1 recipiente di parole

22 settembre 2006
Pubblicato da

di Bernd Rauschenbach

traduzione di Domenico Pinto

Arno Schmidt nasce ad Amburgo il 18 gennaio 1914, secondo figlio del sovrintendente di polizia Otto Schmidt e di sua moglie Clara. Cresce insieme alla sorella Lucie, più grande di lui di tre anni, in una abitazione di due stanze nel quartiere operaio di Hamm. È un bambino estremamente miope, poco socievole ma pieno d’immaginazione, che si rifugia – avendo già imparato a leggere in età prescolare – nei mondi letterari di Jules Verne e Karl May.

Nel 1928 muore il padre, e il resto della famiglia si trasferisce a casa della nonna di parte materna a Luban, capoluogo della Bassa Slesia. A Görlitz, situata venti chilometri a ovest, Schmidt frequenta il liceo scientifico, dove si diploma nella primavera del 1933. Pur se i buoni voti ne consiglierebbero la prosecuzione, per motivi economici non sarà possibile pensare agli studi, e lavoro in quel momento, all’apogeo della disoccupazione, non se ne trova; soltanto un anno più tardi diviene apprendista di commercio (poi contabile di magazzino), in una fabbrica tessile nella vicina Greiffenberg. Lì conosce la segretaria Alice Murawski, nata nel 1916; si sposano nel 1937 e si trasferiscono a Greiffenberg nel 1938, in un piccolo alloggio aziendale. Le poche fotografie rimaste di questo appartamento mostrano in particolare scaffali colmi di libri.

Dopo aver già da studente scritto poesie e abbozzato un poema epico, Schmidt comincia a comporre, per la moglie, racconti di spiriti della natura sullo stile di Tieck, Hoffmann e Fouqué, da lui ammirati; esercizi per le dita storicizzanti, senza valore letterario, che nulla lasciano intuire della coercizioni della realtà nazista intorno all’autore – cosa che non cambia quando Schmidt viene chiamato in artiglieria nel 1940, per prestare servizio come furiere in Alsazia e in Norvegia. È solo nelle ultime settimane di guerra che Schmidt giunge fra le truppe combattenti sul fronte occidentale, dove viene fatto prigioniero. Viene rilasciato già nel dicembre del 1945, poiché gli Inglesi hanno un incarico per lui: sarà interprete nella loro scuola di polizia ausiliaria nella Brughiera di Luneburgo.

A Cordingen (vicino a Walsrode) Schmidt e sua moglie, che era riuscita a fuggire dalla Slesia unicamente con uno zaino pieno di libri, abitano una stanza angusta negli edifici del mulino; quando dopo un anno la scuola di polizia chiude, Schmidt diviene “libero scrittore” – una decisione che all’inizio porta fame e stenti, con il primo libro che appare solo nell’autunno del 1949: Leviathan riunisce tre racconti che adesso non hanno più nulla a che vedere con le delicate narrazioni, in vita inedite, prodotte prima della guerra; sono bensì cavate “dalla cassa di bile”, come dice Schmidt. La storia eponima riproduce le ultime annotazioni diaristiche di un soldato tedesco, la cui fuga dall’Armata Rossa con un convoglio ferroviario termina su un viadotto abbattuto, sopra la Neisse vicino a Görlitz, dove non si dà prosecuzione o ritorno, solo il salto nella morte. Qui Schmidt delinea il proprio quadro, con influenze da Schopenhauer e dalla gnosi, di un mondo malvagio, creato e retto da un demone malvagio, dal quale al massimo l’uomo può salvarsi insorgendo contro il creatore e i suoi “meccanismi del mondo: divoramento e libidine. Proliferazione e asfissia”. – La critica letteraria è per lo più ben disposta verso questo debutto, addirittura entusiasta; Hermann Hesse definisce Schmidt un “vero poeta”, Alfred Andersch “un genio!” e l’Accademia di Magonza gli conferisce il suo premio letterario. Tuttavia le vendite del libro pubblicato da Rowohlt sono scarse, troppo cupe le storie di Schmidt, troppo inconsueta la lingua, che per la sua ricchezza di associazioni e immagini, per discontinuità e intensità si riallaccia all’Espressionismo proscritto dal nazismo. Questa discrepanza tra cattiva riuscita economica e plauso di critica e colleghi (il quale naturalmente non è senza riserve: i suoi libri provocano tuttora anche le più furiose stroncature) perdurerà fino agli anni Sessanta inoltrati, cosicché Arno Schmidt deve scrivere “lavori per la pagnotta” per radio e riviste e tradurre romanzi dall’inglese.

Alla fine del 1950 gli Schmidt si trasferiscono in qualità di rifugiati; il nuovo luogo di residenza, Gau-Bickelheim, a sud di Magonza, non porta però lo sperato miglioramento delle condizioni abitative, e così si spostano nel 1951 alla volta di Kastel, paese sulla Saar. – Brand’s Haide, romanzo breve di Schmidt uscito nel 1951, si svolge anch’esso nella Germania settentrionale e prima della riforma monetaria; vi è descritto il misero tentativo di un uomo appena rilasciato dalla prigionia di cavarsela nella provincia del dopoguerra – quasi ampia sintesi di “Inventario”, la poesia del “taglio del bosco” di Günter Eich. – Così come è chiaro che l’Io narrante di Schmidt non potrà acclimarsi nella società, non poi così nuova, che va nascendo sulle ceneri di quella nazista, di nuovi ricchi e benpensanti disinteressati alla cultura, è anche ormai chiaro, con questo libro, che il suo autore nella letteratura tedesca è un outsider e che tale rimarrà.

Certo anche Schmidt (come per esempio Böll o Koeppen) vuol dare un’immagine la più realistica e spietata del suo tempo, però vi coinvolge anche i processi di coscienza, i procedimenti gnoseologici, i ricordi, i sogni e i giochi di pensiero delle sue figure, e così, a fianco della realtà esterna e oggettiva, ne pone un’altra interna e soggettiva. Inoltre, attraverso un gran numero di citazioni e riferimenti, egli aggancia i suoi testi al vasto universo della letteratura che apprezza, da Omero al Parzival, da Wieland, Tieck, Scott e Poe a Stramm, Döblin e Joyce. Frantuma di continuo la sua ricercatissima lingua con inserti colloquiali avversi al Duden, e con una interpunzione assai fitta conquista per la sua prosa i campi, altrimenti lontani dalla scrittura, della mimica, della velocità, del ritmo e dell’altezza del suono. Lo stile schmidtiano che così emerge è tanto facile da riconoscere quanto difficile da imitare – meglio: se imitato gli effetti sono penosi e falsi, per cui Schmidt non ha mai fatto scuola o quantomeno trovato successori apertamente riconoscibili. Dalle formazioni di scrittori si tiene lontano, rifiuta più volte gli inviti del “Gruppo 47” e del PEN.

Nel 1955 appare il racconto di Schmidt Seelandschaft mit Pocahontas: una breve vacanza sul Dümmer dell’Oldenburgo, due coppie, che si trovano in fretta, canoe, scottatura solare e sesso – ma sotto la superficie serena di una delle più belle storie d’amore della letteratura tedesca ribollono ricordi della recente guerra: tutto il testo è fittamente attraversato da un metaforismo di morte e violenza, che a lungo sfugge anche ai lettori più attenti. Ciò che invece è trasparente – l’odio di Schmidt per le forze armate, il suo rifiuto della restaurazione adenaueriana, il suo furore ateistico e le audacie sessuali – gli procura una denuncia per diffusione della pornografia e per blasfemia. Gli Schmidt sono molto preoccupati per l’incombere dell’alta pena pecuniaria e passano dalla circoscrizione giudiziaria conservatrice di Treviri alla più liberale Darmstadt, dove il procedimento, anche dopo un parere dell’Accademia, viene archiviato.

Nel 1956 appare Das steinerne Herz, per lingua e contenuto il libro fino allora estremo di Schmidt. Non solo tematizza, primo romanzo tedesco a farlo, la divisione tedesca, ma soppesa addirittura in un confronto i sistemi della RFT e della RDT, mettendoli sullo stesso piano – uno scandalo per quel tempo, dove gli stessi elettori della SPD chiamano la RDT con il solo nome di “zona”. A ciò si aggiunga una scrittura a larghi tratti fonetica, del tutto insolita, dei dialoghi del romanzo; frasi come “vapppompi ‘na vasca d’acqua, Valte?” inducono i critici conservatori a supplicare Dio per la salvezza della letteratura tedesca o li spingono a domande come “Poesia o follia ormonale?”, mentre su Das steinerne Herz Peter Rühmkorf sentenzia: “Qui ha avuto luogo un avvenimento che sollecita nuove unità di misura, qui c’è il primo libro che legittima la generazione cui appartiene Schmidt.” A Darmstadt la vita irrequieta della grande città dà a Schmidt sempre più filo da torcere, anche per la salute. Il suo intenso programma di lavoro, compiuto con forte concentrazione e con l’uso di caffè, alcol e sonniferi, esige la quiete di paese, tanto più che Schmidt da molto tempo ha riconosciuto la brughiera della Germania settentrionale come il “paesaggio a lui consono”. Eppure solo alla fine del 1958 egli trova una casetta adatta, soprattutto che può permettersi, a Bargfeld, nella zona meridionale della Brughiera del Sud, il cui paesaggio sarà una componente centrale dei suoi libri. È il caso di Kaff auch Mare Crisium, romanzo pubblicato nel 1960, che tuttavia trova ambientazione anche fuori della brughiera, in un utopico gioco mentale del protagonista, sulla Luna, dove sopravvive un piccolo resto dell’umanità dopo una guerra atomica che ha distrutto la Terra. Secondo i suoi critici Schmidt ha già prima disintegrato la lingua, sebbene in questo libro, come mai fino ad allora, spinga ancora oltre l’ortografia fonetica.

Nel 1964 il Consiglio di Berlino gli conferisce il Premio Fontane; la laudatio è pronunciata da Günter Grass. Quando dopo la cerimonia Alice Schmidt vuole ringraziare Grass, questi rifiuta con modestia “Tutti abbiamo imparato da suo marito”. Arno Schmidt, che si è sempre spostato mal volentieri, negli anni Sessanta difficilmente lascia di nuovo Bargfeld e riceve solo pochi visitatori. Insieme alla traduzione di Edgar Allan Poe egli lavora al suo opus maximum Zettel’s Traum, un gigantesco romanzo-saggio su Poe, in cui Schmidt tenta di raccogliere il frutto delle intense letture di Freud, condotte per molti anni: Schmidt applica metodi di analisi mutuati dalla Interpretazione dei sogni e dalla Psicopatologia della vita quotidiana al lessico di Poe, riconducendo i doppi sensi foneticamente vicini, per lo più di natura sessuale, alla persona e al carattere di Poe. – Nel 1970 l’uscita del libro sprigiona una mostruosa eco mediatica, che rende di colpo noto il nome di Schmidt, come del titolo del suo enorme libro fino a oggi tanto volentieri citato quanto storpiato, ben oltre la cerchia dei suoi tre-quattromila lettori fissi, cosa non poi senza problemi: poiché chi – incuriosito e senza conoscere nulla dell’autore – sfogli Zettel’s Traum e veda la struttura a tre colonne della pagina (che nell’aspetto è più semplice dell’impaginato di una “Bild-Zeitung”!), questi, perplesso, di regola chiuderà l’in-folio e non sospetterà mai come Zettel’s Traum sia un caso eccezionale nell’opera di Schmidt, e che i lavori che lo precedono e seguono sono diversi, più leggeri e piacevoli da leggere.

Nel 1972 Schmidt subisce un infarto cardiaco, che gli impedisce sì di ricevere personalmente il Premio Goethe della città di Francoforte sul Meno, conferitogli nel 1973, ma che non causa alcuna riduzione del suo programma di lavoro. – Nel 1977 pubblica il suo ultimo romanzo, Abend mit Goldrand, in cui una comune di hippie, i cui capi dispongono di poteri magici, fa capolino nell’apparente idillio rurale di tre vecchi uomini. A Schmidt riesce qui qualcosa che potrebbe essere unico non solo nella letteratura tedesca: il raccordo di un “labirinto di specchi pornografico”, di crudezza volgare e spesso repellente, con il più dolce, delicato rapporto d’amore immaginabile tra un vecchio e una giovane donna. Un libro sotto ogni aspetto ricco, ad oggi non ancora scandagliato, che forse si va imponendo (contro Zettel’s Traum) come il vero capolavoro di Schmidt.

Quando Arno Schmidt muore, il 3 giugno 1979, in séguito a un ictus, nella sua macchina per scrivere è inserita la pagina 100 del romanzo rimasto inconcluso Julia, oder die Gemälde. L’ultima frase che ha battuto è: “per uomini & animali lo zelo è una semplice necessità (vitale)?”

Nel 1981 Alice Schmidt e il germanista Jan Philipp Reemtsma, che dal 1977 aveva finanziariamente aiutato Schmidt, istituiscono la Fondazione Arno Schmidt, che dalla morte della vedova, avvenuta nel 1983, ha cura come erede universale dell’opera di Schmidt. – A fare la somma delle tirature di tutti i volumi singoli, tascabili e non, queste opere hanno superato di gran lunga il milione di libri, senza includere le numerose traduzioni in lingue straniere. Non si può dunque più parlare di un “personaggio segreto” o di un autore per una piccola comunità di appassionati – Arno Schmidt viene riconosciuto un classico della modernità. Naturalmente le libertà sessuali di Schmidt hanno smesso, nella nostra società pornizzata, di essere provocatorie, e la riunificazione tedesca ha reso obsoleti molti (non tutti) suoi commenti politici. Tuttavia chi vuole avere ragguagli sugli inizi della nostra repubblica, chi vuole scrutare gli stati d’animo, i modi di pensare e agire dei nostri abitanti, dai libri di Schmidt può apprendere molti dettagli che non troverà presso gli storici. Ma contenuto e intreccio non occuparono mai per Schmidt il primo piano della sua prosa, il suo interesse maggiore fu costantemente rivolto alla forma e alla lingua. E così il lettore di oggi impara a conoscere principalmente, quando prende un libro di Schmidt, superbi capolavori linguistici: costruzioni oculate delle strutture narrative e accuratissime opere di precisione, scelta delle parole per armonie vocaliche e “buffonate di consonanti”, immagini e metafore tanto sbalorditive quanto calzanti, magistrale mescolanza di forme espressive vecchie e nuove, alte e basse, densità concentratissime, passatempo e istruzione, aspre freddure e poesia della natura, e un sempre nuovo stupore per questa sconosciuta familiarità con i vocaboli: “Sono forse stato espressamente kostruito da Madre Natura come 1 recipiente di parole, in cui di kontinuo si prova & skuote & kon=bina?”

[Fonte: Arno Schmidt Stiftung

Di e su A. Schmidt in Nazione Indiana, anche qui, qui e qui.]

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144 Responses to 1 recipiente di parole

  1. Redazione il 22 settembre 2006 alle 16:01

    Qua c’era un commento a firma Walter Siti, palesemente falso. Siti, interpellato, ci ha chiesto di cancellarlo. Ecco fatto.

  2. db il 22 settembre 2006 alle 19:10

    C’è la rete, e c’è il telefono. Dunque Siti interpellato per telefono…
    A me Pinto per telefono (non l’ho mai visto di persona, ma lavoriamo insieme, proprio su Schmidt, quando si dice IT) ha detto che il postante (IT!) gli ha detto (ma dove siamo?!?!) che l’autore del commento cancellato sarei io… io, il più esposto con tanto di e-mail in mostra e soprattutto con una e-mail che dichiara il mio posto di lavoro! Sarà perché sotto il post su Siti ho criticato troppo?
    In ogni caso, non sarebbe stato più corretto lasciare il commento e far scrivere a Siti stesso una smentita in un commento successivo? (a parte che se era “palesemente falso” diventa pleonastico dichiararne la falsità e in più cancellarlo). Così resta ai blogger il dubbio, e la curiosità di cosa cavolo ci sarà stato scritto. Io personalmente questa curiosità non ce l’ho, perché non c’è solo la rete e il telefono, c’è ancora la viva voce, ed è così che un quarto d’ora fa tra i colonnati di quella bella di canne e di statali che è la mia università, ho trovato l’autore stesso del commento (che però non sapeva ancora della cassazione), il quale me l’ha riassunto. Ma soprattutto mi ha spiegato (lui è un logico, o semantico o come cavolo si chiamano sti cavoli di materie, che era più giusto dire solo: filosofia) il motivo per cui stavolta si è firmato Walter Siti. Mi ha convinto, e in effetti non c’è voluto molto: proprietà transitiva. Nella fattispecie, se uno si chiama Siti come tutti, tutti si chiamano Siti come lui: ergo…
    Eh sì, “l’Ecco fatto” qui sopra suona proprio male, come da cameriere…

    dario.borso@unimi.it

  3. Andrea Raos il 22 settembre 2006 alle 19:24

    Caro db, per la precisione: in una conversazione che comunque trovo poco fine da parte sua sbandierare qui, io non ho detto che l’autore era lei, ma che si poteva pensare che lo fosse. Se così non è, tanto meglio.

    Proporrei ora di passare al contenuto dello scritto di Rauschenbach, che Pinto ha valorosamente tradotto proprio per NI.

  4. Daniele Ventre il 22 settembre 2006 alle 20:36

    Uno dei divertissements letterari più curiosi che la kritiké dell’antichità si sia concessa e ci abbia lasciato, era la ricostruzione più o meno fantastica della biografia di un autore a partire dalla sua opera. Il bizzarro esercizio dava così luogo a una spesso (per noi) buffa mitografia del mitopoeta: il narratore-creatore di mythoi si trasformava in mythos esso stesso, in una sorta di trasfigurazione che ne faceva carattere e personaggio accanto ai personaggi della sua opera (tanto che a volte li incontrava). Una sorta di osmosi fra la creazione dell’autore, il suo ethos fittizio, la sua persona loquens, e la sua realtà empirica di uomo, che di fatto spariva, fagocitata dal mondo fantastico che egli, nell’opera mitizzante e mitizzata, aveva creato. Per Schmidt il processo di fagocitazione e di metabolizzazione dell’autore da parte dell’opera (della sua disgregante dimensione linguistica, ma anche del blick, del punto di vista, isolato – isolante, di tanti protagonisti schmidtiani) sembra, per certi aspetti, attuarsi già in corpore vivi. Ed ecco, il giovane Schmidt (verrebbe fatto di dire, l’Urschmidt), espressamente kostruito da Madre Natura, ipostasi di tutte le madri cattive che seminano nell’inconscio dei figli germi di rimosso abbandono, e gettato a determinarsi nell’erranza dell’essere, come futuro esserci di un progetto linguistico abnorme e mirabilmente “degenerante”, rampolla ai confini del caos della Germania lanciata al fallimento della macchina da guerra Schlieffen-vonklausewitziana, e vive la sua adolescenza, la sua giovinezza, la sua maturazione di uomo, nella plurivocità porosa e in sinistra, totalitaria deriva destinale, della Germania di Weimar, presto lasciata andare al Geschick della Machtuebernahme. Nel mondo che contabilizza la morte kon presunto fulgor di glorie, la funzione d’onda biografica del nostro kollassa nella banalità, al di là del bene e del male, di un onesto impiego di contabile di magazzino: è isolato -si isola, in una stanzetta affollata di voci mute di libri, a numerare l’innocua sacralità di enti intramondani inventariabili, o forse a bere con le orecchie la prima eco profonda del remoto, gnostico Bython-Propator-Proarkhé, che desolato contempla, dall’alto della sua pienezza di pleroma, il degradarsi in distruzione di massa di una trista emanazione material-mondana opera dell’ultimo, poco ligio eone ribelle -e ne prova tutta paura, sgomento, afflizione. Quindi, attratto a poco a poco nell’inesorabile spirale della guerra, dalla fureria al fronte, eccolo non eleggere, ma a ritrovarsi di fatto, quali lontani, assurdi, impossibilissimi compagni a distanza, del tutto non alla sua altezza, scrittori nel retroscena delle rispettive trincee, l’Asimov delle serene plaghe imperiali statunitensi, occupato a inventare, nel retrovia di Pearl Harbour, ottimistici mondi futuri per il buon mercato della pulp-science-fiction, e il Tolkien maniacale glottopoieta infantile, creatore di fantastici universi finzionali verde smeraldo, ricomposti nella linearità del trionfo del bene, vicende in cui si ambientano furori linguistici mai accettati in un sereno outing e schizofrenicamente esorcizzati e ricacciati nell’inconscio della fiaba. Anche il nostro Schmidt, che dell’autenticità (in senso heideggeriano) di siffatti compagni può far conto come dell’autenticità del celeberrimo biglietto da tre soldi, in principio si dà ad esorcizzare il delitto storico della guerra nella metabolizzazione di gentili epillii, in cui la ricomposizione idillica dell’edenico grembo natural-materno originario cerca di allontanare lo spettro della violenza della storia -e naturalmente non ci riesce. Sopravvissuto alla guerra quale visconte dimezzato della sua (in realtà inesistente) metà di favolista fra Teocrito e Hoffmann, perita negli orrori recenti, divenuto di tempo in tempo ermeneuta traduttore scrittore per la radio e la pagnotta, eccolo evolvere in temuto serial killer, peeping Tom e reporter delle sue identità ulteriori, che egli lancia nel vuoto al termine di una vana fuga dai gulag, o spia dalle gelosie e dai bovindi di qualche riposante Seelandsschaft, o isola nella lontana base lunare ultimo rifugio di un lacerto di umanità postatomica… E nel frattempo è braccato dai mind-hunters della squadra gnosticidi e dagli sbirri della buon kostume della critica targata CDU. Voci non konfermate, ma certo attendibili, alludono al suo ritiro nella brumale località di Bargfeld (dove al suo passaggio cominciano il loro lento germinare case editrici su case editrici); ivi, spinto dalla sua archetipica vocazione, si è dato alla frenetica attività di taglialemma, aggirandosi di giorno in giorno come fauno nelle selve iniziatiche del linguaggio sin dalle prime luci dell’alba: ivi sedimenta enormi in folio, e distilla concentratissimi frantumi di realtà compresse in romanzi brevi. E nelle selve delle parole distorte dalla brina invernale della società tedesca occidentale del secondo dopoguerra sembra che sia stato infine catturato, spinto dall’elan vital del suo zelo animale… e da esse sovente ritorna, benché per lo più nottetempo, saltando fuori dalle pieghe dei lemmi, a spaventare di timor panico, e a sublimare le acribie e le paranoie, di lettori lenti, scrittori, filologi e fascinati traduttori.

  5. maria (valente) il 22 settembre 2006 alle 23:44

    Buffo: stamattina Tashtego contestava al Marotta la mancanza di “necessità” nella scelta delle parole e si trova davanti la domanda finale provocatoria e risentita di Schmidt >…

    Ma a me inquieta davvero questa domanda e, non tanto per la questione “necessità”, su cui ho smesso d’interrogarmi da un pezzo, quanto per il significato tutto racchiuso in quello “zelo”, parola troppo ambigua: desiderio, emulazione, obbedienza, devozione, schiavitù, fedeltà, gelosia, violenza predatoria, fanatismo da sicari (zeloti), morte? Dubbio.

  6. maria (valente) il 22 settembre 2006 alle 23:47

    …la domanda di Schmidt: “Per uomini & animali lo zelo è una semplice necessità (vitale)?”

  7. Daniele Ventre il 23 settembre 2006 alle 00:34

    In effetti lo zelo è tutto questo insieme, a partire dallo slancio vitale originario della creatura che mit allen Augen sieht das Offene…

  8. Daniele Ventre il 23 settembre 2006 alle 00:36

    Aggiungo la correzione di un refuso. Prima ho scritto:

    Quindi, attratto a poco a poco nell’inesorabile spirale della guerra, dalla fureria al fronte, eccolo non eleggere, ma a ritrovarsi di fatto, quali lontani, assurdi, impossibilissimi compagni…

    Ovviamente “ma a ritrovarsi…” non ha senso. Intendevo scrivere: “ma ritrovarsi”.

    Excusez-moi.

  9. db il 23 settembre 2006 alle 00:56

    @maria

    “per uomini & animali lo zelo è una semplice necessità (vitale)?”

    anch’io, leggendo il post, mi sono chiesto cosa mai fosse da intendere per zelo (tanto più che è l’ultimissima parola, ossia quella fatidica). Poi però, leggendo il primo commento, mi si è chiarito tutto:

    “Siti, interpellato, ci ha chiesto di cancellarlo. Ecco fatto.”

    (l’unica perplessità residua potrebbe essere se catalogare l’interpellante tra gli uomini o gli animali, ma ci sovviene la categoria anfibolica dei camerieri – quelli che dicono “fine” e danno sempre del “lei”)

  10. D. G. il 23 settembre 2006 alle 02:45

    Wie gesagt, ich untersetze, d.h. ich übersetze die Versen darunter:

    Gli in-
    sepolti, non contati, lassù,
    i fanciulli,
    sono pronti a lanciarsi –

    A te,
    Notturna di notturna fonte, io
    non somigliavo:
    a te, Gioiosa, che
    ora così ti libri,
    fa da sostegno l’invisibile, secondo,
    stabile incendio.

  11. maria (valente) il 23 settembre 2006 alle 08:28

    Coraggio, db, può fare di meglio, non credo sia quella la risposta esatta.

    Anch’io mi sono cercata la mia e, sempre per una di quelle “misteriose circostanze, combinazioni….” chiamatele come volete, che hanno poco a che fare con razionalità, necessità e meccanica (se non altro per una certa dose di creatività in eccesso con conseguente effetto-spiazzamento), me la sono trovata in un libro che stavo leggendo: “L’ANIMALE morente” di Roth :>.

  12. maria (valente) il 23 settembre 2006 alle 08:32

    (ma perché queste dannate virgolette si rimangiano le parole?)

    L’ANIMALE morente:
    “Consuela dà all’arte, a tutte le arti, assai più di quanto ne riceva, una specie di ZELO che non manca di un suo fascino struggente”.

  13. db il 23 settembre 2006 alle 09:25

    è proprio vero, Maria, quando apri una porta se ne trova un’altra: difatti, qual’è l’arte di Consuela? e un’altra ancora: è l’ars sua consulatoria?
    quanto all’ultimo arnomotto, bisognerebbe prenderlo da dietro. Ci proverò, e invito Pinto a far lo stesso.
    Col quale Pinto poi ho un rapporto di lavoro, rude rude e poco fine direi, poiché si tratta di tagliar lemma su lemma nelll’Arnowald (assai più nero e lichtungato di quel dilettante di Heiditraboschi, che al massimo le parole “sa” scomporle – con le lineette, por fieu!). E ragggioniamo:
    1- dal post si desume more geometrico che 2 dei 3 attanti vivi si conoscono nella vita: il postante e il traduttore del postato, mentre resta indeterminato se a conoscersi nella vita siano il traduttore e il tradotto.
    2- dal primo commento si desume more geometrico che il postante conosce nella vita W. Siti, che in uno slancio di “zelo” lo interpella telefonando = lo incornetta, che soddisfa issofatto l’incornettato.
    3- dal commento successivo si desume more geometrico che è indeterminato quale dei due telefonanti sia l’attivo/passivo, che la telefonata era di lavoro, lavoro su Arno Schmidt, che questo lavoro è un’actio in dinstans poiché i due non si conoscono nella vita, che in questo contesto il discorso è caduto sul profilo biografico di Schmidt postato qui e sul conseguente Siti-affaire. Mi sembra tutto chiaro. Invece
    4- che rapporto c’è tra il postante e Siti? ché a stare alla poetica di Siti che compare in un post precedente, dev’essere molto stretto: si capiscono, si amano, condividono il medesimo destino?
    5- fatti loro, ma intanto Siti ha dichiarato che ogni distanza per lui è “indecente”. E allora dove sta il “fine”?

  14. Walter Siti il 23 settembre 2006 alle 09:26

    Mi chiamo Siti, Walter Siti come Raos.

  15. W. Eltroni il 23 settembre 2006 alle 09:26

    Mi chiamo Walter, Walter Ego come Raos.

  16. maria (valente) il 23 settembre 2006 alle 09:35

    @ db
    La sua curiosità sul rapporto Siti – Raos comincia ad essere eccessivamente morbosa, non crede? Non mi è chiaro se è il suo “zelo” nei confronti di Raos o di Siti a tormentarla. Dovrebbe rifletterci su.

  17. S. Coliosi il 23 settembre 2006 alle 10:07

    Anche a me, in effetti, pare che un certo qual morbo infurii in/su/per db. Purtroppo non è il mio ramo, e quello che vedo dalle lastre e su cui perciò mi sento di esprimere una diagnosi professionale da ortopedico, è solamente che per il paziente W.S., data l’età e l’ossificazione, non c’è più nulla da fare, mentre per A.R. si può ben sperare, a patto che ogni mattina faccia 69 flessioni addominali con 2 pp. aperte a caso di Carlo Levi/Paura della libertà sotto il naso. All’inizio non succederà niente, ma poi pian piano (parlo per esperienza personale, ché il metodo l’ho innanzitutto applicato su di me) la schiena tornerà dritta. E sarà una nuova vita.

  18. G. Grass il 23 settembre 2006 alle 10:10

    Die Geschichte, genauer, die von uns angerührte Geschichte ist ein verstopftes Klo.
    Wir spülen und spülen, die Scheiße kommt dennoch hoch.

  19. Anna Tema il 23 settembre 2006 alle 10:23

    Anacoreti vestiti di pelli, che state lì impalati a strillare schegge di dogmi con bocca schiumante (o nel migliore dei casi in frack professorale, che segnaano il passo filologico-scolastico), NON siete ancora “cercatori di verità”! Uomini senza Rinascimento; peccaminosi e informi; troll tricomatici che camminano su acque salmastre dello spirito; rannicchiati in rotten boroughs e vomitanti bibite ghiacciate letterarie à la: «TI ringrazia col cuore e con la bocca / il povero verme colpevole. / L’aroma del TUO cadavere aleggi per questa casa, / il TUO sangue asperga i cuori… » (ma costui avrà mai annusato una vagonata di cadaveri? Io sì!) – andate a favi fottere!

  20. Elvis Costello il 23 settembre 2006 alle 11:37

    scambista serio scambia

    tutti i Siti x 100 Rothe
    100 Rothe x 1 Caetze

    (chiedo prestazione gratuita:
    ultime parole di dying animal)

  21. Il troppo stroppia il 23 settembre 2006 alle 11:39

    Selezioni le sue uscite @egregio db, tutti noi suoi originari ammiratori riprenderemmo a leggerla e sentiremmo il desiderio di lei.

  22. Il troppo stroppia il 23 settembre 2006 alle 11:46

    E aggiungo, se le uscite sono dei suoi sodali spieghi loro – glielo chiedo gentilmente – che così facendo ammazzano ogni post, anche quelli di persone con cui a quanto pare lei lavora, e che immagino stimi.

    Se davvero lei non c’entra le chiedo scusa.

  23. Andrea Raos il 23 settembre 2006 alle 12:22

    Borso, ascolti le parole di saggezza di “Il troppo stroppia”. La invito nuovamente a rispettare il lavoro di Domenico Pinto.

  24. db il 23 settembre 2006 alle 12:28

    L’ultima frase fu scritta da Arno la sera del 30 maggio 1979. La mattina
    dopo, il coccolone, e 2 giorni dopo ancora, la morte. (nel romanzo interrotto, Julia oder die Gemaelde, compare per la prima volta nella letteratura mondiale un computer). Ho recuperato pure la penultima frase:

    >Iss Fleiß ‘ne Tugend?Ist Fleiß für Menschen & Tiere eine einfache (Lebens)Notwendigkeit?

  25. D. Grimm il 23 settembre 2006 alle 12:44

    FLEISZ = contentio, diligentia, studium, industria
    EIFER = fervor, studium (zelos/zymos), iracundia usw.

    Der Blöde (DB, quello scemo dei due fratelli)

    PS. Herr Campanini (d.h. frat. scemo di L. Carboni), können Sie mir helfen?

  26. db il 23 settembre 2006 alle 12:52

    >Iss Fleiß ‘ne Tugend?Ist Fleiß für Menschen & Tiere eine einfache (Lebens)Notwendigkeit?

  27. db il 23 settembre 2006 alle 13:02

    Iss Fleiß ‚ne Tugend? (Müßte man erst doch eine andere Frage davorschalten): Ist Fleiß für Menschen & Tiere eine einfache (Lebens Notwendigkeit?

    Intanto il brano è compiuto, non interrotto – solo in forma di domanda, e doppia, e nella sua doppiezza ambigua. Un’epigrafe perfetta, per quanto involontaria, giusta giusta da inscrivere su una lapide, ché fatta apposta per legare il passante, farlo sostare. Soprattutto se è italico, ché allora si fa amletico:

    La diligenza è ‘na virtù?

    o ‘na carrozza?

    FF o SS?

    tessere o
    no tessere?

  28. db il 23 settembre 2006 alle 13:18

    Per evitare il trasporto (= zymos), proviamo con una icastica:

    Lavorare (industria) con assiduità (studium) prestando attenzione intensa a (contentio) ovvero addirittura “diligendo” il proprio oggetto, è una virtù?

  29. Miku il 23 settembre 2006 alle 13:23

    Da dp a db:

    “zelo” è perciò soddisfacente?

    P.s.
    Sciolgo la citazione dell’annatema delle ore 10:23. Si tratta di un passo (trascritto con qualche adattamento) di “Ateo?: Altroché!”, la risposta di Schmidt al sondaggio che Deschner allestì per List-Verlag nel 1957. Il titolo del volume è “Cosa pensa del Cristianesimo?”, e raccoglie le risposte di venti scrittori e intellettuali a questa domanda.

  30. db il 23 settembre 2006 alle 13:31

    Piano, piano: *prima però bisognerebbe infilarci un’altra domanda*

    Dunque le domande sono 2, e quella che Arno infila adesso è precedente all’altra già esposta. Qual’è dunque l’ultima parola? Notwendigkeit come parrebbe, o Tugend?

    Qui spezzerei un’arancia a favore del buon Carletto, che sta ancora rotolandosi nella tomba dalle emorroidi: distingueva infatti

    Forschungsweise = modo di ricerca
    Darstellungsweise = modo di esposizione

    Ergo, nella ricerca sta prima la domanda sulla necessità animale, ma nell’esposizione ci starà ultima la domanda sulla verità. E qual è allora l’ultimo Arnowort?

    Ogni blogger sta
    solo
    in culo al
    mondo
    trafitto da…*
    Ed è subito quiz.

    (imitazione fa S. Fastweise)

    * lasciamo perdere

  31. db il 23 settembre 2006 alle 13:33

    a-miku meu, no é falança, mais à falar é maria! pecciòa…

  32. db il 23 settembre 2006 alle 13:47

    zelo = diligenza eccessiva, dove l’eccesso è dato dal fervor/zymos (parola pregiata quest’ultima, ché Platone la affibbia ai poeti = manìa).
    La differenza tra diligenza e zelo non è tra caldo e freddo, ma tra tiepido e bollente. come la vuoi la minestra, tu? o salti la finestra? o leggi la ginestra?

    La differenza, che Arno penso aveva in corpo ormai (non solo nella mente), è all’incirca quella tra un Aufklärer (da klar – illuminista tiepido, tipo Lessing) e uno Schwärmer (da warm – illuminato bollente, tipo Swedenborg). Kant e Hegel dicevano Schwärmerei peggiorativo, Hegel poi “pappa del cuore” addirittura.

  33. db il 23 settembre 2006 alle 13:56

    Charlie Engelmarx la metteva così:

    che differenza c’è tra un’ape e un architetto?

    ossia cos’ha di diverso (dato per assodata la similarità da Fleiß) un favo da una casa, un prodotto animale da un manufatto umaano (qui ovviamente leggi testo per casa). Ché se la similarità è eguaglianza, allora il manufatto è necessitato come un favo, e la virtù non c’entra ‘na fava. Oppure…

    è questo iil vero quiz che pone a se stesso Arno. Ma questo, appunto, è il quizzone illuministico per eccellenza (ad es. in cosa il linguaggio umano si differenzia dal cri animale? Rousseau & C./ a prop. Julie è il romanzone di Rousseau, e Arno ambienta Julia a metà Ottocento). è già Montaigne sugli animali…

  34. Holden Caulfield il 23 settembre 2006 alle 14:09

    DB, fratello mio! ti ritrovo qui, in Italia, dopo mezzo secolo, profondamente cambiato. Hai ancora la Jaguar? Se sei in Italia, lo sceneggiatore non lo fai più. Sei diventato colto, cazzo! Bravo!

  35. Miku il 23 settembre 2006 alle 14:46

    Magari Ventre ci dice la sua su Fleiß: per me “zelo” rappresenta una buona soluzione, almeno come equivalenza formale. Se andiamo più a fondo come fa Borso, però, il discorso si apre.

  36. maria (valente) il 23 settembre 2006 alle 15:50

    db, la seguo da una certa distanza, non sono molto dotata, più che altro bleffo, ma è davvero interessante tutto ciò…la penultima domanda complica e illumina la questione finale, ne deduco che l’ultimo pensiero di Schmidt fosse riservato all’amore: è l’amore una virtù (un’eroica fedeltà di tutta una vita) o un istinto animale e slancio vitale come diceva Ventre? Una promessa, un patto, un “contratto” o è come camminare a quattro zampe?
    A zelo avevo assegnato tutti i significati, eccetto amore e tradimento.

  37. Daniele Ventre il 23 settembre 2006 alle 16:54

    Zelo: ovviamente, dal greco zelos; il thesaurus traduce zelos: aemulatio (imitatio); affectatio, per quanto attiene alla sfera di zelos = kakozelia, cioè imitazione, anche di maniera o stile; per quanto attiene al significato di “zelo”, “desiderio” etc. la traduzione del thesaurus è: studium, desiderium, cupido. Accanto a questo significato positivo, c’è quello di “invidia, gelosia” (contentio, invidia, con collegamento al neikos-contesa di cui al principio degli “Erga” esiodei). La radice di zelos è verosimilmente quella del verbo greco zeo (con epsilon) che significa bollire (indoeuropeo “gwje” o qualcosa del gender). In latino tardo e volgare zelare (e dep. zelari) e zelus, significano rispettivamente: invidiare, rivaleggiare, e rivalità invidia e gelosia; donde poi (per palatalizzazione) il nostro gelosia, geloso. Per altra via, tramite prestito dal latino altomedievale vagamente grecizzante, il nostro “zelo”, nel senso di fervida attenzione e (poetico, vedi Petrarca “amor che ‘ncende ‘l cor d’ardente zelo, o Dante “amoroso zelo”) passione profonda e tenace, devozione sollecita.
    Per parte sua il tedesco Fleiss (Fleisz) deriva da una radice protogermanica flit (con i lunga rotata in ei per il vowel-shift altotedesco), che si riconnette, verosimilmente, alla radice indoeuropea “pleu”, che a sua volta si sviluppa semanticamente in due direzioni: da un lato il concetto di velocità, sollecitudine e celerità, collegato alla parola norrena fliotr, dall’altro il concetto di leggerezza che la connette addirittura al greco pleumon (pulmo, polmone), dall’altro ancora l’accezione di rapidità associata alla navigazione (greco pleo, ploion). In definitiva, la parola tedesca Fleiss corrisponde appieno al latino studium, che a sua volta è connesso col greco spoudé, premura, nel senso di sollecitudine. Una sorta di forza operosa che affatica di moto in moto, e uno zelos-studium-zelo nel senso di contesa e passione. Quanto alla parola eifer, essa equivale effettivamente, per il Grimm a zelos thymos (che con classico uso settentrionale DB traslittera con zymos, visto che nelle plaghe padano-allobroghe il teta si trasforma nella zeta di zio -rigorosamente sorda -anche nell’acquisizione dei prestiti greco-medievali- come theios= zio, appunto): zelos, abbiamo detto da zeo, ribollire; thymos da thyo, fumare per fuoco, ma anche bruciare detto di offerta sacrificale bruciata su un altare, dall’ i.e. dhu, bruciare, per cui cfr. il sanscrito dhumah e il latino fumus tutti riconducibili a un sicuro i. e. *dhumòs -*dhumòsyo. La radice di Eifer è si riconnette a aif (aib) aith, radicale protogermanico foneticamente oscillante (th spesso diventa a f in area germanica: cfr. anglosassone: thengel e fengel: re, sovrano), nel quale, se mal non mi appongo, tenuto conto dei probabili effetti della legge di Werner, è riconoscibile la radice indoeuropea *aidh- bruciare, essere incandescente (da cui il greco aitho, bruciare, aithiops, dal volto bruciato, nero -Etiope, aithops, nero, ma anche lavorato a caldo, come il ferro, aithon, identico ad aithops, aither, etere -la sfera luminosa -ardente- del basso cielo). Le due parole fanno capo pertanto a due radici differenti: una (Fleiss), al concetto di sollecitudine, a partire da un morfo lessicale che indica leggerezza-rapidità; l’altra si riconduce al concetto di ardere (è semanticamente, ma non etimologicamente, contigua al latino ardeo, ardor, desiderare ardentemente, ardore). Propriamente, Fleiss sembra far pensare all’aspetto estrinseco dello studium, spoude, lo zelo -studio -fretta -passione materializzantesi in una esteriore sollecitudine -premura operosa. Eifer sembra far pensare alla dinamica intrinseca dello studium come un ardere per qualcosa. Nell’insieme, le due parole sono contigue sul piano del significato, anche se con connotazioni diverse. Il problema non è tanto l’opposizione fra la sollecitudine e l’ardore, quanto piuttosto il fatto che l’ardore (Eifer) è la motivazione interna, lo schematismo latente della sollecitudine e della premura. Sul piano della resa, l’italiano zelo, che a monte deriva da una remota radice che significa ribollire, e a valle significa “attenta sollecitudine per”, ma accoglie in sé, nella sua storia, come termine, i concetti di passione al limite del fanatico (zelota) di gelosia (greco zelotypos, da cui poi il prestito latino zelotypus), dovrebbe ricoprire lo spettro semantico e le accezioni dell’una e dell’altra parola, essendo escluso, secondo me, nel contesto “animale-umano-istintual-biologico” del passo, che sembra alludere a una certa qual dimensione “schopenhaueriana” (mi si conceda il termine usato in modo improprio e metaforico), un’interpretazione del tipo “diligenza -operosità”. Io, vista e disaminata (e disanimata) l’evoluzione delle radici di formazione lessicale dall’età del bronzo kurganica fino ai primi albori dell’età postindustriale germanica, oscillerei fra “zelo” (preferito) e “sollecitudine” (un po’ scialbetto). Poi, fate un po’ voi.

  38. Daniele Ventre il 23 settembre 2006 alle 16:58

    Il solito refusaccio:

    La radice di Eifer è si riconnette a aif.

    Cancellate mentalmente questa “è” idiota.

    Ma perché non si può modificare nulla qua sopra, perché?

  39. Daniele Ventre il 23 settembre 2006 alle 17:01

    E non evochiamo l’oraziana cura quae sollicitos urguet, “se non” facciamo notte.

  40. Miku il 23 settembre 2006 alle 17:46

    Prima di leggere le terribili conseguenze della mia invocazione a Ventre, avevo scritto questo:

    Nella direzione di Borso si muove quest’altra variante:

    *L’operosità è per uomini & animali un semplice bisogno (vitale)?

    La cosa non è senza implicazioni, perché così il motto ha più del taglialemma che del fervore, magari religioso, dell’anacoreta (il “solipsista nella brughiera” è allora una formula tanto efficace quanto corriva: che uno non possa starsene nemmeno in operosa pace a scrivere per, diciamo, vent’anni?): nessuna trascendenza, nessuna ode agli dèi ulteriori; solo lo studio al microspopio del qui e ora: la lumière sans phrase!

    Schmidt scrive, nel bellissimo Seelandschaft mit Pocahontas [Paesaggio lacustre con Pocahontas]:

    Denken. Nicht mit Glauben begnuegen: weiter gehen. Noch einmal durch die Wissenkreise, Freunde! Und Feinde. Legt nicht aus: lernt und beschreibt. Zukunftet nicht: seid. Und sterbt ohne Ambitionen: ihr seid gewesen. Hoechstens voller Neugierde. Die Ewigkeit ist nicht unser (trotz Lessing!): aber dieser Sommersee, dieser Dunstpriel, buntkarierte Schatten, der Wespenstich im Unterarm, die bedruckte Mirabellentuete. Drueben der lange hechtende Maedchenbauch.

    Traduzione di servizio:

    Pensare. Non accontentarsi di credere: proseguire. Ancora una volta attraverso i cerchi della scienza, amici! E nemici. Non interpretate: imparate e descrivete. Non infuturatevi: siate. E morite senza aspirazioni: siete stati. Al massimo pieni di curiosità. L’eternità non è nostra (nonostante Lessing!): ma questo lago estivo, questo canale di foschia, ombre a quadretti colorati, la puntura di vespa sull’avambraccio, la busta con fantasia in mirabella. Di là, al tuffo, il lungo ventre di ragazza.

  41. db il 23 settembre 2006 alle 18:30

    tra gli illuministi e gli illuminati c’erano due fulminati: Jacovi e Hamann. il primo ascoltò le ultime parole di Lessing, e ne riferì nelle sue Lettere su Spinoza.
    l’altro, mistico-filologo era detto il mago del nord.ne tiepidi ne bollenti, erano caldi.
    il terzo è …

  42. Alias il 23 settembre 2006 alle 18:58

    “Non interpretate: imparate e descrivete.”

    Parole sante.

  43. Z.Bauman il 23 settembre 2006 alle 19:16

    Jacovi sarebbe Jacovitti, vero? Fulminato dal salame….

  44. Miku il 23 settembre 2006 alle 19:23
  45. Fritzchen Parsikla il 23 settembre 2006 alle 23:06

    NA GUT.

    na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut na gut…

    (Mettmann, Nordrhein Westfalen, in der naehe von Duesseldorf – 24 August 1979).

  46. R. Zimmermann il 24 settembre 2006 alle 18:44

    Bene, vedo che avete ottenuto il vostro cappello brandnew del pill-box di leopardo-pelle. Bene, dovete dirmi, bambini, come la vostra testa ritiene sotto somethin come quella, sotto il vostro cappello brandnew del pill-box della leopardo-pelle. Bene, osservate così graziosi in esso,miele, posso saltare un momento su esso? Sì, desidero appena vedere se è realmente quel genere costoso. Sapete che equilibra sulla vostra testa giusto come un materasso equilibra su una bottiglia di vino, il vostro cappello brandnew del pill-box di leopardo-pelle. Bene, se desiderate vedere il sole aumentare, miele, conosco dove usciremo un momento e lo vedremo. Vogliamo entrambi appena ci sediamo là e stare, me con la mia cinghia avvolta intorno alla mia testa e voi sittin giusto là nel vostro cappello brandnew del pill-box di leopardo-pelle. Bene, ho chiesto al medico se potessi vederlo. È difettoso per la vostra salute, ha detto. Sì, disobeyed i suoi ordini, sono venuto vederlo ma lo ho trovato là preferibilmente. Sapete, non se lo occupo di cheatin su me, ma desiderio sicuro di I prenderebbe quello fuori della sua testa, il vostro cappello brandnew del pill-box di leopardo-pelle. Bene, vedo che avete ottenuto un nuovo boyfriend. Sapete, I mai non vista lui primab ene, lo ho visto amore di Makin a voi. Vi siete dimenticati di chiudere il portello del garage, potreste pensare che li amasse per i vostri soldi ma conosco che cosa realmente li ama per… È il vostro cappello brandnew del pill-box di leopardo-pelle|

  47. 3° 2° 1° il 24 settembre 2006 alle 18:46

    SITI

    ha

    ROTH

    il

    COETZEE

  48. don Lilllo il 24 settembre 2006 alle 18:47

    mi chiamo Lillo, D. DeLillo come Greg

  49. S. Ero il 24 settembre 2006 alle 18:53

    Ognuno sta solo sul cuor della serra
    trafitto da un raggio di bici:
    ed è subito pera.

  50. Anna Duna il 24 settembre 2006 alle 18:59

    Riassumo: anacoreti vestiti di pelli, che stanno lì impalati a strillare schegge di dogmi con bocca schiumante (o nel migliore dei casi in frack professorale, che segnano il passo filologico-scolastico), non sono ancora “cercatori di verità”! E chi invece di “Dio” sa dire pure “God, Dieu, Deus, Theos, Koiros, Jahveh o Elohim”, non è perciò affatto un “uomo colto”: al contrario: è un tipico contrassegno della tecnica gesuitica ottundere lo spirito con uno studio smodato delle lingue! Ogni operaio che abbia riflettuto nella sua lingua madre, è superiore a tale improduttivo mormorio di lettere!

  51. Arno Wald il 24 settembre 2006 alle 19:52

    ESPERIENZA DEL SACRO

    … stavo ascoltando radio-maria: poi a un certo punto, non so come, cominciai a fumarla…

  52. db il 24 settembre 2006 alle 21:06

    Tja, eines der vielen großen Worte Alexander von Humboldt’s : ›Sie sind sämtlich faul, Majestät.‹, (als Fr. Wilhelm iv. ihn nach den großen allgemeinen Kennzeichen der Gattung Mensch fragte). / Naja; erhebt sich die Frage : ›Iss Fleiß ’ne Tugend?‹ / (Müßte man erst noch eine andre Frage davorschalten) : ›Ist Fleiß für Menschen & Tiere eine einfache (Lebens) Notwendigkeit ?‹

    – Siete proprio sfaticato, Maestà.
    – L’impegno è una virtù?

  53. mons. T.Ravasi il 24 settembre 2006 alle 21:39

    Fratelle e sorelli, ce l’avevate in bocca! Le virtù cardinali sono 4: giustizia, prudenza, fortezza e temperanza. La fortezza poi, come discevano gli antichi pagani, comprende due sotto-virtù: il coraggio nell’intraprendere un’azione, e la costanza nel perseverare in essa. Ergo

    La costanza è una virtù?

    Se volete saperne di più, guardate il mio Totus Tuus su

    http://www.paginecattoliche.it/modules. php?name=News&file=article&sid=377

  54. W.C. il 25 settembre 2006 alle 01:04

    Sono Water, Water Vici come toilet.

  55. Nico Bota il 25 settembre 2006 alle 01:08

    Ognuno sta solo nel cuor della pera
    trafitto da un raggio di spray:
    ed è subito serra.

  56. Gionni Mistico il 25 settembre 2006 alle 01:21

    ESPERIENZA DEL SACRO

    … già due volte ero inciampato … poi alla terza, sugli ultimi scalini (XII stazione: oggi pioveva sul Monte Sacro di Varese), son finito gambe all’aria … una gran botta, forse un’incrinatura … sul pc devo battere in piedi …

  57. la fata turchina il 25 settembre 2006 alle 01:23

    la fate lunghina

    – Come batte la fiacca, maestà!
    – Sbattersi è una virtù?

  58. db il 25 settembre 2006 alle 08:15

    *Sarà anche anacronistico e impopolare; ma io so nominare come unica panacea, contro tutto, sempre solo “Die Arbeit” … A. Döblin, la prima volta che ci vedemmo, mi fece raccontare la mia carrieruzza; tagliai corto il più possibile; al che lui preoccupato disse: “Dovrà lavorare assai”. Questo ho fatto. E invero così. Siccome nella mia professione di merlettaio (Spitzenberuf) non si può notoriamente vivere durante i primi decenni dei libri propri, per lavoro di sostentamento mi sono scelto il tradurre – in confronto alle “tournée di lettura” o al recensire libri di colleghi, mi pareva ancor sempre la cosa più decente; e anche il mezzo migliore per l’autodisciplinamento (SelbstDisziplinierung). Ma basta; non vorrei qui ripetermi; in fin dei conti sta tutto nei miei libri; gli esercizi pratico-manuali (die praktischen Handübungen) come i componimenti teorici, le buone teorie e i cattivi esempi. Una cosa sola sia qui sottolineata ancora una volta: la conoscenza dei nostri competenti, stimolanti predecessori; che nel mio caso significa il periodo da Luciano e Filostrato fino a Werfel e Schaeffer. Una mano esercitata e resa fine secondo le forze. E infine molta pena (Mühsal) di migliaia di ore. Per questi motivi soprattutto mi rallegra particolarmente che l’intero orientamento descritto, che è davvero pesante – pesante per il lavoro; e pesante per il lettore – sia stato riconosciuto in me col vostro conferimento del Premio Goethe.* (Anche queste sono le ultime parole, del discorso scritto ma non letto a Francoforte nel 1973. Mi sembra che si accoppino sua sponte con le ultimissime.)

    PS Questo è un post disgraziato, poiché contiene una spina in corpo: *Seelandschaft mit Pocahontas*. Subito avevo pensato a un refuso, ma ora scorrendo il commento di Pinto del 23, h. 17, trovo ribadito, e anzi tribadito: *Seelandschaft mit Pocahontas [Paesaggio lacustre con Pocahontas]*. Siccome ho fondata stima del traduttore e conosco il suo horror refusi, devo dedurne che si tratta di un intervento censorio del postante, il quale dopo aver cancellato un intero commento all’inizio del thread, ora si “diverte” a cancellare le lettere. (Va da sé che la dizione corretta è: Seelandschaft mit Porcahontas.)

  59. Walter Siti il 25 settembre 2006 alle 08:18

    Mi chiamo Siti, Walter Siti come Tootsie.

  60. J. Osborne il 25 settembre 2006 alle 08:33

    Alla fine degli anni sessanta, l’heavy-rocker Fiodor May riscopre Rilke e sente il fascino di Arno Schmidt, sotto la cui influenza nascono Minimonster (1969) e Phantom Fan (1971), il cui ritornello era tutto un programma:

    Beckett e Brecht,
    Roland Barthes e Breton,
    Max Ernst e Jean Paul Belmondo,
    Hölderlin, Michaux, Claude Lebon –
    già mi circondano,
    aleggiano intorno a me nella stanza,
    i miei geni,
    i miei fratelli di sangue.

  61. O.Canova il 25 settembre 2006 alle 09:23

    due sposi: un monumento tedesco

    goethe:
    vieni e frontami piccino mio
    perché ho molti punti
    tra cui non ve n’è uno
    che non sgorghi dal cuore

    schiller:
    vieni e cuorami piccina mia
    perché ho molti punti
    tra cui non ve n’è uno
    che non sgorghi dalla fronte

  62. S.S. il 25 settembre 2006 alle 11:41

    There’s something happening here. What it is ain’t exactly clear . There’s a man with a gun over there telling us we got to beware. I think it’s time we stop, children, what’s that sound, everybody look what’s going down. Paranoia strikes deep into our life, it will creep. It starts when we’re always afraid: we step out of line, the man come and take you away. We better stop!

  63. Miku il 25 settembre 2006 alle 11:46

    Giro gli occhi un attimo (fra l’altro commossi, perché ho appena visto la culla di Gesù, a S. Maria Maggiore: due assicelle incastonate in un catafalco barocco, cristallizzato): e il Satyrus fici u pezzio. Na gut, na gut (Roma, 25. 09. 2006).

    P.s.

    Borse, tirando le somme, visto il contesto da cui è cavata la citazione, quale la tua proposta ultima?

  64. db il 25 settembre 2006 alle 12:05

    A decidere, è chiamato un gran giurì di atei patentati, rispondenti al nome di:

    1) Karl Friedrich Butt detto Scheibe (55), professore di filosofia; da Coswig ad Elbe (ex-DDR)
    2) Gottfehd Schweighäuser (40), filologo antico; da Straßburg
    3) William T. Kolderup (30), rampollo di una famiglia patrizia germanico=danese, domiciliato a Ribe, Sönderho (Fanø), Tellingstedt; con interessi letterari.

    Staremo a vedere.

  65. db il 25 settembre 2006 alle 12:39

    Sto cercando di saperne di più sulla personalità dei giurati. Punto ovviamente sul filosofo (non per corromperlo!), e inviterei Pinto e Raos a fare altrettanto, rispettivamente col filologo e col letterato.
    In rete ho beccato un’agenzia di investigazioni private – la Capital Investigations – per cui lavorano tre giovani donne. Il capo, Charlie Angels, non compare mai in volto e contatta le 3 attraverso un altoparlante posto nell’ufficio. Sarà una pista buona ( per via delle donne almeno)?

  66. W. Pinketts il 25 settembre 2006 alle 12:47

    *Impegno* = (in letteratura): scrivere talmente tanto da farsi male alla mano.

  67. W. Kolderup il 25 settembre 2006 alle 13:47

    doppio segno (di mano)

    mi faccio il segno della croce
    davanti ad ogni chiesa
    mi faccio il segno della noce
    davanti ad ogni siesa
    come faccio il primo
    lo sa ogni cattolico
    come faccio il secondo
    io solo al mondo

  68. db il 25 settembre 2006 alle 18:03

    Ho frainteso il senso dell’ultima domanda. Pensavo volesse dire: prima di
    chiederci se Fleiß è una virtù, chiediamoci se non è un dato naturale che accomuna uomini e animali – nel qual caso non è più una dote morale/virtù. In una parola: di quanto si distanzia l’uomo dall”animale?
    Invece: *per uomini & animali Fleiß è una mera necessità (di vita)?* – E’ una domanda pressoché retorica, che sottintende: probabilmente non lo è, ossia è qualcos’altro, sia per gli uomini che per gli animali. In una parola: di quanto si avvicina l’animale all’uomo?

    Mandela in carcere, quando montava a pulire i cessi, prima si metteva una camicia pulita. Dignità? certo, in una necessità estrema. Ma al contempo, Fleiß.

    Applicarsi è una virtù?
    (Fleiß è la lima che con-
    clude i Canti del Conte)

  69. gianni grimaldi il 25 settembre 2006 alle 19:33

    Gabbione sullazzo nel punnto drenante
    gavizia da fllocco di sneve
    ed è l’abito nero.

  70. W. Kolderup il 25 settembre 2006 alle 22:50

    io cosa cercare
    io non sapere cosa cercare
    io non sapere come sapere cosa cercare
    io cercare come sapere cosa cercare

    io sapere cosa cercare
    io cercare come sapere cosa cercare
    io sapere io cercare come sapere cosa cercare
    io cosa sapere

    io cosa sercare
    io cosa capere
    io cosa sercere
    io cosa capare

    oi cosa cersare
    oi cosa pacere
    oi cosa cersere
    oi cosa pacare

  71. Irma Blank il 26 settembre 2006 alle 00:19

    Fleiß e Eifer suonano tra i tedeschi di oggi esattamente come diligenza e zelo tra gli italiani di oggi, con valore abbastanza negativo. Quando scriveva Schmidt forse era diverso, o era diverso lui. Però dal contesto si capisce che Fleiß è inteso come il contrario di Faulheit, pigrizia (vedi la frase di Humboldt). Sul dizionario dei sinonimi e contrari, trovo questi: dinamismo, alacrità, solerzia. Uno dovrebbe andare bene.

  72. Pio Paternostro il 26 settembre 2006 alle 02:50

    ESPERIENZA DEL SACRO

    .. stamane in negozio si è presentato un tipo strano … dice che è di famiglia ebrea ma atea … che frequentando alcuni giovani di CL ha cominciato a considerare con occhi diversi … che ora sente la vocazione … perciò vorrebbe un crocefisso piccolo … sempre stando sulla small gli mostro prima il più bello e caro, poi uno medio per le scuole e infine il più andante di plastica … lui lo gira e rigira e fa: non l’avete senza acrobata? …

  73. W. Siti il 26 settembre 2006 alle 02:51

    mi chiamo Siti, Water Siti come loo

  74. Caro Raos il 26 settembre 2006 alle 03:07

    tu (come del resto tutti) per me (come del resto per tutti) sei absconditus come dio, ma non sei dio. diciamo che sei alcuno e trino:
    pessimo qua blogger
    buono quo poeta
    ottimo qui critico
    nell’incertezza perciò mi rivolgo a alcuno e torno immantinentemente muto, extrinsece (probl. di lav.) e intrinsece (se ci 6 batti 1).

    db

  75. W. Kolderup il 26 settembre 2006 alle 03:10

    CANTO DI FINE ESTATE

    noi siamo gli uomini sui prati
    presto saremo gli uomini sotto i prati
    e diverremo prati e diverremo bosco
    come soggiorno in campagna
    sarà più sereno

  76. G. Schweighäuser il 26 settembre 2006 alle 03:22

    Na na gut, Herr Kolderùp!

    wir sind die menschen auf den wiesen
    bald sind wir die menschen unter den wiesen
    und werden wiesen und werden wald
    das wird ein heiterer landaufenthalt

    (so geht’s besser)

  77. db il 26 settembre 2006 alle 21:35

    per la pars destruens, non c’è alcun dubbio: zelo, in tutte le sue accezioni, in tedesco è Eifer, e Arno invece usa Fleiß, tra l’altro come naturale contrario di Faulheit/pigrizia. (che tra le accezioni di zelo ce ne sia una contigua a diligenza, non significa nulla: nel bocabolario infatti tout se tient, e mela si potrebbe per slittamenti successivi tradurre pera).
    La cosa è chiarissima, solo manca la parola. Contro il pigro a scuola c’è il diligente, quello che fa con cura/accuratezza, s’impegna con costanza ecc. Il prodotto del Fleiß è il LAVORO BEN FATTO. C’è una virtù attinente? certo, basta leggere Weber: il lavoro intellettuale come professione. Ciò che si domanda Arno con la seconda è: l’etica del lavorobenfatto è solo protestante/calvinista, viene cioè dall’alto/dio?!, o è invece piuttosto una bioetica in senso pregno (non quella di adesso, che serve solo a far covegni e cattedre), un’etica in nuce del bios/zoe che coinvolge pure gli animali (nella fattispecie formiche)?
    Ieri Irma Blank è stata coinvolta sulla faccenda: anche lei sa benissimo Fleiß/Eifer, ma non le viene la parola (alla fine propendeva per costanza). bene, Irma ha fatto del Fleiß/metodicità/limaggio/levare la sua ragione di vita. Il suo Blaue Roman è al Moma di NY, la sua costanza ha pagato (si lamenta del pressapochismo di oggi, come il Conte di quello di ieri). Ha fatto ammattire me e altri miei due amici per un cofanetto di 8 libretti + miniCD titolato “sign & sound” che descrive l’inizio di ogni atto di scrittura (chi è a Parigi, lo può vedere al Beaubourg e alla Nationale, chi è in Italia lo può comprare da noi al costo di 4 Siti, ed è tirato in 100 copie). dopo un tirocinio di 1 anno, mi ha promosso da manovale a collaboratore, e abbiamo progettato di fare un’opera a 4 mani, titolo SIMPLEX SIGILLUM VERI. be’, ieri sera molto si è parlato e bevuto su un autore tedesco (come lei) che avevo trovato nella miniera di Raos (il link segnalato sotto le sue trad. di Ross). Così è la vita: non smetterò mai di ringraziare Raos (la sua effigie, il suo lato di critico, ché per il resto …) di avermi fatto scoprire un poeta coi fiocchi.

    Impegnarsi è una virtù? per gli uomini & animali l’impegno è una mera necessità (di vita)?

  78. Tango 22 il 26 settembre 2006 alle 21:55

    Linneo fu il primo, a metà ‘700, a classificare una scimmia come uomo: chiamò infatti l’orango HOMO NOCTURNUS.

  79. db il 26 settembre 2006 alle 23:44

    A forza di digitare, ho individuato il filosofo sotto mentite spoglie:
    la Capital Investigations in realtà si chiama Grundrisse.
    Charlie Angels è letteralmente Karl Engels, ma per condensa: KARLmarx FRIEDERICHengels.
    per Butt è sortita una sequela di epiteti latini: stupidus ebethes, sordidus ecc.
    su Schiebe mi si è intasato il pc, ma il profilo ormai c’è.
    Il gran giurì si riunì una prima volta alla “Scuola degli atei” di Arno am Schmidt (ex-DDR).

    L’assiduità è una virtù (o rompe i marroni)?

  80. W. Kolderup il 27 settembre 2006 alle 00:08

    molti ritengono
    che non si podda
    confonsere
    la sestra con la dinistra:
    che errore!

  81. B. Lingue il 27 settembre 2006 alle 00:09

    La calma è una virtù? Per gli uomini & animali il gesso è una mera necessità (di vita)?

  82. Miku il 27 settembre 2006 alle 02:33

    @db

    Non tieni dunque conto dell’intervento ventresco? E l’operosità dove va a finire? Comunque faccio un controllo nell’opera, vediamo se ricorre anche altrove. Ciò che Fleiss significa, lo sappiamo, trovare la giusta intersezione è un altro paio di maniche. Dunque: Essere zelanti è una virtù? per uomini & animali l’essere zelanti è una mera necessità (di vita)?

    Vediamo cosa esce fuori dallo spoglio, poi ci ritorniamo su.

  83. Maia Mandela il 27 settembre 2006 alle 02:42

    I lavori svolti dall’ape operaia nella vita adulta sono molti e cambiano in base all’età. Nei primi due giorni di vita si occupa della pulizia delle celle e del riscaldamento della covata. In seguito nutre prima le larve adulte, poi le larve giovani, cura e alimenta l’ape regina e provvede all’immagazzinamento delle provviste. Si occupa della pulizia dell’alveare, della ventilazione e della costruzione dei favi ed effettua voli di esplorazione. Si occupa della guardia dell’alveare e dal 22° giorno di vita svolge la sua attività prevalentemente all’esterno, raccogliendo acqua, nettare, polline e propoli.

    OPERAI/E DI TUTTO IL REGNO, UNIAMOCI!

  84. db il 27 settembre 2006 alle 04:43

    1851 beteuerte Humboldt dem König Friedrich Wilhelm IV., “die Abendexkursionen nach Charlottenburg schaden mir gar nicht, und ich bin reich dafür belohnt.” Ganz anders liest es sich in einem ungefähr in der gleichen Zeit an den Museumsdirektor Olfers gerichteten Brief, heißt es doch in ihm: “Unsere Abende sind vor Monotonie, um an den Wänden zu kratzen.” Was stimmt denn nun – reiche geistige Belohnung oder gähnende Langeweile?

    da Beck, Hanno (Hrsg.): Gespräche Alexander von Humboldts. Berlin 1959. (nella biblioteca di Arno non c’è, mentre c’è Kosmos et alia: ma l’avrà letto senz’altro). Sull’umorismo di Alexander, linka il bellissimo

    http://www.uni-potsdam.de/u/romanistik/ humboldt/hin/bierma-moquerie.htm

    Il primo intervento di Ventre, i. e. il ventriloquio, è da stampare assieme al post, in controluce: questo dà lo scheletro, quello la polpa.
    adesso ho capito perché in veneto diciamo zio cane zio porco: è una questione ethymologica di/da thymos, un’athymologia di fronte alla censura clericale. Purtroppo…
    Qui vale la pena tradurre dal tedesco? a volte parmi ch’è già tanto essere in 2.

  85. W. S. il 27 settembre 2006 alle 06:06

    Ho visto con sorpresa che il mio commento inaugurale è stato cancellato, e ho cercato di farmene una ragione.
    Purtroppo non l’ho salvato, ma mi pare impossibile che la cancellazione sia dovuta al contenuto: difatti mi limitavo a sottolineare la diversità di poetica tra questo post e quello di Siti – da una parte uno scrittore della distanza, dall’altro uno della vicinanza (ed esemplificavo con una notizia curiosa passatami da db, secondo cui Schmidt avrebbe fatto calcoli infiniti per fissare sulla carta il luogo più lontano da conglomerati urbani, poste e telefoni ecc., onde eligerlo a residenza).Tutto qui. Se la censura non riguarda il contenuto, il censurante potrebbe postare il commento (normalmente, chi fa un atto d’ufficio o d’imperio conserva il corpo del reato).
    Secondo me, si è trattato di un equivoco riguardante il nome, e me lo figuro così: il postante ha visto il nick con cui mi sono firmato (Water Sitting, giusto perché mi ero portato il pc in bagno), e per telefono ha riferito a Walter Siti. Per la bizzarria della pronuncia inglese, l’interpellato deve aver sentito il suo nome, e logicamente negato. Mi sembra ad ogni modo che si può ancora rimediare, e ad ogni modo salutatemi il collega Sparzani.

  86. db il 27 settembre 2006 alle 19:06

    la domanda di K è ben posta, sulla scia di una tradizione millenaria: qual è la caratteristica comune alla specie uomo che al contempo la differenzi dalle altre specie animali?
    La tradizione avrebbe risposto: la razionalità, ché l’uomo è animal rationale.
    Invece A risponde: il Mensch è un Tier… faul (dal che si deduce che tutti gli altri Tiere invece sono fleißig).

    NB. dalla fretta ho invertito il luogo di provenienza di K.F. Butt: in italiano Fabbro all’Arno. Il letterato danese fa invece di nome William Villafredda (Willafredda/Willyfreddy for friends). Buio ancora sul filologo.

  87. Ale il 27 settembre 2006 alle 19:57

    Nato nel 1769 (un anno prima di Hegel e Hölderlin), trascorse la sua infanzia presso il castello di Tegel (in seguito descrisse questo periodo come molto noioso). Inviato a studiare presso l’università di Francoforte sull’Oder, s’innamorò per la prima volta di un uomo (studente di teologia). Si entusiasmò (come H & H) della Rivoluzione francese. La sua voglia di fare viaggi in luoghi lontani crebbe frequentando G. Forster, che aveva accompagnato J. Cook nel suo secondo viaggio. Nel 1792 fu assunto presso la società mineraria statale prussiana. Il 5 giugno1799 iniziò il suo gran viaggio in Sudamerica, che si concluse il 3 agosto 1804 ( 9650 km percorsi a piedi, a cavallo o in canoa): accanto a Napoleone, Ale era l´uomo più famoso del mondo. Si trattenne per un ventennio a Parigi, dove trovò come collaboratori non solo scienziati francesi, ma anche incisori ramai per le sue mappe e le sue illustrazioni e editori che gli pubblicarono l´opera. Questo lavoro gli dissipò quasi completamente il suo intero capitale. Di giorno lavorava all´elaborazione delle sue ricerche, mentre di notte normalmente appariva nei saloni della società parigina, dove solitamente dominava la conversazione. Pubblicò un´opera in 34 volumi in francese sulla sua spedizione, ma nel 1827 re Federico Guglielmo II lo chiamò a Berlino. Ale obbedì alla chiamata, anche perché era praticamente al verde. Negli ultimi 25 anni della sua vita scrisse la sua opera scientifica principale, “Kosmos”, dove cerca di descrivere in maniera intelligibile la struttura dell´universo dal punto di vista delle conoscenze di allora in uno stile piacevolemente letterario. I cinque tomi vennero pubblicati tra il 1845 e il 1862, raggiungendo una tiratura di 87.000 copie, cosa sensazionale per i tempi. Nel giro di poco tempo vennero tradotti in quasi tutte le lingue d´Europa. Quando a Berlino nel 1848 le rivolte culminarono nelle barricate, Ale parteggia per i rivoluzionari. Nel 1857 si impegnò per l´abolizione della seconda servitù della gleba in Prussia. Morì a 90 anni il 6 maggio 1859, proprio mentre stava terminando “Kosmos”. Aveva scritto: “La morte è la fine di quella condizione di noia che chiamiamo vita”. Non aveva alcun congiunto. Darwin lo definì il più grande viaggiatore-scienziato di tutti tempi. Poe riprese esplicitamente Kosmos nel suo Eureka.

  88. Walter S. il 27 settembre 2006 alle 19:59

    Mi chiamo Walter, Walter S. come Savona.

  89. db il 27 settembre 2006 alle 22:50

    Faulheit = pigritia / faul =
    1- putridus, corruptus (etwas ist faul im staate Dänemarks)
    2- schlecht, übel
    3- aus der ersten bedeutung entspringt unmittelbar die heute vorherschende von ignavus und segnis, nur dasz uns faul stärker ist als träge, piger, welchen beiden die vorstellung von putredo abgeht, wir sagen: einer ist so faul, dasz er stinkt.

    Così i Grimm, che pongono addirittura faul come più forte di träge. E trägheit = acedia (da akdeia, indifference : a- + kedos, cura.]

    Pigritia est animi dispositio imbecillis, in qua ex occultis vitiorum accidentibus robur spiritum delitescit, et compages membrorum horrescunt. De pigro nempe Salomon Lapidabitur piger stercore bovino, ex eo quod bos est pigrum animal, quia non precedit aratrum nec trahit vehiculum nisi ferreo stimulato repungatur. (Boncompagni, Retorica Novissima, 1235)

    Virtus in actione consistit: La virtù ne le tenebre nascosa / Al’inetta pigritia appar conforme / Che sonnacchiosa, e vil sempre riposa, / L’altra nel otio vile immersa dorme.
    Odiosa pigritia: Scaccia Amore amator di vigilanza / La testudine lenta, ei mai non dorme, / Sempre trauaglia, segue l’amate orme, / Odia l’otio, e l’inutile tardanza.
    (Ripa, Iconologia)

    In ambo i casi, si attribuisce la pigrizia ad animali (bove, tartaruga): ossia il contrario di Humboldt, per il quale essa è il contrassegno umano.

    Acedia seu spiritualis pigritia pervenit usque ad reiiciendum gaudium, quod a Deo procedit, et ad bonum abhorrendum divinum (Catechismo cattolico attuale).

    Insomma, la pigritia/acedia è, secondo una tradizione millenaria, un vizio capitale. Ma se con Humboldt lo poniamo come contrassegno biologico, come natura (umana), allora erhebt sich die Frage/ s’impone la domanda: Iss Fleiß ’ne Tugend?

  90. inc. semin. TALKING BEES il 28 settembre 2006 alle 00:20

    Le incontre, organizzate dalla Fac. di Scienze Politiche – Master in Pari Opportunità e Studie di Genere, sono aperte a tutte e si terranno nell’Aula Semin. della Dip. di Studie Sociali, via Mieli 15, alle h. 14.30. La prossima incontra è prevista per lunedì 2 ottobre: “Leni Riefenstahl, o la fantasia artistica e la sua operaia” (relatrice: Acacia Fuchini).

  91. cap. IV il 28 settembre 2006 alle 01:05

    Porcahontas.porcahontas porcahontasporcahontas. Diario:. :scuro:. ____________________ . Guild Eyes Of Soul In game Offline Criminal No Fame 5955 Karma -12000 Gender Female Kill count 0 .porcahontas. bbbona [ : D ] [ / quote ]. Chiappe Infuocate . leggi il suo diario. musicman – 15 : 57 .Porcahontas** – a été dernièrement présent (e) à cet événement : Midnight Cat : . ____________________ ” La necessità di parlare , l ‘ imbarazzo di non . Tutto x una biondona: Teuzzo; Rotowash; Matrix; El Raton; Nippy; Mandorla Classico; Spiedo; Il Gran Visir; Mumia Lenin. 5:51 PM.- Amici di Porcahontas > mentelocale. galleria immagini:. Passa tutto il torneo ferma in meta e per risolvere preferisce scaricare dump., il trionfo di Porcahontas, Sex & ZenA , Il mondo , le leggende , l ‘ ironia, – CHARACTER PROFILE.la cosa è decaduta da porcahontas in poi. Porcahontas cerca Home Scegli . È’ successo e succedera’ . F_NAV Duncan James official sbavatrici-fan forum!!! > Usuario: Senha:. guarda le immagini recenti. Provincia: .Porcahontas 6-: Troppo timorosa. User Stats. kleopatra. Profile Views, 445 . Porcahontas però non amava realmente il suo uomo . JAlbum 4. – Diversão garantida inicial . Team Members. tra lunghe e sofferte cerette, “invidiabili” collezioni. Anterior, sobre athenaying, proximo : ” Mister PorcaHontas, ehm Miss PorcaHontas “, riferendosi a 5687.Io vedo e poi proveddo. Copains de Porcahontas > Ajouter Porcahontas à mes copains .Porcahontas Rechercher Accueil . :D :D :D. dovresti vedere la mia!?!?!?!?!? poi non sempre serve essere .e tu invece?…informati… .vabbè daije. Io faccio bale, il ra farrell e gabri.Porcahontas era promessa in sposa a un baldo ragazzotto di origini europee .[messaggio privato]. Ultimas 16/07/55 13/07/55 04/07/55 mais DELUSIONE .Eventi ultimamente qui: Midnight Cat: Relaseparty She. Da un po ‘ di tempo , infatti . Firma: . Di cosa si tratta ? .

  92. Willafredda il 28 settembre 2006 alle 01:41

    della vita delle piante

    anche i duri boccioli
    neri, anche i boccioli
    in ritardo apre la luce.
    anche i bei fiori
    bianchi, anche i fiori
    odorosi disperde il vento.
    anche le belle foglie
    verdi, anche le foglie
    solatie stritola il vento.
    anche le belle piante
    antiche, anche le piante
    stabili spezza il tempo.

  93. G.E. Lessing il 28 settembre 2006 alle 08:03

    DIE FAULHEIT

    Fleiß und Arbeit lob ich nicht.
    Fleiß und Arbeit lob ein Bauer.
    Ja, der Bauer selber spricht,
    Fleiß und Arbeit wird ihm sauer.
    Faul zu sein, sei meine Pflicht;
    Diese Pflicht ermüdet nicht.

    Bruder, laß das Buch voll Staub.
    Willst du länger mit ihm wachen?
    Morgen bist du selber Staub!
    Laß uns faul in allen Sachen,
    Nur nicht faul zu Lieb und Wein,
    Nur nicht faul zur Faulheit sein.

    (LA PIGRIZIA. Fleiß e lavoro non li lodo. / Fleiß e lavoro li lodi un villano. / Sì, il villano stesso dice / che Fleiß e lavoro gli risultano amari. / Esser pigro sia il mio dovere; / questo dovere non affatica. // Fratello, lascia il libro polveroso! / Vuoi vegliare ancora insieme? / Domani sarai tu stesso polvere! / siamo pigri in ogni cosa, / non soltanto con amore e vino, / pigri non solo con la pigrizia!)

  94. db il 28 settembre 2006 alle 09:10

    Perché Arno definisce “grande” la sentenza di Humboldt?
    Il brano dai Gespräche che avevo riportato in tedesco, è ora di riassumerlo in italiano: mentre al re H. dice di essere contentissimo delle loro chiacchierate, a un ministro invece dice che esse sono di una monotonia unica. Noi abbiamo già visto H. alle prese con la noia: da piccolo, e poi da vecchio, quando formula un’analoga grande sentenza (“La morte è la fine di quella condizione di noia che chiamiamo vita”). Per contro, tutta la sua vita è stata contraddistinta da Fleiß/Eifer, da un attivismo febbrile. Se si tien fermo che monotonia, noia, pigrizia, accidia ecc. sono tutte facce dell’otium padre dei vizi, la situazione diventa di una comicità assoluta. Mente o non mente H. (come in altre situazioni)? Non mente, in quanto egli ritiene veramente che la pigrizia sia connaturata all’uomo; ma mente in quanto la vede non come dato di fatto, ma come pericolo (da cui lui personalmente ha saputo tirarsi fuori). E’ come se dicesse: tutti gli uomini sono pigri te compreso, o re, ma me escluso. Inoltre la massima generale può avere la funzione assai specifica di dichiarare indirettamente (beffando in qualche modo la gerarchia di potere e la censura che ne consegue) che lui H in quel preciso istante si sta annoiando/impigrendo nientepopo’ dimenoche’… col re!
    Forse c’è Schopenhauer in questa teoria della noia (letteralmente ignoto fino al 1949, dopo il fallimento del ’48 Schopi ebbe un enorme successo); ma di sicuro c’è Lessing. E’ come se H lo volgesse in prosa: sì re, annoiamoci di tutto come la specie umana sa/deve fare – solo che io mi annoio della noia stessa… e mollo tutto e vado a lavorare.

  95. W. Kolloderup il 28 settembre 2006 alle 10:01

    la morte recente di mia madre
    mi ha fatto rinascere

    con le orecchie d’asino
    e il naso lungo di pinocchio

    così mi troveranno subito
    sono perso

  96. db il 28 settembre 2006 alle 19:02

    la questione Fleiß/Eifer è tanto semplice da capire quanto difficile da tradurre, ma penso di essere arrivato a una conclusione. la differenza base è
    Fleiß = applicazione costante
    Eifer = applicazione entusiasta

    (Fleiß/Fließ, qualcosa che scorre con costanza come un fiume, ovvero: Fließarbeit = lavorazione a catena, come le formiche).
    Il cerchio di significati di zelo/Eifer si sovrappone parzialmente al cerchio di significati di diligenza/Fleiß, creando una mandorla da cui pescare il lemma – che non può essere zelo (tant’è che ogni tedesco che conosce l’italiano leggendo zelo lo tradurrebbe mentalmente e automaticamente con Eifer), e può essere diligenza solo a patto di sacrificare quella sfumatura che sta nella mandorla.
    Le ultime parole di Arno ci aiutano perché pongono nettamente il Fleiß come il contrario della Faulheit. E la poesia di Lessing ribadisce indirettamente, in quanto pone l’endiadi Fließ und arbeit = lavoro metodico. Ma le ultime parole di Arno sono decisive in un altro senso, penso definitivo: vi si parla infatti di un Fleiß riferito non solo agli uomini, ma a pari grado anche agli animali. Bisogna trovare un termine cioè che si applichi anche agli animali. Nel linguaggio corrente, in Germania si parla di fließige Biene (ape) e di fließige Ameise (formica). E così, su quest’onda, si svela infine il mistero gaudioso (ma non troppo):

    operosità = l’attività in quanto sottolineata dall’impegno o riconducibile all’idea di produzione, Devoto/Oli (e operosus = che dedica ogni sua cura). / operosità toglie alla diligenza quel che di passivo e limitato che implicitamente le attribuiamo / è l’esatto contrario della pigrizia / si applica perfettamente agli animali (l’ape operaia / operosa, la formica idem). Ironia della sorte ( o potenza dell’amicizia), io che ho cassato zelo ho avuto in cambio da Pinto… la parola giusta (perché l’aveva proposta lui assai presto, non so quanto obtorto collo).
    Col che il senso delle ultime parole di Arno è ancor lungi dall’essere sviscerato. Ma ogni cosa a suo tempo.

  97. W. Kamperup il 29 settembre 2006 alle 09:46

    CAMPEGGIO

    Una tenda.
    Un coltello. Tre Cadaveri.
    Un ragazzino cerca il papà, la mamma
    e suo fratello Rudi.
    Eredita tutto.
    Una tenda. Un coltello.
    Tre cadaveri.

  98. db il 29 settembre 2006 alle 12:11

    44141:105
    … Wir muflten, auf einer MissionsTour, ¸ber ein krokodilreiches Fl¸flchen setzen: Taxe 2 Shilling. Als Wir am Abend, todm¸de gepredigt, zur¸ckkehrten, sagte der Ferge, ganz kalt: 20 Shilling!´; (õwas Wir gemacht habenã?): ªIhn erstmal f¸rchterlich verpr¸gelt. Und dann r¸bergeschwommím ñ war ¸berhaupt kein Krokodil drin. Das habí ich, ganz allgemein, als eines der Kennzeichen õexotischer Mentalit‰tã erfunden: die Leute weigern sich einfach, aus irgendetwas eine Lehre zu ziehen. Der Kerl war bestimmt schon hundertmal f¸r seinen dreckíjen Trick verdroschen worden ñ und er versuchtí es halt immer wieder. Anstatt Uns ruhig die 20 Meter r¸berzustaken, und dann wortlos seine 2 Shillinge einzustreichen (sowieso ein horrender Preis damals!): nein! er muflte Indiens Selbst‰ndigkeit einmal mehr auf dem Hintern sp¸ren.´

    44141:193
    (Tja, eines der vielen groflen Worte Alexander von Humboldtís: õSie sind s‰mtlich faul, Majest‰t.ã, (als Fr. Wilhelm iv. ihn nach den groflen allgemeinen Kennzeichen der Gattung Mensch fragte). / Naja; erhebt sich die Frage: õIss Fleifl íne Tugend?ã / (M¸flte man erst noch eine andre Frage davorschalten): õIst Fleifl f¸r Menschen & Tiere eine einfache Notwendigkeit (LebensNotwendigkeit)?ã

    questa è la copia deteriorata (ma che cartacarbone usava Arno?) delle ultime parole NB non dette, né scritte, ma battute (Schmied è fabbro, schmieden è battere, Schmiede è la fucina. A prop.: Schmidt taglialemma è un emblema splendido, se non che fa pensare ai boschi, e già c’abbiamo Heidi. Arno invece di notte frequenta le città, quartieri popolari, bassifondi… io proporrei Schmidt lo Squartatore).
    Se Sua Maestà Borbonico-Levantina, il Pinto intendo, il Pindo intento insomma a fare che?! si degnasse di una risposta, una risposta sola seppur triplice:
    1- cosa pensa di “operosità”?
    2- come sigla Arno i pezzi (perché 44141:105 e subito dopo 193)?
    3- chi è il filologo antico dell’ACEPU (Scuola per atei)?

  99. mikupedia il 29 settembre 2006 alle 13:01

    “Schmidt the Ripper” (da to rip = strappare, scucire), fu il primo rapper (da to rap = battere) della scena punk: mitici i suoi happenings berlinesi con gli Einstürzende Neubauten. Fu anche il primo scratcher (da to scratch = graffiare), col nome di “Torso Killer”.

  100. W. Rilkerup il 29 settembre 2006 alle 22:56

    IL NOME DI RILKE

    rilke
    diceva
    se uno gli chiedeva il nome

    rilke
    si diceva
    se si chiedeva il nome
    oppure
    non conosco

  101. A. Schopy il 30 settembre 2006 alle 04:27

    Nessun essere, eccetto l’uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è una cosa che si intuisce per se stessa, nessuno vi fa caso. Nella pacatezza dello sguardo degli animali parla ancora la saggezza della natura; perché in essi la volontà e l’intelletto non si sono ancora distaccati abbastanza l’uno dall’altro per potersi, al loro reincontrarsi, stupirsi l’uno dell’altra. Cosí qui l’intero fenomeno aderisce ancora strettamente al tronco della natura, dal quale è germogliato, ed è partecipe dell’inconsapevole onniscienza della grande Madre. Solo dopo che l’intima essenza della natura (la volontà di vivere nella sua oggettivazione) s’è elevata attraverso i due regni degli esseri incoscienti e poi, dopo essere passata, vigorosa ed esultante, attraverso la serie lunga e vasta degli animali, è giunta infine, con la comparsa della ragione, cioè nell’uomo, per la prima volta alla riflessione: allora essa si stupisce delle sue proprie opere e si chiede che cosa essa sia. La sua meraviglia, però, è tanto piú seria, in quanto essa si trova qui per la prima volta coscientemente di fronte alla morte, e, accanto alla caducità di ogni esistenza, le si rivela anche, con maggiore o minore consapevolezza, la vanità di ogni aspirazione. Con questa riflessione e con questo stupore nasce allora, unicamente nell’uomo, il bisogno di una metafisica: egli è dunque un animal metaphysicum.

  102. Lapo Crifo il 30 settembre 2006 alle 10:50

    ESPERIENZA DEL SACRO

    Mentre mangiavano, prese del pane, lo ruppe, e dandolo ai suoi sodali disse: “E’ di ieri…”.

  103. Miku il 30 settembre 2006 alle 16:59

    @ db

    Per me “operosità” va benissimo, e ripropongo perciò la variante:

    *L’operosità è per uomini & animali un semplice bisogno (vitale)?

    Sarebbe però interessante sapere che cosa ne pensa Ventre (se ancora a-leggi). La questione sollevata, molto importante per la comprensione dell’etica del lavoro di Schmidt, potremmo poi approfondirla, e preparare dei materiali.

    Su “na ja”, che compare nel passo di Julia, questo è spesso un semplice “ma sì”: oppure il bisillabo, più volte ripetuto, di una donna in penombra su sedia a dondolo, l’iterazione ultima di una silhouette di Beckett.

  104. W. Ramborup il 30 settembre 2006 alle 18:01

    (HOLLYWOOD) STARLET

    Cantami, o diva,
    di S. Tallone (Achille)

  105. db il 30 settembre 2006 alle 21:20

    A proposito delle sue spedizioni, il vecchio Ale annotò: Mich spornte die vage Sehnsucht an, von einem langweiligen Alltagsleben in eine wunderbare Welt versetzt zu werden (mi spronava il vago desìo di venir catapultato da un noiosa quotidianità in un mondo meraviglioso).

    Ma il nomade celebra la stanzialità, quando nel 1834 si fa la casa:

    Ich lieb‘ euch, meiner Wohnung stille Mauern,
    und habe euch mit Liebe aufgebauet;
    wenn man des Wohners Sinn im Hause schauet,
    wird lang nach mir in euch noch meiner dauern.

    (Vi amo, quieti muri della mia abitazione, / e vi ho innalzati con amore; / se nella casa si scorge l’animo dell’abitatore, / dopo me sarete di me una lunga continuazione.)

    E allora, come la mettiamo?

  106. db il 1 ottobre 2006 alle 10:02

    Ale: Die Menschen sind sämtilch faul (gli uomini sono tutti pigri). Der Tod ist das Ende des Zustandes der Langeweile, den wir Leben nennen (La morte è la fine dello stato di noia che chiamiamo vita).

    Goethe: Wenn die Affen es dahin bringen könnten, Langeweile zu haben, so könnten sie Menschen werden (se le scimmie potessero spingersi fino ad avere noia, potrebbero diventare uomini).

    E’ lo stesso linguaggio, e lo stesso concetto: ciò che distingue l’uomo dall’animale (scimmia in questo caso), è la noia/pigrizia.

  107. W. Sonnerup il 1 ottobre 2006 alle 18:48

    IL BERRETTO A SONAGLI
    (un sonetto a beragli)

    berretto
    sonagli
    sonetto
    beragli

    bonetto
    seragli
    serretto
    bonagli

    benetto
    soragli
    sorretto

    benagli
    scorretto
    se ragli

  108. db il 2 ottobre 2006 alle 23:49

    Goethe, MASSIME E RIFLESSIONI: *Lo scrivere è un ozio affaccendato. / Se lavoro incessantemente fino alla fine, la natura mi dovrà un’altra forma di esistenza quando quella presente sarà svanita. / Senza fretta, ma senza sosta. / Solo per quegli uomini che non sanno produrre nulla, non esiste nulla.* La massima sulle scimmie è la 697: cfr. le contigue

    640. Nicht allein das Angeborene, sondern auch das Erworbene ist der Mensch.
    641. Unsre Eigenschaften müssen wir kultivieren, nicht unsre Eigenheiten.
    655. Zum Tun gehört Talent, zum Wohltun Vermögen.
    656. Eine gefallene Schreibfeder muss man gleich aufheben, sonst wird sie zertreten.
    682. Beim Zerstören gelten alle falschen Argumente, beim Aufbauen keineswegs. Was nicht wahr ist, baut nicht.
    689. Der Tag an und für sich ist gar zu miserabel; wenn man nicht ein Lustrum anpackt, so gibt’s keine Garbe.
    690. Der Tag gehört dem Irrtum und dem Fehler, die Zeitreihe dem Erfolg und dem Gelingen..
    692. Ich verwünsche das Tägliche, weil es immer absurd ist. Nur was wir durch mögliche Anstrengung ihm übergewinnen, lässt sich wohl einmal summieren.
    694. Das ganze Leben besteht aus Wollen und Nichtvollbringen, Vollbringen und Nichtwollen.
    695. Wollen und Vollbringen ist nicht der Mühe wert oder verdrießlich, davon zu sprechen.
    696. Das Leben vieler Menschen besteht aus Klatschigkeiten, Tägigkeiten, Intrige zu momentaner Wirkung
    700. Mit Gedanken, die nicht aus der tätigen Natur entsprungen sind und nicht wieder aufs tätige Leben wohltätig hinwirken und so in einem mit dem jedesmaligen Lebenszustand übereinstimmenden mannigfaltigen Wechsel unaufhörlich entstehen und sich auflösen, ist der Welt wenig geholfen.
    701. Im Idealen kommt alles auf die élans, im Realen auf die Beharrlichkeit an.
    706. Wie viel vermag nicht die Übung! Die Zuschauer schreien, und der Geschlagne schweigt.
    707. Wenn mir eine Sache missfällt, so lass’ ich sie liegen oder mache sie besser.

  109. C. Mici il 3 ottobre 2006 alle 11:54

    – Calvino diceva che Galileo è il più grande prosatore italiano. Chi sarebbe l’analogo tedesco?
- Direi Alexander von Humboldt. Ho appena finito di curare un’edizione in tre grossi volumi delle sue opere, che non erano più disponibili nonostante il loro valore: tutti parlano di lui, ma nessuno lo legge. Eppure è stato l’ultimo uomo universale tedesco: esploratore, pensatore, scrittore, poliglotta … Ha scritto qualcosa come ventimila lettere, creando quasi una versione postale di Internet.
    – E quali sarebbero i Dialoghi di von Humboldt?
- Il Kosmos, un ambizioso tentativo di descrizione totale del mondo naturale, basato sul lavoro di uno stuolo di collaboratori francesi, inglesi, statunitensi, messicani …
    – In genere si pensa a Goethe come a un antesignano del connubio tra scienza e letteratura. Ma Le affinità elettive oggi sono ridicole, da un punto di vista scientifico.
- Il grande limite di Goethe fu che, benché avesse certi interessi scientifici (geologia, biologia, morfologia), detestava la matematica. E nella sua teoria dei colori, si vede: pur con grande intuizione e sforzo, ha fatto molti errori.
    – In particolare, quello di credersi più furbo di Newton!
Eh, sí, aveva il difetto di considerarsi un genio! Humboldt fu tutt’altra cosa, molto più adeguato allo spirito della sua epoca. Anche se Goethe qualcosa di buono l’ha pur fatto, in campo scientifico: ad esempio, andò oltre la tassonomia botanica, alla ricerca delle comunanze di struttura fra piante diverse, in studi che continuano a essere rispettati anche oggi.
    – A proposito di struttura, mi sembra che Le affinità elettive dichiarino troppo esplicitamente la metafora chimica.
- Certo. E anche in maniera troppo artificiosa, non completamente convincente. Forse senza la metafora il romanzo avrebbe funzionato meglio, come storia di un amore complicato.

  110. Eckermann il 3 ottobre 2006 alle 11:56

    MONTAG DEN 11. DEZEMBER 1826.

    Ich fand Goethe in einer sehr heiter aufgeregten Stimmung. »Alexander von Humboldt ist diesen Morgen einige Stunden bei mir gewesen, sagte er mir sehr belebt entgegen. Was ist das für ein Mann! – Ich kenne ihn so lange und doch bin ich von neuem über ihn in Erstaunen. Man kann sagen, er hat an Kenntnissen und lebendigem Wissen nicht seinesgleichen. Und eine Vielseitigkeit, wie sie mir gleichfalls noch nicht vorgekommen ist! Wohin man rührt, er ist überall zu Hause und überschüttet uns mit geistigen Schätzen. Er gleicht einem Brunnen mit vielen Röhren, wo man überall nur Gefäße unterzuhalten braucht und wo es uns immer erquicklich und unerschöpflich entgegenströmt. Er wird einige Tage hier bleiben und ich fühle schon, es wird mir sein, als hätte ich Jahre verlebt.«

  111. db il 3 ottobre 2006 alle 12:05

    Su pigrizia/operosità Arno e Ale la pensano uguale, all’ombra di Goethe. Come i medioevali, ritengono l’acedia un “male radicale”, ma come malattia, non più come peccato. Homo piger/homo faber (come per Freud sarà poi homo neuroticus, che è la fusione dell’accoppiata). Invece:

    *O il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; o altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno … Di conseguenza, la vita umana oscilla, come un pendolo, tra il dolore e la noia: dei sette giorni della settimana, sei sono di dolore e di bisogno, e il settimo è di noia.*

    Questa, di Schopy, è un’altra lingua.

  112. db il 3 ottobre 2006 alle 22:02

    Ecco invece la stessa lingua, potenziata da un secolo:

    “E’ solo per inconsapevole presunzione che non ci si vuole riconoscere onestamente come plagiari “ J. W. Goethe
    “Il plagio: cos’è in fin dei conti se non conoscenza di sé? Che all’interessato manca quel che prende?” A. Schmidt

  113. W. Kaoserup il 4 ottobre 2006 alle 00:42

    semplicità rende il complicato bello, who knows
    complessità rende il facile bello, who knows
    essere semplicemente complicati è forse meno bello
    essere semplicemente semplici forse non è neanche così bello
    forse il complicato richiede
    una rappresentazione semplice, per essere bello
    come forse il semplice, per essere bello
    richiede una rappresentazione complicata
    ad ogni modo gli uni preferiscono il semplice
    al complicato
    e gli altri preferiscono il complicato
    al semplice
    quando poi il semplice è il complicato
    coloro che preferiscono il semplice preferiscono il complicato
    e quando il complicato è semplice
    coloro che preferiscono il complicato preferiscono il semplice
    così tutti forse gradiscono tutto, ma in nessun modo
    l’uno dovrebbe biasimare l’altro per le sue preferenze, ma accettarlo
    e accettare se stesso, questo solo

  114. A. Allerdings il 5 ottobre 2006 alle 10:42

    Zwischen Geburt und Grab gibt es nur zwei Arten von Glückseligkeit, wozu der Mensch fähig ist: die eines Gewissens, welches kein Ärgernis gibt; und die eines Gewissens, welches kein Ärgernis nimmt.

    Tradition? Das ist die Gesinnung der Faulen; die Pfützen stehen läßt weil sie vielleicht noch von der Sinflut herrühren können.

    Die Katze ist das Sinnbild der uns möglichen (d.h. mit der Zivilisation noch zu vereinbarenden) Freiheit.

    Sei es noch so unzeitgemäß und unpopulär; aber ich weiß, als einzige Panacee, gegen Alles, immer nur ›Die Arbeit‹ zu nennen; und was speziell das anbelangt, ist unser ganzes Volk, an der Spitze natürlich die Jugend, mit nichten überarbeitet, vielmehr typisch unterarbeitet.

  115. W. Løserup il 5 ottobre 2006 alle 11:01

    PIANIFICAZIONE/DIRIGISMO/DITTATURA

    ieri m’ero fatto 1 programma x oggi
    oggi mi alzo e non ci bado a lungo
    resta in piedi il non ancora fatto
    e ancora oggi è da fare tutto
    e chi dev’essere che lo fa
    issa domanda no buona
    & risposta nemmeno*

    *potrei però completare la poe-
    sia dello sfaticato W. Kaoserup

    e accettare se stesso, questo
    solo sarebbe veramente bello

  116. Arno Smok il 5 ottobre 2006 alle 11:05

    contro la civiltà dei consumi / per la nazionalizzazione delle masse

    NAZIONALI SEMPLICI A TUTTI!

  117. Th. Mann il 7 ottobre 2006 alle 01:29

    Fleiß ist die beste Form der Leidenschaft.

  118. Goethe il 7 ottobre 2006 alle 08:17

    Se lavoro incessantemente fino alla fine, la natura mi dovrà un’altra forma di esistenza quando quella presente sarà svanita.

    Si deve Essere qualcosa, per essere capaci di Fare qualcosa.

    Eigentümlichkeit des Ausdrucks ist Anfang und Ende aller Kunst.

    Eigentümlichkeit ruft Eigentümlichkeit hervor.

  119. Leonardo da Vinci il 7 ottobre 2006 alle 08:19

    Geniale Menschen beginnen große Werke, fleißige Menschen vollenden sie.

  120. Marx il 7 ottobre 2006 alle 08:22

    Eine Spinne verrichtet Tätigkeiten, die denen des Webers ähneln, und eine Biene beschämt durch den Bau ihrer Wachszellen manchen menschlichen Baumeister. Was aber von vornherein den schlechtesten Baumeister vor der besten Biene auszeichnet, ist, dass er die Zelle in seinem Kopf gebaut hat, bevor er sie in Wachs baut.

  121. Schopenhauer il 7 ottobre 2006 alle 08:25

    Nessun essere, eccettuato l’uomo, si stupisce della propria esistenza essa è per tutti cosí naturale, che nessuno ci bada. E la sua meraviglia è tanto piú seria in quanto essa si trova per la prima volta consapevolmente di fronte alla morte, e comprende con maggiore o minore chiarezza che data la limitatezza di ogni esistenza, ogni aspirazione è vana. Da questa riflessione e da questa meraviglia nasce il bisogno metafisico, che è proprio soltanto dell’uomo; l’uomo è un animal metaphisicum. Anche la vera disposizione filosofica consiste anzitutto nell’esser capaci di meravigliarsi delle cose comuni e quotidiane e nell’esser cosí indotto a porsi come problema ciò che vi è di generale nel fenomeno. Quanto piú un uomo è inferiore per intelligenza, tantomeno misteriosa appare a lui l’esistenza: il come e il perché delle cose gli sembrano di per sé comprensibili. Invece la meraviglia filosofica… è condizionata da un maggior sviluppo dell’intelligenza; ma non da questo soltanto, poiché indubbiamente è anche consapevolezza della morte e considerazione del dolore e delle miserie della vita.

  122. Linneo il 7 ottobre 2006 alle 08:31

    L’ordine dei primati (che Linneo inventò) comprende diversi generi, fra cui il nostro genere Homo, e il genere Homo, pensava Linneo, comprendeva due specie, l’Homo sapiens (noi) e l’Homo nocturnus (gli scimpanzé).

  123. Lessing il 7 ottobre 2006 alle 08:34

    – Ich bin Salomo, sagte mit vertraulicher Stimme das Phantom. Was 
machst du hier, Alter?
- Wenn du Salomo bist, versetzte der Alte, wie kannst du fragen? Du 
schicktest mich in meiner Jugend zu der Ameise; ich sahe ihren Wandel 
und lernte von ihr fleißig sein und sammeln. Was ich da lernte, das 
tue ich noch.
- Du hast deine Lektion nur halb gelernet, versetzte der Geist. Geh 
noch einmal hin zur Ameise, und lerne nun auch von ihr in dem Winter 
deiner Jahre ruhen und des Gesammelten genießen.

  124. W. Kattorup il 7 ottobre 2006 alle 09:01

    POESIA CATTOLICA

    sono davvero cattolico
    e a cambiare non sto
    pure dio è cattolico no?
    e come son uomo io
    lo è quantunque dio

  125. Miku il 9 ottobre 2006 alle 10:21

    Odi bì, hai trovato frammenti eccezionali! Ricopio a mano su quadernino blu.

  126. Midi Kubi il 9 ottobre 2006 alle 11:40

    Dibi hat a barrow in dem markt place, Miku ist the singer in einem band. Dibi sagt to Miku: “Kerl, I like your face”, und Miku sagt this as he takes him by dem hand: “Odi bì odi bà life geht on brand’s, heide how the life geht on”.

  127. P. Celan '59 il 9 ottobre 2006 alle 11:45

    zu H. Lenz

    … Schmidt? Der Mann hat Suada – ob das wohl genügt?
    … Arno? L’uomo ha parlantina – ma basterà?

  128. Linnaeus il 9 ottobre 2006 alle 11:52

    EVOLUTIO

    qp pythecus

    qb australus

    dp nocturnus

    db erectus

  129. db il 9 ottobre 2006 alle 13:44

    Lessing morì il 15/2/1781 dopo lenta agonia. 6 mesi spaccati prima, aveva vergato in caratteri greci “Hen kai Pan” (Uno e Tutto) su tutta la tappezzeria della casa. Ad assisterlo era Jacobi, che ne colse le ultime parole di bocca e di penna, per poi riferirle 2 anni dopo nei BRIEFEN ÜBER DIE LEHRE DES SPINOZA. Un riassunto d’eccezione ci viene da un ventenne d’eccezione:

    *1. Lessing war ein Spinozist. p. 2. “Die orthodoxen Begriffe von der Gottheit waren nicht für ihn. Er konnte sie nicht genießen. Hen kai Pan ! Anderes wußte er nichts. Sollte er sich nach jemand nennen, so wußte er keinen andern als Spinoza” p. 12. “Es gebe keine andere Philosophie, als die des Spinoza” p. 13. Wenn der Determinist bündig sein will, muß er zum Fatalisten werden. Dann gibt sich das übrige von selbst. Der Geist des Spinoza mag wohl kein andrer gewesen sein, als das uralte: ‘a nihilo nihil fit.’ Setzte dafür ein immanentes Ensoph pag. 14. Diesem gab er, insofern es Ursache der Welt ist, weder Verstand noch Willen.
    2. Jakobi glaubt eine verständige, persönliche Ursache der Welt. Er sieht die Einwürfe Spinoza[s] so klar, daß sie beinahe zur Eigentümlichkeit in ihm werden. Aber er hilft sich dadurch, daß er bloß den Hauptteil der Spinozistischen positiven Lehre angreift. Er schließt aus dem Fatalismus unmittelbar gegen den Fatalismus und alles, was mit ihm verknüpft ist.
    Lessing zeigt ihm überdies eine Stelle im Leibniz, die offenbar spinozistisch ist. Es heißt da von Gott, er befinde sich in einer immerwährenden Expansion und Kontraktion. Dieses wäre die Schöpfung und das Bestehen der Welt. Und Jakobi findet, daß kein Lehrgebäude so sehr wie das von Leibniz mit dem Spinozismus übereinkäme. Jakobi zieht sich aus einer Philosophie zurück, die den vollkommenen Skeptizismus notwendig macht. Er liebt den Spinoza, weil er ihn mehr als ein andrer Philosoph zu der vollkommenen Überzeugung geleitet hat, daß sich gewisse Dinge nicht entwicklen lassen; vor denen man die Augen darum nicht zudrücken muss, sondern sie nehmen wie man sie findet. Das größte Verdienst des Forschers ist, Dasein zu enthüllen und zu offenbaren. Erklärung sei ihm Mittel, Weg zu Ziele, nächster – niemals letzter Zweck. Sein letzter Zweck ist, was sich nicht erklären läßt: Das Unauflösliche, Unmittelbare, Einfache. -pag. 29.31.*

    F. Hölderlin, Sämtliche Werke, Bd. 2, Vollmer Verlag, S. 346-49.
    (trad. ingl. http://www.wbenjamin.org/spinoza.html )

  130. db il 9 ottobre 2006 alle 13:58

    achtung, banditen!

    WIR SIND JA LETZLICH ALLE BESESSENE.
    alla fin fine, siamo tutti posseduti.

    dunque ritorna in resta la schiera dei fanatici zelanti (Ventre, Maria ecc.): entusiasmo, mania, eroico furore…
    se non che l’arnomotto è giocato in controcanto sull’altro

    WIR SIND JA LETZLICH ALLE BESETZTE.
    alla fin fine, siamo tutti occupati.

    e così siamo risospinti sempre lì, alla mandorla tra i due cerchi della diligenza e dello zelo (alle letztzizzime parole)…

  131. Miku il 9 ottobre 2006 alle 15:21

    Insomma è indecidibile?!

  132. db il 9 ottobre 2006 alle 18:46

    non facciamo confusione! le ultime parole restano quelle, votate al Fleiß. solo che ora magari il Fleiß assume una sfumatura più calda: in effetti siamo sempre lì, tra il tiepido del Fleiß e il bollente dell’Eifer. io ragionerei così: tra il lavoro fatto bene/compassato/fleißig e l’assatanamento romantico/eifrig, c’è un’area più intensa di 1, ma meno di 2? io la butto lì: monomania, nevrosi lavorativa, hobbysmo ecc: l’area dei tic mentali, o come diceva Sterne, dei cavallini su cui si va che è un piacere. Stimmt’s?
    Intanto mi sono levato un rospo, e lo butto qua ancora caldo:

    *Se riflettiamo sull’istancabile zelo delle piccole, misere formiche, sulla mirabile e ingegnosa operosità delle api*. E’ Schopy che affronta il tema della volontà animale di vivere, dopo aver indagato il Kunsttriebe dei beati costruttori di miele, capp. 26 e 27 dei Suppl. al II libro de “Il mondo come volontà e rappresentazione”, dove in verità aveva scritto così:

    Wenn man di rastlose Emsigkeit kleiner, armsäliger Ameisen, die wunderwolle und künstliche Arbeitsamkeit der Biene sich vor Augen stellt…

  133. W. Fokerup il 10 ottobre 2006 alle 18:46

    A’ LA MANIE’RE DE LA MANIE’RE
    (da Ferlinghetti da Angiolieri)

    se fossi fuoco mi accenderei
    se fossi vento mi soffierei
    se fossi acqua mi tirerei
    se fossi dio mi screerei

    se fossi babbo avrei figli babbei
    se fossi mamma non sarebbero miei
    (farei la smamma e smammerei)
    se fossi figlio non figlierei

    se fossi morte me la darei
    se fossi vita me la torrei
    se fossi ambo non ambirei

    se fossi ciucco come sono e fui
    le cozze zoppe e ladre mi terrei
    ché le gazze leggiadre toccherebbero altrui

  134. F. Dal Co il 13 ottobre 2006 alle 18:04

    Il 20 agosto 1943, racconta W.G. Seebald, l'”Operazione Gomorra” è compiuta. 10.000 tonnellate di bombe hanno ridotto Amburgo a una mare di fiamme. I sopravvissuti si raccolgono in processioni che non hanno mete. Un gruppo di loro tenta di assalire un treno…
    La fenomenologia della rimozione è fondata sul ricordo. Ad essa appartiene anche il rifiuto della realtà che ha consentito agli abitanti delle città tedesche distrutte di rimettersi immediatamente al lavoro dopo la fine della guerra, perché «nessuno al mondo lavora così tanto e così duramente come i tedeschi», osservava H. Arendt nel 1950. Inciampando tra le rovine della loro storia, aggirandosi indaffarati tra i cumuli delle loro macerie -42,8 metri cubi ne spettavano ad ogni abitante di Dresda-, i tedeschi «scrollano le spalle o reagiscono con risentimento quando vengono loro ricordati gli atti orribili che ossessionano tutto il resto del mondo» e osservandoli, continua Arendt, «ci si convince che l’operosità è diventata la loro principale arma di difesa contro la realtà».

  135. Miku il 14 ottobre 2006 alle 14:42

    Diligente centone:

    Wir erwerben durch Tugend den Himmel, wir erringen durch Fleiß die Kunst, wir lernen durch Harmonie die Musik
    [Arnim: Clemens Brentanos Frühlingskranz, S. 155. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 2999 (vgl. Arnim-WuB Bd. 1, S. 83)]

    Daß ich, dem Nächsten beizustehn,
    Nie Fleiß und Arbeit scheue,
    Mich gern an andrer Wohlergehn
    Und ihrer Tugend freue.
    [Gellert: Geistliche Oden und Lieder, S. 51. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 18437 (vgl. Gellert-W Bd. 1, S. 249)]

    Nach einer Prüfung kurzer Tage
    Erwartet uns die Ewigkeit.
    Dort, dort verwandelt sich die Klage
    In göttliche Zufriedenheit.
    Hier übt die Tugend ihren Fleiß;
    Und jene Welt reicht ihr den Preis.
    [Gellert: Geistliche Oden und Lieder, S. 137. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 18523 (vgl. Gellert-W Bd. 1, S. 305)]

    Die freie Aue
    Gottes voll Herden ein Acker voll Dörfer und Städte: das Kind, was Milch und Honig aß, ein Knabe, der über seine Pflichten mit Kuchen belohnt wurde – es webte neue Tugend durch alles, die wir ägyptischen Fleiß, Bürgertreue nennen wollen, die aber nicht orientalisches Gefühl war.
    [Herder: Auch eine Philosophie der Geschichte zur Bildung der Menschheit, S. 17. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 41930 (vgl. SuD-Müller Bd. 1, S. 303)]

    Ihr, meine lieben Menschen, Tugend ist:
    Dem Gotterschaffenen Erhalter sein,
    Lebendigen das Leben fristen, rohen Stoff
    Umwenden, so daß er durch euren Fleiß
    Einst Leben zu dem Leben bringen muß.

    Ihr, meine lieben Menschen, Tugend ist:
    Die Summe jedes Guten, welches Gott
    In seine Welt gelegt, an seinem Teil
    Vermehren, wenn und wo und wie sie nur
    Vermehret werden kann. Vermehrest du
    Die Summe dieses Guten, dann, o dann
    Sei König oder Bettler, du gefällst
    Dem Schöpfer alles Guten, deinem Gott.
    [Herder: Briefe zur Beförderung der Humanität, S. 280. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 42456 (vgl. Herder-HB Bd. 1, S. 203)]

    Ja, dieses Glück, das, große Mäcenaten,
    Ihr schenkt, soll nie ein träger Sinn
    Bei uns verdunkeln, nein! verehren Fleiß und Taten,
    Und Tugend immerhin.
    [Hölderlin: [Gedichte 1784-1800], S. 2. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 43572 (vgl. Hölderlin-KSA Bd. 1, S. 1)]

    »Du hast mich durch keine böse Neigung, durch kei-
    nen Ungehorsam jemals gekränkt, deine Liebe zur Tu-
    gend, dein Fleiß, deinen Verstand zu üben und nütz-
    lich zu machen, haben mein Herz, so oft ich dich
    ansah, mit Freude erfüllt.
    [La Roche: Geschichte des Fräuleins von Sternheim, S. 65. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 64319 (vgl. La Roche-Sternh., S. 44)]

    Deutet nun der Verfasser in allen genannten Gedichten immer auf Sittlichkeit hin, ist Fleiß, Tätigkeit, Ordnung, Mäßigkeit, Zufriedenheit überall das Wünschenswerte, was die ganze Natur ausspricht, so gibt es noch andere Gedichte, die zwar direkter, aber doch mit großer Anmut der Erfindung und Ausführung, auf eine heitere Weise vom Unsittlichen ab-und zum Sittlichen hinleiten sollen. Dahin rechnen wir den »Wegweiser«, den »Mann im Mond«, »Die Irrlichter«, das »Gespenst an der Kanderer Straße«, von welchem letzten man besonders auch sagen kann, daß in seiner Art nichts Besseres gedacht noch gemacht worden ist.
    [Goethe: Alemannische Gedichte, S. 5. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 26497 (vgl. Goethe-BA Bd. 17, S. 367-368)]

    62. Kaum spielt die Morgendämmerung
    Um Hüons Stirn, so steht er auf, und eilet
    Auf neues Forschen aus; wagt manchen kühnen
    Sprung
    Wo den zerrißnen Fels ein jäher Absturz teilet;
    Spürt jeden Winkel durch, stets sorgsam daß er ja
    Den Rückweg zu Amanden nicht verliere,
    Und kummervoll, da er für Menschen und für Tiere
    Das Eiland überall ganz unbewohnbar sah.
    [Wieland: Oberon, S. 203. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 100164 (vgl. Wieland-W Bd. 5, S. 287)]

    Questa è divertente:

    »Darüber darfst du nicht spotten, Schmidt«, sagte
    Distelkamp. »Das ist eine Tugend, die der modernen
    Welt, neben vielem anderen, immer mehr verloren-
    geht.«
    [Fontane: Frau Jenny Treibel, S. 106. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 15189 (vgl. Fontane-RuE, Bd. 6, S. 334)]

    O! merk’ es doch, noch unschuldsvolle Jugend!
    Ich bitte dich, o merk’ es dir!
    Es giebt nicht mehr als Eine Tugend
    Und als Ein Laster neben ihr.
    Hast du den Vorsatz nicht, nach allen heil’gen
    Pflichten
    Dich in und außer dir zu richten:
    So prange hier und da mit guter Eigenschaft:
    Dein Herz ist doch nicht tugendhaft.
    So oft du’s wagst, nur eins von den Gesetzen,
    Weil es dein Herz verlangt, mit Vorsatz zu verletzen:
    So schwächst du aller Tugend Kraft
    Und bist bei hundert guten Taten,
    Die Hoffnung oder Furcht, Ruhm und Natur dir raten,
    Vor Gott und der Vernunft doch völlig lasterhaft.
    [Gellert: Fabeln und Erzählungen, S. 166. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 18693 (vgl. Gellert-W Bd. 1, S. 131)]

    4. Zum Besten der gesamten Menschheit kann niemand beitragen, der nicht aus sich selbst macht, was aus ihm werden kann und soll; jeder also muß den Garten der Humanität zuerst auf dem Beet, wo er als Baum grünet oder als Blume blühet, pflegen und warten. Wir tragen alle ein Ideal in und mit uns, was wir sein sollten und nicht sind; die Schlacken, die wir ablegen, die Form die wir erlangen sollen, kennen wir alle. Und da, was wir werden sollen, wir nicht anders als durch uns und andre, von ihnen erlangend, auf sie wirkend, werden können, so wird notwendig unsre Humanität mit der Humanität andrer eins und unser ganzes Leben eine Schule, ein Übungsplatz derselben.
    »Was wahrhaftig, was ehrbar, was gerecht, was keusch, was lieblich ist, was wohllautet, ist etwa
    eine Tugend, ist etwa ein Lob, dessen befleißigt euch,« sagt selbst ein Apostel.
    [Herder: Briefe zur Beförderung der Humanität, S. 211. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 42387 (vgl. Herder-HB Bd. 1, S. 156-157)]

    Hieronymus sagt, daß die Beschuldigung der Ketzerei (wie viel mehr der Irreligion?) der Art sei, in qua tolerantem esse, impietas sit, non virtus. Und doch, doch hätte ich mich lieber dieser Gottlosigkeit schuldig machen, als eine Tugend nicht aus den Augen setzen sollen, die keine ist? Anständigkeit, guter Ton, Lebensart: elende Tugenden unsers weibischen Zeitalters! Firnis seid ihr; und nichts weiter. Aber eben so oft Firnis des Lasters, als Firnis der Tu-
    gend.
    [Lessing: Anti-Goeze, S. 104. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 68927 (vgl. Lessing-W Bd. 8, S. 306)]

    Die Voraussetzung von einer Unsterblichkeit hebt diesen Widerspruch – aber sie entstellt auch auf immer die hohe Grazie dieser Erscheinung. Rücksicht auf eine belohnende Zukunft schließt die Liebe aus. Es muß eine Tugend geben, die auch ohne den Glauben an Unsterblichkeit auslangt, die auch auf Gefahr der Vernichtung das nämliche Opfer wirkt.
    [Schiller: Philosophische Briefe, S. 28. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 85432 (vgl. Schiller-SW Bd. 5, S. 351)]

    Die Schriftstellerei ist, je nachdem man sie treibt, eine Infamie, eine Ausschweifung, eine Tagelöhnerei, ein Handwerk, eine Kunst, eine Wissenschaft und eine Tugend.
    [Schlegel: Fragmente, S. 7. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 86467 (vgl. Schlegel-KFSA, 1. Abt. Bd. 2, S. 168)]

    Nach allem, was wir bereits von diesem weisen Manne gesagt haben, wär es überflüssig, eine Abschilderung von seinen Sitten zu machen. Sein Lehrbegriff, von der Kunst zu leben, wird uns in kurzem umständlich vorgelegt werden; und er besaß eine Tugend, welche nicht die Tugend der Moralisten zu sein pflegt; er lebte nach seinen Grundsätzen.
    [Wieland: Geschichte des Agathon, S. 54. Digitale Bibliothek Band 1: Deutsche Literatur, S. 100994 (vgl. Wieland-W Bd. 1, S. 408-409)]

  136. CHANSON EINER DAME IM SCHATTEN il 14 ottobre 2006 alle 22:25

    Herder says: *neue Tugend = ägyptischer Fleiß (Bürgertreue, aber nicht orientalisches Gefühl)*

    tra l’uomo e la formica, nell’immaginario popolare c’è in effetti lo schiavo d’Egitto, il microcostruttore di piramidi. A privilegiare l’arte egizia rispetto alla greca fu per primo Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, 1907 (tradotto da Einaudi). L’empatia (con la natura) è greca, l’astrazione (dalla natura) è egizia. L’astrazione dà vertigine/angoscia. Su queste basi, WW coniò il termine “espressionismo”. Siamo a 2 passi da Schmidt…

  137. A. Pizzuto il 16 ottobre 2006 alle 10:13

    … zelido, da zelare, che ho attribuito alla rivestitura caratteristica dei fiaschi, che zela appunto perché non solo li protegge, ma ne nasconde il contenuto. E così ho detto: “fiaschi, zelida la freschissima sala…”

  138. AA.VV. il 16 ottobre 2006 alle 22:20

    *Genie ist Fleiß.* Th. Fontane
    *Es genügt nicht, nur fleißig zu sein – das sind die Ameisen. Die Frage ist vielmehr: wofür sind wir fleißig?* H. D. Thoreau
    *Wir leben in einem Zeitalter der Überarbeitung und der Unterbildung, in dem die Menschen so fleißig sind, daß sie verdummen.* O. Wilde

  139. W. Pigrerup il 22 ottobre 2006 alle 15:47

    MENSCHENFLEIß

    ein faulsein
    ist nicht lesen kein buch
    ist nicht lesen keine zeitung
    ist überhaupt nicht kein lesen

    ein faulsein
    ist nicht lernen kein lesen und schreiben
    ist nicht lernen kein rechnen
    ist überhaupt nicht kein lernen

    ein faulsein
    ist nicht rühren keinen finger
    ist nicht tun keinen handgriff
    ist überhaupt nicht kein arbeiten

    ein faulsein
    solang mund geht auf und zu
    solang luft geht aus und ein
    ist überhaupt nicht

  140. W. Bisserup il 24 ottobre 2006 alle 02:14

    IL BERRETTO A SONAGLI
    (un sonetto a berragli)

    berretto
    sonagli
    sonetto
    berragli

    bonetto
    serragli
    serretto
    bonagli

    benetto
    sorragli
    sorretto

    benagli
    scorretto
    se ragli

  141. W. Arndlerup il 24 ottobre 2006 alle 06:39

    ti colgo sul prato assolato
    e ti metto sul mio quadernetto
    affinché tu mi porti fortuna, kleefoglio!

    o la fortuna è un’eccezione,
    un originale quadrofoglio
    in un prato assolato
    pieno di kleefogli?

    Ich pflücke dich auf der sonnigen Wiese
    und lege dich in mein Notizbuch
    damit du mir Glück bringst, dreiblättriger Klee!

    Oder ist Glück eine Ausnahme,
    ein vierblättriger Sonderling
    auf einer sonnigen Wiese
    voll dreiblättrigem Klee?

    ti colgo sul prato assolato
    e ti metto sul mio quadernetto
    affinché tu mi porti fortuna, kleefoglio!

    o la fortuna è un’eccezione,
    un divino goethefoglio
    in un prato assolato
    pieno di kleefogli?

  142. Gino B. il 28 ottobre 2006 alle 20:45

    Schopenhauer, Il mondo, Supplementi al liibro II, cap. 27: Sull’istinto e il Kunststrieb (quello di animali e uomini künstlich)

    Nietsche, Il viandante e la sua ombra e passim: Kunststrieb vs Wahrheitstrieb (l’impulso all’arte)

    Riegl, Sullo stile, il Kunstwollen (fu maestro di Worringer)

  143. db > Miku il 7 novembre 2006 alle 19:35

    Su ZIBALDONI De Vivo tratta Arno S. da psicopatico
    Sul CORRIERE Magris gli imputa punte di moralismo
    J.P. Reemtsma, Über A. S. – Vermessungen eines poetischen Terrains, Suhrkamp ’06, di/mostra che a ogni p. si ride e a ogni rilettura si riride.

    Domanda: i 2 nostrani parlano dello scrittore o del cancelliere?

    X. Plesso

  144. db > Miku il 7 novembre 2006 alle 19:36

    Cos’è l’uomo? El hombre es un cigarro – alla fine giusto ancora un nauseante mozzicone spiaccicato, e un po’ di cenere. – Cos’è la vita? La rivolta degli albumi contro i silicati.

    AtheArno?
    Allerdings!



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