A Milano la Moratti promuove la “pacificazione” post mortem nel sacrario militare di Sant’Ambrogio

21 settembre 2007
Pubblicato da

di Lorenzo Galbiati

In questi giorni, sui giornali, si sono trovati vari articoli relativi al lodevole desiderio della Giunta comunale di Milano di arrivare alla pacificazione delle salme dei partigiani e dei repubblichini (si dice così?) milanesi.
Il 14 settembre, Giuseppina Piano scrive per Repubblica che la Moratti vuole chiudere le ferite del passato, come s’è fatto in Spagna, e a questo proposito propone “come «segno di riconciliazione», la traslazione di tutti i defunti milanesi, dei partigiani come dei repubblichini di Salò, insieme nel sacrario militare di piazza Sant’Ambrogio”. Per Letizia Moratti questo “sarebbe il modo per «chiudere un capitolo drammatico e doloroso che ha lasciato ferite e divisioni. La Spagna ci è riuscita, creando un luogo [fatto erigere grazie alla bontà del dittatore Francisco Franco] dove i caduti della Guerra civile sono sepolti insieme».”

Il 14 settembre si è deciso anche che le ceneri del comandante partigiano Giovanni Pesce, medaglia d’oro alla Resistenza, morto il 27 luglio scorso, troveranno degna sepoltura al Famedio, il cimitero Monumentale milanese. Scelta, questa, che non ha trovato tutti d’accordo, infatti al momento della votazione i tre assessori di Alleanza nazionale sono usciti dall’aula: «La sepoltura al Famedio — spiega il vicesindaco Riccardo De Corato — è un segnale eccessivo perché Pesce, a differenza di tanti altri partigiani, non è stato un uomo di riconciliazione.» (Elisabetta Soglio per il Corriere della Sera del 14 settembre).

Se da una parte gli ex-missini non approvano la decisione presa su Pesce perché la loro nota coerenza gli impone di tenere fermo il punto sul dovere della riconciliazione nazionale tra partigiani e repubblichini, pardon, repubblicani di Salò, dall’altra parte, persone di dubbia moralità e amanti della divisione e della discordia come Antonio Pizzinato, presidente lombardo dell’Anpi, si oppongono al meritorio progetto del sacrario comune: «Non si può pensare all’assurdo. Com’è possibile mettere assieme i carnefici con coloro che sono stati assassinati?» (Repubblica, già citata)

Anche D’Alema, il 17 settembre, alla Festa dell’Unità di Milano, ha dichiarato che “Non si può mettere sullo stesso piano libertà e anti-libertà. La Resistenza fu anche guerra civile, ma soprattutto fu guerra di liberazione. Il fascismo e’ stato la negazione dei valori della nostra convivenza, la Resistenza ha riconquistato la libertà. E’ sbagliato metterle sullo stesso piano”.
Come si può notare, queste perniciose dichiarazioni trasudano la retorica tipica delle persone di sinistra, comunisti che non accettano mai gli inviti alla pace e alla riconciliazione, e si propongono solo con slogan che incitano all’odio contro i loro nemici, siano essi nostri compatrioti in camicia nera o onesti imprenditori che si dedicano alla politica per il bene della nazione.
Ma ora, grazie all’azione di probi riformatori sociali come l´assessore ai Servizi funebri Stefano Pillitteri (figlio dell’ex sindaco socialista), ideatore della proposta, la cultura “sinistra” (in ogni senso) dell’odio e della divisione sarà superata perché, come dichiara lo stesso Pillitteri su Repubblica, «Milano può e deve essere il luogo della riconciliazione nazionale. È giunto il momento che riposino insieme quelli che combatterono dalla parte giusta e quelli che lo fecero dalla parte sbagliata».

I milanesi e l’Italia tutta aspettano con ansia che nel sacrario dei caduti milanesi, in piazza Sant’Ambrogio, dove oggi vi sono solo i resti di militari della Prima e della Seconda guerra mondiale, arrivino anche i quattromila partigiani sepolti al Campo della Gloria di Musocco, e i repubblichini, pardon di nuovo, repubblicani di Salò sepolti al Campo 10 di Musocco. E magari anche altri caduti, se possibile, c’è posto per tutti.

E’ importante, che le salme di chi si faceva guerra si pacifichino, e si trovino a braccetto nello stesso sacrario, fa bene ai morti. Sembra quasi di vederli contenti, in Paradiso, i partigiani e i repubblichini (ops!), stringersi la mano, complimentarsi vicendevolmente per l’onore della causa avversaria. E san Pietro, e il buon Dio, come sorridono! Forse pensano a quanto tutto questo faccia bene a figli e nipoti dei defunti, ai milanesi tutti: la vecchia Milano da bere onorerà una nuova Milano da seppellire. E infatti i milanesi, quando potranno commemorare e piangere insieme i morti partigiani e repubblich… repubblicani, diventeranno tutti migliori, perché la pietà e la compassione portano buoni sentimenti.

Così tutti staremo bene. “Voremas tuc ben!”, vogliamoci tutti bene! In nome di Dio, della famiglia, dell’Italia: la patria che quei morti hanno tutti ugualmente onorato, perché tutti combattevano in nome del popolo e della libertà, è solo che alcuni hanno sbagliato parte, si sono confusi e si son messi nelle fila dei nazisti tedeschi… e per noi milanesi sarebbe pura cattiveria non volerli commemorare al pari degli altri per un banale errore in buona fede, vi pare?

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15 Responses to A Milano la Moratti promuove la “pacificazione” post mortem nel sacrario militare di Sant’Ambrogio

  1. Robilant il 21 settembre 2007 alle 14:40

    E i morti italiani delle Brigate Internazionali vengono onorati accanto ai falangisti? Assieme ai francesi, inglesi, americani, messicani? Radioso esempio di cosmopolitismo funebre (l’unico cosmopolitismo ancora possibile). Chiediamo allora alla Germania un po’ di salme delle SS e facciamole pacificare con i bambini, le donne e i vecchi di Stazzema, Marzabotto, Caiazzo, Roma e di una settantina di altri comuni italiani. Credo che le ferite del passato si saldino da sole (se si saldano). Preghiamo la Moratti di non creare altri inutili Grandfallons, tanto per dirla con Vonnegut, con i quali edificare falsi sentimenti.
    Robilant

  2. hasta la victoria siempre! il 21 settembre 2007 alle 15:33

    Giusto! Chi l’ha detto che la guerra civile è finita? Rivogliamo il triangolo rosso! Vuoi mettere com’è divertente continuare a litigare per cose di settant’anni fa che nessuno di noi ha mai visto e conosciuto? Vuoi mettere com’è più comodo fottersene dei problemi del domani e continuare a menarsela con quelli dell’altroieri?

  3. Giorgio Di Costanzo il 21 settembre 2007 alle 16:04

    I tre assessori di Alleanza NAZIanale sono usciti dall’aula al momento di votare per la sepoltura al Famedio del Comandante Partigiano GIOVANNI PESCE. Giustissimo! Non ho mai avuto dubbi sui fascisti travestiti di Alleanza NAZIanale che, talvolta, blaterano di riconciliazione. Quale? Con chi? Per conto di chi? L’unico posto dove collocare i nazifascisti (morti o viventi, viventi si fa per dire) è nelle fogne!

  4. Marco il 21 settembre 2007 alle 16:11

    i problemi di oggi e quelli di domani SONO legati agli eredi diretti dei fascisti. che come tali si comportano. dunque – e ovviamente – nessuna pacificazione né riconciliazione.

  5. Robilant il 21 settembre 2007 alle 16:23

    @ hasta la victoria
    Certo, a che serve la storia. E chi se ne frega se questi so’ dieci anni che tentano di riscriverla. Al giorno d’oggi, sora Agnese, inglese e computer.
    Robilant

  6. Robilant il 21 settembre 2007 alle 16:38

    hasta la victoria, quello che ho scritto non vale se il tuo sarcasmo inizia dal secondo rigo (anche se non sono d’accordo neanche sui primi due) Insomma, spiegati meglio, scusa.
    Robilant

  7. andrea inglese il 21 settembre 2007 alle 19:12

    La riconciliazione invocata in fondo gioca appunto sull’oblio: ci si riconcilia per dimenticare, perché si sta già dimenticando. Ma che cosa si dimentica? Che i repubblichini avevano sbagliato? Che erano i carnefici? I cattivi? (Ma forse questo è difficile da dimenticare, a patto di essere alfabetizzati e di non essere neofascisti.) Quello che si dimentica, con la riconciliazione, è che la nostra normale, noiosa, inconcludente democrazia, è nata da un organismo nazifascista: la topologia politica, lo “spazio dei possibili” del nostro sistema politico è nato dall’opposizione definitiva con il baratro nazifascista. Se si cancella la violenza di questo distacco e di questo rifiuto, violenza che è insita nella guerra civile, non riconciliata, allora significa rendere nuovamente “leggittimo” anche quel baratro, universo possibile tra i possibili, opzione politica tra le opzioni.

  8. jan il 21 settembre 2007 alle 20:36

    Qualche giorno fa EPolis riportava che Pillitteri ha citato il mausoleo della Valle de los Caidos come esempio di riconciliazione tra due parti in guerra. Mi sono venuti i brividi, perché in certi anni non lontani, mi dicevano in casa, se avevi grilli per la testa ti potevano prendere e spedire lì ai lavori forzati.

    Fu fatto costruire da Franco anche con il lavoro di prigionieri, che spesso vi morivano di stenti e per le durissime condizioni di lavoro. Contiene i resti di numerosi caduti nella guerra civile spagnola, franchisti e repubblicani in parti uguali, oltre alla tomba di Franco e di altri gerarchi fascisti.

    http://es.wikipedia.org/wiki/Valle_de_los_Ca%C3%ADdos

  9. Lorenzo Galbiati il 21 settembre 2007 alle 22:04

    il manifesto 29.7.07
    La lunga guerra del partigiano Visone
    Resistenza tradita Nella lenta evoluzione del Partito comunista vide il fallimento storico del ceto politico nato dalla lotta partigiana Linea d’azione Contro repubblichini e nazisti l’opzione militare era per Giovanni Pesce l’unica via d’uscita da attendismo e incertezze
    di Angelo d’Orsi

    Aveva quasi novant’anni, Giovanni Pesce, scomparso a Milano il 27 luglio: era nato il 22 febbraio 1918, in provincia di Alessandria, nell’Acquese, a Visone, località di cui egli avrebbe assunto il nome quando indossò i panni del comandante partigiano: panni che a lui si attagliavano forse meglio che a chiunque altri. Sì, perché «Visone» incarnò la linea dell’azione diretta, contro i repubblichini e i nazisti: insomma, l’opzione militare, come unica via d’uscita dall’attendismo, dalle incertezze, e, diciamolo, dalle chiacchiere della politica dei partiti che disegnavano organigrammi, che delineavano il futuro di quel Paese che intanto si trattava di liberare. E Pesce è stato davvero un liberatore, anzi, un libertador, in quanto, come Simon Bolivar, univa nel suo pensiero l’istanza della libertà dall’oppressione dei tedeschi e dei loro alleati succubi italiani, alla necessità di una vera liberazione sociale.
    Non poteva che essere comunista, e lo fu, tutto d’un pezzo, come qualcuno ebbe a dire spesso in passato, come qualcuno ha ripetuto ora nei commenti alla notizia del decesso. È stato un comandante partigiano italiano. Alle spalle, dietro la militanza nel Partito comunista, e prima della milizia partigiana, c’è la storia di un ragazzetto che emigra in Francia con la famiglia, cercando di aiutare a sbarcare il lunario facendo di tutto, dal guardiano di vacche al minatore. Si iscrisse perciò prima alla Gioventù comunista francese, divenendo segretario della Sezione della località dove viveva, nel Gard, sull’Oltralpe. Erano i mitici, terribili anni Trenta: e la Guerra di Spagna attirava tutti i cuori nobili a combattere dalla parte dei repubblicani. Anche il diciottenne piemontese (avrebbe raccontato egli stesso che decisivo fu aver assistito a Parigi a un comizio della Pasionaria Dolores Ibarruri) non seppe resistere a quell’appello. Ne ricavò ferite varie, e un’esperienza bellica (raccontata in Un garibaldino in Spagna, del 1955) che avrebbe messo a frutto negli anni seguenti nella guerra antifascista in Italia.
    Rimpatriato forzosamente nel 1940, dalla Francia di Vichy, fu incarcerato e condannato dal Tribunale Speciale, condanna che scontò a Torino, e quindi inviato al confino a Ventotene, dove ebbe modo di conoscere, fra gli altri, Pertini e Terracini. Ne uscì alla fine di agosto 1943, e fu di nuovo a Torino, con il preciso compito di organizzare i primi Gap. I Gruppi di Azione Partigiana – la risposta urbana, per così, dire alle bande di montagna: la guerra di movimento affficancata alla guerra di posizione, per dirla gramscianamente – avevano da allora trovato il loro capo: un uomo coraggioso, fino alla temerarietà, dotato di grandi doti di stratega e capace, anche, di sottrarsi alle pressioni dei partiti. Lo strano caso di un militare che non aveva mai fatto la naja (si raccontò nel libro Soldati senza uniforme, 1950), insomma; un militare che lottava per ideali politici, perdipiù progressisti. Questo fu da allora Giovanni Pesce, che divenne il nemico numero uno dei nazifascisti.Ferito, braccato, dovette lasciare Torino per Milano, dove ebbe il difficile incarico di riorganizzare la III Brigata Garibaldi «Rubini», dei Gap, duramente provata dalla repressione di tedeschi e repubblichini.
    In una delle azioni cadde prigioniera delle SS Onorina Brambilla, staffetta partigiana («Nori», per gli amici; «Sandra», il nome da combattimento), l’unica che aveva il privilegio di avvicinarlo per consegna di ordini del Cln e del Pci: Nori sarebbe divenuta la sua fedele compagna di vita nel dopoguerra. Il problema, allora, per la Resistenza, al di là delle questioni di strategia e di tattica militare, era far sentire agli operai delle grandi fabbriche – posti sotto ricatto dai nazifascisti, che li trasferivano a centinaia nei lager, con un clima di paura che si valeva di spie assoldate – che i partigiani erano con loro, erano dalla loro parte.
    Fu allora che nacque «Visone», e quel nome si ammantò di un’aura di leggenda, che incuteva paura ai nemici e massimo rispetto al variegato fronte antifascista. Svolse, nei mesi seguenti, un’intensissima opera di sabotaggio e di attacchi a convogli militari sulla linea sia ferroviaria, sia stradale, Torino-Milano, prima di essere di nuovo incaricato di una delle tante missioni impossibili: riorganizzare le forze gappiste milanesi, decimate e provate dalla fucilazione del comandante Luigi Campegi. Visone riuscì nell’intento e guidò la III Gap sino alla smobilitazione post 25 aprile.
    Ma «smobilitazione» era un concetto estraneo alla mentalità e agli ideali di Giovanni Pesce, e la medaglia d’oro al valor militare, ottenuta per la sua azione nella Resistenza, non fu per lui una sinecura. La battaglia continuava, e la sede era il Pci, per il quale fu a lungo consigliere comunale a Milano (dal 1951 al 1964), vivendo non senza ambasce e turbamenti la lunga e lenta trasformazione del partito che sarebbe poi proseguita a tappe accelerate nell’era post-togliattiana. La casa comunista gli stava ormai stretta, non perché comunista, ma perché, semmai, troppo poco comunista: era l’idea di Pietro Secchia della «Resistenza tradita» e del fallimento storico del ceto politico nato dalla lotta partigiana. Una specie di oasi non solo reducistica fu per lui in tal senso, l’Anpi di cui fu eletto consigliere nazionale sin dalla fondazione dell’Associazione, dopo che il Comando generale delle Brigate Garibaldi lo aveva proclamato «eroe nazionale».
    Proprio alla vigilia della «contestazione», nel 1967, diede alle stampe un libro intenso che costituì, a prescindere dall’autore, un testo di riferimento di molta parte del movimento sessanttottino, e anche delle frange che videro negli anni Settanta la soluzione politica nella ripresa della lotta armata. Senza tregua, si chiamava quel libro; e il titolo divenne una parola d’ordine per qualcuno dei teorici della nuova «lotta armata», a dispetto degli sforzi che l’autore, preoccupato della deriva terroristica, fu costretto a compiere, volti a distinguere l’azione dei Gap, da lui incarnati, nel biennio di ferro e fuoco del ’43-45, da quella delirante dei loro emuli trent’anni dopo.
    Certo, lui aveva insegnato che al terrore si risponde col terrore: ma il nemico era Hitler, il nemico era Mussolini, il nemico era il fascismo internazionale, da Madrid a Berlino, da Roma a Tokyo. Il terrore teorizzato e praticato dai «nuovi partigiani» era tutt’altra cosa, e Pesce-Visone ne era convinto: il che non toglie che le ultime evoluzioni di quello che era stato il suo partito lo lasciarono freddissimo. Sicché, post Bolognina, egli entrò in Rifondazione Comunista; era il 1991 e Pesce era ormai politicamente emarginato da tempo. La campagna che ogni tanto si fece perché una nomina a senatore desse pubblico, solenne riconoscimento ai suoi meriti, cadde nel vuoto; ed era ovvio.
    In fondo, Visone era diventato un compagno scomodo, una presenza ingombrante, a dispetto del silenzio e del riserbo di cui si circondava. Con lo stesso riserbo, ora si è spento, togliendo l’incomodo. Nell’Italia di oggi, tentata da impossibili quanto imposte «riconciliazioni», Visone era di troppo.

  10. diamonds il 23 settembre 2007 alle 11:42

    e quindi come giudicare l’opera del Giusti,poco lungimirante o sospetta?

    http://it.wikisource.org/wiki/Sant%27Ambrogio

    p.s. mi ero ripromesso di essere diffidente almeno per altre 2 generazioni con i crucchi,tanto per non sbagliarci.Recentemente ho avuto a che fare con un corposo gruppo di bavaresi,tutti tra i venti e i quarant’anni.A pelle non erano nemmeno lontanissimi parenti di quei bastardi figli di puttana che inventarono i forni crematori.Sembravano dei Buster Keaton rielaborati dall’oblio,perfettamente disinteressati a questioni attinenti al Lebensraum.Pareva che chiedessero un altra occasione per essere giudicati

  11. ruggero solmi il 23 settembre 2007 alle 14:10

    grande apertura mentale sui bavaresi, bene. sui renani come siamo messi? ma allora è vero che i forni crematori li inventarono i bavaresi? ci si misero d’impegno tutti insieme o fecero a turno?

  12. diamonds il 23 settembre 2007 alle 15:13

    forse non li brevettarono loro,sicuramente furono i primi a usarli in una certa modalità.Non capitano spesso a cagliari i renani(giusto qualche polletto amburghese),ed io al momento non posso raggiungerli.Scusate anticipatamente il ritardo

    p.s. fuori di celia.Perchè,era così facile diffidare da un popolo che aveva aderito così massicciamente ad un’ideologia mostruosa,”distruttrice di ogni civiltà”?

  13. diamonds il 23 settembre 2007 alle 15:14

    pardon,difficile

  14. andrea inglese il 23 settembre 2007 alle 15:34

    devo dire che anch’io non ho ben capito cosa c’entrino i bavaresi odierni con il revisionismo della giunta milanese. Qui mi pare che il problema sia tutto italiano.

  15. diamonds il 23 settembre 2007 alle 16:19

    scusate non ho letto bene il post e il commentario relativo.Ma se ho intuito che il problema è il dovere chiudere un occhio sul passato mi sembrava il caso di fornire un esempio internazionale di come a volte sia possibile riscattarsi pure quando si parte da distanze che appaiono incolmabili.Nel senso che visto a volte mi sembra che nel giudizio vengano usati due pesi e due misure(e ovvio che nel caso specifico dell’Italia qualcuno deve fare un deciso passo indietro.E sappiamo bene a chi tocca)



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