Proud Mary

30 marzo 2007
Pubblicato da

proud-mary2.jpg

di Davide Vargas

26 dicembre 2006
Castelvolturno
ore 10 – 14
temp. 15°

Una macchina è ferma con gli sportelli aperti, e più avanti una sagoma umana avanza verso la spiaggia trascinando un sacco di plastica gialla fino a scomparire dietro i cespugli punteggiati di borragine.
Nel silenzio oscuro forse si distingue il rumore del motore acceso.
Un timore consueto suggerisce di andare oltre.
Il sentiero procede come rotaie posate in una terra di nessuno, tra il fondale lontano della pineta da un lato, irto come una dentatura,  e il vicariato del mare oltre le dune sabbiose.
Voltandosi indietro la macchina è quasi sparita alla vista.
I passi si illudono di essere più leggeri.
Un sole e una luna con due labbra gonfie e rosse, prossime a baciarsi danzano sulla coda di una sirena e danno il benvenuto dal muro bianco del piccolo lido chiuso.
Ai suoi piedi superiamo il coperchio di plastica di un bidone per la spazzatura e un mucchietto di rena acceso da qualche coccio di bottiglia.
Sulla testa un reticolo di tubi dipinti e annodati abbassa i riquadri di cielo a lastre di soffitto. Di fronte e intorno, oltre l’orlo del muretto scrostato, il mare è una linea interrotta dai montanti che colano ruggine.
L’ azzurro granuloso del mare è più denso del colore del cielo.
Il freddo di oggi è pulito.
Dalla spiaggia avanzano un uomo e una donna seguiti da due bambini, un pit-bull tenuto libero li precede per poi ritornare indietro e girare intorno. Si distingue il suo muso di porco. Ci lanciano uno sguardo rumoroso, guardano il cane con orgoglio  e passano oltre lasciando nella sabbia le impronte cingolate dei loro scarponcini alla moda.
Ritorno a guardare il mare come un muro d’acqua  che non concede nulla.
Viene voglia di togliere le scarpe su questo battuto di cemento rigato dalle esili ombre dei ferri, per sentirlo sotto la pianta dei piedi solido come una zattera al sicuro su un grande vuoto grigio.
Allora succede una cosa strana.
Da una lontananza d’acqua affiora il ricordo come un bollore.
La ragazza in bikini infila le forme del suo corpo abbronzato nelle note dei Creedence Clearwater Revival e nelle parole di Proud Mary come in un vestito aderente.
E’ il 1970, i musi delle seicento con i fanali circolari sono appostati là dove inizia la sabbia  con gli pneumatici cerchiati di bianco sui ciuffi di cisti, e la ragazza si muove sinuosa al centro di occhi sgranati sulle sue forme impeccabili.
Qualche costume si gonfia, e qualche mano si abbassa per coprire l’imbarazzo.
E’ bella, alza le mani, dondola i fianchi e batte i piedi nudi sul cemento. Il sole si frantuma tra le stecche della pagliarella, il corpo della ragazza è un arabesco di luce. Tutti gli occhi intorno sono ipnotizzati, la ragazza incurante continua a ballare tra odori di olii e aliti .
Sul bancone i colori degli sciroppi si accendono, rossi come la lacca spalmata sulle unghie dei suoi piedi.
Le note saltano fino all’acqua, 

rolling, rolling, rolling on the river
Proud Mary keep on burning,
rolling, rolling, rolling on the river

La ragazza muove il ventre  come le onde del mare sconfinato che si intravede a spicchi tra le spalle e i capelli bagnati dei corpi seduti sui muretti.
Del volto dico solo questo: una zingara.
Ogni giorno arriva come ad un appuntamento, i ragazzi la vedono da lontano e lasciano la sabbia nera e rovente per raggiungere il lido, qualcuno fa cadere una moneta nel juke box e seleziona la stessa canzone. I muretti si riempiono come spalti di anime avide di scoprire il gioco della vita.  Le spalle rocciose bruciano al sole.
La ragazza balla come nella televisione.
Balla come guizzano le luci intermittenti dell’albero di natale.
Come i seggiolini di una giostra.
Le braccia della ragazza si alzano e si intrecciano dietro la nuca, come le ali di una farfalla.
Balla come fluttua una medusa silenziosa sotto il velo dell’acqua con i suoi orli colorati di lilla, sospesa e insidiosa.
C’è non detto un patto: dopo la canzone va via come un ospite d’onore e nessuno l’avvicina. Si allontana invulnerabile tra gli ombrelloni colorati e la calca della spiaggia.
Un unico ricordo, che penetra nella barriera faticosamente innalzata in questa giornata di soli sguardi, come un messaggero che precede la sua  armata. Quasi senza farci caso, affiora dai confini del passato spogliato dell’alone di nostalgia e si avvicina senza toccare terra. E ti accorgi che di tutto un mondo racchiude nel piccolo pugno chiuso il messaggio dell’essenza, come l’opportunità dell’ultimo pensiero del moribondo. Dicono che in punto di morte si riveda la sequenza di tutta la propria vita. Troppa roba e troppe volte insopportabile, meglio  una sola cosa tra le tante, a prima vista insignificante tra la folla degli eventi ma  inspiegabilmente proprio quella. Come le viole del Connecticut in primavera per Margherite Yourcenar.
Un balsamo come un sorso d’acqua.
Era solo una ragazza danzante.
Tolgo le scarpe, con la punta del piede scosto la fanghiglia che il vento ha trasportato fino a lì, conchiglie bastoncini alghe secche, e vengono fuori strane macchie di azzurro impresse nel cemento, come orme fossili di maioliche scolorite.
Poi mi siedo sul muretto e lancio uno sguardo fugace alla fetta gi anguria grondante di succhi esagerati e alla scritta: docce dipinta con la stessa vernice rossa sulla calce bianca del parallelepipedo sbilenco poggiato sulla sabbia a poca distanza. Un lastricato di mattonelle colorate gira intorno.
Eppure si può smettere di girare intorno e osare.
Allora libero gli occhi dai riccioli nerissimi ancora lucidi di acqua, non c’è refrigerio per le spalle incrostate di sale.
Nel silenzio rumoroso che segue l’ultima nota la ragazza mi guarda senza neanche la protezione di un sorriso. Ha una voce nasale, una volta l’ho sentita.
A piedi scalzi finalmente mi avvicino.

.
[la fotografia è di Luigi Spina]

8 Responses to Proud Mary

  1. Parabola il 30 marzo 2007 alle 22:16

    “Proud Mary”. Solo il titolo del pezzo lo rende degno di essere letto !!!Racconto= pezzo= canzone

  2. sitting targets il 30 marzo 2007 alle 22:46

    come commentatore fai pena, cazzo vuol dire? leggi il racconto e poche palle.

  3. carla bariffi il 31 marzo 2007 alle 07:14

    c’è un grande contrasto tra la prima parte del racconto,
    dove lo squallore dell’ambiente prevale, anche lo sguardo rumoroso -bella espressione- di una famigliola “bene” di passaggio
    e la seconda parte
    dove la figura di una “ragazza che danza” rappresenta il Ricordo, ma anche nascita e morte insieme.
    Qualcosa per qui valga la pena di compiere un passo importante,
    Avvicinarsi.

  4. NERO il 31 marzo 2007 alle 08:56

    Io nel posto della foto ci sono stato prorpio ieri!

  5. bruno esposito il 31 marzo 2007 alle 09:33

    Io la settimana scorsa. Castelvolturno peggiora, anche se sembra impossibile. E non capisco come si possa definire “azzurro” anche se “granuloso” quella pozzanghera che fa finta di essere mare.
    Però me li ricordo il “Timone” e il “Costarica” dove c’erano i juke box e si ballava al suono di Ike e Tina.

  6. NERO il 31 marzo 2007 alle 11:13

    Oggi ci sono le macchine in cui si compra un pò d’amore a poco prezzo, gli sbandati che si bucano in spiaggia, i sacchi neri della spazzatura, aperti e con i loro ventri che grondano rifiuti, c’è il Bommerang, vecchio albergo per turisti poveri, ma desiderosi di un pò di vacanza, oggi saturo di tossici e spacciatori, che dentro vivono come in una comune fatta di coca e crack.

  7. De Batté BRUNETTO il 4 aprile 2007 alle 20:34

    sempre di estrema òegerezza
    Davide Vargas
    traccia il senso dello spazio
    con frammenti di emozioni
    come
    TERRE LONTANE
    Camminare il tempo
    verso la terra
    dell’abbandono…
    città a ferragosto
    chi non ha mai bevuto
    questa torrida estate
    di carta?!
    Turista immaginario
    nella provincia
    dell’impero
    passioni allo specchio
    polveri d’amore
    un look senza respiro
    oggetti del desiderio
    il Re senza pane
    l’altra metà dell’oro
    rime della luna
    non avrete mica perso
    il filo?
    viaggio al centro,
    quando finisce il progresso,
    dell’ignoto

  8. cherubino gambardella il 5 aprile 2007 alle 17:40

    una architettura di intonaco e di sabbia , una piastra di muretti bassi di calce e piastrelle e sogni d’acqua come le docce.
    le pergole di tubo staccate e imperiose come essiccate dall’acqua verso il cielo e poi il ricordo singolo scappando dalla morte disegnata come un affresco.
    bravo davide
    cherubino gambardella



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