Contro i manifesti contro i manifesti

17 ottobre 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Può fare uno strano effetto leggere quello che diceva oggi Doris Lessing su “Repubblica” se avete appena finito di parlare con un vostro amico che insegna al liceo, totalmente demoralizzato per il fatto che spiegare i principi più basilari di Marx si è dovuto impiccare un’intera mattinata. Il Premio Nobel se la prende con il gergo comunista, quello che definisce “una degenerazione del linguaggio” colpevole di aver infestato il mondo negli ultimi decenni e che oggi continua a perpetrarsi tra le aule e le biblioteche delle università. Tra le pagine della Pravda e quelle dell’accademia inglese e americana Lessing vede un filo rosso, rossissimo, che in nome di un marxismo elitario, ha in realtà creato più che combattuto le differenze di classe.
L’articolo era d’occasione. Il critico statunitense Harold Bloom ha deprezzato la sua vittoria, come un premio alla “correttezza politica”: una quota dovuta alle minoranze che lei rappresenta. Lei donna, lei anticolonialista, lei bandiera del femminismo, lei tante cose prima che scrittrice da alloro. Doris Lessing fraintende l’accusa di Bloom e risponde (anche sul “Corriere” di oggi con altre chiose e note a margine) facendo una difesa della letteratura tout-court contro qualsiasi forma di scrittura civile, da manifesto politico, espandendo quel concetto espresso mirabilmente da Nabokov una volta per tutte: “Quale è il messaggio del mio libro? Se avessi voluto mandare un messaggio avrei fatto il postino”. In sostanza Lessing si mette dalla parte di Bloom senza rendersene conto, ma semplificandone il suo senso polemico. La letteratura, sentenzia in fondo, ha un valore più alto di qualsiasi ideologia e non può esserle ancillare, subordinata. La sua capacità è anche quella di resistere e smascherare i dogmi, conclude più meno Lessing.
Ma, si potrebbe un po’ presuntuosamente far notare al Nobel, a partire dalle lamentele del mio amico professore, come oggi le patologie più virulente del linguaggio non sono certo quelle del comunismo e dei suoi derivati. Anzi, quella che trent’anni fa si poteva prendere come un’interpretazione potente del reale (l’identità di un essere umano è anche frutto dei rapporti di forza con le dinamiche economiche), oggi è un discorso astratto, alchemico, con una capacità ermeneutica pari a quella di un oroscopo. Non per niente, viene da dire, a Roma all’ultima festa di Liberazione, c’era anche uno stand con l’astrologa?
L’anti-ideologismo che esprime Lessing come sua idiosincrasia all’indomani dell’inconorazione dell’Accademia svedese contiene in sé un piccolo peccato di fondo: proprio il suo essere invece potenzialmente un’ideologia sempre più in voga oggi. Il repulisti. La liquidazione delle tradizioni del pensiero del Novecento – quelle religiose, quelle politiche, quelle sociali – come fedi ottuse e anzi pericolosissime. Pare che sbarazzarsi di queste sia il solo presupposto di un avvenire di libertà e affrancamento. Se era comprensibile una posizione del genere quindici anni fa, alla fine del Secolo Breve, quando scriveva un saggio come “I redenti e i dannati” (nelle Prigioni che abbiamo dentro, minimum fax) in cui identificava il male con le strutture della fede che ognuno di noi si porta dentro, oggi quest’atteggiamento pare quanto meno rischioso, ambiguo. A forza di dire il re è nudo, il comunismo è stato cattivo, ecco rivalutarsi d’amblais una possibilità di ingenuità, di purezza, di innocenza che i grandi maestri del sospetto del secolo scorso (Nietzsche, Freud, Marx) avevano fortunatamente messo in crisi. E si butta – per usare un’altra metafora cara ai filosofi marxisteggianti – non solo il bambino con l’acqua sporca, ma tutta la vasca.
Quando Lessing nel suo articolo-manifesto contro i manifesti, rivendica il gusto di scrivere per narrare e basta, non si rende forse conto di dare il fianco alla vera ideologia oggi imperante? Quella della non-interpretazione, quella dell’emotività diretta, quella che – stufa delle sovrainterpretazioni – tende all’opposto, all’idolo della semplificazione?
È questa l’ideologia anti-ideologica del capitalismo. Volete un esempio? Provate a entrare stasera da Blockbuster per affittare un film. Non vi troverete i dvd divisi negli scaffali tra “Commedie”, “Comici”, “Drammatici”, ma – è la differenza non è sottile – catalogati con etichette tipo “Emozione”, “Adrenalina”. Questa quasi sinonimia è indicativa di come funziona il progressivo spostamento che il capitalismo culturale compie: indicando già quello che dobbiamo provare. Questo film provoca una scarica d’adrenalina. Questo film provoca una botta d’emozione.
Per questo, non solo per fare i bastian contrari rispetto a un Nobel, o i simpatetici con un professore di liceo affranto, che ogni tanto serve un peana della complessità interpretativa di Marx e compagnia.

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37 Responses to Contro i manifesti contro i manifesti

  1. valter binaghi il 17 ottobre 2007 alle 19:54

    Distinguere due cose diverse. Il carattere non-ideologico della letteratura, che giustamente interpretato può essere un valore da difendere, dal carattere puramente ideologico del marxismo, che è invece una fesseria. Non più marxista da anni, e docente di filosofia in un liceo, io considero Marx uno dei pochi pensatori indispensabili del XX secolo.

  2. stefano calosso il 17 ottobre 2007 alle 20:51

    l’anti-ideologismo è di fatto il cavallo di troia del nuovo totalitarismo consumista e liberista e sottointende una cultura narcisistica ed incentrata nel gorgo del peggiore individualismo. Ha come obbiettivo la creazione dell’ “uomo medio”, autore egli stesso della propria censura.

  3. tashtego il 17 ottobre 2007 alle 22:44

    il marxismo fornisce un metodo per leggere la realtà.
    chi parla solo di ideologia non ne sa nulla, oppure finge di non saperne nulla.
    detto questo, ritengo non esista nulla di non ideologico, ed è ovvio che sia così: ogni idea non significa nulla avulsa da un sistema di riferimento.
    dunque tutta la letteratura è, in modo più o meno cosciente, ideologica : nulla può essere visto da un punto di vista neutro, non prospettico.

  4. sparz il 17 ottobre 2007 alle 23:55

    Condivido parola per parola quel che dice tashtego, con l’ovvia aggiunta che questo comunque nulla toglie alla libertà della letteratura, nel contesto nel quale cresce, naturalmente.

  5. daniele il 18 ottobre 2007 alle 01:04

    senza la precisazione ovvia ma necessaria di sparz il commento di tashtego mi avrebbe procurato un certo prurito fastidiosissimo.

    christian: sante parole, aggiungo che “l’industria dell’esperienza” è davvero agghiacciante, e non so nemmeno perchè ho messo quelle virgolette.

    cari saluti

  6. valter binaghi il 18 ottobre 2007 alle 01:09

    Però.
    Ho trovato sul blog di un’amica questa citazione di Claudio Magris (Da “L’infinito viaggiare”), che fa riflettere.

    “Lo scrittore non può incarnare nulla, neanche una tendenza o un mondo poetico, che sono autentici solo finchè egli li esprime così come li vive, senza preoccuparsi di cosa succederà loro, di quale effetto essi avranno nella realtà. Quando egli, anche per spirito di alta responsabilità morale, se ne occupa e se ne preoccupa, finisce la sua avventura poetica e comincia la sua gestione di quest’ultima, che deve tener conto di tante cose e conseguenze estranee ad essa”.

  7. tinast il 18 ottobre 2007 alle 01:11

    La libertà della letteratura è una gran bella cosa, caro Antonio, purché sia vera e cioè rispetti il pensiero altrui.

  8. s il 18 ottobre 2007 alle 09:09

    Il fallimento delle idee di Marx e Freud non dipende dalla falsità delle loro teorie, che mai come oggi sono confermate a livello planetario dal mondo amministrato e dall’annullamento dell’individuo, ma piuttosto dalla debolezza degli uomini che avrebbero dovuto realizzarle. Il cosiddetto post-moderno, da questo punto di vista, è una epocale rimozione narcisistica, un meccanismo di difesa degli uomini che non vogliono confrontarsi con la propria rinuncia e vigliaccheria. Dicono che l’uva è acerba perché non possono raggiungerla.

  9. gherardo bortolotti il 18 ottobre 2007 alle 09:14

    ci sta una citazione da calvino, mi pare:
    “[…] la letteratura non conosce la realtà ma solo livelli. Se esista la realtà di cui i vari livelli non sono che aspetti parziali, o se esistano solo i livelli, questo la letteratura non può deciderlo. La letteratura conosce la realtà dei livelli e questa è una realtà che conosce forse megllio di quanto non s’arrivi a conoscerla attraverso altri procedimenti conoscitivi.”

  10. s il 18 ottobre 2007 alle 09:29

    La letteratura non dice qualcosa neanche quando la dice. Perché ciò che dice non è ciò che dicono le sue parole.

  11. magda il 18 ottobre 2007 alle 11:48

    l’ideologia , come la fede, è il mezzo con cui si può accedere al grado superiore e inferiore dell’apparenza. Ma come ogni strumento, una volta ultizzato per salire in vetta, risulta inutile, perchè il fine è vedere il mondo da quella nuova prospettiva.
    Oppure è la lente che inforchiamo per colorare la banale realtà.

  12. tashtego il 18 ottobre 2007 alle 12:24

    A me sembra ovvio, ma evidentemente per molti non è così.
    Non esiste nulla che possa porsi al di fuori delle ideologie senza per questo doversi necessariamente porre a sua volta come ideologia.
    In altre parole: o hai una “casa” ideologica, qualsiasi essa sia, oppure sei costretto a costruirtene una, ma sempre di ideologia si tratterà.
    Naturalmente la scienza può salvarsi da questo loop infernale, perché può proporre solo ciò che è matematicamente verificabile e sperimentalmente riproducibile, dunque non un’idea di “cosa è vero”, ma direttamente “il vero” (virgolette cautelative, naturalmente).
    Ma le teorie scientifiche producono a loro volta ideologia, eccome se lo fanno, anche se a produrla non è direttamente la scienza, ma l’incessante discorso attorno ad essa.
    Ora è mia convinzione che tutto ciò che è discorso non-scientifico, o appartiene ad un ambito ideologico più o meno definito e conchiuso, o tende a produrne uno.
    Non può esistere neutralità ideologica, così come non può esistere neutralità politica.
    Nell’astenermi da qualsiasi definizione della letteratura (che credo nemmeno più esista nei termini in cui l’abbiamo pensata sino ad oggi…), posso però affermare che, proprio in quanto prodotto culturale, non può prodursi fuori da un campo ideologico, qualunque esso sia.

  13. tashtego il 18 ottobre 2007 alle 13:02

    errata, ecc.
    al posto di “Non esiste nulla che possa porsi al di fuori delle ideologie senza per questo doversi necessariamente porre a sua volta come ideologia”, leggi “Non esiste nulla che possa porsi al di fuori delle ideologie senza porsi a sua volta come ideologia”.

  14. montekristo il 18 ottobre 2007 alle 14:53

    La letteratura è la letteratura.

  15. Alessandro Ansuini il 18 ottobre 2007 alle 15:40

    Sbaglio o la Lessing (assieme a Nabokov) dice l’esatto contrario di un posto di Saviano di qualche tempo fa?

  16. tinast il 18 ottobre 2007 alle 16:00

    @underground
    parlavo della vera libertà, e mi guardavo bene dal dire alcunché sulla vera letteratura, di cui troppo poco so.
    :-)

  17. underground il 18 ottobre 2007 alle 19:11

    appunto
    io parlavo della vera ideologia

  18. valter binaghi il 18 ottobre 2007 alle 19:15

    Non si dovrebbe usare il termine ideologia nel senso di “concezione del mondo”.
    Direi che l’impegno (umanistico, pre-politico) della vera letteratura è diverso dall’ideologia. Il concetto marxiano di ideologia indica una coscienza distorta del reale, frutto di alienazione renitente o addirittura di propaganda.

  19. underground il 18 ottobre 2007 alle 19:24

    “La parola ideologia fu coniata dal Conte Destutt de Tracy (Ideologie, 1801) per indicare ‘l’analisi delle sensazioni e delle idee’.
    Gli “ideologues” furono quei rappresentanti della corrente filosofica che segnò il trapasso dall’empirismo illuministico allo spiritualismo tradizionalistico. Poiché alcuni di loro gli si opposero, Napoleone lo usò in modo dispregiativo per indicare i “dottrinari”, coloro i quali avevano poco contatto con la realtà e poco senso politico. Fu a partire da qui che il termine perse la sua connotazione esclusivamente filosofica, acquisendo connotati sempre più vicini alla nozione moderna.”

  20. s il 18 ottobre 2007 alle 20:13

    Ideologia: falsa coscienza socialmente necessaria, affine al concetto freudiano di razionalizzazione. Come quest’ultima distorce le cose sotto la pressione delle pulsioni interne, così l’ideologia distorce le cose sotto la pressione della realtà esterna. Nel primo caso le cose si adeguano all’impulso, nel secondo diventano eterne.

  21. valter binaghi il 18 ottobre 2007 alle 20:40

    @s
    E’ il “socialmente necessaria” che non mi torna.
    Renderebbe impossibile una critica condivisa dell’ideologia.

  22. guvi il 18 ottobre 2007 alle 21:19

    Sono abbastanza d’accordo con alcune delle cose che scrive Christian, che mi hanno ricordato quel passo di Pasolini secondo cui il neocapitalismo avrebbe riattribuito ai letterati una funzione tardo-umanistica, e cioè quella di coltivare “il mito e la coscienza tecnica della forma” (penso di citare abbastanza letteralmente, è una frase che mi ronza in testa da anni).

    Non capisco bene a cosa si allude con “tradizioni del pensiero del Novecento – quelle religiose, quelle politiche”. Christian intende forse dire – e qui banalizzo, alla maniera dell’anti-ideologia attuale! – tradizioni non nichiliste, che prendevano il mondo e la storia terribilmente sul serio? In questo caso distinguerei bene, e non accomunerei tradizioni religiose (ma quali, di preciso?) e politiche (si allude solo al marxismo? Il Novecento politico “non nichilista” è stato anche altro). Lo chiedo perché si rischia, dopo la “domenica delle salme” di deandreana memoria, di celebrare un melenso (e storicistico, cioè antistorico) matrimonio postumo tra fronti che “in vita” si scannavano, come l’oppio dei popoli (la religione) e l’oppio degli intellettuali (il marxismo, secondo Aron). “Quelli che credevano in qualcosa…” o “Quelli che avevano un’idea forte della realtà…” (sì, ma in cosa? sì, ma quale idea forte?). Ma forse ho frainteso il discorso di Christian.

    Quel che proprio non condivido è il “Se era comprensibile una posizione del genere quindici anni fa…”. Qui è Christian a cedere ai ritmi frenetici del neocapitalismo! Di grazia, quindici anni fa! Mezza Europa si è liberata (non sempre brillantemente, peraltro) da dittature interminabili appena quindici anni fa, e l’atteggiamento post-ideologico è già démodé? Non sarà che ragioniamo sulla storia con tempi giornalistici? Non sarà che pretendiamo di smaltire e storicizzare il comunismo troppo presto? E’ come pretendere di digerire il cenone di Capodanno in mezz’ora.

    Il passo su Blockbuster, poi, mi ha colpito molto, ma (stesso discorso) temo che a volte si tenda a sopravvalutare la novità di quel che abbiamo attorno. Christian cita “Commedie” e “Drammatici”, che sono due generi abbastanza antichi e sfumati. Basterebbe scrivere al loro posto “horror” e (ancor più) “thriller”, e ci accorgeremmo che da alcuni decenni siamo circondati da categorie di opere che fin dal nome dichiarano di aver per mira quella di suscitare un tipo particolare di reazione emotiva. Cos’era, allora, il romanzo “larmoyant” sette-ottocentesco, se non una cosa per far piangere? E al di là dei nomi, mi sa tanto che da qualche secolo o millennio i generi “popolari” si sono evoluti, distinti e codificati anche in base al tipo di percorso emotivo che fanno compiere allo spettatore (o lettore).

    Insomma, a Cesare quel che è di Cesare, e non tutto si può addebitare al “capitalismo culturale” (definizione che in sé mi pare molto problematica). Il discorso sulla manipolazione pavloviana delle emozioni e sulle reazioni predeterminate, poi, è interessante, ma credo che ci porterebbe non solo da Blockbuster ma anche nella fucina delle care ideologie novecentesche, nel discorso nazionalista e nella dittatura delle parole d’ordine…

    Più interessante è il discorso sul culto dell'”emozione” in quanto tale. Un sociologo tedesco ha scritto qualche anno fa un bel libro che ne parla molto, “Die Erlebnisgesellschaft” (La società dell’esperienza). A me pare, questo, davvero uno dei grandi temi degli ultimi trecento-quattrocento anni (dunque, non del neocapitalismo dei consumi ecc.). Non voglio annoiarvi oltre, ma basti pensare a quel che è avvenuto nel teatro e negli spettacoli. Se per la tradizione tragica destare il terrore e la pietà era un atto terribile e pericoloso, lecito solo per superarli e purgarli nella catarsi, la “corruzione” classicistica di Aristotele, nel Settecento, cominciò a vedere nelle passioni un bene in sé, da destare in quanto tali, e anche una piacevole via di fuga dalla noia. Di lì a poco il romanzo larmoyant e il romanzo nero avrebbero fornito, per così dire, l’eleos-fobos aristotelico riciclato. Tutto questo ben prima di Blockbuster.

    Tutto qui. Sono considerazioni un po’ buttate lì, quindi prendetele con beneficio d’inventario. Scusate la lungaggine, e grazie a Christian per lo stimolante intervento.

  23. Beppe il 19 ottobre 2007 alle 01:05

    Quanto alla letteratura sono d’accordo con underground, almeno se ho capito bene. La letteratura non può non essere il massimo della libertà dell’uso delle parole che vogliono bene (o male) e quindi il massimo dell’ideologia.
    Quanto a Marx leggendo il capitale (il primo libro) sono rimasto colpito dall’ironia, dalla consapevolezza di dover fornire uno strumento analitico che potesse essere usato dalla classe operaia per la propria emancipazione. Ma Marx a mio giudizio era consapevole altresì di qualcosa al di là del semplice ‘valore’ (d’uso o di scambio che dir si voglia), e questo qualcosa è lo spirito delle cose (non il semplice ‘valore’ della merce). Forse lui pensava che bastasse una via positiva, una spece di formula matematica per l’emancipazione del proletariato. Non basta.
    E’ per questo che è fallito il marxismo caro s. Lui forse pensava che Il Capitale lo leggessero per davvero e pochi lo hanno letto. Il Marxismo non era una semplice ricetta o formula matematica positivistica e invece per lo più lo è stato. Ma ve ne siete accorti che Marx non ha mai lavorato e che si è fatto sempre mantenere da un capitalista come Engels. Questo vuol dire che non è solo il lavoro che conta, ma lo spirito (lui lo sapeva bene).
    Vi do una citazione de Il capitale che potrebbe essere stata detta da Groucho Marx in uno dei suoi film:
    «Nonostante che si presenti tutto abbottonato, la tela ha riconosciuto
    in lui la bell’anima affine del valore. L’abito però non può
    rappresentare valore nei confronti della tela, senza che per questa,
    simultaneamente, il valore assuma la forma di un abito».
    Il Capitale e altri delitti.

  24. s il 19 ottobre 2007 alle 09:56

    @valter binaghi
    Caro Valter, scusa l’eccessiva concisione.
    L’ideologia è “necessaria” non nel senso di inevitabile, ma nel senso di determinata, indotta, provocata socialmente. E pertanto è suscettibile di critica immanente, che metta a confronto le sue pretese di coerenza, giustizia e razionalità della società con lo stato effettivo di quest’ultima.
    Ma è vero che ormai non ci sono più ideologie in senso stretto, che aggiustano nel pensiero le magagne della realtà: la gente ha mangiato la foglia e la cultura, che lo sa, non costruisce più sistemi che pretendono di essere creduti, i cui ultimi scampoli servono solo per i corsi universitari o come belletto culturale per partiti e istituzioni. La vera ideologia oggi non è più un bel discorso coerente che spieghi razionalmente com’è giusto questo mondo: anche i bambini ci riderebbero su – no, oggi la vera ideologia è la presentazione nuda e cruda, con tutti i media, del vero stato delle cose, del potere, della sopraffazione e della violenza fisica come principio di tutti i rapporti. L’orrore generalizzato chiaro e lampante per tutti, adulti e bambini, dalla mattina alla sera, affiché si ficchino bene in testa, senza illusioni, che questa è la vita. Oggi l’ideologia è la stessa realtà, e la sua unica menzogna è che quest’ultima non potrebbe essere diversa.

  25. valter binaghi il 19 ottobre 2007 alle 10:30

    @s
    Sono d’accordo. Direi che la definizione più matura dell’ideologia contemporanea (nei termini che la descrivi) sarebbe quella di Debord, imperniata sulla coincidenza tra realtà- merce e spettacolo, aggiornata da Baudrillard.

  26. The O.C. il 19 ottobre 2007 alle 13:02

    Repulisti?

  27. tashtego il 19 ottobre 2007 alle 15:22

    se posso sommessamente precisare:
    secondo me sbaglia chi afferma che è “fallito il marxismo”.
    non è stata la visione marxista a fallire, ma la messa in pratica dell’idea comunista come rimodellazione globale della società e degli individui, trafilata attraverso la teoria e la prassi leniniste.
    credo che in sostanza sia stata la parte construens del marxismo a fallire e tragicamente, mentre la pars destruens a mio parere può ancora servirci, se non altro come metodo.

  28. Beppe il 19 ottobre 2007 alle 16:06

    Prima lo pensavo anch’io che fosse solo stata l’applicazione del marxismo alla società e all’economia a fallire. Poi, come ho detto, mi sono fatto l’idea che Marx in realtà parlava d’altro, parlava soprattutto d’altro. Il concetto fondamentale è quello di alienazione e sfruttamento. Sono argomenti di tipo spirituale. L’errore è stato quello di aver fornito (o aver inteso che Marx avesse fornito) la ricetta empirica (vizio illuministico o positivistico). In realtà secondo me Marx aveva ben presente che l’obiettivo ultimo era quello di intervenire sull’uomo. Non si può pensare di intervenire sull’uomo solo attraverso modifiche dall’esterno, della struttura, occorre un profondo processo di crescita etica. Quando provocatoriamente ho detto che Marx non ha mai lavorato, intendevo dire che era ben consapevole che il concetto di valore (e lo dice espressamente) è metafisico ed esistenziale (spirituale).
    Marx va riletto. O forse andava letto.

  29. valter binaghi il 19 ottobre 2007 alle 16:23

    In Marx c’è una sorta di contraddizione, feconda ma importante da rilevare, tra una visione materialistica della storia (non molto lontana dal positivismo contemporaneo) e un appello alla liberazione dell’uomo dall’alienazione e dal determinismo. Il fatto è che la seconda smentisce la prima: l’appello umanistico a trascendere le condizioni alienanti e le gabbie ideologiche presuppone una concezione spirituale del soggetto che il materialismo esclude. Per questo il marxismo ha dato origine a letture anche opposte tra loro, dal famigerato DIAMAT a certe raffinate analisi dei Francofortesi.

  30. guvi il 19 ottobre 2007 alle 18:05

    “credo che in sostanza sia stata la parte construens del marxismo a fallire e tragicamente, mentre la pars destruens a mio parere può ancora servirci, se non altro come metodo”.

    temo che questa possa rivelarsi una scappatoia affine (ancorché di contenuto diverso) a quella del “socialismo reale” opposto a quello “ideale”.
    la pars destruens e la pars construens sono difficilmente separabili; in altri termini, alcune delle cause per cui il marxismo non funziona sono le stesse per cui il capitalismo funziona (o, diciamo, funziona molto meglio)

  31. s il 19 ottobre 2007 alle 19:54

    Sono d’accordo con Valter e Beppe, che dicono in sostanza la stessa cosa. Soggettività e obbiettivo sviluppo della storia verso la crisi economica del sistema sono ambedue presenti in Marx. Solo che il Novecento ci ha mostrato che la soggettività capitalistica può controllare sia la crisi economica che la soggettività dei dominati, vanificando, a quanto sembra, ogno ipotesi di liberazione.

  32. s il 19 ottobre 2007 alle 20:21

    @Beppe

    E’ giusta la tua enfasi sullo “spirito” cioè sulla soggettività umana. Marx viene dall’idealismo, e sebbene lo rimetta sulle gambe, è sempre il soggetto che gli sta a cuore, la sua consapevolezza, autonomia, libertà: la sua realizzazione materiale e spirituale.

  33. Beppe il 19 ottobre 2007 alle 21:33

    Volevo intervenire ancora per rispondere sia a s che a guvi, questa volta però sul capitalismo. Sono vere entrambe le cose. Il capitalismo ha funzionato molto meglio, ma ha spesso banalizzato le aspirazioni dell’uomo. Ma una cosa: il capitalismo ha, come dire, assecondato gli impulsi vitali dell’essere, il socialismo reale no. E’ sempre meglio assecondare piuttosto che impedire o reprimere. Però: mentre alcuni impulsi sono ottimi come ad es. la creatività, la spinta ad artefare (arte) il mondo (magari rispettandolo), altri sono pessimi , come soprattutto direi l’illusione di poter fornire di senso l’esistenza attraverso l’accumulazione della ricchezza e l’esercizio del potere (per chi ci riesce), oppure attraverso l’emulazione a buon mercato di stereotipi pubblicitari (per i più).
    La sfida è però interessante. Si presenta l’opportunità di pensare ad una nuova sintesi, soprattutto ora che, come scrive Toni Negri, l’impero ha inglobato tutto il mondo all’interno dei propri confini e nuovi e potenti mercati (asiatici) si affacciano all’orizzonte.
    Non sono del tutto pessimista se, in senso Smithiano (mi riferisco ad Adam Smith), la reciproca limitazione degli istinti egoistici innescherà un processo virtuoso di crescita equilibrata ed equa globale dove, di pari passo, aumenti anche la capacità di governo dei popoli e dell’ambiente.
    A sentire le recenti dichiarazioni di Bush il mio ottimismo sembra fuori luogo, ma resto ottimista.
    Vi posso segnalare il mio giallo “il capitale e altri delitti”? Mi rendo conto di non essere correttissimo, ma mi sembra pertinente.

  34. Franz U il 19 ottobre 2007 alle 22:28

    Christian: grandissimo!

  35. guvi il 20 ottobre 2007 alle 11:28

    “Il capitalismo ha funzionato molto meglio, ma ha spesso banalizzato le aspirazioni dell’uomo”. Forse è vero, ma io non chiedo al sistema politico di essere tutore o garante o promotore delle aspirazioni individuali: è troppo pericoloso.
    E conosco, direttamente o per fama, migliaia o milioni di persone che, in sistemi per definizione “amorali” (che cioè che non danno contenuto positivo alle libertà), vivono individualmente – o anche sull’arena politica o pubblica – le loro aspirazioni in modo tutt’altro che amorale. Spesso – credo lo dicesse Boudon, qualche anno fa – si fantastica di una crisi di “valori” solo perché questi valori non sono più “pubblici”, non riguardano il sistema in quanto tale, ma non è detto che siano in crisi tra gli individui: o meglio, non più del solito. E’ ben vero che c’è chi vuole “fornire di senso l’esistenza attraverso l’accumulazione della ricchezza e l’esercizio del potere”, così come capita a volte di conoscere gente che vive di “emulazione a buon mercato di stereotipi pubblicitari”. Ma credo, a giudicare dall’esperienza e dall’osservazione, che siano meno di quanto s’immagina, e forse crederli numerosi o perfino maggioritari è la perpetuazione di uno stereotipo tardo-francofortese. Che però, secondo me, è ormai più una forma di autoconsolazione del ceto intellettuale (e di differenziazione mimetica rispetto al campo di forze della cultura di massa) che non un’analisi della realtà.

  36. Beppe il 20 ottobre 2007 alle 11:45

    @guvi
    Non mi sembra di aver detto male del capitalismo, anzi. E’ indubbio che dobbiamo riflettere sul senso esistenziale del successo sociale (legittimissimo). Dobbiamo riflettere sul fatto che la competizione è giusta, come garanzia contro i privilegi e le rendite. Dobbiamo riflettere su un assistenzialismo che di fatto non tutela gli ultimi, ma le nicchie dove spesso si annidano gli svogliati. Tuttavia non nosconderti che la Tv fa schifo e in prima serata imperano programmi del cazzo molto seguiti, che un sacco di ragazze, potessero, vorrebbero fare le veline. Che la stessa politica è diventata, tante volte, un modo per assicurarsi un doppio stipendio. Ma forse tutto questo non è dovuto al capitalismo, ma semplicemente al fatto che siamo italiani.
    Comunque guvi hai letto il resto di quello che ho scritto? Non vorrai mica dire che va tutto bene così com’è? Non vorrai mica dire che in un momento come questo (e non parlo dell’italia) non sia urgente ipotizzare nuove sintesi (magari se possibile non quella del comunismo capitalista cinese!).
    Comunque te lo voglio dire chiaro chiaro: il capitalismo è sicuramente meglio (molto meglio) del comunismo e non credere che io sia di estrema sinistra, anzi.

  37. guvi il 20 ottobre 2007 alle 12:08

    figurati, non pensavo niente di simile, e anzi perdona se ho dato l’impressione di fraintendere la tua posizione. quanto alle sintesi, sfondi una porta aperta: parli con quello che si potrebbe definire un “liberalsocialista”. che vada tutto bene così com’è, sarebbe da folli crederlo; la mia filosofia politica si ispira a quella battuta di woody allen secondo cui la vita si divide in orribile e miserrimo. è chiaro che preferisco di gran lunga il miserrimo capitalismo all’orribile socialismo reale, ma è perfino banale dirlo. il punto è: sì, il capitalismo è miserrimo. ma posto che – senza snobismo, è un dato di fatto – accendo la tv solo per il telegiornale (e anche quello basta a disgustarmi), credo che alcuni difetti siano dovuti al fatto che siamo italiani, altri al fatto che siamo umani, altri al fatto che sono giovani (le aspiranti veline). purtroppo l’italia è una delle peggiori sintesi immaginabili, almeno a livello culturale. uno pseudocapitalismo dinastico e nobiliare, che si autorappresenta come elite facente parte di una elite capitalistica transnazionale pur non avendone i requisiti storici (la “borghesia più ignorante d’europa” di pasoliniana memoria); e una larga parte del popolo, o della cittadinanza se piace, che vuole accedere a quel gotha per vie anch’esse del tutto sganciate dalla storia, sul piano cioè della pura partecipazione vicaria e/o immaginaria, della cooptazione “giansenistica” o della furberia . il berlusconismo in questo è stato davvero il punto più basso della sintesi: un liberalismo brandito come puro simulacro e come “stile di vita”, affiancato alla protezione delle caste di sempre e a una modernizzazione anch’essa del tutto simulacrale mimata per via televisiva. insomma, l’italia ha molti mali, credo, ma pochi di essi hanno a che fare con il capitalismo (che porta molti mali, ma di altro tipo). sarei contento, un giorno, di poter parlare dei mali della modernizzazione capitalistica in italia: vorrebbe dire che essa è arrivata, e che la riforma ha messo piede nel nostro paese eternamente controriformistico. spero sia chiaro, anche se ho scritto a razzo e a vanvera!



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