisamente, non era capace di fare due più due, non ricordava più dov’era né dove andava, e chiedeva una parola buona d’elemosina, ricambiato dal sospetto che facesse tutto apposta per inorbire il popolo e prendere un’altra pensione e dare per restituiti i prestiti mai onorati, per via del gioco suo padrone da sempre. Era colpa invece della cirrosi da vino, arrivata ormai al naso e alle gote, che sembravano percorse da vene in rilievo piene di inchiostro bluastro per timbri di Stato. E tutti, quando Tarlück era in quella condizione, correvano alla bottega delle carni dove si vendeva il filetto al prezzo della mortadella e le costate a quello delle frattaglie, per scomparire appena sopraggiungeva Babàla spolpato dal suo donnone, allarmato dalla fila sotto il negozio, dando del vergognoso e del ladro a tutti, e del luc al povero Tarlück. Ma il giorno dopo, altra carne era pronta sui banchi, e tutto era come prima, con Tarlück e Babàla, grembiali grondanti sangue fresco, al lavoro sorridenti, bagatelle da nulla, scherzi e facezie le ruberie già dimenticate del giorno prima.
I due soci si sfregarono le mani dandosi dei colpetti ai fianchi coi fianchi, come membri di vecchie confraternite dalla dissoluta vita segreta.
«Andiamo Tarlück?»
«Andiamo, Babàla.»
Sgusciarono dal retro del negozio che dava verso il nascere del Rosello più a valle, piroettando ogni tanto, su se stessi per coprirsi le spalle, come banditi da poco in un western padano. Attraversarono boschetti di ciliegi selvatici e di querciotti cresciuti dove prima c’erano vigneti di Besegano, saltando canali ed argini storti di vecchi confini per i quali s’erano ammazzate generazioni di ladri di terra. Fazzoletti di verde che andavano e venivano e alla fine avevano beffato tutti, diventando di nessuno. Oltrepassarono spiazzi e barriere di razze e di pruni per raggiungere guardinghi, in fondo alla discesa inselvatichita, il loro posto segreto. Là, dove da nessuna parte intorno era possibile essere scorti, si sentiva il respiro del Rosello tirare, ossigenato dal fresco delle bardane, e là c’era il grande portico in rovina che custodiva, insospettato, il loro vecchio Yankee, il camion americano familiarmente chiamato Cariazzone. Il più era metterlo in moto a magnete, con la manovella di innesco sul davanti collegata al motore che, nel vortice e nella foga dell’avviamento, fra stentati brontolii di burrasca e sternuti capricciosi di vulcani al risveglio, tante volte aveva trascinato con sé il povero Tarlück, roteandolo come una girandola impazzita, per scagliarlo poi lontano con forza, finito il divertimento e disperse, con la nube nera dello scappamento, le grida disperate delle fratture. «Metti in moto te, Tarlück, sì?»
«Metti in moto te, Babàla, vah!»
Fräulein, con a bordo Napoleone sulle inquiete alture di Waterloo, emise, fiaccata dalla neve, un lamento sgradevole da signorina con l’emicrania – spifferi ribollenti di fumo e benzina in fregolii da tutte le parti – soffocando, in piccoli rantoli, il glorioso motore teutonico, indistruttibile sebbene complicato, che si spense in un tonfo stupito tra le risa degli antichi ribelli vittoriosi.
«Oh Gott!»
Gerbasius fece appena in tempo a raggiungere saltelloni una piazzuola inclinata, mettendosi di traverso, col freno a mano tirato fino a strapparsi, il ruotone centrale che attaccava a sobbalzare su molloni e cilindri, e avrebbe demorso dopo ore. L’imperatore col pastrano giallo da cantoniere aveva preso terra disperato, battendo ripetutamente, nel discendere, contro il tettuccio ormai sfondato, correndo a braccia larghe alle portiere spatolate e alle ruote da mulino sommerse, al cofano bollente dell’iceberg e al carico verde da consegnare ai siuri assolutamente prima della cena di Vigilia, pena la perdita di tutto, e delle ambite carezze delle tremule signorine alle soglie. Ormai non si vedeva più niente intorno, né la calaia bianca, né gli argini e i pruni pendenti, né le alture sfumate immerse nel cielo grigio che era come precipitato a terra per un mancamento, e si sentiva solo il verso lontano di grossi uccelli artritici che forava a tratti il nevischio incerto sulla direzione, e il tepore sabbioso di tane asciutte piene di volpi assonnate.
«Zum Teufel!»

* * *

Alla villa segreta, i camini bene avviati scacciavano l’umido dei muri in rombi di fiamma, arrossando le gote olivastre dei convenuti che discutevano assieme a bassa voce accanto a disegni, cartine e planimetrie di banche e tribunali mentre, sui muri, venivano proiettati, al cenno del padrone di casa, foto di giudici e poliziotti, avvocati e pentiti cornuti, con cori di indignazione. Specialmente agli ultimi, si faceva finta di sparare coi pollici e gli indici a rivoltella, prima con una mano e poi con l’altra, giusto il tempo per ricaricare la prima, facendo sempre centro, tra la compiacenza e gli abbracci dell’anfitrione che trattava tutti come figli devoti e future morti bianche insieme. Li guardava poi per un istante di sbieco, si scuriva in volto e chiedeva loro, labbra a labbra, passandoli in rassegna come per un’ispezione, di cose scontate in apparenza come di mogli e figlie, genitori, parenti ed amici che ricordava tutti a memoria, con data precisa dei loro compleanni, segno zodiacale ed ascendente compresi.

***

Cariazzone, largo ed alto come una chiesa, dal colore e dall’aspetto di una cernia in agguato, sobbalzando solidale con Babàla e Tarlück che dovevano governarlo assieme – uno solo non avrebbe potuto azionare contemporaneamente tutti i comandi, i pedali e le leve necessarie – si presentò a balestre arcuate baldanzose all’inizio della salita per Monterosso, in fondo a Prato Dorano, dove cominciavano le consuete scorrerie.
«Ingrana, Tarlück!»
«Accelera, Babàla!»
Babàla affondò le gambette tra file di comandi, rilasciando ostinate leve dentate taglienti come coltelli. Infilò una mano cieca dentro al cartoccio propiziatorio ricolmo di ciccioli di maiale pressati, cercandone, con le dita che vedevano, quelli più soffici ed unti a sgranocchiarli come caramelle da sciogliere in bocca piano per una delizia letale. Accanto a quel cartoccio ne sobbalzava un altro con dentro una ciotola piena di polpette di carne profumata grondante sugo rossiccio di pomodoro rosolato, con l’impasto ruvido di sedano e di carote, con uova, formaggi e spezie, e un’altra cosa ancora.
In un fragore di giganteschi cilindri che sonnecchiavano oleosi stiracchiandosi, Babàla, e Tarlück, ad ogni buca, ad ogni asperità e sassolino, decollavano per i contraccolpi e ridiscendevano in picchiata, per ripartire ancora come astronauti russi sui sedili sfondati, i visceri in bocca e il tremolio delle lamiere ormai alla testa e ai denti, risaliti polpacci e cosce formicolanti anestetizzate, illanguidito il resto.
Babàla annaspava, imitato dal socio color vinaccia su pedali giganteschi, strapazzando le gambettine smagrite ridotte a stecchini per gli sforzi, come accusava Tarlück che nessuno aveva mai visto con morose, di risalire ogni giorno il suo donnone mai sazio a casa, immobile e silente menhir che esigeva, da solo, il tributo settimanale di una vitella svezzata per mantenersi attivo.
«Non ne ha mai abbastanza?» chiedeva di continuo stupito Tarlück per indurre alla lite.
«Di vitelle?» rispondeva distratto Babàla, asciugando il fiato sul parabrezza col fazzolettone da naso che faceva, all’occasione, da cerotto e strofinaccio per la guida.
Cariazzone l’avevano da quelle parti progettato e costruito in fretta gli americani nell’ultima guerra per chissà quale operazione, abbandonandolo e regalandolo poi perché inutilizzabile al giovane Babàla, già allora sempre al posto giusto nel momento più indicato, pieno di sigarette e stecche di cioccolato, qualificandosi, se occorreva, come partigiano di una formazione talmente segreta che nessuno aveva mai sentito nominare.
Purtroppo, la grossa cernia meccanica, concepita forse per le ampie contrade degli States, aveva il grave difetto, oltre che di voler bere più gasolio di un bombardiere Liberator, anche di avere dimensioni spropositate, con le sole gomme alte più di un uomo. Per Yankee, tutte le strade erano troppo strette, e lo si poteva utilizzare solo di notte, con non pochi rischi e con nessuno in giro che gli venisse contro, mezz’ora di tempo per frenare alla vista di ostacoli ed altrettanto per ripartire, ma irrefrenabile una volta lanciato in corsa. Allora raspava argini, aggiustava confini, potava siepi, piegando e sradicando alberi come fuscelli che abbandonava al suo passaggio a schiaffeggiare l’aria per ore, avanti e indietro, prima che si fermassero spogli.
La prima stalla comparve improvvisa, graffiata dalla neve che da secoli tentava di sommergerla, di fronte a Cariazzone. Il vecchio Yankee, che di inverni ne sapeva, la respingeva bonario, senza fatica, sciogliendola subito col calore dei suoi pistoni roventi, in uno scroscio di acque e piogge intorno che alzavano fumose nubi di condensa. Era sulla strada che da Monterosso portava a Sariano – cedevano gli argini di destra e di sinistra per i ruotoni alti più di un uomo – su picchi isolati battuti, scomparse le orme dei contadini riempite dal nevischio, niente macchine e trattori, niente luci accese, in quello sfarfallio veloce verso valle che sembrava avere rapito tutti per portarli davanti a qualche presepe.
Il vecchio Yankee accostò brontolando con passo d’elefante al portone della stalla, subito accerchiato da pulci che erano un nugolo di cagnetti bastardini inferociti, volpini e tartufoni sbucati da sotto i portici della notte, come piccoli briganti clandestini a mostrare denti aguzzi.
Babàla tirò giù il vetro della portiera rigato ed unto dalle braverie e si affacciò perfido a salutarli quali amiconi ritrovati, a rabbonirli e a chiamarli con nomignoli ridicoli che ne ampliavano la ferocia, colmandoli di polpettoni succosi alla carne rosolata con spezie e verdure e grasso fino ed un’altra cosa ancora. Non avevano ancora toccato terra quei bocconi che i cagnolini, subito verdastri, erano già irrigiditi, coricati di schiena e zampe all’aria, e sembrava che volessero palleggiare nei loro fremiti convulsi e nei loro scatti col cielo, un’invisibile pioggia di piatti da roteare e rilanciare verso l’alto, quattro alla volta in successione, come per i funamboli del circo che non ne rompevano mai uno.
Tarlück e Babàla scesero da Cariazzone, con un salto di oltre due metri che ogni volta li trovava impreparati e li infossava puntualmente, rimpicciolendoli piagnucolosi, e che scioglieva la neve attorno come un falò di carnevale. In un attimo il vecchio Yankee dischiuse il suo portellone posteriore che all’interno era braccio meccanico, carrucola di sollevamento, scala mobile e stalla insonorizzata, ed un minuto dopo, saltati lucchetti e catene come taralli, manzi e vitelle con Silvano, il toro da monta un po’ vecchio e stordito, salivano pacifici e fiduciosi, quasi senza accorgersene, verso il ricovero natalizio che li ingoiava per sempre in un viaggio di trasferimento molecolare per una moderna arca di Noè. Intanto che Tarlück inscenava complicate cerimonie d’accoglienza, con saluti ed inchini generosi, Babàla, incerto sulle gambettine spolpate, contava i chili e valutava i tagli, affettando l’aria ad occhi chiusi, separando i pezzi da brodo e le costate, le tasche e le pernici, gli arrosti e i traversini, i nodi e i nervetti, per finire con trippa e fagioli.
La scala mobile, terminata la passerella di manzi, vitelli e fattrici rassicurate da Silvano, risalì silenziosa, ritirandosi con carrucole e cavi che scorrevano elastici; il portellone che si richiuse con scatti progressivi di sicure che non avrebbero lasciato uscire nemmeno i pensieri.
Cariazzone si mosse adagio affrontando la discesa ripida di Monterosso che temeva più delle aspre scalate, prendendo a sobbalzare per le buche che la neve aveva riempito e nascosto e che le ruote alte trovavano e ingigantivano coi loro molleggi di balestre fino alla cabina tintinnante, in un moto sussultorio di viti, maniglie e cerniere, con aste e leve che si sdoppiavano nelle vibrazioni, e non si sapeva mai bene dove erano, né da dove cominciare per prenderle.
In quel complesso ondo-sussultorio, ciccioli e polpettoni salivano e ricadevano animati dai loro cartocci – Babàla e Tarlück impegnati trepidi ai pedali e alle leve che rispondevano con comodo – e si mischiavano e si scambiavano di posto in un’alternanza e in un rincorrersi di profumi e di fragranze senza fine che dicevano mangia mangia senza pensieri, e non si sapeva ormai più quali erano i ciccioli e quali i polpettoni.
La seconda stalla, superati I Franchi, apparve ai macellai da lontano, per il vento che aveva cambiato direzione, sollevando il nevischio e deviando i suoi vortici verso Riglio e Veggiola, e la indicavano con le dita bigiunte verso i cristalli gelati, rapaci come quelle dei bruti di Attila affamati verso gli indifesi monasteri di clausura.
Babàla e Tarlück facevano conti, tagliavano polpa e confezionavano cartocci sanguinolenti, e sussultavano atterrando e ripartendo sui sedili sfondati, scambiandosi ciccioli e polpette d’incoraggiamento, polpette e ciccioli, e a tutti e due si fermò poltiglioso improvviso il boccone in gola, e si guardarono stupiti e distrutti, sputando contro i vetri le briciole dell’ingordigia punita.
Il rombo improvviso dei pistoni impazziti senza più controllo di Cariazzone irruppe per la strada della Costa, il vecchio Yankee da un cantone all’altro senza guida, i due a sputarsi in faccia e a cacciarsi a vicenda le dita in bocca per liberarsi prima che fosse troppo tardi, a riempirsi di nomi e di ingiurie Te e i tuoi ciccioli e chi li ha fatti; sputa e vomita; ma non ci riesco; se non ci riesci muori; fatti venire in mente cose schifose come ratti e lumaconi, rospi e lombrichi; ma così è peggio che morire; allora arrangiati.
A Babàla che un po’ guidava, un po’ sveniva e un po’ si affacciava smunto dal finestrino controvento lordando la calaia – tra leve e comandi c’era ormai un lago vischioso che legava come mastice scarpe e pianale – venne in mente la salvezza racchiusa nella stalla appena intravista, e dette una gran pacca a Tarlück che ad occhi sbarrati deglutiva di continuo invece di espellere, con della saliva verde che gli schiumava di bocca come bolle di un rivoluzionario detersivo biologico. Cominciò a balbettare di virtù del latte contro i veleni e dei tanti che aveva conosciuto che si erano salvati, in passato, per una scodella di quel liquido miracoloso ingiustamente odiato. Anche Tarlück nel suo sonno epilettico annuiva e ripeteva tra le bolle, per la prima volta nella sua vita alcolica, la terribile bestemmia che l’aveva sempre visto fuggire sin dalla culla: «Latte, latte…»
Arrestarono i due intrippati il vecchio Yankee, portando tutte le loro forze alle leve dentate e alla messa in folle, lasciandosi poi cadere come sacconi fuori dalle portiere, per trascinarsi carponi, fra la neve, sino alla stalla dimenticata aperta nella foga natalizia. Li accolse l’umido respiro e il ruminio sorpreso di file ospitali di manzi ingrassati, con in fondo l’unica mucca che era la nonna di tutti quanti e la fonte fidata per il latte di casa; fortunatamente un’olandese di buon comando, perché una giovane svizzera, di sicuro, non avrebbe permesso tanto. Le si avvicinarono ginocchioni come al tempio di Minerva Medica di Travo, vestendola di complimenti e portandosi fra lo stallatico fresco che cedeva lieve e fumante, sotto le sue mammelle protese che già si gonfiavano rosee per la mungitura dell’alba di Natale. Ne cercarono avidi i capezzoli grossi e turgidi come bottiglie, e cominciarono a premerli per ogni dove, dirigendosi schizzi bollenti e cremosi negli occhi e sulle guance, e poi in bocca, finalmente centrate e riscoperte mugolanti. Inghiottirono quella salvezza dolciastra che attaccava e disperdeva la patina verde della lingua, ricacciando i veleni, ridotte le grosse bottiglie a raggrinzite appendici da nulla. Li osservavano, curiosi e insospettiti, i manzi testoni con le loro grosse orecchie aperte ad antenna, gli occhi allarmati, le lingue tese come a captarne gli umori e gl’intenti, felici i giovani vitelli inesperti di ladri, che saltellavano ai nuovi arrivati, facendo festa a briganti come a ritrovati fratelli di latte.
Babàla e Tarlück uscirono dalla stalla, tastando e seguendo i muri malfermi, come ciechi ubriachi, fradici e impiastricciati, ricoperti di latte rappreso, stallatico e paglia fresca che un macellaio, vedendoli così, li avrebbe di sicuro confusi con altre bestie, sparando loro in testa senza pensarci due volte, con la pistola a punzone per non farli patire.
Li accolse, restituiti alla vita, il vento impetuoso della Costa che passava i muri e che gelò i sudori malsani, disperdendoli, e il nevischio fitto ed il buio ormai alleati che ridisegnavano argini e costoni, caricavano ancora piante ingobbite che scoppiettavano per il peso, e colmavano canali dove precipitare vecchi sorpresi.
A bordo di Cariazzone, che il calore del motore faceva profumare di granaglie e di crusca, di melica e di farina finita ad arrostire tra condotti e guarnizioni mai raggiunte, i manzi e i vitelli soggiornavano sereni scalpicciando sul pianale, attenti a non fare danni come in un salotto nuovo di cui andavano alla scoperta, annusando e leccando tutti gli angoli nascosti, rovinando tutti di lato, uno sull’altro nelle curve.
I due soci montarono in cabina, risalendo dai perni delle ruote fino ai copertoni chiodati e da lì al predellino di scalata fino alle maniglie delle portiere, e si infilarono all’interno come vermi disarticolati in fuga da una foglia ripida prossima a staccarsi.
«Andiamo a casa, Babàla?»
«Andiamo, Tarlück!»
Il vecchio Yankee bollente, col motore infine a regime, brontolò contrariato per la notte brava terminata troppo presto, protestando per i suoi cilindri infuocati accesi per così poco, e ripiegò tuttavia in ritirata verso la china di Sariano, per ubbidire comunque agli ordini di ufficiali pusillanimi. In fondo a quella discesa c’era il grande spiazzo abbandonato delle ortiche e delle razze che il gelo dell’acqua aveva devastato, e dove la grossa cernia meccanica avrebbe potuto girare con calma, ritornando al sicuro verso il portico segreto di Prato Dorano.

* * *

Gerbasius vorticava disperato attorno a Fräulein, che aveva appena finito di sussultare spegnendo l’ultimo fastidioso cigolio, e calciava le portiere e i ruotoni possenti che lo respingevano atterrandolo, scambiando i suoi insulti per scherzi, e rimbalzandolo nella neve come per un gioco di bimbi testoni.
«Ragioniamo, pensiamoci su, stiamo calmi!» si spremeva inutilmente Napoleone nella tetra notte di Waterloo, con un accendino nordafricano che gli bruciava le dita, chino nell’abitacolo sotto lo sterzo, imprigionato tra leve e manopole dalle funzioni maligne in germanico, targhette nere dappertutto con simboli di teschi e fulmini, scintille e scosse e pericoli d’ogni genere. Ormai aveva provato tutte le possibili combinazioni per ripartire: girava la chiave d’accensione e tirava la manopola dell’aria, chiudeva l’aria e dava arricchimento, tirava aria e arricchimento e girava la chiave, e adesso aveva legato i pomelli dell’aria, dell’arricchimento e quello della scintilla col fulmine impresso, tirati i fili e girata la chiave.
«Glo, glo, glo…» slittava pesante il motore a freddo senza un filo di fumo, le batterie Walküren ormai scariche, la punta delle dita quasi bruciate. Gli cadde, in quella selva metallurgica dei Krupp, l’accendino tra i pedali, e si piegò nel buio a ricercarlo, sempre a un dito dal prenderlo, a stirarsi come un lombrico, imprigionandosi ancora più a fondo e precludendosi il ritorno. Alla luce accecante dell’ultima fiammellina rossastra rimasta – gli accendini li vendevano ormai mezzo vuoti, quei ladri – Gerbasius vide un minuscolo pomello quasi nascosto, saldato dal tempo alla lamiera, con accanto la targhetta severa che ammoniva Verboten seguita dalla scintilla, dal fulmine e dal teschio sorridente dalle tibie incrociate. Rimase coricato sul pianale, con una mano allungata a tirare il pomello e con l’altra verso l’alto, a cercare nell’aria la chiave di accensione che girò per il contatto, tanto per non lasciare nulla d’intentato.
Un boato e una cometa illuminarono a giorno la salita verso la costa di Sariano, scostando e sollevando per un istante, in un fragore di cieli violati, la coltre delle nubi basse, e disperdendo a vampata il nevischio attorno come minute schegge di una deflagrazione cosmica.
Le portiere mitragliate di Fräulein si erano richiuse di botto, serrandosi come dentiere per la partenza improvvisa. Matta quella di sinistra acchiappò Gerbasius per le scarpe – salve le dita per miracolo, rattrappite appena in tempo – lasciandolo a sbattere tra comandi e pomelli, teschi e scintille, mentre la camiazza ormai immersa nel solco della calaia procedeva da sola, tra gli argini laterali che le facevano da guida e da rampa, col rombo torbido di una V2 diretta a Londra.

* * *

Babàla e Tarlück, ormai quasi in fondo alla discesa della Costa, videro sgomenti un bagliore di saetta che risaliva la collina di fronte a loro e che sembrava dirigersi, con la punta, proprio verso Cariazzone, individuato come bersaglio da una sorta di missile a ricerca automatica di ciccioli e di calore. Cominciarono a darsi di gomito allarmati e a saltellare come putelle sui sedili sfondati, incapaci di parlare, abbracciandosi alla maniera delle comari in lutto.
«Oh Signur, oh Signur!»
«Signur, Signur!»
Sterzarono disperati, col volante largo come una giostra, per sottrarsi a quella ricerca – ci volevano dieci giri per spostarsi di un grado – frenando di colpo sulla neve aspra con tutte le loro forze, impegnando leve e pigiando allo spasimo pedaloni sui quali occorreva premere con tutto il peso, mani contratte ancorate allo sterzo per resistere. Ottennero, per gli sforzi congiunti premiati, di staccare all’istante Cariazzone da terra nel blocco improvviso delle ruote, così trasformato nella slitta di Babbo Natale che volava nel nevischio della sera sopra lo spiazzo delle razze, leggero ed aereo come una carrozza di renne fatate. Incontrò, saettante in salita, la V2 diretta a Londra che emergeva in un tuono prorompente sul crinale della costa, in un ribollio sinfonico di timpani e tamburi, oboe e tromboni che cresceva al galoppo, tra infuocate e malevoli valchirie, alla processione degli eroi.

***

«Dei del Walhalla!» supplicava Gerbasius germanizzato, prigioniero cieco di quel missile in salita, finalmente libero dalle scarpe sfilate dopo tanto roteare, nei colpi e contraccolpi subiti per gli ostacoli abbattuti, tutte le leve divelte i pomelli rasati sparsi a terra.
I due titani si toccarono appena, incontrandosi e unendosi di lato, tra scintille teutoniche e stelle americane, riconoscendosi subito nemici di vecchia forgiatura ancora senza confronto, neanche da accostare per scherzo ai tollini italiani buoni per l’Africa, l’Albania e le reni deboli della Grecia. La loro energia si fuse per aria staccando portiere e portelli, pianali e stalle insonorizzate precipitando, come bombe biologiche scure, Gerbasius con Babàla, e Tarlück novelli nibelunghi, nello spiazzo soffice dei rovi che li aspettava da sempre. Accanto a loro, manzi e vitelli stralunati, a gambe larghe, muggivano, cadevano e si rialzavano zoppi, sparendo doloranti nella notte, inseguiti da una pioggia di lapilli infuocati e scoppiettanti di ginepri, agrifogli e pungitopo che bruciavano vivi, friggendo l’aria gelata di resine natalizie preistoriche. Insieme, più cupi, Camiazza e Cariazzone si unirono appaiati nel rombo in quel volo di guerra, per un’unica meta suicida, verso gli argini di pruni e i tetti sottostanti dei portici in rovina, i tralicci fantasma e i grossi cavi ricurvi dell’alta tensione diretti a Genova, come due dirigibili in discesa verso l’impatto, motori al massimo e prua sui tetti di una villa nuova.

* * *

«A cosa vogliamo brindare» chiese l’anfitrione alla villa segreta dai muri roventi, e mise la mano all’orecchio come per distinguere un sibilo d’asteroide in avvicinamento da un’anonima risposta insolente del retto da punire subito con la morte.
Camiazza e Cariazzone tranciarono assieme tutti e sei i grossi cavi dell’alta tensione diretti a Genova, che ricaddero a sferza sulla villa, ritirandosi in nastrini attorcigliati d’inaugurazione per qualche asilo infantile, presente il vecchio senatore.
File di scintille azzurrastre si accesero saltellando e rincorrendosi sui reticolati e le ringhiere, i cancelli, le siepi e le reti, i balconi e le antenne, gli antifurti e i parafulmini, con lampi di metalli in fusione ed archi voltaici che penetravano ingordi nei serbatoi squarciati di Cariazzone e ancora verso il cuore nascosto di Fräulein che custodiva l’arma segreta inventata troppo tardi.
Una grande vampata si accese illuminando la sera come per l’atterraggio segreto di navi aliene. I due vecchi nemici, esaurita la spinta, caddero sui tetti nel centro perfetto della grande villa, affondando ribollenti come biscotti nel latte caldo di tegole e capriate, tenere brioche immerse verso soffitti e controsoffitti, sale e saloni, biliardi e palestre con piscina, violando bagni ed alcove, disperdendo vocianti ed ignude signore internazionali.
Fräulein, ormai spenta, aveva trasfusa, ingigantendola, la sua forza in quella ingovernabile di Cariazzone, che, a due anime, continuava a girare i suoi ruotoni in mezzo alle fiamme come nulla, ad arrampicarsi tra pareti che spostava ed abbatteva, risalendo muri e ridiscendendo da altri. Impazzito per le ustioni e per il respiro, nei suoi dodici carburatori in fila, di quella micidiale polverina bianca che aleggiava come nebbia fitta per lo squarcio di sacconi colombiani, altri ne ricercava e ne scovava terrorizzati nei pertugi segreti, soffocandoli in piccoli scoppi fumosi da niente.

***

L’anfitrione e i picciotti correvano a rotta di collo nei cunicoli sotterranei che davano in salvo sugli spiaggioni dei Baggini, inseguiti da lingue di fuoco, precedute da gasolio zampillante che fluiva veloce, sempre ad un palmo dai piedi.
«Cornuti, figghi de buttana, ladri!»
Si incontravano e impattavano, insultandosi nei cunicoli di fuga verso i Baggini, figure annerite che prima erano di coccolate signore dalla fine pronuncia internazionale ed ora di volgari puttane strattonate, di grassi picciotti e capetti e smilzi contabili in mutande arrotolate, giarrettiere e calzini ad elastico con dentro poco o niente, rincorsi da rotoli di lire e dollari, marchi e franchi in fiamme che parevano grosse micce accese alla ricerca di una santabarbara. Tutto di sicuro era opera di traditori, di venduti ai giudici in carriera, di pentiti ripentiti risparmiati per troppa bontà e che sarebbe stato meglio aver sciolto subito.
Il fiume di nafta e le lingue di fuoco raggiunsero i cassettoni che sapevano di cera, di bombe e di razzi, di scovoli e di cartucce per cinghiali e Cariazzone brillava in mezzo a quel rogo, sacrificato per sempre con le sue gomme in fiamme alte un uomo e ormai ferme. Attorno, colavano le vetrate nere come catrame filante, e quel che rimaneva della villa crollava su se stesso sbriciolandosi in bianche e preziose polveri afgane contro ogni pena.
Il centro del falò sembrò sollevarsi per una gigantesca eruzione, e tra sibili e scoppi partivano razzi e pallini da cinghiale, bombe a frammenti, chiodi e bulloni, accompagnati, in ricaduta, da una soffice farina bianca ibrida, cremata ed inerte, che medicava pietosa tutte le piaghe di quei ladri d’inverno.
Acri fumi azzurrini alla coca avvolgevano a ondate lo spiazzo, portando tossici sorrisi di sbieco nel sussulto di facce sperdute. In quelle ombre rossastre altalenanti comparve, tra pruni e razze stecchite, immenso e possente, il manzo Silvano da monta che li guardava come un dio babilonese adirato, con tutte e quattro le gambe piantate vigorose come su di un trono infuocato di ori roventi, le corna che luccicavano, e gli occhi spietati di brace, il muso schiumoso contratto nella lettura della condanna in arrivo. S’abbracciarono i reprobi pentiti troppo tardi, arrendendosi circondati all’inferno e al suo inviato babilonese, con pietose genuflessioni ed inchini che Silvano accoglieva come oltraggi, con sbuffi potenti di vapore alle nari, prima di partire alla carica testa a terra, sguainata e minacciosa per il gran riverbero, tutta la potenza generatrice.
Da Sariano e dai paesi più in basso si guardava verso le cime invisibili della Costa delineate dal frastuono, dove c’era gente curiosa che non poteva aspettare come gli altri la mezzanotte per la festa e i fuochi, e che lanciava, a brevi intervalli, insensate grida anticipate di giubilo assieme a inspiegabili urla selvagge da bande cittadine.
Tutti gli anni era così, ma stavolta c’entravano di sicuro anche i soliti milanesi giunti alle loro ville trovate senza addobbi, scoperte svaligiate e disonorate, piene di cocci e bottiglie vuote e scritte oltraggiose per le vecchie mogli cariche d’oro antico. Svenivano quelle signore una dopo l’altra, con tonfi, alla vista di tanta devastazione e dei nomi e dei segni coi quali erano state ritratte sui muri; pareti da far subito abbattere, inutile imbiancarle e ridipingerle, che l’oltraggio profondo sarebbe stato solo nascosto, lasciandolo vivo a richiamarne altri. I mariti, tutti eroi dell’impresa ed esempi del lavoro, invocavano concitati, con telefonini ronzanti, polizia e carabinieri che non potevano essere dappertutto, e leggi tribali o la forca per i ribaldi, o forse, meglio ancora, l’impiego forzato alle loro dipendenze nelle fabbriche di città.

***

Gerbasius aveva intanto preso timidamente ad allontanarsi dallo spiazzo infuocato e a saltellare, con colpetti ad archi da canguri sempre più alti e ampi, sino a innalzarsi nella notte, sopra rovi in fiamme e pruni fioriti d’incanto seguito, a balzelloni più grevi e sbilenchi che via via acquistavano grazia e velocità, da Babàla, e Tarlück, verso le rive dei Baggini. Molleggiavano anche loro dolorosi, infossandosi e riallungandosi come bruchi a fisarmonica, partendo e ridiscendendo nella china farinosa, per rotolare poi senza freni verso il Rosello gelato.
Si trovarono, tra piccoli crepitii di lastre di ghiaccio infrante, nelle acque serene e leggere che scendevano da Prato Dorano, accorgendosi assiepati in un girone di colpe dimenticate, tra capetti e picciotti infuriati e contabili servili che li guardavano biechi, con bombe a mano al posto degli occhi socchiusi nell’accusa, e li indicavano, giustiziandoli sul posto, con le grosse dita annerite a forma di Beretta. L’anfitrione non faceva in tempo ad emergere da quelle terme natalizie che un nugolo vociante di signore discinte lo sospingeva subito sotto, sommerso da un coro disordinato di volgarità internazionali.
Irruppe, nel buio, Silvano trafelato ed irsuto, la coda alzata a lancia, a muggire verso l’alto per l’abbandono e il tradimento; non una manza in giro, non una vitella grassa attorno. Avanzava così, una pozza infranta dopo l’altra, come un rompighiaccio sovietico, verso quel gruppo di anime perse che si abbracciarono atterrite, per una volta solidali, indietreggiando a palizzata storta in caduta.
Altre grida proruppero nella notte, stavolta più sottili e isteriche di donne da poco, già ubriache, ed altre più cupe di magnaccia spietati che volevano soldi, coltelli affilati alla mano.
Di sicuro, dovevano esserci di mezzo bande di albanesi e di marocchini che gl’importava assai del Natale, arroccate agguerrite nei casolari desolati delle cime, novelli fortilizi del Male.
«Ecco a cosa siamo ridotti, ecco cosa capita a non volere fare figli e a godersela!» osservavano rossi di calore e vino novello i vecchi contadini delle stalle al sicuro e ben chiuse, raffigurando a gesti la pena della campagna morente. E guardavano alle figlie colpevoli, sterili per gioco, riunite a cena con generi silenti senz’appetito e senza vita, tutta cultura a bocconi e buonismo a scrocco: «Ecco a cosa siamo ridotti; siamo ridotti che qui hanno dovuto inventare il Viagra, mentre a noi davano, inutilmente, bromuro a scodelle!» E si alzavano generi con bottiglie in mano tese come asce, e spose tranquille li raggiungevano appena in tempo, a dire che erano proprio dei bambini e che in fondo era tutta una provocazione dettata dall’invidia dei vecchi, che si ostinavano ancora: «Siamo ridotti che neanche la Notte Santa si può più stare tranquilli, e che avanti di questo passo saremo consegnati legati mani e piedi a tutti gli…»
Ma furono zittiti, a gesti, da mani sapienti che chiudevano rapide anolini, e tiravano sfoglie e impastavano ripieno fin dentro le vere fedeli di mogli tonde e tolleranti, che erano in arrivo Abdul ed Assan, gli zampognari marocchini di Marrakech, millo liro tre note, e poi dare ancora.
Con le pive delle zampogne gelate, mammelle di capra gonfie e pelose, note mediorientali entravano nelle case profumate, da non sentirsi cattivi quella notte.

[tratto da Maurizio Rossi, Mille non più Mille, Tip. Le. CO., Piacenza 1998.]

13 Responses to Ladri d’inverno

  1. Daniele Ventre il 16 maggio 2006 alle 17:55

    Ho esitato a lungo a lasciare un commento sotto quest’ottimo racconto di Maurizio Rossi, che già conoscevo per altra via. Ho esitato di proposito, per vedere fino a che punto sapesse essere autolesionista l’uditorio (fruitorio) telematico che aleggia su Nazione Indiana. Il mefitico intervento violento di un Zizzi, con le sue ovvietà sbandierate in un linguaggio oscuro (e non privo di qualche evitabilissima ruditas orrografica), ha suscitato acri commenti e scoppi di calembours pirotecnici, e si è addirittura meritato il tentativo di mediazione dell’autore di “Neuropa”… Qui abbiamo il limpidissimo racconto breve di un autore che inutilmente personaggi meritevoli di ogni stima, come lo stesso Antonio Pane, hanno tentato di portare all’attenzione della cieca e sorda editoria italiana. Ma sembra che si sia troppo inclini a preferire la disputa fra colleghi, all’ascolto di qualcosa di veramente nuovo. Temo allora che la mediocrità diffusa, fatta di lezioncine mal digerite, che troppo spesso si leggiucchia con occhio desultorio, noi ce la meritiamo fin troppo, chers fils…

  2. Andrea Raos il 16 maggio 2006 alle 18:24

    In quanto postante mi imbarazzava essere primo commentatore, per cui doppiamente grazie, Daniele Ventre, che mi hai tolto le parole di bocca.

    Anche se va sempre ricordato che, su NI (non so altrove), commentatori e lettori sono due specie diverse, che quasi non comunicano (e i secondi, sembra, più numerosi dei primi).

    (E questo racconto, benché “breve”, era magari un po’ lungo per una lettura a video. Insomma, magari ho sbagliato io, chissà).

  3. qp il 16 maggio 2006 alle 22:05

    a NI dovreste cambiare qualcosa: ridurre i post, creare scomparti (tipo: testi, corrida ecc.)…
    se no i migliori si ritirano sull’ape NI, no?

  4. db il 18 maggio 2006 alle 20:03

    ora che mi sono tirato su, dirò: per me, questo è il miglior racconto che ho letto su NI (non li ho letti tutti). Che resti così négligé, può dipendere da tante cose, compreso il cognome, così comune. Al qual proposito ricordo che Paolo Rossi, il comico, mi raccontò che in Marocco a Mondiali 1982 appena conclusi un poliziotto gl’intimò di esibire i documenti: guardò, riguardò Paolo, e stupitissimo sbottò: “Ma sei il fratello?”

  5. Daniele Ventre il 19 maggio 2006 alle 14:02

    Abbiamo anche un Tiziano Rossi poeta. L’edizione degli elefanti Garzanti poesia non è stata impedita dal nome…

  6. O' lindo il 19 maggio 2006 alle 14:23

    E pur mi sento nel cervello anch’io, qualche cosa che vive e che lavora, e pur quest’aura che il mio corpo sfiora, l’alito par dell’agitante Iddio! Talor, cedendo a’ sogni miei, m’avvio per floridi sentier che il mondo ignora; salgono i canti alle mie labbra allora e spero e credo nell’ingegno mio. Ma quando il dubbio mi risveglia, quando via per la nebbia del mattin tranquille sfuman le larve che seguii sognando, con le man mi fo velo alle pupille e mi guardo nel core e mi domando: sono un poeta o sono un imbecille?

  7. Daniele Ventre il 19 maggio 2006 alle 16:56

    Enigmatico sarcasmo…

  8. db il 19 maggio 2006 alle 20:15

    l giorno 6 del mese di febbraio dell’anno 1954, nella cittadina toscana di Orbetello, nasceva il figlio primogenito di Gianfranco Rossi, operaio tipografo ivi trasferitosi per motivi di lavoro da Sinalunga, centro agricolo ed industriale sulle colline senesi; la madre del bambino, Floriana Pozzi, era nativa di Massa Marittima, città maremmana di grandi tradizioni storiche ed artistiche. All’età di quattro anni, esattamente il 21 febbraio del 1958, Maurizio seguì la famiglia nel suo ritorno a Sinalunga, dove il padre, non sentendosi appagato dalla sua condizione di operaio dipendente, aveva deciso di trasferirsi per impiantarvi una nuova attività privata di imprenditore; nacque così una delle aziende più fiorenti e razionalmente condotte dell’intera Valdichiana senese, la “Tipografia Rossi”, che ancor oggi, dopo 47 anni dalla sua istituzione, gode di ampio credito ed altrettanta buona fama, sotto la guida dell’ancora attivissimo Gianfranco (80 anni) e degli altri suoi due figli fratelli di Maurizio, che rispondono al nome di Franco (45 anni) e Fausto (40 anni). Nonostante le buone prospettive fornite dall’azienda di famiglia, Maurizio aveva una diversa vocazione e seguì perciò altra strada. Già all’età di cinque anni, infatti, sapeva correttamente leggere, scrivere e far di conto; già a quell’età, per di più, suo passatempo quotidiano non erano i giocattoli consueti dei bambini, ma i quaderni, i libri e le enciclopedie. Al suo ingresso nella scuola elementare della Pieve di Sinalunga (1° ottobre 1960) la maestra, con grande suo stupore, si accorse degli eccezionali progressi da lui compiuti e richiamò la madre, subito il primo giorno, per informarla di un caso da lei mai riscontrato prima nella sua già pur lunga carriera. Dopo la scuola dell’obbligo, Maurizio prosegue gli studi al Liceo Classico “A.Poliziano” di Montepulciano, lo stesso in cui, dopo gli anni dell’università, tornerà come docente. In quegli anni comincia a sorgere in lui la passione per gli studi classici, che coltiva anche in privato anticipando i programmi scolastici: durante l’ultimo anno di corso infatti (1972/73), riprendendo uno spunto fornito dal professore di greco, compie un lavoro analitico sull’Alcesti di Euripide, inedito ma tuttora esistente, con commento e lessico della tragedia. Gli studi liceali si concludono nel 1973 ed il relativo diploma viene ottenuto con il massimo dei voti (60/60). Iscrittosi all’Università degli Studi di Firenze, il nostro entra ben presto in contatto con il gruppo di studiosi aggregati alla cattedra di Letteratura greca, di cui era a quell’epoca titolare il prof. Adelmo Barigazzi (1913-1993). L’attività di ricerca vera e propria, iniziata in quegli anni, porta alla pubblicazione nel 1977 del primo articolo scientifico, riguardante un papiro di Menandro, sulla rivista “Prometheus” fondata nel 1975 dallo stesso Barigazzi. Il 15 marzo del 1978, il giorno antecedente al rapimento Moro, Maurizio si laurea in lettere classiche a pieni voti (110/110 e lode) presso la Facoltà di lettere dell’Università di Siena, in cui si era trasferito per motivi logistici. La tesi di laurea, tuttora inedita ma utilizzata da più studiosi per le loro pubblicazioni, è un’edizione critica (introduzione, testo e commento) della Samia di Menandro. Relatore è il prof. Alberto Borgogno, controrelatore il prof. Guido Paduano, grecista di fama internazionale. Dopo la laurea ed il servizio militare prestato in Aeronautica, Maurizio riprende gli amati studi classici e continua a pubblicare saggi e recensioni su importanti riviste italiane e straniere. L’obiettivo professionale è, come ben si può immaginare, l’ingresso nel mondo universitario in qualità di ricercatore o “borsista”, come allora si diceva; ma purtroppo, benché non manchino né la volontà, né la preparazione necessaria, né tantomeno i titoli, il nostro resta fuori dall’ambiente accademico. Causa primaria dell’esclusione, al di là della penuria dei posti disponibili e della demagogica volontà dei governi di allora di sistemare nei ruoli i cosiddetti “precari”, è l’indole piuttosto fiera di una persona che non accetta compromessi, che non sa piegarsi a fare il portaborse, che non vuole baciare la mano di nessuno, meno che mai quella dei “baroni” cinici e arroganti, veri e propri cardini di un sistema corrotto e clientelare che è purtroppo ancor oggi vivo e operante. Svanito il sogno universitario, nondimeno prosegue immutato l’interesse primario per la cultura classica e letteraria in genere. Dovendo però, ovviamente, provvedere anche al proprio sostentamento economico, il nostro accetta di lavorare temporaneamente nell’azienda paterna come fotocompositore finché, nel gennaio 1980, viene chiamato dalla Preside del Liceo “Poliziano” di Montepulciano (il suo liceo!) per una supplenza di una settimana nel biennio ginnasiale. Inizia a questo punto il lungo iter…

    (continua)

  9. O' lindo il 20 maggio 2006 alle 12:18

    … ! : !! : =?

  10. Daniele Ventre il 20 maggio 2006 alle 14:59

    Mi ricorda qualcuno (un po’ men bravo)

  11. Miku il 20 maggio 2006 alle 16:16

    Chi?

  12. db il 20 maggio 2006 alle 23:44

    Al di fuori dell’ambito lavorativo il prof. Maurizio Rossi conduce un’esistenza piuttosto ritirata, suddivisa tra gli studi e gli impegni di famiglia: come tutti i padri degni di questo nome, infatti, egli dedica le dovute cure all’educazione ed alla crescita dei suoi due figli, Alessandro (nato nel 1988) e Costanza (nata nel 1989), che ormai sono anch’essi studenti liceali e stanno attraversando il difficile periodo dell’adolescenza, da sempre critico ma oggi reso ancor più problematico dagli allettamenti e dai falsi valori inculcati dalla società moderna. Di lui si potrebbe dire quel che Orazio dice di Mecenate (si parva licet componere magnis), cioè che è persona paucorum hominum, di pochi amici. Questa sua caratteristica non deriva da un carattere scontroso e solitario, bensì da un concetto di amicizia molto elevato e da una visione del mondo diversa da quella comunemente invalsa nella società contemporanea, che identifica il tempo libero con il puro e semplice divertimento materiale; amicizia significa invece comunanza di sentimenti e di interessi, anche e soprattutto culturali, proprio quelli cioè che ben poche persone oggi possiedono ed esercitano, a prescindere dal titolo di studio conseguito. Il prof. Rossi considera valori importanti e prioritari l’onestà, la sincerità, il senso del dovere ed il rispetto per le opinioni ed il modo di essere altrui; questi egli cerca di trasmettere ai propri figli ed ai propri alunni, anche a costo di apparire una persona di altri tempi. Non sempre il dialogo ed il confronto con gli altri risultano per lui agevoli, a causa soprattutto della sua tendenza a manifestare apertamente il proprio pensiero; è questo un tratto caratteriale che, pur a volte apprezzato, rischia in altri casi di provocare antipatie e risentimenti. Tra le diverse occupazioni, il lavoro e la famiglia assorbono, come già detto, la maggior parte della sua vita. Nel tempo libero egli ama viaggiare sia in Italia che all’estero; ciò peraltro corrisponde ad un innato desiderio di conoscenza e non significa certamente adesione all’abitudine oggi invalsa di girare per il mondo a scopo di puro divertimento. Gli sono gradite anche le passeggiate all’aria aperta a contatto della natura, in luoghi possibilmente privi di automobili e di largo concorso di persone: il pensiero costruttivo e la concentrazione richiedono infatti silenzio e tranquillità, che sono beni non certo ottenibili in luoghi come stadi, locali di ritrovo e spiagge affollate, ove risuona incessante il lugubre squillo dei telefonini cellulari. Per gli hobbies e gli altri interessi del nostro si veda ad es. il racconto qui sopra.

  13. Palasherlock Holmes il 21 maggio 2006 alle 22:10

    Il signor O. Lindo è un copione! Quello che si conclude col verso «sono un poeta o sono un imbecille?» è un sonetto di Olindo Guerrini (1845-1916), alias Lorenzo Stecchetti, col quale pseudonimo il Guerrini firmava le prefazioni a libri di versi suoi ch’attribuiva ad altri: per es. in “Postuma” fingeva d’aver raccolto i versi del cugino defunto, e se andate in quest’altro punto di Nazione Indiana – https://www.nazioneindiana.com/2006/05/16/la-restaurazione-3/ – troverete un intervento di C. Delenda (alias O. Lindo?) in cui si riporta pari pari “La bicicletta”, dalle “Rime” della fantomatica Argia Sbolenfi (altra creazione del Guerrini), il quale volume caverete per intero dall’indirizzo http://www.gutenberg.org/files/17847/17847-8.txt :P



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