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Il Muro dei Trolls (Saga di Dagherroctopussy, tomo Uno)

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Di Englishman

Ho fatto un sogno: si trattava di un libro, un libro poderoso, selvaggio, dal costrutto asimmetrico e abnorme , come una chiesa gotica, piena di mostri e cartilagini, ossature e insediamenti alieni, bestiari e florilegi, era il libro dei Trolls, anzi, era l’impronta magmatica della letteratura Trolls che, giunta alla piena consapevolezza di sé, passava dall’aforisma di latrina, dal graffito insonne e suburbano, alla carnevalizzazione totale della lingua, dove i rutti e i peti, primo vagito linguistico del troll, andavano ad articolarsi in mostruose invettive, in bestemmie pantagrueliche, in parodie lancinanti.

Mi sono guardato in petto, ho slacciato l’ultimo bottone, allentato la camicia, aperto la giacca, e già nel mio costato s’agitava, piccolo alien, il troll che è in me. Ognuno di noi ha dentro di sé un potenziale troll, poco amato, sfiduciato, trattato come un reietto, come un cane sempre alla catena, a corto di erba su cui pisciare, che appena viene mollato corre, franando nella sua libertà, a pisciare su tutto, e quasi sempre, nella foga, si piscia sulle zampe. Ridiamo dignità espressiva a questo johnny rotten che sonnecchia nelle zone buie dei nostri più luminosi, posati discorsi, quel fondo sbronzo del linguaggio, in cui s’è depositata solo rabbia ghigno e foia d’orango. Cari tutti, strappiamo il privilegio del cazzeggio free ai tristi Trolls a tempo pieno, burocrati del caos, che ogni giorno vengono in rete a ruttare e ringhiare, a fischiare e vociare, come timbratori puntuali di cartellino, solitari nel loro ormai bigio carnevale.

E basta con i nomi propri, basta con i nomi dei quattro scrittori del momento da dileggiare, basta con l’orizzonte ristretto delle risse letterarie, abbiamo l’eternità su cui pogare, l’innumere, immemorabile elenco dei nomignoli, dei titoli, dei cognomi, delle perifrasi, dell’umanità morta, e di quella non ancora nata, diamoci dentro, riduciamo a gioco di chierichetti il surrealismo novecentesco, forza, a man bassa nel subconscio, nella pasta bollente e sfigurata dell’es, affabuliamo saghe, brodi, bestiari, programmiamo l’abecedario dislessico, l’elenco dei parenti pazzi, degli dèi da mescalina, dei demoni d’ufficio. (Anche se già so quanto sia rischioso gridare, nel mezzo di una serata alcolica ed eccitata, “va bene, si fa l’orgia”: tutti che di colpo saltano in piedi, disebriati all’istante, a raggiungere l’ultima metro o ad estrarre Adorno dalla libreria…. )

Liberate dunque, seri e ponderati lettori, il troll che è in voi, il custode più segreto, reietto, della vostra idiozia più limpida e buia. E convocatelo a questo coro di teschi, di culi, d’imbuti, di carriole, di lische di pesce…. Eccovi un MURO. (Che vi sia dolce trasformarlo nel MURO DEL RISO urukhai.jpg con murales, graffiti, glosse, sgorbi, chiazze.)

116 Commenti

  1. mon Lacan, quoi faire? ti guardo nel disegno
    come se non fossi già morto anzi mai morto.
    I quasiamici di Turrino
    sentenziano che parlo troppo di Lacan
    e non possono gradire le mie poesie…

    Martasenna macché di memoria d’acqua
    perturbante di sperma schizzato
    dappertutto una piena seminale
    che allarga lo spacco del discorso
    ormai balbettio d’infacundus
    nel blocco cerebrale

    e camminò intatto
    nella pienità del dire.

  2. Eccoci dunque all’accusa secondo cui parleremmo bene solo di poeti stranieri e defunti. È un’accusa assai lusinghiera, peccato sia del tutto infondata. Per dimostrarlo, ci limiteremo a citare un paio di autori italiani fra i tanti che abbiamo segnalato senza il corredo di versi che ne comprovassero la levatura. Andrea Inglese, per esempio – di cui abbiamo detto un gran bene. Poeta italianissimo, checché sostenga il cognome; e vivente, benché solo dal 1967. I suoi versi (“ma ogni giorno che non sono morto | è un bel giorno, vale la pena | di scriverlo, nel niente di urgente da fare, | vale la pena davvero”), insieme a quelli di Azzurra D’agostino e Luigi Autunno, costituiscono uno dei pochi buoni motivi per acquistare l’antologia poetica Il segreto delle fragole.
    Poeti italiani, e vivi: diversi per ispirazione ma identici per vis poetica, e di rara vitalità. Nulla a che vedere, per esempio, con la noia ferale di West of our cities, sedicente “nuova antologia della poesia americana” in cui l’unico verso davvero vivo (“consumammo il nostro sguardo neonato a forza di guardare”) è opera di un’autrice – Elizabeth Bishop – citata ma assente dalla raccolta, forse perché defunta (eppure c’è anche roba di trent’anni fa, quand’era ben viva). “…Era salito sulle travature del ponte, | verso la baia, in un pomeriggio terso, azzurro. | E nell’aria salmastra gli era venuto in mente ‘frutti di mare’, | aveva pensato che era un’espressione vagamente ridicola. Nessuno | diceva ‘frutti di terra’.” Giusto per capirci: l’autore di questa lagna sciancata è l’ottavo America’s Poet Laureate, non un qualsiasi candidato al Nonino…

  3. A Nord Est, sono disponibili sei legioni di Mitopoietici, guidati dal Conte. Dispongono di quattro armi letali e due mozzarelle di bufalo.

  4. Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’

    Devi usare un pollo, devi usare un pollo
    Se me la vuoi tastar

    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Devi usare un pollo
    Se me la vuoi misurar
    Devi usare un pollo
    Se me la vuoi tastar

    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Guarda che se la mangia(4)
    E mentre se la sta a pappa’
    Chiedimi che cosa fa
    Se la sta a succhia’

    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Devi usare un pollo
    Devi usare … se la vuoi misurar
    Devi usare un pollo
    Se me la vuoi tastar

    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’

    Come on baby
    Come on baby, suck my fire!
    Oh yeah

    Guarda che se la mangia
    Tengo na minchia accussi’
    Guarda che se la mangia
    Mentre se la sta a pappa’
    Chiedimi che cosa fa
    E’ chiaro! se la sta a succhia’

    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Guarda che se la mangia
    Guarda che se la mangia
    E se la sta a pappa’

    Darling, darling, darling
    Look at your sister
    Do something like that, thanks

    Devi usare un pollo
    Devi usarlo per misurar
    Devi usare un pollo
    Cosi’ me la potrai succhiar

    Ooh, you both suckin’ stereo
    Jesus

    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’
    Tengo na minchia tanta, tengo na minchia tanta
    Tengo na minchia tanta

  5. Mi ricordo che il nostro discorso fu interrotto da una sirena che correva lontana, chissà dove? Io ebbi paura perche sempre quando sento questo suono, penso a qualcosa di grave e non mi rendevo conto che per me e per te non poteva accadere nulla di più grave del nostro lasciarci . . .
    allora come ora. Ci leggevamo; avremmo voluto rimanere allacciati, invece con un sorriso te ne sei andato per la solita strada. Ti ho baciato le mani come sempre, e ti ho detto dolcemente . . . “la lontananza sai, è come il vento: spegne i fuchi piccoli, ma accende quelli grandi . . . quelli grandi.” La lontananza è proprio come il vento, che fa dimenticare chi non s’ama: è già passato un ano ed è un incendio che mi brucia l’ananas. Io che credevo d’ essere il più forte. Mi sono illuso di dimenticare, e invece sono qui a ricordare . . . a ricordare te.

  6. i’ve got the thing you need
    i am endowed beyond your wildest
    clearasil spattered fantasies, oh oh oh oh oh oh . . .

    girls from all over the world
    flock to write my name on the toilet walls.
    ff the “whisky a go go”
    for i am Bwana Dik
    he is Bwana Dik
    him Bwana Dik
    me Bwana Dik

    my dick is a monster
    give me your heart

    Bwana Dick is a legend,
    enormous how hard

    my dick is a harley
    you kick it to start

    when Bwana Dik speaks
    the heavens will part

    my dick is a dagger
    i’ll force it to fit
    my dick is a reamer, baby
    to scream up your slit

    steam it! steam it! ream it! cream it!

    you can hear the steam
    you can hear the screaming steam
    as the reamer steams up the lake
    to the snake and the black velvet crystal
    hot rod electric, quadraphonic, pan-chromatic, (?),
    battery operated steamroller!

    help me, help me, help me, help me

  7. I’VE GOT A DICK THAT MUCH

    YOU MUST USE A CHICKEN,
    YOU MUST USE A CHICKEN
    IF YOU WANT TO TOUCH IT

    I’VE GOT A BIG bUNCH OF dICK,
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    YOU MUST USE A CHICKEN
    IF YOU WANT TO TOUCH IT
    YOU MUST USE A CHICKEN
    IF YOU WANT TO TOUCH IT

    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    LOOK THAT HE/SHE(4) IS EATING IT
    AND WHILE HE/SHE IS GUZZLING IT
    ASK ME WHAT IS HE/SHE DOING
    HE/SHE IS SUCKIN’ IT

    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK,
    YOU MUST USE A CHICKEN
    YOU MUST …
    IF YOU WANT TO TOUCH IT
    YOU MUST USE A CHICKEN
    IF YOU WANT TO TOUCH IT

    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK TO BE TOUCHED

    LOOK THAT HE/SHE IS EATING IT
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    LOOK THAT HE/SHE IS EATING IT
    WHILE HE/SHE IS GUZZLING IT
    ASK ME WHAT IS HE/SHE DOING
    IT’S CLEAR! HE/SHE IS SUCKIN’ IT

    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    LOOK THAT HE/SHE IS EATING IT
    LOOK THAT HE/SHE IS EATING IT
    AND HE/SHE IS GUZZLING IT

    YOU MUST USE A CHICKEN
    YOU MUST USE IT TO MEASURE
    YOU MUST USE A CHICKEN
    SO THAT YOU’LL BE ABLE TO SUCK ME IT

    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK THAT MUCH
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK,
    I’VE GOT A DICK,
    I’VE GOT A BIG BUNCH OF DICK

  8. Grazie, per questa possibilità. Ecco, posso dirlo: la canzone che reputo un capolavoro della musica mondiale e di tutti i tempi è: “we are family” tre minuti e ventisei secondi di eroina sonora. Accadde sul nostro pianeta il 1979 dopo cristo.

  9. Non hai il troll in te. E’ semplice. Per questo non capisci. (O non l’hai ancora trovato.)

  10. il post non ha senso, non lo hanno i commenti, è solo un gioco, inutile come tutti i giochi, anzi: gratuito, direi cazzuto (in senso zappiano, ovviamente), ma forse inglese voleva solo dire cosa per lui è diventata nazioneindiana, ovvero un posto di troll che si postano e/o commentano a vicenda senza dir nulla se non il trollaggio stesso, forse voleva porre un interrogativo o un allarme o un lanciare grido sul pericolo che NI sta correndo, il rischio di divenire specchio del Nostro Nulla Interiore (e per alcuni alche esteriore, visto le facce da troll che si aggirano qui), forse …
    g.

  11. Non è chiaro se questo post(o) aiuti oggettivamente l’emancipazione delle masse rivoluzionarie delle terre di mezzo.

  12. a guido
    un pezzo di muro pubblico: ci puoi scrivere: w la figa; berlusconi appeso; puoi scrivere sopra le scritte degli altri con freccette tipo: “questo è fesso”, oppure puoi inventarti qualcosa, una scritta, un personaggio, una storia, puoi fare un murales, esistono murales collettivi, con pintori che si inseriscono negli spazi lasciati liberi, altri che prolungano sui muri circostanti, ecc.
    giocare è bello; giocare da soli è facile ma spesso noioso, giocare in tanti è molto divertente ma meno facile;

  13. beh, anche se ci si lascia andare ogni tanto…Si può essere rivoluzionari anche in compagnia dei troll, cosa c’è,poi, di più troll della Ventura e l’isola dei suoi merdosi?

  14. Facciamo in modo che le spinte dal basso siano canalizzate in un piazzale con molte vie di fuga e di attracco per i nostri amici UFO e presto il capitale sputerà sangue

    Una modesta, pragmatica proposta.

  15. Bluesman

    Il suonatore di blues scese dal carro trainato da cavalli affaticati. Faceva caldo. Aveva sete. Piegato dalla stanchezza di una dura giornata di lavoro si apprestava a raggiungere la locanda. Un tramonto velato faceva posto alle spinte di una sera come le altre, sempre le stesse. Non aveva voglia di esibirsi, quattro neri come lui si rinfrescavano attorno a un tavolaccio di legno. Prese l’armonica a bocca e iniziò la triste melodia, arrugginita come lo strumento che soffiava su labbra screpolate e sanguinanti. Gocce rosse intrise di sudore accompagnavano il ritmo che cadeva nella battuta di dodici misure, dodici le ore chino su un campo e la pausa di un sospiro per un goccio d’acqua.

    “You all have been wonderin’” , “Tutto ciò che hai avuto è stato meraviglioso”, cantava in ripetizione il suonatore di blues.

    “You all have been wonderin’”, ma cos’è che aveva poi avuto dalla vita?

    “I try to say something people”, “Provo a dire qualcosa alla gente” proseguiva la canzone. Ma cosa poteva dire alla gente, a quella gente che lo sfruttava e poi pretendeva di ascoltare la sofferenza di un disgraziato che a malapena si reggeva in piedi e che per di più doveva anche sorridere agli sparuti applausi del finale?

    Il locale ora era pieno. Ragazze dalla pelle bianca lo guardavano incuriosite.

    “When I first met you baby, baby you were just sweet sixteen “,
    “Quando ti incontrai per la prima volta baby, baby tu eri soltanto una dolce sedicenne “: la prima e unica volta che una sedicenne gli si era avvicinato portava ancora con se i segni delle frustate per aver osato strizzarle un occhio…

    New Orleans 1870

    “Sovente, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare la stazione della metro che collega la mia città alla periferia e che appare, nel buio, come una cometa luminosa sospesa sulla terraferma. Tra quella scia di luci, vicino alla coda… che fa sparire inesorabilmente l’ultima carrozza del treno che si dirige verso l’ignoto, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues”.

    Milano 2006

  16. Frank Zappa : “Boulez conducts Zappa : the perfect stranger”
    Label : the Frank Zappa family thrust
    Distributeur : Rykodisc / Harmonia Mundi
    Date d’enregistrement : 1984

    Pierre Boulez reçoit lui aussi en 1983 des partitions de Zappa. S’en suivront une représentation à Paris dirigée par Boulez et une médaille, décernée par Jack Lang, de ‘Chevalier des Arts et Lettres’ pour le Zappa. Je ne peux décemment pas chroniquer cet album étant résolument hermétique à la musique de Boulez, sinistre, austère, mortellement sérieuse, je ne peux pas. J’ai entendu dire, par des amis Zappatologues, que l’union des deux personnages avait donné naissance à un album dense, incroyablement riche et intéressant, me dire ça à moi qui n’ai jamais pu l’écouter jusqu’au bout…..

    Note parfaitement étrange : egnarté tnemetiafrap etoN (The Incredible Melting Man)

  17. Kitchi kitchi ya ya da da
    Kitchi kitchi ya ya di

    Boulez-vous houer avec moi ce soir ?
    Boulez-vous piocher avec moi ?

  18. Appena si cita il binomio Zappa-“serious music”, il pensiero corre a Pierre Boulez e alla sua apertura di credito nei confronti della musica di Zappa. La relazione fra i due non si esaurisce certo nella infelice prova che Boulez e l’Ensemble Intercontamporain diedero nella registrazione di tre brani di Zappa in The Perfect Stranger, una vicenda che offese profondamente il musicista americano a causa della palese sottovalutazione delle difficoltà della partitura da parte di Boulez e dell’Ensemble e che, in effetti, sfociò in uno degli album peggio riusciti della vasta discografia di Zappa.
    C’è dell’altro. Una relazione tanto imprevedibile quanto tangibile fra i due la si può cogliere nella palese affinità che corre fra certe pagine di Boulez degli anni ’80 – in particolare Répons – e lo stile musicale di Zappa dell’ultimo decennio, stile “utopistico” potremmo dire, disilluso e lucidissimo nella consapevolezza di dare vita a una musica ineseguibile dal vivo a causa di un insormontabile ostacolo materiale: ferree leggi economiche che impedivano a un’orchestra di primissimo ordine di dedicare intere settimane o mesi all’esecuzione delle sue partiture. Qualsiasi altro compositore avrebbe mediato e accettato un’esecuzione approssimativa, secondo la norma che presiede al mediocrissimo ménage esecutivo della musica d’oggi.
    Ma Zappa no, specie dopo le amare esperienze con Los Angeles Philharmonic, London Symphony e Ensemble Intercontemporain. Fu così che negli ultimi anni, fra tournées divenute ormai rare e una produzione discografica che attingeva largamente al suo inesauribile archivio di inediti in cui si allineavano e tuttora si allineano migliaia di ore di registrazioni di studio e dal vivo, Zappa si volse al Synclavier, a una macchina.
    E forse questo ripiegamento orgoglioso, emulo (e non solo in questo) di Nancarrow, sarebbe stato l’approdo finale se, quasi in extremis, non si fosse materializzato l’Ensemble Modern: non semplicemente un gruppo eccellente, ma un nuovo modo di concepire la performace dal vivo che ha cambiato la faccia di tutta la musica contemporanea, non solo quella di Zappa.
    In Civilization Phase Three, l’ultimo suo enigmatico lavoro, nel quale esecuzione dal vivo dell’EM, parti per Synclavier composte in anni precedenti, registrazioni ultratrentennali sono assemblate con una prassi compositiva che ha pochi termini di paragone, la lingua e le sonorità di Zappa costeggiano talvolta (Xmas Values, N-Lite, ecc.) quelle del Boulez di Répons e data la particolarissima circostanza è più che legittimo chiedersi chi ha influenzato chi. Legittimo, ma non col proposito di superare differenze che rimangono profondissime fra Zappa da un lato e il mondo di Boulez dall’altro, per la loro concezione del mestiere e del ruolo di compositore in rapporto al mondo che gli sta attorno.
    Distanza riassumibile nella battuta che Zappa ha affidato alla sua autobiografia: “Boulez is “serious as cancer” but he can be funny too”.

  19. a me il poster qui, io mi cambierei cognome, mi ricorda coburn, l’attore, chissà perchè, dicevo, mi fa girare i marroni: sembrerebbe un achtung banditen, temperanza I abbocca, invece no ci invita a gridare viva la sorca, temperanza II abbocca, invece nonnonnò è sarcastico, vuole dileggiare i troll, ma lo fa con quel tono, da pantaloni al ginocchio, che fa un baffo a me, figuriamoci a un ceffo come il Raspadura, pure lui da Lodi…un’altra volta vi racconterò di come Franchino, il Raspa e Fanfulla finirono per costituire un’associazione a trolinquere

  20. Siete senza soldi, senza palle, e le femmine sono racchie. La felicità è danaro. Solo chi ha danaro sa cosa è la felicità. Tutto il resto è noia. Quanti di voi conoscono il mondo? In prima, seconda e terza classe? Solo con i soldi puoi gustarti la vita. Sfigati annoiati.

  21. i tvolls vompono le palle; vinchiudiamoli nella bacheca; cancellateli (è un ovdine!); questo è un sito sevio, basta, non se ne può più; etceteva, etceteva..

    bene, avete anche vagione, pevò pevmettetemi di chiedevvi: senza la tvollaggine, dove tvovavate il tempo e l’occasione di leggeve un pezzo stupendo come il B.B.King delle 14.04? “Bluesman” è poesia allo stato puvo: spevo che qualcun altvo se ne sia accovto.

    pvovate a sostituivlo con qualcuno dei testi(coli) di tanti commentatovi intellettuali che ogni volta che postano sembva si stiano mastuvbando davanti allo specchio…

  22. @ Inglese e tutti

    Vedo anche qui, come ieri sera, un paio di commenti firmati temperanza che non sono miei.

    Un nick non è un marchio di fabbrica, e io non l’ho brevettato, dunque lo cedo volentieri a chi se lo vuol prendere, e del resto non ho altre possibilità. Anche se trovo che infilarsi nell’identità altrui, sia pure virtuale e poco pesante, sia una forma molto grave di inciviltà.

    Io ho sempre risposto per quello che ho scritto, e ho sempre detto quello che pensavo, non posso rispondere per le cose che scrivono gli altri, e che non penso, dunque me ne vado, con un certo dispiacere perchè qui ho incontrato un paio di persone che considero amiche, anche se non le conosco.

    D’ora in poi sappiate che a firma temperanza, se questo nuovo nick continuerà la sua vita qui su NI, non parlerà la vecchia temp, ma una nuova di cui non so nulla.

    Addio a tutti, amici e meno amici, mi sono divertita e ho imparato qualcosa, se non sulla letteratura certamente sulla natura umana, e non me ne pento.

  23. p.s.

    l’unica veva distinzione, pev quanto mi viguavda, è quella proposta da Fvanti: tra tvoll e bestie: queste ultime si commentano da sole (pvopio pevché sono delle sòle umane, schizzi di palta vaganti)

  24. chiedo alla signova tempevanza di vipensavci: il suo stile è talmente inconfondibile che nessun pivla che si appvopviasse del nome savebbe cveduto: infatti, quando ievi seva ho letto la stvonzata nella bacheca a fivma “tempevanza”, non ho cveduto nemmeno pev un secondo si tvattasse della veva Temp. e penso non ci abbia cveduto nessuno, senza dubbio alcuno.

  25. cara temp, grazie della segnalazione, c’è sempre qualcuno che non sta al gioco e fa il vigliacco. In effetti, nel mondo (nel blog) ci sono anche questi tizi. Mi dispiace. Ma spero bene che questo non ti allontani da noi.

  26. @ Mavco Saya

    se mi sfovzavo appena un po’ di più, fovse ci avvivavo da solo. piaceve comunque di sapevlo e complimenti vivissimi: l’immagine finale vale da sola più di un tvattato.

  27. db si domandava in bacheca chi è la massa dei trentamila che visita NI
    senza commentare; beh, il tipo delle 14 32 che a un certo punto sbotta,
    chiamiamolo Sandrone, credo che rappresenti > 30%, i.e 10000 cabezones.
    Se il post inglese agisce da precipitatore, me ne aspetto degli ancor più belli.

  28. Ho appena visto, voltandomi di tre quarti (sono di fronte alla schermo) un gamberetto piuttosto grosso che cerca di suggerirmi che cosa potrei scrivere in questo commento per allietarvi. Ma il gamberetto non si rende evidentemente conto che non parla la mia lingua. Emette un suono strano, che potrei tradurre alfabeticamente cosi:

    “sfizzzrr sfizzrra sisssifff sisssif”

    Qualcuno è in grado di tradurre?

  29. è una battuta di difficile traduzione, sicuramente di un vernacolo poco diffuso, dice più o meno questo:

    “il giorno in cui gli anemoni andranno in giro in bmw, il mare sarà una salsa demollicata”

  30. Anatolio

    Alberango

    Algesumina

    Almaninetta

    Argonfalagone

    Balansumino

    Belgiabé

    Questi sette nomi se mia moglie dovesse avare un parto gemellare multiplo.

  31. @inglese
    ma quale vigliacco, da che mondo è mondo, mettere alla berlina è sempre stata prerogativa del suscritto, che come sai non è corretto.
    Ma tu che fai, prima liberi la canaglia e poi la impicchi?
    Ho un brivido lungo la spina, devo pensare che si tratta di un boiapost?

  32. già il fatto che ti firmi “popolo” è una vigliaccata, usurpi pro domo tua un nome collettivo, invece di parlare da singolo quale sei,

    poi non è la berlina che sta fuori dalla regola del gioco, ma il presentarsi con un nome di un altro singolo, rubandogli la parola

    in questi piccoli gesti telematici si legge bene l’atteggiamento più generale che uno ha verso le persone non “virtuali”

  33. la poga per chi la conosce è un ballo assai violento e liberatorio, ma c’è una bella differenza tra pogare e sfogarsi tirando calci sugli stinchi altrui

  34. aristofane, plauto, boccaccio, rabelais, shakespeare, aretino, villon, commedia dell’arte, molière, goldoni, giuanin bongee, marivaux, pirandellò,
    sentito parlare?
    …gesti telematici…, ma va va, seccabal, poett scapà de Lombardia

  35. Forse a Berlino, molti anni fa in un luogo pubblico, forse in una birreria, qualcuno aveva scritto con una punta secca (?) sul bordo del tavolo: “Killroy was here”.
    Killroy è un nome strano e stupendo. Se quel Killroy per caso mi legge, mi racconti qualcosa di sé.

  36. Ho conosciuto un Canivari, non un Killroy. Ma per certi versi ricordava Killroy. Ma non aveva un lavoro e girava sempre con sei paia di calzini puliti appallottolati nelle tasche. Nelle tasche… Nelle tasche di non ricordo cosa. Un maglione, credo.

  37. *ildebranda
    una punta secca? ditemi popolo del blog se in birreria si incidono i tavoli con una punta secca? un chiodo! ostia!
    ma killroy è un incisore stupendo che potrebbe anche andare in giro con bulini e punte secche, che ne sappiamo noi
    comunque killroy, se sei dei trentamila in ascolto, è ora che ci parli dei trascorsi tuoi, dove hai fatto la naja?

  38. Jacovitti disegnava salami con le gambe e i piedi. E matite molli e sinuose come gli orologi di Salvadanaio Dali. Ma più divertenti.

  39. Andrea sei una meraviglia, io adoro POGARE!
    Anzi, lancio a tutti un appello, chi mi suggerisce un po’ di musica da pogo-pogo? Qualcosa tipo rage against machine, o public enemy o tipo korn o biohazard o anche un po’ di grunge oppure industrial tipo nine inch nails, cerco qualcosa da elettroshock poco cool e molto hard(core).
    Non ho buon gusto, né molta cultura, accetto di tutto, proponete gente!

  40. Mi chiamo Samuel Rogozinskj. Da giovane mi facevo chiamare “Killroy”, sopratutto nel quartiere dietro la stazione, che allora noi chiamavamo “Il macello dei corvi”. Mi hanno riformato per insufficienza toracica. Non sono mai stato a Berlino, ma mio fratello maggiore si. E con tutta probabilità è stato lui a incidere quel motto, usando il mio soprannome. Era geloso di Elsa. A meno che non fosse un altro Killroy il referente di quella scritta.

  41. db, per essere ascoltato, batte sul pavimento tutta la notte, i patented invece si limitano a poche sillabe, sì, bello, sì, soprattutto colpisce l’ultimo sì di suggello

  42. Temperanza torna.
    Torna magari intemperante e manda a cag… quei patacconi che si spacciano per te.
    Torna dài, Temperanza, ti vogliamo bene!

  43. There once was a man from Nantucket
    Whose dick was so long he could suck it.

    While wiping his chin,
    He said with a grin,

    “If my ear were a cunt, I could fuck it.”

  44. Samuel Rogozinskj è stato sempre un mitomane, sappiatelo. Ho avuto una brevissima storia con lui quando eravamo ventenni (siamo quasi coetanei). Ma il mio uomo di allora era sua fratello Paul. Paul è un uomo concreto, veloce, ha venduto stufe e pappagalli per anni. Ora non so neppure dove sia. Non è mai stato a Berlino, ma a Monaco. E non si sarebbe mai sognato di incidere in giro per i pub quel nomignolo idiota a cui Samuel teneva tanto: Killroy.

  45. @lime

    La velina continua a girare, sì, ma la base va avanti anche da sola, e senza base non si può bloggare. Perché ci vuole orecchio, bisogna avere il pacco
    immenso, munito di apparecchio, bisogna averlo tutto, anzi parecchio. Per fare certe cose ci vuole orecchio!

  46. Le vide telematique est traversé d’objets interstitiels et d’amas cristallins qui tournoient et se croisent dans un cérébral clair-obscur. Telle est la masse, assemblage sous le vide de particules individuelles, de déchets du social et d’impulsions médiatiques: nébuleuse opaque dont la densité grandissante absorbe toutes les énergies et les faisceaux lumineux environnants, pour finalement s’effondrer sous son propre poids. Trou noir où le social s’engouffre.

  47. fòrfora (arc. fàrfa) f. f. 1. residuato del fosforo, pollifosfato (v.). 2. (cul.) fru fru zuccherato a velo, 3. (accad.) crusca. 4. (pop.) ciaociaobambina [lat. for faris].

  48. NI è ormai completamente in mano a Elio e le Storie Tese, da quando il gruppo ne è diventato azionario di maggioranza.

  49. Ed io che credevo che Killroy stesse per Kill J.T. Leroy dopo che mi ha preso per il c-naso, sì, a suo tempo ci rimasi male, perché pochi libri mi hanno eccitato come quello, specie le ultime pagine:
    “come posso spiegare un dolore che brucia come una tortura ma che conforta ed eccita più di una carezza o di un bacio?(…)
    La cintura mi sta colpendo dappertutto, sulla schiena, sul sedere e sulle cosce, le lacrime scendono a fiumi dalla bocca mi piovono confessioni di ogni peccato e ogni pensiero o azione cattiva che ho mai commesso(…)
    Durante la punizione prego. Prego talmente forte che riesco a cancellare quell’orribile suono di frusta…prego che qualcosa non gli faccia vedere quello che mia madre sa e per cui ha cercato di punirmi, ma che non fa che peggiorare…perché nescosta nelle pieghe del jeans c’è la mia erezione, come uno splendente marchio d’infamia, che aspetta solo di essere scoperta e strappata via…il suo coltello taglia come l’ho supplicato di fare, per cercare di aiutarmi a salvarmi. Una mano mi accarezza, l’altra mano taglia”. Ma più che Marilyn Manson avrei preferito i Placebo come colonna sonora.

  50. Capanna “Killroy” è lo chalet in cui James Ellroy ha concepito, scritto e perso per sempre la prima versione di “American Tabloid”.
    Ma Giuda Killroy, per puro caso, si chiamava anche lo psicologo che attraverso sedute di ipnosi ha fatto ricordare e riscrivere, riga per riga, a Ellroy il suo bel romanzo.

  51. VENDO

    mp3 di pippo franco ,cesso,la statistica,quel vagone per frosinone
    dvd di ” alex l’ariete” con dedica del grande albertone!
    45 giri nick carter di supergulp, retro con maria rosa di lino toffolo
    45 giri sbirulino, retro con saxofone bell’animalone di jannacci
    Torero camomillo un’icona
    “miele” di loretta goggi
    cd “messa cantata” di fra’ cionfoli
    il_vins per “perdere il trattore”
    “respiro” di franco simopne
    il singolo di aldone e nicolino
    the best di gianni drudi
    il retro di “era lei” di michele pecora
    “1,2,3,4 gimme some more ” dei la bionda
    diamond dei via verdi + fever dei tipinifini
    Plastic bertrand ping pong ping pong
    rock’n roll robot di alberto camerini

    ASTENERSI PERDITEMPO

  52. Compro il 45 di Supergulp, sbirulino e i fratelli la bionda, o scambio con 45 giri degli Status Quo e my sherona dei Knack (?). In alternativa, cedo braccio di Big Gim e un paio di soldatini egiziani (non colorati). Tutta “madelaine” di primissima qualità.

  53. Mi ha detto mio cuggino che una volta è entrato in NI- niiiiiiii – che poi si è tolto il basco e si è aperta la testa. Mi ha detto mio cuggino che sa un nick segreto che se te lo dai dopo tre giorni muori. Mio cuggino è ricercato, amico di tutti. Mio cuggino ha fatto questo e quello, mio cuggino mi protegge quando vengono a picchiarmi perché chiamo mio cuggino. Mio cuggino è preoccupante e parla coi rutti: “ciao, come va?”. Mio cuggino ha fatto questo e quello, l’autoscontro e il calcinculo, mio cuggino ‘o malamente; ma è un prodotto della mente. Anzi: ha prodotto della menta ma non era autorizzato, per cui l’hanno imprigionato. Ué. Sì d’accordo free Battisti, free Magog e tutti gli altri, ma free anche mio cuggino. Anzi: free anche a mio cuggino. Na na nai, mio cuggino na na nai.

  54. Gentile signor Inglese,
    io so per certo di essere madre di me stessa. Crede che cio’ sia da ascrivere a semplice metafora o a più complessa manipolazione genetica?
    Cordiali saluti

    G. D.

  55. @andrea i:
    la poga?
    mannaggia, io lo sapevo masculo

    femmena so la porra, che sa essere violenta e sgraziata quanto il pogo, e ti tiene in ballo mica da ridere, almeno finché non la plachi sballando.

  56. A me succede che appena mi collego ad NI, mio padre acquisisce le sembianze di walter chiari e mi vuole far vedere come si maneggia una sedia a rotelle in miniatura, correndo nudo nella vasca.

    Correndo nudo nella vasca.

    Sembra una frase ad effetto.

    Provate a vedere mio padre, ora.

  57. Questo atteggiamento non favorisce l’attacco simultaneo delle forze antagoniste all’Impero delle Multinazionali delle Terre di Mezzo, anzi si autosegnala come battaglia per la conservazione del fantasticare gratuito, inutile, stupido, anomalo, banale, morboso, calamitoso, califragilistico, spiralidoso.

  58. oddio, no, il votolone è vesucitato…aiutooooo!!!!

    p.s.

    e il suo vitovno, puvtvoppo, mi è costato la pvima figuva di mevda con i dottovi che stanno esaminando l’ultimo pavto del gvande movesco

  59. movesco a “povta a povta”? devo assolutamente cambiave pushev, anche se col votolone in givo pev la vete, ce n’è a sufficienza pev tutti, e gvatis pev giunta

  60. Papavero e memoria
    leggo il giornale pieno di pesce
    baltico, mi sembrano corolle
    di denti marci
    io mi ritiro sul monte tavor
    mangio pane e divident
    casti calzari di finite armadi
    chi non calza, non giura
    il mio ritratto, poliformato
    led accesi sul petto come lampi
    di coliche renali polifemiche
    nantas rari nantes, les fiches et les moules
    davantreno giulio base giura ancalue, malattia
    sopocofiga, scopologicamente ritter
    il muschio selvaggio d’eau carintico
    di west pietroso al basilico prezzemolato
    un sax impesta l’aria nella notte buzzica
    e un moog sfarflleggia con un cruiser
    la bomba a mano canta granata
    a torino
    rossa
    come il toro
    di cavadquiz.

  61. buonasera a tutti. sono un troll volgare e impertinente, disquisisco di tutto senza neanche capirmi. nei territori tanaterotici della rete, e in particolare nelle tenebre della nazione indiana, a rate posto la mia word-agitki, il cui unico scopo è aumentare le statistiche degli accessi. ho slegato da tempo il pensiero dalla mano e dunque danzo sulla tastiera paroliberamente. senza dire un senso. io come tutti, in fondo, nel senso che tutti i partecipanti a questa nazione senza confini in realtà, anche quando fanno i seriosi, stanno solo affermando il proprio ego disadattato, convinti per di più che partecipando al gioco del commentar discontinuo si alimenti la libertà. ebbene non è così. la partecipazione maschera la povertà di aggregazione. l’esserci nella rete è il non esserci nella realtà. certo, so bene che la rete è parte della realtà. però so anche che la maggior parte dei giocatori a questo sport senza sudore non è solita prodigarsi in action al di fuori. la storia come storia della lotta con la tastiera. io non sono come voi. sono peggio. ma almeno non mi maschero. mi guardo in faccia e vedo un povero essere senza più possibilità di incidere sulle cose. poi piango e tutto finisce lì. non è così, indiani? non siete anche voi come me? quale futuro sarà più probabile? quante nuotate nella saliva del tempo dovremmo ancora fare prima di staccare la spina e uscire?

    PS: i tipi peggiori, quelli di cui non ti faresti scrupolo alcuno a troncar teste e testicoli, solo coloro i quali, commentando, linkano se stessi (i loro flatulenti blog, soprattutto). pubblicità gratuita e vigliacca, pubblicità scemografica.

  62. caro giordano, guarda che fra breve confessare di essere impotenti, depressi, senza erezione, scazzati, teledipendenti, rincoglioniti, e simii diventerà l’ultima frontiera dei più sofiticati intellettuali; ora puoi ancora godere di contrapporre la tua lucida e impietosa autenticità alla nosrta inautenticità di illusi velleitari, ma già ti stanno preparando un pulizer, un telegatto, un piccolo oscar per la nuova voga del “giro in mutande per casa e non me ne fotte di niente”

  63. Igleshia
    ti ricordi l’articolo di Benjamin sull’attrape mouches?
    L’ha scritto Benjanin?
    non mi ricordo.
    non ho letto il pezzo
    vago di posto in posto
    ma sei un genio
    effeffe
    rock’n troll ever die

  64. ROCK’N TROLL NEVER DIE (l’ho scolpito a mazziate de piccozza sur muro)
    Furlenza, qui il girone dei troll non/burocrati ti aspetta sempre, per una kukaracia macaronica…

  65. Posseggo, forse unico in Italia, gli occhiali a raggi x per vedere le donne nude attraverso i vestiti che indossano. Lo comprai basandomi su una pubblicità contenuta in Zagor, ultima pagina. Funzionano pero’ solo a metà: si vede attraverso maglie e reggiseno, ma non attraverso gonne e mutande. (Insomma come nei film vietati ai quattordici anni che trasmettevano su Telereporter).

  66. Io sono Giuda Killroy, ma anche nonno di mia zia, cugino del portinaio di via Ballanzone, prelato di una papa vedovo, ho lo scroto in fiamme, le ali montate a diametro opposto, mastico mandorle senza lische, e vanifico il rumore delle onde bagnate.

  67. Aspettami là vicino a quella porta, dove c’è un tizio che fa il guardiano. Un po’ di pazienza e arrivo.

  68. Il mio regno per un cavallo,
    un cavallo per il mio regno,
    un mio per il cavallo regno,
    un regnocavallo per mioil,
    mio cavallo mio legno,
    degno regno per mio cavallo,
    mio dio il mio cavallo,
    mezzo cavillo per un ragnallo,
    regno vallo addio mio cervello

  69. Fonrtebraccio è entrato nel giro, Amleto va via dritto, noi coro di ruffiane traversiamo sulle striscie come lennon e ringo bar, a semaforo rosso saltate il fosso

    La makarena.

    Una sensazione visiva con in braccio la makarena.

  70. E’ da duemila anni che qui non si ride. E non si riderà per altri duemila anni. E chi me lo spiega?

    (Paulo Alto: es

    novero dei primi piani
    besone
    orsetto di balsa (negus)

  71. è tutto wittgenstein
    ascoltato da un cesso di discoteca
    dopo aver vomitato fegato milza
    ad acido risalito

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andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.