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Pop Art

bocca_nbsp_copia.jpgdi Davide Vargas

La cosa mi appare all’improvviso.
Ho lasciato un lembo di campagna dove il verde oscilla tra pienezze carnose umide di colore denso e vivo, e le opacità metalliche delle foglie rivoltate come fodere. Generoso ventre in grado di contenere i papaveri rossi disseminati come schizzi di fuoco e i ciuffi gialli delle ginestre raggruppati e fitti come chiome di alberi.
Sono questi colori dosati e strutturati che determinano una sensazione di equilibrio. Ne conservo il sapore negli occhi per spegnere i collassi della mia mente. Anche il profumo di fresco che sembra infrangere ogni velo artificiale per spandersi come incenso.
E’ l’ora che precede la scintilla che accenderà di bronzo il cielo facendo brillare i tetti delle masserie e i tralicci come miele. Poi le luci dei fanali accompagneranno il buio che si stenderà come un lenzuolo fino a forarlo come bruciature. Poi sarà la notte che spegnerà tutte le voci degli uomini e degli animali. Le voci degli uomini e degli animali che in quest’ora di attesa salgono avviluppate come in un filo di fumo dai campi e dalle piazze, il ronzio degli insetti, i saluti dei ragazzi. Voci che forse non esistono. Voci che vibrano nitide tra il crepuscolo e la fantasia bisognosa. Persino una musica.
Sembra che vada quasi bene.
La bocca appare spalancata. Ci vuole una sospensione di un istante per arrivare a riconoscere la minaccia. L’orlo della cava come labbra sottili, no: inesistenti, racchiude un groviglio roccioso, bianco cavo orale conficcato nel cuore della montagna. Irraggiungibile da strade perse nella macchia verde, sospesa, irreale e blasfema.
Forse non ci sono neanche strade e sentieri.
Una bocca perfetta nel disegno, linea inferiore arrotondata, linea superiore interrotta e rivolta all’interno. Priva del minimo rigonfiamento delle labbra, incongruenza straniante della perfezione, logotipo della cattiveria.
Perché divora.
Come un caradrio forestiero.
Bocca cannibale che inghiotte tutto quanto vive intorno, e si ingrandisce sempre di più in un infinito tragico.
Nel cielo un’ala nera si muove attirata dalla forza magnetica del cavo, migliaia di uccelli neri volano in pattuglia come un unico corpo con la meta segnata. Ho visto altre volte questo spettacolo: nel cielo grigio come il mare disteso sul porto teli di punti neri svolazzare come bandiere dai fumaioli delle navi al palchetto delle barche, dal verricello dei pescherecci fino alle cimase dei palazzi della città che si affaccia sul mare. Li ho visti intrecciare misteriosi ideogrammi intorno ai cornicioni dei palazzi e sopra le chiome dei pini, li ho visti volare in libertà.
Qui ho l’impressione che quando vorrà, irreparabilmente la bocca si impadronirà dei battiti del loro unico grande cuore. Tutto tornerà nell’inedia di un’immobilità mortale. Anche un grido di terrore risulterà soffocato.
Una bocca totale, dettaglio trasmigrato da una sede umana e ingigantito fino a diventare signore assoluto. Entità autosufficiente e reclamante. Luogo del sacrificio. Sull’altare di Moloch bruciano anche le umane intimità, le sensazioni rinfrancanti del recente passato, fino alle ginestre e ai papaveri.
Non c’è di nuovo salvezza, nulla da afferrare. Possiamo affondare dolcemente. La bocca ingoierà tutto il mondo. Padrone indifferente, senza ruggiti, insaziabile.
Bocca inespressiva.
Eppure una voce. Parla una lingua incomprensibile. Come il sussulto delle nuvole nere che come mandria richiudono il cielo. Il bisbiglio delle mosche furiose che schizzano dal tarassaco alla robinia. I fruscii degli steli d’ erba piegati nello stesso verso. Gli incubi e i miraggi dell’oceano interiore. I conflitti privati e le increspature lievi. I mal di mare e le catastrofi dell’io. Quando chiedono di svelarti un segreto.
Parla la lingua invisibile che mai ho decifrato.
Un dito si avvicina e spalma un colore rosso sulle labbra, le ringrossa di una voluttà senza vizio, le fa luccicare come una lacca orientale densa e piena, realtà disegnata come in un quadro di Tom Wesselmann. Tentativo estremo di disinnescare la bomba. Inverosimile languida presenza di bianchissimi denti innocui nel cuore del mondo. Pop art.

La cosa è apparsa alla vista il 27 maggio 2007, si è insediata nella mia carne come un seme senza sparire mai ed diventata bocca nel giugno 2007.

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8 Commenti

  1. è inquietante. ma a me piace quando le arti si mescolano l’una all’altra e cercano d’interpretarsi ognuna col proprio linguaggio.

  2. A mio personalissimo avviso, scrittura troppo tesa, troppo post, troppo poco spessore. Ma, appunto, sono i miei gusti. a.

  3. Filmico.
    Incalzante nell’ultimo tratto come il commissario Ingravallo nella versione di Germi del Pasticciaccio gaddiano.
    Trasognato e oggettivo come l’ora blu di Eric Rohmer nel pezzo iniziale

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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