Nazim e John, I

24 settembre 2007
Pubblicato da

[ricevo e pubblico molto volentieri questo pezzo da T. N., a.s.]

di Tina Nastasi

Quando si racconta una storia …

A lungo ho frequentato silente e pressoché invisibile il blog di Nazione Indiana. C’è un nome nel gergo della rete per indicare i “guardoni” come me, ma io non lo ricordo perché ritengo di essere più una tartaruga che una guardona. Lentamente considero e mi muovo nello spazio delle parole. Raramente, ai giorni nostri, mi è stato dato di trovare una porzione di questo tipo di spazio dedicato all’inutilità e all’utopia: Nazione Indiana ne rappresenta, ai miei occhi, un chiaro e limpido esempio.

A lungo, ma con la clessidra del tempo infissa nelle tempie, mi sono chiesta cosa potevo offrire agli arguti lettori che siete tutti voi di Nazione Indiana. Come potevo diventare “noi” con voi? Difficile scegliere una lettura per un primo incontro con dei lettori difficili: le nostre passioni ci dividono.

Per noi contemporanei quel “noi” ha ancora ben poche virtù: più spesso che no, lo rendiamo monarchico a nostra insaputa e lo riempiamo di un “io” che non sa più librarsi nella leggerezza dell’aria (pensieri, idee, sogni e desideri, sentimenti e azioni) e che rimane ancorato, o, meglio, impigliato nelle cose di ogni giorno.

Provengo da una terra straniera e conosco il mare che si rivolge a sudovest. Quest’estate ho gettato uno sguardo verso nordest e ho incontrato le poesie di Nazim Hikmet, ho ascoltato le parole di John Berger.

Se pensiamo che la confusione in cui siamo costretti a vivere oggi, forse come ieri, origina dal far di se stessi ogni ora un partito, in qualche modo ho dato corpo a quel che diceva Vladimir Vladimirovič Majakovskij

«Non ti chiudere nelle tue stanze, partito, rimani vicino ai ragazzi di strada»

In qualche modo, Nazim Hikmet e John Berger sono dei ragazzi di strada, vicini ai ragazzi di strada.

Nel 1925 Hikmet organizza a Istanbul il primo teatro operaio, seguendo gli insegnamenti (o capricci?) di quel teatrante russo, Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d, che aveva aperto “nuove possibilità di lavorare con e per il pubblico” e che “aveva pagato con la vita queste nuove possibilità”. Le relazioni del poeta con il governo turco sono tutto fuorché diplomatiche: scritti nel suo destino sono la prigione e l’esilio in tutta l’Europa.

Negli anni Quaranta del Novecento Mejerchol’d è morto, il suo Teatro a Mosca è stato chiuso, Hikmet è in prigione e viene interrogato per settimane nell’alto rango di prigioniero politico.

Negli anni Quaranta, alla fine della sua adolescenza, Berger conosce Hikmet (a distanza, malgrado la prigionia, leggendone le poesie) e, superati i quarant’anni, sceglie la sua destinazione (che in fondo, se vi piace, è una pezzo del destino) : Quincy, una piccola comunità fra le Alpi francesi, un semplice villaggio di allevatori e contadini ancorato al passato, e da lì il suo sguardo sul mondo, teso in un continuo viaggiare nomade all’insegna della militanza letteraria.

Sono entrambi due straordinari narratori di storie: sfido a intuire, di verso in verso, di riga in riga, quale strada prenderà la storia. Vagabondi del pensiero e viaggiatori del tempo, solo cinque lustri li separano: una ben misera distanza.

Ascoltate le loro voci e buona lettura a tutti.

5. “Direi il mio amore in un sospiro” (1)

Venerdì.

Nazim, ho perso un amico e vorrei piangerlo con te, che hai condiviso con noi tante speranze e tanti lutti.

Il telegramma è arrivato di notte,

soltanto tre sillabe:

“È morto”. (2)

Sono in lutto per il mio amico Juan Muñoz, un artista meraviglioso, scultore e autore di installazioni, morto ieri su una spiaggia spagnola, a quarantotto anni.

Vorrei parlarti di una cosa che mi lascia perplesso. Quando qualcuno muore di morte naturale, che è altra cosa dalla morte per persecuzione, assassinio o fame, la nostra prima reazione è di sconcerto, a meno che non si tratti di una persona che soffriva da molto tempo. Poi si prova un mostruoso senso di perdita, soprattutto se si tratta di una persona giovane.

Spunta l’alba

ma la mia stanza

è fatta di una lunga notte. (3)

Infine arriva il dolore, che si annuncia infinito. Eppure, insieme al dolore, giunge furtivo qualcos’altro, che somiglia a uno scherzo (Juan era un gran burlone) ma non lo è, qualcosa che provoca una sorta di allucinazione, un po’ come il gesto del prestigiatore con il fazzoletto alla fine di un numero, una specie di leggerezza in totale contrasto con ciò che si prova. Capisci cosa voglio dire? Questa leggerezza è un capriccio o un nuovo insegnamento?

Cinque minuti dopo averti rivolto questa domanda, ricevo un fax di mio figlio Yves, che ha appena scritto qualche riga in ricordo di Juan:

Apparivi sempre

con una risata

e un nuovo trucco.

Sparivi sempre

lasciando le tue mani

sulla nostra tavola.

Sparivi sempre

lasciando le tue carte

nelle nostre mani.

Ri-apparirai

con una nuova risata

che sarà un trucco.

Sabato.

Non sono sicuro di aver mai incontrato Nazim Hikmet. Giurerei di sì, ma non riesco a trovarne le prove. Credo sia stato a Londra, nel 1954. Quattro anni dopo la sua scarcerazione, nove anni prima della sua morte. Parlava a un raduno politico in Red Lion Square, a Londra. Disse poche parole, poi si mise a leggere delle poesie. Alcune in inglese, altre in turco. Aveva una voce potente, calma, estremamente personale e molto musicale. Una voce che non sembrava uscirgli dalla gola, almeno non in quel momento. Pareva che avesse in petto una radio, che accendeva e spegneva con una delle sue mani grandi e leggermente tremanti. Non riesco a descriverlo bene, perché la sua presenza e la sua sincerità erano talmente evidenti. In uno dei suoi lunghi poemi Hikmet descrive sei persone che in Turchia, all’inizio degli anni Quaranta, ascoltano alla radio una sinfonia di Shostakovič. Tre di loro sono (come lui) in carcere. La trasmissione è in diretta: la sinfonia viene eseguita a Mosca, a migliaia di chilometri di distanza. Mentre lo ascoltavo in Red Lion Square, avevo l’impressione che anche le sue parole arrivassero dall’altro capo del mondo. Non perché fossero difficili da capire (non lo erano), e neppure confuse o stanche (erano temprate dalla resistenza), ma perché le declamava come se volesse trionfare sulle distanze e trascendere infinite separazioni.

Il qui di tutte le sue poesie è altrove.

A Praga passa una vettura

una carretta tirata da un solo cavallo

davanti al cimitero ebreo.

La carretta è carica di nostalgia d’un’altra città,

e il carrettiere sono io …. (4)

Perfino seduto sul podio, prima di alzarsi per prendere la parola, si intuiva che era un uomo insolitamente alto e robusto. Non per nulla lo chiamavano “l’albero dagli occhi blu”. Quando era in piedi sembrava leggerissimo, così leggero da rischiare di volar via.
Forse non l’ho mai incontrato, perché mi sembra strano che a un raduno organizzato a Londra dal movimento internazionale per la pace Hikmet fosse ancorato al palco con delle funi per non farlo decollare. Eppure è proprio quello che ricordo. Appena le pronunciava, le sue parole salivano al cielo – era un raduno all’aperto – e il suo corpo sembrava volerle seguire, mentre volavano sempre più in alto, al di sopra della piazza, al di sopra delle scintille dei vecchi tram di Theobalds Road, soppressi tre o quattro anni prima.

Sei in un villaggio di montagna

in Anatolia

sei la mia città,

la più bella e la più infelice.

Sei un grido d’aiuto, sei il mio paese;
i passi che corrono verso di te sono i miei. (5)

Lunedì mattina.
I poeti contemporanei che hanno contato di più nell’arco della mia lunga vita, li ho letti quasi tutti in traduzioni, raramente nella loro lingua originale. Credo che nessuno avrebbe potuto dire lo stesso prima del Novecento. Per secoli si è discusso se la poesia fosse traducibile o no, ma erano discussioni “da camera”. Nel corso del Novecento molte camere sono finite in macerie. I nuovi mezzi di comunicazione, la politica globale, gli imperialismi e i mercati mondiali hanno fatto incontrare in modo indiscriminato e assolutamente senza precedenti milioni di persone e ne hanno separate altrettante. Le aspettative della poesia sono cambiate: sempre di più la poesia migliore ha contato su lettori sempre più lontani.
Le nostre poesie

come pietre miliari

devono segnare la strada. (6)
Nel Novecento, molti versi di nuda poesia sono stati tesi tra continenti diversi, villaggi abbandonati e capitali lontane. Tutti voi, Hikmet, Brecht, Vallejo, Attila József, Adonis, Juan Gelman … lo sapete bene.

Lunedì pomeriggio.

Fu alla fine della mia adolescenza che lessi per la prima volta alcune poesie di Nazim Hikmet. Erano uscite su un’oscura rivista letteraria internazionale, pubblicata a Londra sotto l’egida del Partito comunista britannico. Io ero un suo assiduo lettore. La linea del partito in materia di poesia faceva vomitare, ma spesso le poesie e i racconti pubblicati erano esaltanti.

All’epoca, a Mosca, Mejerchol’d era già stato giustiziato. Se penso a lui proprio ora è perché Hikmet lo ammirava e ne fu molto influenzato quando andò a Mosca per la prima volta all’inizio degli anni Venti.
“Devo molto al teatro di Mejerchol’d. Nel 1925, tornato in Turchia, ho organizzato il primo teatro operaio in uno dei quartieri industriali di Istanbul. Lavorando in quel teatro come direttore e scrittore, ho capito che era stato Mejerchol’d ad aprirci nuove possibilità di lavorare con e per il pubblico”.

Dopo il 1937, Mejerchol’d aveva pagato con la vita queste nuove possibilità, ma a Londra i lettori della rivista non lo sapevano ancora.

Quel che mi colpì nelle poesie di Nazim Hikmet, a quella prima lettura, fu il loro spazio: ne contenevano più di tutta la poesia che avevo letto fino ad allora. Non lo descrivevano, lo attraversavano, scavalcavano le montagne. Parlavano anche di azione. Parlavano di dubbi, solitudine, lutto, tristezza, ma i sentimenti seguivano l’azione invece di prendere il suo posto. Spazio e azione vanno di pari passo. La loro antitesi è la prigione ed è nelle carceri turche che Hikmet, da prigioniero politico, ha scritto metà delle sue opere.
Mercoledì.
Nazim, voglio descriverti il tavolo su cui sto scrivendo. È un tavolo da giardino bianco, di metallo, di quelli che si vedono davanti agli yali sul Bosforo. Si trova nella veranda coperta di una casetta alla periferia sudest di Parigi. La casa è stata costruita nel 1938, come tante altre fabbricate nella stessa zona in quegli anni e destinate ad artigiani, commercianti e operai qualificati. Nel 1938 tu eri in prigione. Un orologio era appeso a un chiodo sopra il tuo letto. Nella sezione sopra la tua, tre criminali in catene aspettavano la loro condanna a morte.

Su questo tavolo ci sono sempre troppe carte. Ogni mattina, per prima cosa, sorseggiando il caffé, tento di rimetterle in ordine. Alla mia destra c’è una pianta in un vaso: sono sicuro che ti piacerebbe. Ha delle foglie molto scure. La parte inferiore ha il colore delle susine selvatiche, sulla parte superiore la luce le ha “macchiate” di un colore più cupo. Le foglie sono raggruppate a tre a tre, come se fossero farfalle notturne – la grandezza è identica – che succhiano il nettare dallo stesso fiore. La pianta ha dei fiori molto piccoli, rosa e innocenti come la voce dei bambini delle elementari che imparano una canzone. È una specie di trifoglio gigante. Viene dalla Polonia, dove la chiamano koniczyna. Me l’ha regalata la madre di un amico, che l’ha coltivata nel suo giardino vicino alla frontiera con l’Ucraina.

Quella donna ha due occhi di un azzurro straordinario e non può fare a meno di toccare le sue piante quando attraversa il giardino o si muove per la casa, come certe nonne che non riescono a trattenersi dall’accarezzare la testa dei nipotini.

Mia amata, mia rosa

il mio viaggio nella pianura polacca è iniziato:

sono un bambino felice e sbalordito

un bambino

che guarda il suo primo libro con le figure

di uomini

animali

oggetti, piante. (7)

Quando si racconta una storia, tutto dipende da cosa tiene dietro a cosa. L’ordine più autentico è di rado ovvio. Si scopre a forza di tentativi. Spesso facendo e disfacendo. Ecco perché sul tavolo ci sono anche un paio di forbici e un rotolo di nastro adesivo. Non ho uno di quegli aggeggi che servono a tagliare facilmente i pezzi di scotch. devo usare le forbici. Il difficile è trovare la fine del nastro per srotolarlo. La cerco impaziente con le unghie e m’innervosisco. Così, quando la trovo, la appiccico al bordo del tavolo, lascio che il nastro si srotoli fino al pavimento, e lo abbandono lì a penzolare.

A volte esco dalla veranda e mi sposto nella stanza accanto, dove chiacchiero, mangio o leggo il giornale. Qualche giorno fa ero seduto in questa stanza quando qualcosa, muovendosi, ha attirato il mio sguardo. Una minuscola cascata d’acqua luccicante scendeva, ondeggiando, verso il pavimento della veranda vicino alle gambe della mia sedia vuota davanti al tavolo. I torrenti alpini cominciano così.

A volte un rotolo di scotch agitato da uno spiffero della finestra può muovere le montagne.
Note

1 John Berger, Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007, traduzione e cura di Maria Nadotti, Fusi orari, I libri di Internazionale, 2007, pp. 28-35

2 Nazim Hikmet, The Moscow Symphony, traduzione inglese di Taner Baybars, Rapp and Whiting Ltd, Londra, 1970

3 Ibid.

4 Nazim Hikmet, Ore di Praga, in Poesie, traduzione di Joyce Lussu e Velso Mucci, Newton Compton Editori, Roma, 1972, p. 71

5 Nazim Hikmet, You, traduzione inglese di Randy Blasing e Mutlu Konuk, Persea Books, Londra, 1994

6 Traduzione inglese di John Berger

7 Nazim Hikmet, Letters from Poland, traduzione inglese di John Berger

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10 Responses to Nazim e John, I

  1. Carla il 24 settembre 2007 alle 20:56

    gran bel pezzo, Antonio
    questo è uno scrivere che nutre…
    grazie

  2. Baldrus il 25 settembre 2007 alle 09:45

    Molto interessante. Mi emoziona sentire parlare di Hikmet, grande poeta esule, poeta straniero, poeta della fuga, ma anche d’amore.

  3. così&come il 25 settembre 2007 alle 09:56

    [I “capricci” di Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d:

    (Oh Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d – i tuoi capricci – benedetti capricci – piccolo padre del moderno teatro di regia) – un nuovo tipo di lavoro sull’attore che trasvola il naturalismo ottocentesco ed anche lo psicologismo di Stanislavskij – epigoni più o meno tristi ancora ne approfittano – gia nel 1906 rivoluziona le convenzioni teatrali – elimina il sipario – passerelle collegano palcoscenico e pubblico – ruolo attivo dell’attore che da mattatore ottocentesco diventa parte del disegno collettivo – primitivismo dei gesti – scenografie non naturalistiche – collaborazione con gli artisti contemporanei – Rodčenko – Malevič – ecc – coinvolgimento del pubblico – eliminazione della “quarta parete” – gli attori si mescolano al pubblico – teatro a 360° – importanza della scenografia dal punto di vista simbolico e non naturalistico – lavoro sull’attore come lavoro sul corpo nello spazio – improvvisazione – uso di tecniche circensi – del teatro Kabuki et Commedia dell’Arte – rielaborazione e lavoro sul testo che viene ogni volta reinventato e smembrato – uso della musica come elemento di clima – di sogno – di scansione temporale – collaborazione con Šostakovič – il teatro come teatro politico ma non in senso propagandistico.

    Finisce male, molto:

    La morte è meglio di tutto questo]

  4. ruggero solmi il 25 settembre 2007 alle 10:19

    terribile.

    saluti,
    rs

  5. effeffe il 25 settembre 2007 alle 11:24

    una scrittura così incalzante non la leggevo da tempo. effeffe

  6. diamonds il 25 settembre 2007 alle 14:34

    un esordio coi fiocchi(forse manna)

  7. maria luisa il 25 settembre 2007 alle 21:25

    Qualche anno fa Licia Maglietta ha portato sulle scene “Una volta in Europa” di John Berger. La trasposizione teatrale del testo pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri (Traduzione di Maria Nadotti) è commovente e riporta la forza delle parole e della lettura storica di Berger. In un’intervista Maglietta accosta i racconti di Berger ad Assia Djebar, “Vasta è la prigione”. In entrambi i testi la passione diventa il motore che porta al cambiamento, o allo stallo doloroso in contesti che non sono scalfiti dal sentimento e dal desiderio dei protagonisti che lottano per essere semplicemente se stessi. A me, semplicemente, di Berger stupisce la sua capacità di narrare in modo lineare drammi storici e quotidianità dolorose con una leggerezza che alla fine risulta più lacerante di tante parole roboanti ed urlate.

  8. ruggero solmi il 25 settembre 2007 alle 21:40

    terribile il post di cosicome.

  9. Tina il 25 settembre 2007 alle 21:40

    Grazie, Luisa, per averlo scritto: è quello che ho provato anch’io leggendo Berger.

  10. Nazim e John, 2 | Nazione Indiana il 29 settembre 2007 alle 10:50

    […] parte di questo  a. […]



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