Le pulci

30 agosto 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

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Arrivarono le pulci.
Suo padre non guardava, non guardava nessuno, lungo la strada, di fronte ai questuanti, ai semafori; e nonostante il caldo chiudeva i finestrini della macchina, fino al punto in cui, sforzando la manovella, il vetro sembrava sotto pressione, un altro scatto e sarebbe finito, meravigliosamente, in frantumi.
Andrea dormiva perfettamente bene: l’aria di giugno stropicciava la pelle, e lui si sentiva, lui era parte integrante del processo naturale delle cose, l’esatto speculare della fotosintesi. Respirare, produrre anidride, ingurgitare tutta l’aria che aveva a portata di bocca. Alle volte se aveva bevuto la sera prima, si svegliava ansimando in cerca d’acqua. Ma la maggior parte delle mattine, prima di mettere a fuoco la coerenza dei pensieri, la consequenzialità del tempo, anche prima di aprire gli occhi, credeva di aver trovato finalmente qualcosa che lo potesse guidare.
Sua sorella aveva ripreso a digrignare i denti. La notte nella stanza a fianco la sentiva comprimere le mascelle. Si alzava e le accarezzava, le massaggiava le guance senza che lei si accorgesse di niente: “Fra’ ”.
Non si lavava quasi, svegliandosi s’infilava i pantaloni accartocciati sul letto, un paio di scarpe che si era tolto senza slacciarsi, e usciva di casa. Si catapultava sugli autobus, come se la città fosse una funzione della sua vita di desideri. L’ampiezza di un cielo che pareva aprirsi. Le conversazioni dei vecchi. I marciapiedi delle periferie romane che stavano cercando di aggregarsi alla città come fratelli piccoli che si iniziano ai riti dei fratelli maggiori. Le chiese da poco inaugurate. Le merde dei cani che erano mezzelune, wurstel, castelli in miniatura. Arrivava a casa di Maude che lei ancora dormiva, i suoi erano usciti, lui si attaccava al citofono, saltava i gradini salendo le scale, e prima di dirle ciao, l’aveva buttata già addosso a un muro, le aveva tolto la maglietta e si era già immerso nel suo calore indotto dal sonno. Diceva frasi cardinali, infilato a piombo in un ruolo teatrale, provava a crescere all’improvviso, ad avere già la voce consumata dall’età: “Non perdere niente”, diceva, come avesse terrore che da un momento all’altro i germi fisiologici, qualcosa di notturno e nascosto a loro stessi potesse volatilizzarsi, le abbrancava il collo, cannibalizzava il suo odore, le leccava il tubo perfetto della trachea, le scanalature della gola, toccava lì come spingessi sui tasti di uno xilofono.
E poi, da soli, in quella superiorità morale data da una solitudine divisa in due, con il cielo che in queste mattinate feriali alle volte diventava il dorso di un iceberg, si ritrovavano a guardare fuori dal finestrone della sua stanza, quasi stessero appunto sulla prua di qualcosa di immobile.
“Stai studiando?”, poteva dire lei.
“Poco”, sorrideva a Maude, soffiando fuori l’aria. “Istericamente”, poteva rispondere. “Il nazismo”.
“…”
“So tutto. Sul nazismo. So tutto sulle guerre del Novecento. Sui crimini di guerra. Sulla gente ammazzata, sui massacri. Anche con Marco, le poche volte che studiamo insieme sembra che non riusciamo a parlare d’altro. Le biografie dei nazisti. Il male. So tutto sul male. Facciamo quasi a gara a chi sa di più. Chi sa più cose sul male. Sul terrorismo. I bombardamenti. Le città distrutte. Le stragi. A me non mi interessa nient’altro. Mi sembra che non mi interessa nient’altro che il motivo per cui la gente compie il male”.
“…”
“…”
“Perché il male?”
“Voglio capire come la gente arriva al male”.
“…”
“Leggevo il diario di un ex-nazista- A diciassette anni, faceva parte della hitlerjugend, un giorno lo svegliano presto e lo portano a sterminare gli ebrei-”.
“…”
“Se capitasse a te-”.
“…”
“…”
“Mi fai appoggiare?”
“…”
“…”
“Mi dici la verità, Maude”.
“Su cosa?”
“Su tutto. Facciamo che mi dici la verità”.
“Te la dico. Che vuoi? Io te la dico”.
“…”
“…”
“Mia sorella è innamorata di un polacco che c’ha cinquant’anni”.
“…”
“…”
“È passato Marco ieri sera”.
“Dove?”
“…”
“Che dici?”
“Quando hai attaccato il telefono, mi ha chiamato lui che stava qui sotto casa”.
“Che cazzo dici? Era l’una”.
“Sì, quasi. È venuto a quell’ora”.
“È vero, Maude?”
“È la verità”.
“Che verità è? Che è successo?”
“Sono scesa. Senza svegliare i miei. Sono stata con lui fino alle cinque”.
“…”
“…”
“È la verità?”
“Ti devo guardare negli occhi? È la verità, sì”.
“…”
“Mi stringi?”
“Scusa, Maude. Ma perché non me l’hai detto? Perché non me l’hai detto?”
“Te lo sto dicendo!”.
“E per quale motivo del cazzo- perché non me l’hai detto quando sono arrivato qui?”
“…”
“ Perché ti piace?”
“Lo vuoi sapere?”
“Eh”.
“Per lo stesso motivo per cui piace a te…”.
“…”
“…, credo”.
“Non hai sedici anni”.
“Ne ho quasi diciassette. Che stai dicendo? Che vuol dire?”
“Che non parli come una di sedici anni. Quanti anni hai?”.
“Come devo parlare?”
“Quelle di sedici anni hanno il birignao, hanno la voce nasale. Non sono logiche. Dicono stronzate”.
“Mi stai trattando come una che dice stronzate”.
“…”
“…magari peggiorerò, così sei contento”.
“…”
“Mia madre parla come una ragazzina. Vuoi che mi metto a parlare come mia madre?”
“Perché mi piacerebbe Marco?”
“Perché lui è lui. E essendo lui, non ha niente da perdere. Perché è totalmente gratuito in tutto quello che fa. Perché non ha reti di protezioni. Non ha un piano b”.
“Stai dicendo che ne approfitto? Stai dicendo che anche tu ne approfitti? Che cosa stai dicendo? Vi baciate?”
“Sto dicendo che si spreca. Non gliene frega un cazzo della sopravvivenza. Che è l’unica persona autentica che conosco. Lui. Lui si dà totalmente. Si spreca. Non vuole sopravvivere. Non gliene frega niente della sopravvivenza. Non vuole scamparla. In questo senso.
Ci baciamo, sì”.

I grandi palazzi delle periferie tirati su dalle cooperative, le strade con tanti tantissimi cartelli di svolta a sinistra e a destra, i cancelli con i segnali di divieto d’accesso accatastati uno sopra all’altro, i parcheggi riservati ai disabili, il cartongesso a separare gli appartamenti, i videobancomat illuminati tutta la notte, gli annunci di vendesi posto auto raggrumati tutti sullo stesso blocco di muro come degli ex-voto, le aiuole sghembe, i supermercati aperti la domenica e anche a pranzo, le finestre a vetri degli uffici decentrati.
“Marco”.
“Augh”.
“Ti devo parlare”
“Sono tuo”.
“Anzi non ti devo parlare”.
“Vuoi mugolare?”
“No, voglio che ci vediamo al parco”.
“Te sei messo a spigne il fumo?”
I parchi attrezzati, la luce dei pomeriggi di giugno è così generosa anche per chi non ha neanche un briciolo di sicurezza in se stesso, anche per chi ha i capillari delle gambe fragili, le famigliole con i primi bambini, i primi bambini attesi, guardati a vista, ammirati e rimirati, le biciclette, i ragazzi si fermano sulla sella e guardano di profilo che cosa?, i nonni, i finalmente nonni, qualche ragazza filippina o ecuadoregna molto grassa, arrivata nel nostro Vecchio Mondo, qui, in avanscoperta.
Si presenta coi capelli in aria Marco, gli occhi dilatati come desiderosi di luce anche loro, post sonno post sbronza post qualcosa, il suo giacchetto jeans e i suoi jeans dello stesso colore bluastro a tinte rosse, la luce del sole che lo avvolge in una patina oleosa.
“Beh?”
Andrea gli va vicino e gli prende un braccio, gli stringe le dita e gliele tira indietro, lo spinge con una mezza spallata, Marco cade subito a terra e lui lo segue, si piazza con il gomito sullo sterno, lo ferma anche se non si muove, fa forza soltanto con gli addominali, si tende.
“Aaah! La Bosnia!”, urla Marco a mezza bocca, il suo sorriso esploso.
“Hai rotto il cazzo”.
“Io sono la Bosnia e tu sei l’esercito serbo! Non accetti la diversitààà! E… mi vuoi annientare”, cerca di divincolarsi, “Piano di pace!”, urla, “Piano di paceeeeee!”
Andrea respira da bovino, gli prende la faccia e gli stringe il mento con una mano, ha una presa tremolante. Marco è steso, è un gesù cristo tolto dalla pietà, ha degli occhi calmi, galleggianti, che sfuggono a tutto, perfino a sé. E Andrea invece, lo sa, sta usando una forza viscerale che ha alimentato con cura nelle ultime ore e che adesso non sopporta che gli passi addosso. Vuole che faccia pressione, attrito, vuole i segni. Ha come timore che Marco gliela succhi questa violenza del corpo, che non gliela faccia scaricare, che la rifranga in qualche modo.
“C’è gente che sta in pace qui! Abbiamo una lunga tradizione di- Aaaah!… C’hai la stessa faccia di Karadžić! Guarda che cazzo di capelli all’insù. Ti rode il culo per la convivenza pacifica che ci può essere tra le personeeeee… di etnieeee diver-”, con Andrea che gli storce le spalle, stringendo i denti. Ha le gambe sulle sue gambe che scivolano, le persone sono distanti, non li vedono e non accorrono, gli imprigiona le braccia, lo tiene giù, respira a pieni polmoni come se stesse nuotando, gli preme sulle anche e in un momento in cui Marco fa meno resistenza si siede praticamente sul suo bacino e gli regala un pugno caldo e preciso sulla spalla destra. Marco stride, fa un verso di un pallone che si sgonfia.
“Non reagisci, eh? Ti ci senti una merda”.
“No”, gli dice, a voce bassa. “Sono curioso. È violenza pura o è un piano studiato a tavoliiiino? Sono veramente curio- so. Mi interessa vedere quello che fai. Dove hai preso l’ispirazione? Chi è… Chi è- che ti paga? La Germania? I francesi?”.
Andrea vorrebbe rovistargli dentro, vorrei sfilargli dall’interno quella che è la sua radice dei nervi, sviscerare il tessuto vivo della sua sincerità. Che cos’è che riesce a portarlo sempre via?: “Dimmelo no? Ma che cazzo? Dimmi: Continuo a vedere Maude. Lo capisci, lo vedi, lo sai che provo provo per lei. La smetti di fare il cazzone? Sempre il cazzone?”.
Sorride e dice: “Ok”, dice, si quieta, prende fiato, mi sembra quasi che pianga, “Sei qui per la pulizia etnica? Potevi dirlo. Ci venite a scovare nelle nostre case”, poi gli esce un tono serio e neutro che appartiene a un lui stesso più grande di almeno dieci anni: “Ma lo capisci che non mi fai male. Che non me ne frega un cazzo del dolore. Non mi fai male”, non parla neanche ad alta voce.

Sua sorella sì era cattolica. Andava a messa, si inginocchiava, dava la mano al momento in cui il prete invitava a dare la mano, diceva che il mondo sarebbe cambiato amando il prossimo, porgendo l’altra guancia, recuperando la pecorella smarrita. Sarebbe cambiato attraverso la verità. La verità, era convinta lei, rendeva liberi.
Ma era anche irrequieta, soffriva di bruxismo durante la notte e si estraniava dalle conversazioni durante il giorno, però cattolicamente cercava di essere gentile.
Davanti alla parrocchia aveva conosciuto Darek/Dario, un ragazzo polacco che era arrivato in Italia in bicicletta “per vedere Venezia” e dopo tre mesi, adesso, era a tutti gli effetti alcolizzato e, s’era scoperto, aveva contratto l’epatite c. Aveva cominciato, per questo?, a leggere la Bibbia a fatica in italiano e sua sorella gli aveva comprato un vocabolario dall’italiano al polacco e qualche volta era rimasta fino a tardi davanti alla chiesa a tradurgli dei pezzi. Lui aveva deciso di battezzarsi.
Una sera lei Francesca si era lasciata invitare a cena nella roulotte e aveva conosciuto il padre di Darek/Dario, un uomo di cinquant’anni, Piotr/Pietro, separato dalla moglie, slegato rispetto a molte cose: uno che nella sua vita aveva fatto il violoncellista, il boscaiolo, l’operaio navale, che aveva avuto tre figli (grandi tutti e tre più di sua sorella) da due donne diverse, che aveva raggiunto Darek/Dario in Italia, in nome di una qualche forma distorta di progetto/velleità/speranza (prendersi cura del figlio malato? provare a sbarcare il lunario in due?) e adesso, in questo paese meno caldo e molto meno salvifico di quanto immaginava, cercava di sopravvivere montando scaldabagni ma un giorno sì e quindici no.
In una settimana sua sorella era andata a cena o dopo cena da loro a fumare e bere birra e vodka da discount praticamente tutte le sere. Diceva a loro padre che usciva a chiacchierare sotto casa, e la scusa non era una bugia. I due avevano spostato la roulotte e l’avevano piazzata a cento metri da casa loro.
Poi, si era presa le pulci alla fica, e non aveva comprato nessuna pomata per eliminarle. Non era automatico, ma, si poteva immaginare, questa fosse la sua idea di essere innamorata.
I dettagli, le osservazioni, le interpretazioni, tutti solitamente confusi, embrionali, glieli ricostruiva a brandelli di notte, come se non fossero completamente veri o verosimili alla luce facile del giorno. Il rumore di lei stessa che si torturava i denti la svegliava di soprassalto e si veniva in camera sua, si sedeva sul letto, si grattava le gambe e la testa, e allora Andrea si svegliava, e ascoltava nel dormiveglia la sua dose di svuotamento. Lei si metteva le mani giunte davanti al naso e diceva cose apparentemente ponderate: “Ho comprato un biglietto aereo. Ho preso i soldi a papà”.
“E per dove?”
“Per Saint Moritz! Per dove?, Andrea. Ma che cazzo di domanda fai?”.
“…”
“…”
“Ciao Francesca”, provava a cambiare tono.
“Vado in Polonia con Pietro. Vado lì, lui torna a prendere delle cose e io voglio accompagnarcelo”.
“È un’idea”.
“È un’idea che?”
“Stai attenta. Buon viaggio. Copriti”.
“Perché devi dire le cose da demente? Ma per quale inutilissimo motivo ti devo dire le mie cose?”.
“Che devo dirti?”.
“Niente. Basta”.
“E allora che vuoi?”.
“…”
“…”
“Chiedimi perché lo faccio”.
“Fra’, lo so che mi dici…”.
“Va bene, vaffanculo, appunto, fa niente”.
“…mi dici che sei innamorata… Non è un discorso razionale, non posso mettere in discussione il fatto che sei innamorata. Non voglio neanche. Punto. Non mi viene da dirti niente”.
“…”
“…”
“Lo faccio perché è giusto”.
“Accompagnarlo in Polonia è giusto?”.
“…”
“…”
“Ti fai mai delle domande tu? Ti sei mai inginocchiato davanti a uno morto?”
“Che c’entra?”
“Hai mai visto un tuo amico morto?”
“Non mi fare i discorsi ideologici, non mi fare i ricatti morali, per favore. Anzi: non mi fare i ricatti religiosi- I buoni e i cattivi… le persone giuste e le persone sbagliate…”.
“L’altro giorno sono andata all’obitorio. Darek è andato a riconoscere il cadavere di uno morto ubriaco a piazza Dante. Ci aveva dormito venti giorni insieme qualche mese fa. Per strada. Poi si è ubriacato, dopo l’obitorio. Mi sono ubriacata con lui. Ha detto che come l’ha visto, gli è sembrato che se la passasse meglio dell’ultima volta che l’aveva incontrato. Col freddo delle celle frigorifere aveva la faccia meno sfinita”.
“Perché non me l’avevi raccontato?”
“…”
“…”
“Allora- ”
“Allora?”
“Perché vengono qui?”
“Ma chi?”
“Che senso ha? Che motivo ha uno che vissuto la vita da tutt’altra parte, in tutt’altro modo, che motivo c’ha di venire qui? Perché uno viene qui sulle cazzo di navi?”
“Dalla Polonia, con le navi?”
“Che c’è qui? Non c’è niente. Qui non c’è niente! Perché una persona con una vita un passato, perché una persona bella deve venire qui? Che cosa c’è qui? …nostra madre che si ritaglia le diete per dimagrire dal Corriere Salute? Per questo sono venuti qui? A morire con una bella espressione stampata in faccia?”

Le pulci arrivarono da molte parti e poi si spostarono. Marco dieci giorni prima degli esami di maturità sparì, sparì e basta. Dalla fica di sua sorella le pulci si impiantarono sui suoi capelli, poi sui capelli di Maude, sulla sua fica, e alla fine, attraverso numerose vie affluenti, invasero la scuola nei giorni degli esami di maturità, ma questa non fu colpa loro.
Aveva telefonato a casa di Marco e i suoi utilizzavano questa voce di disincanto cortese: Marco gli aveva detto che sarebbe stato fuori per dieci giorni a studiare e prepararsi con un suo amico.
Lui si svegliava e poteva capitargli di avere i brividi. Il caldo produceva l’effetto contrastante, una scossa alla base dello stomaco, una febbre estiva. Urlava con Maude per motivi fragili, lei si irrigidiva. Gli rinfacciava le colpe con toni da tragedia. “Mi hai fatto diventare un’appestata. A scuola mi chiamano Donnaccia, quelli che sono i tuoi amici anche”.
“Le pulci?”.
“Ma che cazzo c’entrano le pulci! Mo’ vado a dire delle pulci in giro! Ma sei un demente? Non hai idea del perché mi chiamano Donnaccia?”
“No”.
“Vaffanculo. Sei un testa di cazzo Andrea”.
(Molto spesso, quando lo insultavano, scomponeva le parole: ed elaborava visivamente la forma della testa di cazzo).
“Mi chiamano Donnaccia perché… perché… non riesci a pensarlo?… L’Uomo Buono. Chissà con quanti stronzi ti sei lamentato e hai raccontato di Marco”.
“Di Marco?”
“Di me e Marco? Sì, chi cazzo gliel’ha detto alla gente? Ti senti bravo a farmi passare da mignotta?”
“Maude”.
“Eh”.
“Maude”.
“Eh! Basta! Basta per favore”.

Era vero? Non era vero che alle volte si serviva delle sofferenze sue anche minime per avere a che fare con il mondo e ostentare il suo debito? Come dicesse, Guardate qui, Non sono felice, Sto dalla parte del giusto ma non sono felice. Guardate i segni sulle mani, le mie piccole stimmate. Mi sto guadagnando una santità minuscola e privata a soffrire per amore. È il mio cammino di formazione. La mia iniziazione. Ho il mio corpo in tensione sempre, io. Non ho pelle, e quel sottile strato di protezione epidermica, appena si forma, lo scortico e ve lo regalo, frantumi di crosta. Ho una generosità che è pubblica, io. Non rivendico niente. Non voglio proprietà. Ma non so soffrire da solo, non so assolutamente soffrire in silenzio.
“Maude, non capisco”.
“Cos’è che non capisci?”
“Non capisco come dovrebbe essere”.
“Dovrebbe per chi?”
“Come dovrebbe essere tra me e te, tra me e Marco”.
“Ma per chi?”
“Per una mia visione. Non lo so, per il mio modo di sentire le cose”.
“Mi sembra assurdo”.
“Cosa?”
“Che ti preoccupi sempre sempre sempre del giudizio esterno. Il mondo, il porco mondo. Di una credibilità rispetto a non so chi. Di una estetica. Andrea, ma che merda sei? Del funzionamento ti preoccupi. Parli di noi, della mia vita, come se fosse una cosa che deve funzionare. Ma che cazzo vuol dire, Andrea. Mi fa schifo pure il tuo nome a pronunciarlo, certe volte. Sei innamorato, non sei innamorato, devi farti per forza una domanda? Fatti questa e non rompere più i coglioni all’umanità. All’umanità, veramente! Alla mia umanità. Guardami. Sei insicuro di te? Questo lo accetto. Ti voglio bene, mica la merda. Ma il resto basta. Vuoi che qualcun altro ti dia l’autorizzazione a provare quello che provi? Vuoi una morale? Sai che cosa fai tu? Fai finta di essere assolutamente non protetto ma poi ti proteggi con questa bella sincerità da bambino idiota. La sincerità bella, la sincerità che deve essere bella. Tu vuoi che la sincerità sia gentile. Ma ti vedi? Ti ascolti? Le persone sono un’altra cosa. Guardami in bocca. Li vedi i denti storti in fondo. Tocca lì a sinistra che sembra tutto seghettato. Le carie. Guarda. Lo vedi che ci sono due denti sovrapposti a sinistra. Questa sono io, io sono questa, sono quest’ammasso. Se vuoi, io sono questa! Le persone sono creature complesse, cristo. O le ami per quello che sono oppure sei fottuto. Ma da subito”.

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6 Responses to Le pulci

  1. fk il 30 agosto 2007 alle 21:31

    “Leggevo il diario di un ex-nazista- A diciassette anni, faceva parte della hitlerjugend, un giorno lo svegliano presto e lo portano a sterminare gli ebrei-”.

    C’è qualcosa che non torna, Christian. A diciassette anni i giovani abili e arruolabili andavano direttamente al fronte. Poi andrebbe chiarito che nella Hitlerjugend (Gioventù Hitleriana) ci andavano proprio tutti. Era un servizio obbligatorio. Se in seguito si finiva nelle SS (servizio volontario) era altra cosa, era cosa attenente le scelte del singolo. Credo che, a 60 anni di distanza da quei fatti, bisognerebbe fare chiarezza in tutti i modi e in tutte le sedi, perc hè io di imprecisioni su questo argomento ne ho la “cassapanca” piena.
    Per il resto, leggerò a breve il racconto sperando che sia bello e vitale come molti di quelli tuoi che ho letto qui.

  2. sparz il 31 agosto 2007 alle 01:33

    a me il racconto è piaciuto molto, finale in crescendo, molto buono. Grazie, a.

  3. beccalossi il 31 agosto 2007 alle 11:12

    si belle sovrapposizioni di timbri e di registri e di pensieri. tra le tante scelgo questa:

    “Poi, si era presa le pulci alla fica, e non aveva comprato nessuna pomata per eliminarle. Non era automatico, ma, si poteva immaginare, questa fosse la sua idea di essere innamorata”.

    Una volta io ho scritto: “Leonardo si era fermato nei pressi di Quilmes a tenere corsi di educazione sessuale agli adolescenti di una villa miseria; e di sicuro l’avrebbe insegnata a suo modo, spiegando che l’amore in fondo è l’esatto contrario della profilassi.”

    Nonostante gli errori mortali, ci credo ancora.

  4. Monia il 31 agosto 2007 alle 11:15

    Vi leggo spesso ed è un piacere.
    Il racconto è bello, scivola via fluido e risulta autentico. Mi piace.

  5. Nevio il 31 agosto 2007 alle 12:54

    E’ piaciuto molto anche a me…
    Complimenti!
    :-)

    [nm]

  6. Ginevra il 31 agosto 2007 alle 17:31

    Guten abend Raimo !



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