La parete di luce

11 dicembre 2007
Pubblicato da

moresco.jpgdi Antonio Moresco
Per parlare di queste cose devo andare a testa bassa e cercare di sbaragliare le parole. Le parole comuni, quelle che usiamo per intenderci gli uni con gli altri, sono terribili. Con parole simili riusciamo a capirci o almeno crediamo di capirci, ma solo in quanto ci allontaniamo dalla verità. Ad esempio, per uno scrittore parlare di quelle due dimensioni polarizzate che si sono volute definire con le parole “realtà” e “finzione” è facilissimo e difficilissimo nello stesso tempo. Per uno scrittore come me in particolare, perché da quando ho cominciato a scrivere c’è in me questa indistinguibilità tra l’elemento della vita e della sua pregnanza e l’invenzione, il sogno, la proiezione, l’immaginazione, il combattimento. Sono per me aspetti talmente indistinguibili che non riuscirei neppure a percepirli e a definirli in modo separato. Per questo, per tentare almeno di avvicinarmi all’argomento che ho immaginato per questo incontro, parlerò male di ciascuno di questi due termini, che si vogliono vedere come opposti. Parlerò male della parola “realtà” e parlerò male della parola “finzione”, anche se gli uomini e tutto l’edificio della cultura si basano proprio su questa continua separazione e scissione.

E’ da quando è nato quel particolare sguardo concettuale che è stato chiamato “filosofia” che questo cerchio ha cominciato a chiudersi e a girare su se stesso: quando si è stabilito che ci sono l’essere e il non-essere, l’essere e il divenire, il principio di non contraddizione ecc… Anche lo sguardo sulla letteratura ha introiettato queste antinomie e queste astratte scissioni: realtà e finzione, forma e contenuto, natura e cultura ecc… Sono tutte modalità usate per cercare di avvicinarci alle cose, agli argomenti, per cercare di avvicinarcisi separandoli. Più vado avanti e più l’edificio della cultura mi sembra basato su questa separazione di cose e concetti che si fanno entrare in conflitto tra loro, per cui l’uno si schiera da una parte e l’altro dall’altra e su questa base e su questo giro a vuoto si costruisce l’edificio della cultura come i bambini costruiscono i loro castelli di sabbia sulla riva del mare.
Perché voglio parlare male di queste due parole? In realtà io non ho niente né contro la parola “realtà” né contro la parola “finzione”. Quello che non accetto è l’irrigidirsi di ogni cosa attorno a questi due termini elaborati attraverso la macchina del linguaggio, che va avanti proliferando, esasperando e rendendo definitive e insuperabili queste scissioni. Così, nei passaggi successivi, “realtà” è diventata addirittura “realismo”, “forma” è diventata “formalismo”, “contenuto” è diventato “contenutismo” ecc… C’è una pratica di criminalizzazione ininterrotta e questa pratica viene a coincidere con la costruzione dell’edificio della cultura.

Perché sono contro la parola “realismo”? Prima di tutto perché – come ho cominciato a pensare molti anni fa mentre ancora scrivevo Lettere a nessuno – la realtà non è affatto “realistica”. Ciò che è stato chiamato “realistico” deriva solo dall’avere selezionato alcuni elementi della realtà e solo questi, dall’averli messi insieme e dall’avere poi ritenuto di stabilire: questa e solo questa è la realtà. Il resto no. Tutto quello che sta fuori da questa piccola rete orizzontale è finzione, inganno. Invece, se la letteratura non riesce a sbaragliare sul proprio stesso corpo questa lobotomizzazione, se non riesce a compiere questo drammatico movimento all’indietro e in avanti, se non riesce a rovesciare questa mancanza di proporzionalità non solo con il mondo e la vita ma persino con le conoscenze su di essi che sono emerse nella nostra epoca, è fuori gioco, non avrà futuro.

Tutto questo ha radici lontane nelle nostre strutture mentali. Pensiamo alle prime scissioni portate in filosofia da Platone, ad esempio. Al suo atteggiamento nei confronti della poesia e dell’arte, che riteneva il regno della menzogna e della non verità, contrapposto al regno della verità della filosofia. Nella Repubblica ci sono diversi esempi tesi a dimostrare che l’arte mente, che la verità sta da un’altra parte, dalla sua parte. Due di questi esempi mi sono rimasti impressi. Platone sostiene, ad esempio, che il poeta mente perché mostra che dagli dei viene sia il bene che il male:

Non crediamo, dunque, e non consentiamo alla leggenda che Teseo, figlio di Posidone, e Piritoo figlio di Zeus osarono rapimenti tanto delittuosi, e neppure che qualche altro eroe figlio di un dio abbia potuto tentare imprese criminali ed empie come quelle che vengono a torto attribuite loro. Costringiamo invece i poeti ad ammettere che esse non sono opera loro oppure che questi non sono figli degli dei. Ma non bisogna assolutamente sostenere entrambe le affermazioni, e tentare di convincere i nostri giovani che gli dei sono responsabili del male e gli eroi niente affatto migliori degli uomini. Come infatti dicevamo prima, questi racconti non sono né rispettosi né veri, perché abbiamo già dimostrato l’impossibilità che dagli dei provenga il male.

Perché non è giusto pensare che dagli dei possa provenire anche il male? Semplice: per il principio di non contraddizione.

E’ chiaro che una persona non potrà fare o subire cose contraddittorie nel medesimo tempo e in relazione al medesimo oggetto. Perciò, se scopriremo che questo accade nel caso di tali facoltà spirituali, sapremo che esse non sono identiche ma diverse.

Secondo esempio portato da Platone per rafforzare la sua dimostrazione è che il poeta mente perché lascia intendere che non è vero che il virtuoso è sempre fortunato e lo scellerato sempre sfortunato, ma che anzi a volte avviene esattamente il contrario:

Perché forse dovremmo dire che i prosatori e i poeti parlano sul conto degli uomini in modo completamente errato, quando affermano che molte persone ingiuste sono felici e i giusti sono infelici.

Ma chi dei due, in questi casi, tra il poeta e il filosofo, ha detto una sia pur scomoda verità e chi invece l’ha negata in nome di un’astratta impalcatura concettuale? Chi l’ha espunta perché avrebbe fatto franare tutto il suo castello?
Se così stanno le cose, non è Platone ma Omero a non occultare la verità e la “realtà”, ed è lui a essere più profondo anche come pensatore. Il filosofo, separando il pensiero concettuale da tutto il resto e dal pensiero stesso e facendone un genere letterario, il genere letterario della filosofia e della verità, esibisce e impone la propria menzogna. Mentre il poeta – “diseducativo” per ogni regime sia esso politico che concettuale – non nasconde l’esistenza della contraddizione e del male nel cuore stesso della vita e della “realtà”, cosa che il possessore e il gestore della verità vorrebbe invece occultare.
E poi c’è la mossa di Aristotele che dice, in apparenza al contrario di Platone, che i poeti non sono figure negative, però nello stesso tempo costruisce attorno a loro una normativa ingabbiante. Tira dentro gli artisti ma li depotenzia all’interno di un codice prestabilito in cui devono stare, quello dell’”estetica” e delle sue presunte leggi.
Sono queste le operazioni concettuali che stanno alla base delle nostre strutture mentali e culturali. E’ su queste, è su queste divisioni di ruoli che si sono giocate molte cose, che si sono fossilizzate antinomie e ruoli all’interno di quella cosa che abbiamo chiamato “cultura”.
E invece, come la “realtà” non è “realistica”, così la “verità” non è “veritiera”. Ciò che ciascuno di noi ha fatto durante questa giornata -mentre abbiamo guidato come condottieri d’altri tempi attraverso il resto della vita e del mondo tutte le colonne e gli eserciti delle nostre molecole e delle nostre strutture genetiche disseminate e duplicate miliardi di volte nel nostro corpo – lo potremmo raccontare in mille modi diversi. Mentre ci sono figure e istituzioni agoniche specializzate che ci inducono a pensare che invece possiamo farlo in un solo e unico modo, rispetto al quale le stesse varietà non sono altro che una conferma. Io non posso accettare uno che venga a dirmi che c’è un solo modo per raccontare la realtà e tutto il resto è menzogna.

L’altra parola di cui voglio parlare male è “finzione”. Da molti anni è diventata la parola su cui sembra che la nostra epoca stia campando (o crepando). Sembra, sembrerebbe che ci sia qualcosa che è altro rispetto a quella piccola cosa che è stata definita “realtà”. Ma devo avere prima ridotto enormemente lo spettro della parola “realtà” per poter pensare che esista qualcosa che è avulso da essa. Ad esempio, usare la parola “virtuale”, sostenere che noi viviamo in un mondo sempre più virtuale (perché guardiamo la tv, navighiamo in rete, perché per accordo comune ci percepiamo in uno spazio informatico separato, in una seconda vita, addirittura…), come qualcosa che è altro, che non si capisce in che spazio galleggi, è un modo di semplificare, è una convenzione culturale che non vuole fare i conti con i cerchi infinitamente più grandi dentro i quali gli altri piccoli cerchi sono compresi. Ma poi, dove si trova tutto questo? Le onde elettromagnetiche composte di fotoni che creano la percezione o l’illusione della luce cosa sono, dove sono? In quale polpa o in quale colpa siamo immersi o ci percepiamo immersi per avere bisogno di queste costruzioni e di queste costrizioni delle nostre identità o della fuga da esse attraverso i nostri versi fonetici e culturali?
Essere e non essere, essere e divenire… Su queste scissioni sembra che si sia costruito l’intero edificio della parola, della cultura. In questi anni la scissione più in auge è quella operata in base alla categoria della virtualità. Ogni epoca e ogni forza che prende o crede di prendere il sopravvento tende a plasmare tutta la nostra percezione dell’esistente anche attraverso il linguaggio e i condizionamenti culturali e a dare di sé un’idea vincente e definitiva. Nel passato poteva essere di tipo religioso, politico, sociale o di altro genere. Adesso abbiamo soprattutto questa categoria occultante della virtualità, questa scissione per cui una persona che esce di casa, si mette le mutande, il cappello, va in tv e comincia a parlare di fronte a una telecamera (mentre la sua immagine viene riprodotta a distanza attraverso un movimento di particelle che si muovono nello spazio) diventa – non si sa perché – una cosa aliena, fagocitato da qualcosa che addirittura si mangerebbe tutto il resto. Come se la vita si potesse muovere in una sola direzione e tutto il resto non potesse che essere non vita. Ci sono state epoche, ad esempio, in letteratura, nell’Ottocento, in cui la categoria del “realismo” si mangiava tutto il resto. In questa semplificazione venivano tirati dentro anche scrittori che nulla avevano a che fare con essa. Adesso sono le categorie della “virtualità”, della “finzione”, dell’autoreferenzialità e dell’artificialità fine a se stesse a mangiarsi tutto il resto.
Qualche anno fa ho conosciuto un notevolissimo scrittore americano di nome William Vollmann, il quale sosteneva -come altri bravi scrittori americani che, per loro e nostra fortuna, sono stati i primi a sfuggire a questa semplificazione e a questa ingiunzione- che si deve scrivere solo di ciò che si conosce. Ma ci sono molti modi, per uno scrittore, di scrivere di ciò che conosce e di cui ha fatto esperienza. Faccio un esempio: è evidente che quando Jack London scriveva Il popolo degli abissi, un reportage sui miserabili dell’East End di Londra, dopo essersi aggirato in prima persona tra queste povere folle, aveva a che fare con qualcosa che conosceva e di cui aveva fatto esperienza. Ma quando, pur non essendo un lupo e non avendo conosciuto in prima persona questa esperienza, scriveva Il richiamo della foresta oppure Zanna Bianca scriveva forse qualcosa di meno vero e di cui non aveva fatto esperienza?

Ecco, adesso vorrei concentrarmi su questo esempio e svilupparlo un po’, anche a costo di staccarmi dal mio intervento al vostro seminario sul romanzo, che Walter Nardon ha pazientemente sbobinato e che mi ha mandato perché lo potessi rivedere prima della pubblicazione.
A questo punto del mio intervento mi ero soffermato, tra gli altri, su un brano tratto dal Richiamo della foresta di London. O meglio, che io credevo fosse tratto da questo libro mentre invece, andando a cercare la citazione esatta, mi sono accorto che si trova in Zanna Bianca. Il quarto capitolo di questo romanzo, intitolato La parete del mondo, comincia con queste parole:

Durante il periodo nel quale la lupa cominciò ad abbandonare la caverna per andare a caccia, il lupacchiotto aveva imparato a conoscere quella legge che gli impediva di avvicinarsi all’ingresso. Questa legge non era nitidamente e ripetutamente impressa nella sua mente solo dalle nasate e dalle zampate della madre, ma anche dall’istinto della paura che si stava sviluppando in lui.

Oltre l’imboccatura della caverna si apre infatti il mondo ignoto della foresta, con le sue incognite e i suoi tremendi pericoli. In particolare, tra il buio della caverna e il resto del mondo c’è una lama di luce, impenetrabile come una parete, che rende invisibile e opaco tutto ciò che c’è dall’altra parte:

Così, in obbedienza alla legge per cui egli si doveva sottomettere alla madre e in ossequio a quell’altra legge riconosciuta, la paura, egli si tenne lontano dall’imboccatura della tana. (…) Una volta, mentre era sveglio e giaceva così silenzioso, sentì uno strano rumore proveniente dalla parete bianca. Egli ignorava che di fuori, tremante per la propria audacia, ci fosse un volverone, il quale fiutava cautamente l’odore che gli perveniva alle narici dall’interno della caverna.

Per un po’ nella mente del cucciolo di lupo agisce l’obbedienza alla madre e la paura. Finché un giorno:

…la paura e l’obbedienza furono sopraffatte dall’impeto della vita e il lupacchiotto, strisciando, si avvicinò all’imbocco della tana.
Contrariamente alle altre pareti di cui aveva già pratica, questa, a mano a mano che egli si avvicinava, sembrava allontanarsi. Nessuna superficie dura colpì il suo tenero naso, che egli protendeva davanti a sé come a tentare la strada. La sostanza di quella parete sembrava permeabile e cedevole come la luce. E siccome aveva creduto che tutto ciò fosse una sostanza solida, egli entrò in quella che per lui era stata una parete, immergendovisi.
Era una cosa sbalorditiva. Stava strisciando attraverso una cosa solida e la luce si faceva sempre più diffusa. La paura lo spingeva a tornare indietro, ma l’impulso della vita lo spingeva in avanti. Improvvisamente egli si trovò all’imboccatura della caverna. La parete dentro alla quale egli si era immaginato di essere, ad un tratto, si ritirò davanti a lui a una distanza incommensurabile. La luce diventò acutissima ed egli ne fu quasi accecato. Nello stesso tempo egli si sentì stordito per la repentina e spaventosa estensione dello spazio. Automaticamente i suoi occhi si adattarono alla luce viva e le pupille si misero a fuoco, per dargli la possibilità di una visione esatta degli oggetti posti ora a una distanza molto maggiore di prima. La parete, nel primo istante, si era ritirata davanti a lui, ma ora egli la vedeva di nuovo, solo che era andata a finire molto più lontano da lui e anche il suo aspetto era cambiato.

Questo vale anche per la letteratura, e anche per quella cosa che è stata chiamata – con una parola insiemistica di cui si è ormai perso ogni legame con la sua stessa origine – “romanzo”. C’è una parete di luce tra noi e il mondo. Bisogna attraversare questa parete di luce. La creazione che si può esprimere, a volte, anche attraverso la letteratura e alcune delle sue opere è proprio questo attraversamento. Nella caverna di Platone l’imboccatura è dall’altra parte e chi sta dentro può vedere solo le ombre proiettate dalle fiamme contro la parete. Tanto che, una volta usciti, le ombre viste prima ci appaiono più vere delle cose che vediamo ora, e c’è bisogno dell’opera di verità del filosofo per connetterle. Nella caverna di Zanna Bianca l’imboccatura è davanti. Per il piccolo lupo non c’è “riconoscimento” e “reminiscenza” del mondo, che la sua anima avrebbe contemplato prima di unirsi al corpo. Non gli resta che gettarsi a capofitto nel muro di luce che c’è tra lui e il mondo.
Forse lo stesso London, cominciando a scrivere questo romanzo, non sapeva ancora che, in veste di lupo, si sarebbe trovato di fronte a questa parete di luce e che a quel punto avrebbe capito che solo se fosse riuscito ad attraversarla sarebbe uscito dalla caverna. Però è avvenuta questa cosa che prima non c’era ma che era già intrinseca, possibile, proporzionale, questa creazione, ma che per esistere doveva passare attraverso questa parete di luce. Descrivendo il lupo che si trova nella caverna e che vede di fronte a sé questa impenetrabile lama di luce e che l’attraversa, London ci ha detto una cosa profonda e nevralgica. Negare la possibilità di questa radicale e inaspettata esperienza significa negare la possibilità stessa di creazione e scoperta attraverso un’opera letteraria. Se quello che scrivo è solo il risultato di cose pregresse che già so e che devo e posso solo “riconoscere”, significa che non è possibile trovarsi dentro una terza cosa di cui prima che avvenisse non si poteva fare esperienza. Secondo questa logica prima c’è la realtà e poi ci sono io che la trascrivo sotto dettatura nella “finzione”. Ma dov’è allora la terza cosa? Quando può succedere che io ci finisca dentro? Può succedere esattamente in quel passaggio, nel mezzo, nell’attraversamento della parete di luce.

L’insieme delle parole scritte che è stato chiamato “letteratura” non è un unico piatto orizzonte. Questa definizione insiemistica da una parte ingloba al suo interno indistintamente tutto, dall’altra separa questa cosa indistinta da tutto il resto. Mentre l’universo delle parole scritte comprende sia I fratelli Karamazov di Dostoevskij e le poesie della Dickinson che l’ultimo thriller scemo appena uscito, che non sono la stessa cosa anche se sono entrambi un insieme di parole. Da una parte c’è rischio, creazione, invenzione, c’è la vita che si palesa inaspettata, c’è l’attraversamento della parete di luce. Dall’altra c’è la riproduzione di un codice attuata con la ripetitività, la piattezza e il cinismo di una campagna pubblicitaria.

Ma, per tornare al nostro punto di partenza, cioè alle parole “realtà” e “finzione”, l’idea, la pretesa di avere la possibilità di definire una cosa esistente come reale in una qualche forma e un’altra no (peggio ancora, una cosa “realistica” e l’altra no), dipende dall’avere una percezione minima e consolatoria non solo della nostra vita ma anche della nostra situazione cosmica e di specie. Anche in letteratura, quasi tutti ragionano come se vivessero ancora in una dimensione pre-copernicana, in una piccola terra piatta e piana al centro dell’universo, in una condizione di specie prestabilita e immutabile. All’interno di questa prospettiva ci si poteva permettere di vedere le cose su una linea retta. Invece sappiamo ormai da tempo di vivere in una situazione completamente diversa e sbalorditiva. Sappiamo di vivere all’interno di una galassia che contiene miliardi di stelle, sappiamo che ci sono miliardi di galassie oltre alla nostra. Sappiamo che la struttura della materia di cui siamo fatti è qualcosa di completamente diverso da ciò che noi percepiamo. E conosciamo anche la nostra situazione di specie su questo piccolo pianeta che abbiamo saturato in modo insostenibile con la nostra sempre più ingombrante presenza. Ogni scoperta scientifica rende sempre più microscopica, inquietante e precaria la nostra condizione. Tutti noi in questo momento siamo qui seduti in quest’aula, ma in realtà stiamo compiendo un movimento vertiginoso attraverso lo spazio. Io, che vi sto parlando, sono venuto da Milano in treno. A un certo punto del viaggio, alla stazione di Verona, ho incontrato Massimo Rizzante, la persona che mi aveva invitato a questo incontro. Abbiamo fatto un’altra parte del viaggio insieme, fino qui a Trento. Questo almeno è il viaggio che ci sembra di avere fatto. In realtà abbiamo compiuto un viaggio più sterminato, più avventuroso e più curvo, perché nello stesso momento in cui la macchinina del treno compiva il suo piccolo spostamento noi stavamo compiendo un percorso infinitamente più grande nello spazio ruotando sulla superficie del nostro pianeta attraverso i movimenti della rotazione e della rivoluzione terrestre attorno alla nostra stella. Però se io in un libro raccontassi così questo viaggio, è certo che salterebbe fuori qualcuno a dirmi che la mia descrizione non è “realistica” o che è meno “realistica” della sua, che sto solo facendo della fantascienza o cose simili.
Insomma, parlandovi della caverna di Platone e di quella di Zanna Bianca e della nostra collocazione nello spazio del mondo, vorrei che vi arrivasse che ciò che vi sto dicendo non fa parte di una battaglia difensiva di uno scrittore o di poche altre persone che apprezzano certe cose che, come dei vecchi snob, vorrebbero conservare. Ma ne va della possibilità stessa di stare in modo proporzionale dentro lo spazio e il tempo in cui bruciamo le nostre brevi vite. Se non si tiene aperta questa dimensione per la letteratura l’uomo viene impoverito in ogni sua potenzialità biologica e spirituale. Se io non sono più in grado di entrare in comunione con tutto questo, sono diventato un essere sotto tutela, una persona che non ha più forza dentro di sé. La riduzione della letteratura a cronaca, a puro ricalco e riciclo di ciò che ci viene detto essere la realtà, oppure al suo rovesciamento speculare nell’altrettanto vuota finzione, non è una cosa innocente e priva di conseguenze. Porta all’allevamento di persone addomesticate e amputate. Se non riesco a percepire questa possibilità e questo sfondamento in una dimensione più vasta che ci comprende è come se di colpo avessi perso l’intelligenza, la vista, l’udito, il tatto, l’odorato. Come se la mia possibilità di essere e di stare nel mondo venisse annientata.
Allora vorrei cercare di farvi sentire e capire che c’è una possibilità di vivere anche ciò che è stato definito stupidamente “letteratura” come qualcosa di ultimativo. Di infilare ancora una fessura in questa parete di luce e che questa fessura siamo, possiamo essere esattamente noi stessi. Una delle nostre forze più grandi è l’immensa e disperata capacità che percepiamo esistente dentro di noi nell’attività biologico-spirituale della creazione e dell’invenzione. Se non si risvegliano dentro di noi queste enormi energie dormienti non ci sarà futuro, né individuale né collettivo, che possa recare ancora la nostra impronta umana trasfigurata e impensata.
Bisogna ricominciare a vivere la letteratura e la vita nel suo aspetto drammatico e infinitamente avventuroso e rischioso. C’è un diaframma di luce che chiude come una saracinesca la nostra caverna. E noi siamo accecati e bloccati perché questa saracinesca di luce rende invisibile e opaco tutto ciò che c’è dall’altra parte, perché il velo non è il buio, è la luce. Perché la luce, illuminando il mondo che c’è dall’altra parte, in realtà lo nasconde. Costi quello che costi, noi dobbiamo attraversare questa nera parete di luce.
E, con questi ultimi vaneggiamenti, io vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto.

(Questo testo, già presente su ww.ilprimoamore.com, fu letto al Seminario Internazionale sul Romanzo, coordinato da Massimo Rizzante, che si è tenuto all’Università di Trento nel corso del 2007, e che uscirà in volume, assieme agli altri interventi, nel 2008)

Tag: , , , ,

65 Responses to La parete di luce

  1. andrea barbieri il 11 dicembre 2007 alle 15:42

    L’avevo letto questa mattina sul Primo amore, averlo ripreso qui fa onore a NI.
    Del testo direi che lascia senza fiato. Non servono commenti. Mi rendo conto che intervengo sempre sulle cose di Moresco con commenti elogiativi o per difenderlo – e sono un po’ un rompiscatole – ma potrebbe essere diverso per uno scrittore che ci dà testi del genere…? Non si può non desiderare che abbia l’attenzione e l’onore che merita, e anche l’affetto del lettore direi.
    Vabe’ basta, non aggiungo più niente :-)

  2. cinzia il 11 dicembre 2007 alle 19:03

    Un testo magistrale di Antonio Moresco, grazie a Garufi per averlo pubblicato.

  3. […] riflessione “indispensabile” su letteratura, pensiero, realtà e dintorni. Il resto qui oppure […]

  4. Plessus il 11 dicembre 2007 alle 19:38

    Linguaggio chiaro e comprensibile, contenuti illuminanti. Un vero Maestro. E nel 2008 il testo degli interventi al Seminario non mancherà nella mia modesta libreria.

  5. valter binaghi il 11 dicembre 2007 alle 23:20

    E’ il testo di uno scrittore consumato e si sente, ma nei contenuti mi pare dialettica speciosa. Traccia una definizione grossolana di realtà e dello spartiacque tra realtà e finzione, e poi li critica, problematizzandoli.
    Per un’intelligenza filosofica, realtà non è ciò che si vede là fuori, e nemmeno ciò che tutti dicono sia reale, ma ciò che è affermato dal giudizio. L’immaginario è un progetto o un simbolo di realtà, mappa e non territorio. E allora?

  6. luminamenti il 11 dicembre 2007 alle 23:21

    Questa storia della luce come velo appartiene alla Cabala. Forse i Cabalisti però hanno un’altra idea della scoperta scientifica.
    Nessuno meglio di Elemire Zolla ha illustrato la vacuità delle antinomie prese in esame dal bravo Moresco. Un discorso a parte è stato costruito in maniera martellante da Emanuele Severino.
    D’accordo che “Una delle nostre forze più grandi è l’immensa e disperata capacità che percepiamo esistente dentro di noi nell’attività biologico-spirituale della creazione e dell’invenzione. Se non si risvegliano dentro di noi queste enormi energie dormienti non ci sarà futuro, né individuale né collettivo, che possa recare ancora la nostra impronta umana trasfigurata e impensata.
    Bisogna ricominciare a vivere la letteratura e la vita nel suo aspetto drammatico e infinitamente avventuroso e rischioso”, ma da questo inciso toglierei una parola implicita: volontà; e sottolinerei la parola abbandono coraggioso e rischioso alla vita con più forza. Ma non può essere un atto di volontà, se no si ricade dentro le antinomie. E la letteratura, cosa amabilissima, rimane una microscopica particella nell’universo delle energie creatrici dell’uomo.
    Cmq un articolo ricco di riflessioni.

  7. girolamo il 11 dicembre 2007 alle 23:57

    Condivido, Binaghi, condivido: devo cominciare a preoccuparmi? :-)

  8. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 00:11

    Binaghi scrive: “Per un’intelligenza filosofica, realtà non è ciò che si vede là fuori, e nemmeno ciò che tutti dicono sia reale, ma ciò che è affermato dal giudizio”.

    Ma dai! critichi Moresco perché non definisci e cosa fai tu? dici che dentro la storia del pensiero filosofico il concetto di realtà è definito una volta per tutte dall’affermazione di giudizio. Ma che hai letto? un solo libro di filosofia? e quindi l’idealismo? (tanto per fare un esempio). E Hume? (tanto per farne un altro) e così si potrebbe continuare eccetera eccetera…

    se poi volevi dire che per te realtà è affermazione di giudizio allora questo è un altro discorso! un tuo discorso, la tua idea.

    Intelligenze filosofiche ce ne sono altre oltre la tua e che con condividono il concetto di reale come giudizio! Mi sembra talmente ovvio!

  9. valter binaghi il 12 dicembre 2007 alle 01:45

    @luminamenti.
    Realtà è ciò che è affermato dal giudizio d’esistenza, per un’intelligenza adulta qualsiasi, che sa benissimo distinguere tra apparenza, congettura e giudizio verificato. Quello che ho letto o non ho letto non c’entra.
    Preferirei essere analfabeta e parlare di ciò che penso, che essere unsa biblioteca ambulante, un sacco pieno di vento e di citazioni, che nemmeno si accorge di quanto razzismo sparge col suo: hai letto questo, hai letto quello?

    @girolamo
    non preoccuparti, vedrai che passa presto.

  10. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 07:44

    Insomma, ora abbiamo scoperto che ciò che è reale e realtà l’ha deciso Binaghi (come se la sua affermazione non abbia nulla a che fare con i libri, parole come giudizio, apparenza, congettura l’ha imparato dal mondo delle scimmie!) e fuori dal suo giudizio (di realtà?) si è cretini! non si ha intelligenza adulta! Non credo debba aggiungere commenti.
    Rimane l’onore all’intelligenza e sapienza di Moresco (che sembrerebbe secondo Binaghi non possedere l’intelligenza adulta! e fa male pure a scrivere e leggere libri visto che non servono per capire cos’è il reale! ).
    Siamo alla frutta!!!

  11. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 07:56

    ps. E cmq la parola intelligenza filosofica non l’avevo usata io, quando Binaghi diceva: “Per un’intelligenza filosofica, realtà non è ciò che si vede là fuori, e nemmeno ciò che tutti dicono sia reale, ma ciò che è affermato dal giudizio”. Ora, nel post di sopra Binaghi cambia registro perchè si è accorto di avere detto una cosa che non sta in cielo e in terra e usa l’espressione “preferirei essere analfabeta” e quindi le intelligenze filosofiche di cui parlava prima forse non erano reali per lui quando le nominava. Era uno scherzo! E quindi i filosofi che nella storia del pensiero umano hanno parlato del reale sono tutti analfabeti e cretini, non si salva nessuno tranne binaghi!

  12. mario il 12 dicembre 2007 alle 09:14

    Ormai Moresco ha perso il senso della misura. Ormai, lui polemizza con Platone e Aristotele, pari suoi, anziché l’ultimo scribacchino. Poi, certo, verso la fine, si ricorda di essere impegnato in una delle campagne critiche più reazionarie degli ultimi anni e dà una bottarella “all’ultimo thriller scemo”…

  13. Alcor il 12 dicembre 2007 alle 09:19

    Oh, luminamenti s’è incazzato, in barba a Zolla.

  14. Alcor il 12 dicembre 2007 alle 09:33

    cancella, ti prego, NI, entrambi questi miei commenti, è stato lo stupore a parlare, un caso di dita più veloci del cervello.

  15. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 10:15

    Incazzato è perchè mai? E’ strano come Internet lasci intravedere stati d’animo che non ci sono. Ho fatto solo notare, con un pizzico di divertimento, le incongruenze elementari di un nostro interlocutore di NI con cui spesso non vado d’accordo ma che tra l’altro apprezzo per altre cose. Come apprezzo spesso te, idem! Ma quando leggo scivolamenti palesi se ne ho voglia lo dico!

  16. Orsola Puecher il 12 dicembre 2007 alle 10:18


    Bisogna ricominciare a vivere la letteratura e la vita nel suo aspetto drammatico e infinitamente avventuroso e rischioso.

    (…)

    Costi quello che costi, noi dobbiamo attraversare questa nera parete di luce.

    Mi pare che il riferirsi di Moresco alla stretta compenetrazione fra realtà e finzione sia qualcosa di più sottile, che riguarda, non tanto le categorie filosofiche e le polemicucce ucce da quattro soldarellucci ucci, ma il mestiere di vivere e di scrivere.
    La parete di luce del lupacchiotto di London è un confine da varcare anche fisicamente, zampe ed olfatto, passi verso, movimento, avvenimento. Coraggio di crescita dalla condizione di cuccioli con divieti. Di subordinati a. Di sottoposti. Ma credo che questo sia sognabile anche laddove non si veda uscita e parete di luce: l’evasione è possibile anche quando hai di fronte la parete di muro e mattoni, metaforica e non, vicina ed incombente, della cella di Darrel Standing del suo Il vagabondo delle stelle, che facendo morire il suo corpo fisico con una progressiva catatonia volontaria, la piccola morte, riesce ad uscire dal suo carcere reale, a sopportarne la durezza e le torture oggettive, entrando in altri corpi, in altre storie, attraverso secoli e continenti.
    Scrivere da piccoli lupi coraggiosi e vagabondi delle stelle. Insieme.

    E arrivò l’istante in cui mi sciolsi dalla terra e partii. D’un solo balzo, mi trovai oltre il tetto della prigione, nel cielo della California, e fui tra le stelle…
    Le stelle. Vagavo fra esse. Ero un adolescente, vestito con un abito dai colori delicati, che brillava dolcemente alla fredda luminosità stellare. Uno strano vestito, il mio… Una reminiscenza di quelli che nella mia infanzia avevo visto indossare alle cavallerizze dei circhi, e di quello che portavano gli angeli. Così mi avevano insegnato.
    Percorrevo lo spazio interstellare, tenendo in mano una luccicante bacchetta di cristallo, e avevo la consapevolezza interiore che doveva toccare ogni stella, quando le passavo davanti. E non meno precisa era in me la certezza che se avessi evitato di toccarne una, una sola, sarei precipitato nell’abisso senza fondo dei castighi eterni.
    A lungo, camminai fra le stelle. Mi parve di errare per secoli nello spazio, con l’occhio attento e la mia bacchetta in mano, con la quale toccavo, senza mai mancarne uno, tutti gli astri che incontravo sulla mia strada.
    La via celeste si accendeva sempre più di uno splendore abbagliante. E vedevo avvicinarsi la meta inebriante dell’infinita sapienza. Ma la mia personalità non si era annullata.
    Ero perfettamente cosciente che ero io, Darrell Standing, che camminavo fra le stelle, con una bacchetta di cristallo in mano.

    Jack London_Il vagabondo delle stelle_11. Attraverso le stelle

  17. Paolo S il 12 dicembre 2007 alle 10:55

    Effettivamente, i cartoni filosofici proposti da Moresco mi sembrano deboluzzi, mentre il “trattamento” di Zanna Bianca è notevole. Sono ben disposto ad ascoltare a ciglio alzato i primi per godermi il secondo.

  18. massey il 12 dicembre 2007 alle 11:09

    cari fratelli in Cristo, essendo ancora in mezzo a voi…

  19. franz krauspenhaar il 12 dicembre 2007 alle 11:18

    Con Darrell Standing non dimenticherei l’indimenticato Lionel Stander.

  20. Orsola Puecher il 12 dicembre 2007 alle 11:45

    Be se intendi dire che si può essere epurati, come Lionel Stander, per le prorpie idee dal “House Un-American Activities Committee” e finire sulla lista nera di Hollywood e non lavorare più da nessuna parte e ritrovare il successo dopo anni di fame come cuoco e maggiordomo nella serie televisiva Cuore e Batticuore, sono d’accordo. Sempre di coraggio si tratta.

  21. franz krauspenhaar il 12 dicembre 2007 alle 12:00

    Beh, ma Stander in verità si rifugiò in Italia, dove recitò in C’era una volta il West e svariati poliziotteschi come mafioso italo americano, più numerosi spaghetti western.
    Cuore e batticuore (con l’indimenticato Robert Wagner) fu solo il grande e definitivo ritorno del figliol prodigo ebreo-americano.

    Solo per dovere di precisione.

  22. massey il 12 dicembre 2007 alle 12:21

    Stander era un apostolo, era lui che reggeva Standing e non viceversa

  23. s il 12 dicembre 2007 alle 12:25

    realtà: esiste. finzione: esiste. La letteratura non può che muoversi nel loro ambito. non c’è nessuna parete di luce.

  24. valter binaghi il 12 dicembre 2007 alle 13:25

    @luminamenmti
    Una sola cosa e poi mai più: lasciami perdere, non per rispetto a me ma agli altri. Tu intervieni in ogni thread, indipendentemente da ciò di cui si discute, solo per fare le pulci a me e contrabbandare la tua incontinenza verbale e citazionistica. D’ora in poi quando vedo che ci sei tu io me la svigno. Non ho nessuna stima di te, mi sembri un caso patologico, e non ho tempo da perdere. Ciao per sempre.

  25. georgia il 12 dicembre 2007 alle 15:03

    il pezzo di moresco è veramente notevole.
    geo

  26. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 15:35

    No, se ne avrò voglia non ti lascerò perdere. La libertà e l’educazione mi sono care!

  27. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 16:00

    L’articolo di Moresco è ricco in senso anche filosofico e a mio parere efficace anche in senso espressivo. Il fatto che non scriva con linguaggio filosofico non significa che il suo pensiero non contenga filosofia e mi sembra che la conosca bene. Gli esempi che sceglie sono precisi e pertinenti e trovo che la sua analisi, magari senza andare troppo in profondità (d’altra parte mi sembra che è stato prodotto per essere letto a un Seminario sul Romanzo) ma rende bene la direzione che lui lascia come una traccia dentro una critica molto lucida. E’ un peccato che alcuni commentatori di NI non percepiscano quanto vada lontano con il pensiero Moresco (seguendo strade che sono diverse da altri pensatori). Non sono molti i narratori italiani tanto capaci!

  28. diamonds il 12 dicembre 2007 alle 16:19

    “per l’unico cibo sano non valgono reti nè trappole”(“ora strusciante il serpente s’aggira in untuosa umiltà.E roso d’ira il giusto va in deserti Dove vagano i leoni”)

    William Blake -The marriage of Heaven and Hell

    p.s. forse il Sai Baba sa come aiutarci

  29. Cappuccetto rosso il 12 dicembre 2007 alle 17:17

    notevoli anche i commenti!
    :-))

  30. bene. il 12 dicembre 2007 alle 17:38

    bene.
    ora Orso ha “sbaragliato” “la parete di luce”.
    ora sta in una “quarta cosa”.
    (la “terza” accadde quando sbaragliò la luce.)
    la “quarta cosa” è una grande distesa in fondo alla quale c’è una immane montagna / immagine.

    bene.
    una galleria si apre sul fianco della montagna.
    ora Orso (cresciuto) decide di entrarvi.
    ora è in mezzo alla galleria.
    ma non lo sa che è in mezzo alla galleria.
    non sa se quei punti di luce all’inizio e alla fine scompariranno o meno.

    bene.
    ora è in mezzo alla galleria.
    ora Orso ha deciso di andare avanti.
    avanti come ha proceduto finora.
    ora la galleria curva e ricurva, sale e riscende. e s’incurva.
    i punti di luce sono scomparsi.
    non stava in mezzo.
    il mezzo doveva ancora venire.

    bene.
    ora Orso non si scoraggia.
    decide di andare avanti.
    non si fa vincere dal quel consumarsi nel buio.
    va avanti.
    è di fronte “l’uscita”.

    bene.
    ora è nella “quinta cosa”.
    qui – appena fuori – ci sta Orsa ad attenderlo.
    Orsa non sa nulla delle “cose” precedenti.
    gli dice:
    “vedi laggiù quella montagna immane – quel “castello”? vedi quella galleria?”
    Orso risponde:
    “voglio vedere cosa c’è oltre”
    “… / ed egli, appoggiato a una lunga colonna / sedeva con gli occhi volti a terra, e le parole / …”

    bene
    ora Orso è nella sesta cosa.
    la sesta cosa ha la forma di un oceano di luce.
    la sesta cosa è la luce.
    è il sesto senso.
    (e insieme il nono.)
    il labirinto e il nodo e quant’altro chiunque voglia mettere metta pure, che tanto tutto trova a vendersi.

    bene
    ora l’unico inconveniente – nella sesta cosa – sono “i fuochisti”.
    Lavorano 12 ore al giorno per tenere in piedi tutta quanta questa (po po) di luce. Guadagnano quattrocento euro al mese. Non riescono a farci niente (con quattrocento euro). Ci pagano appena una stanza in periferia, frazione Luce. Orso inizia… Improvvisamente…

    bene.
    intanto i fuochisti non ne possono più. Ora stanno incrociando le braccia. Ora anche l’ultimo ha incrociato le braccia. Ora è tutto buio. Ora nel cielo si vedon le stelle di tutte le Orse, che tutta quella (po po di) luce impediva di vedere.

    bene.

  31. Tino S. Fila il 12 dicembre 2007 alle 17:48

    Lumina,

    sono veramente confuso, ma in senso sicuramente positivo (almeno voglio sperarlo: cfr.: per me): se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei stato d’accordo con te (non fraintendere, intendi: col contenuto di un tuo commento), lo avrei fatto ricoverare all’istante. Eppure, vedi, mi sono anche segnata la data di oggi da qualche parte, perché, onore al merito, col tuo post delle ore 16.00 hai scritto la più bella sintesi possibile del testo di Moresco. Prendere o lasciare, in questo caso non c’è via di mezzo: per quanto mi riguarda, prendo e conservo.

    Complimenti!

    p.s.

    Sono io che domani mattina devo farmi vedere da uno veramente bravo, o sei tu che, finalmente!, ti sei reso conto che la chiarezza e la sintesi (che non ti mancano, anzi) sono tutta acqua portata al mulino dell’intelligenza della comunicazione?

    Lo scopriremo solo vivendo, immagino.

    p.s.s.

    Grazie El Garuf, non mi meraviglia affatto che a postare questo bellissimo pezzo sia stato tu.

  32. wakefield il 12 dicembre 2007 alle 18:48

    si ha l’impressione che in certi commenti emerga un livore mal sopito nei confronti di Moresco, a prescindere (come diceva con ben altra serietà argomentativa Totò). Tra quelli che hanno commentato il pezzo, ci sono alcuni che probabilmente manco lo hanno capito (eppure non presenta difficoltà concettuali invalicabili) o lo hanno infilzato bignamino di filosofia e/o citazione criptoterrorista alla mano. Cos’è che rode lorsignori? Qualcuno può spiegarmelo? E’ così difficile accettare la bellezza, a prescindere?

  33. luminamenti il 12 dicembre 2007 alle 20:16

    Caro Tino, la sintesi probabilmente la possiedo (anche se non mi sento in tal senso molto bravo ma migliorabile) , cmq preferisco dogmaticamente la profondità e la lunghezza fino all’esaurimento dell’ATP (adenosintrifosfato. Lo vedi? preferisco dire adenosintrifosfato persino ad ATP!!!). No! non ho cambiato stile, il fatto è che sono occupato altrove nell’opera di esaurimento dell’adenosintrifosfato e quindi il tempo che spendo lì non posso spendere qui! Che brutta cosa pensare pensando alla comunicazione! cmq stammi bene e un abbraccio…

  34. Tino S. Fila il 12 dicembre 2007 alle 21:50

    “E’ così difficile accettare la bellezza, a prescindere?”

    Che altro dire: oggi deve essere il giorno delle sintesi fulminanti.

    Che altro aggiungere: Goldsmith oppure Hawthorne, Wakefield rimarrà sempre uno dei miei libri preferiti.

    p.s.

    Un saluto e un abbraccio anche a te, Lumina.

    E mi raccomando, anche se non devo insegnarti niente: sii sempre chiaro nel consigliare o somministrare l’adenosintrifosfato, perché è proprio la poca cura di questo non insignificante particolare (in nominibus… etc, etc.) da parte di tanti tuoi colleghi, ad aver incrementato, soprattutto in rete, la sostituzione di questa molecola col cre(a)tinfosfato.

    p.s.s.

    Coi risultati che si vedono. Pardon: leggono.

  35. cf05103025 il 12 dicembre 2007 alle 23:21

    Non so,
    ma già quest’inizio co lo “sbaragliare” le parole, andando a “testa bassa” non mi ha ben disposto.
    I termini bellici li lascerei da altre parti,
    la riflessione approfondita non necessita di guerre,
    ne abbiamo già tante.
    E poi c’è quest’enfasi,
    sempre questo suo caricare che mi snerva.
    Per cui molte parti accettabili del discorso di Moresco mi diventano macigni.

    MarioB.

  36. s il 13 dicembre 2007 alle 08:47

    anche la letteratura, per quanto si sforzi o si atteggi, ricade al di qua del noumeno, della “parete di luce”, ma pur nel fenomeno (realtà o finzione che sia) ha la sua importante funzione e ragion d’essere.

  37. massey il 13 dicembre 2007 alle 13:26

    una buona causa ma senza squasimare, su

  38. giuliomozzi il 14 dicembre 2007 alle 20:05

    Dovremmo dunque abbandonare il principio di non contraddizione? Se è così, mi pare un’idea sciocca. Se non è così, allora non ho capito. Se è così e anche non è così, ho capito tutto.

  39. Cappuccetto rosso il 14 dicembre 2007 alle 21:15

    ma certo che è così!
    ;-)

  40. luminamenti il 14 dicembre 2007 alle 21:59

    Beh, seguendo Mozzi nel suo ragionamento, mezzo emisfero (quasi) del pianeta è sciocco. Inoltre, il principio di non contraddizione è già da sempre stato abbandonato. In quanto esiste l’errore esiste la contraddizione. Insomma, il principio di non contraddizione non riesce a essere quello che è o promette di essere. Eppure esiste! Severino ci ha scritto un magnifico libro sul fondamento della contraddizione. Eppure il suo pensiero segnerebbe la strada per il toglimento infinito della contraddizione (vedi Essenza del Nichilismo)

  41. la funambola il 15 dicembre 2007 alle 00:30

    io ancora non so cosa significhi letteratura e questa importanza estrema e salvifica che le si dà, alla letteratura.
    gli stessi che fanno letteratura dovrebbero essere consapevoli che il mondo non lo si cambia con le parole, pur sublimi che siano, come dovrebbero essere consapevoli di essere solo traduzioni, e il traduttore tradurrà secondo la sua di consapevolezza.
    nessun libro mi ha cambiata, nessun libro mi ha illuminata.
    solo grande stupore e e gioia e tranquillità nel rispecchiarmi in parole che già “conoscevo” e che mi confortavano nella condivisione.
    quelle di parole non mi hanno cambiata perchè io ero già cambiata, perchè pronta a saperle “comprendere”
    quelle parole mi hanno consolata
    quelle parole che fanno di me una “perdente”
    apprezzo comunque l’onestà e la bontà del pensiero antonio moresco.
    tanti baci
    la funambola

  42. giuliomozzi il 15 dicembre 2007 alle 08:26

    Per Luminamenti: appartenere alla civiltà del principio di non contraddizione, e decidere di abbandonarlo, mi pare una cosa; appartenere a un’altra civiltà, e non averci il problema del principio di contraddizione, mi pare un’altra cosa.

  43. massimo catalano il 15 dicembre 2007 alle 09:12

    è meglio avere un bel po’ di soldi e non fare un cazzo o lavorare dalla mattina alla sera e non arrivare alla fine del mese?

    ah, saperlo, saperlo…

    quanti giri inutili di parole e di domande retoriche per dire che il pezzo di moresco non ti è piaciuto. bah

  44. puntiglioso il 15 dicembre 2007 alle 11:14

    A Català, a chi stai parlando?

  45. luminamenti il 15 dicembre 2007 alle 13:59

    @caro giulio mozzi. Ma io ho detto che è già stato abbandonato. Da sempre. In Occidente. Ovviamente perché sia così non lo si può dire in poche parole. Storicamente l’Oriente non lo ha mai pensato il principio di non contraddizione. Oggi però i tre orienti (giappone, india e cina) sono molto occidenti!
    Ti saluto. Con stima.

  46. luminamenti il 15 dicembre 2007 alle 14:01

    @per la funambola. consiglio per gli acquisti.il saggio “Romanzi, leggerli, scriverli, di Cesare De Marchi, Feltrinelli.

  47. matteo de simone il 15 dicembre 2007 alle 14:32

    a binaghi, girolamo e mario:

    con tutto il rispetto, a me è parso che lo scritto di Moresco metta in atto, attraverso le sue premesse, una problematizzazione spirituale e non filosofica che si posiziona molto lontano dal punto da cui l’avete osservata voi (con un cannocchiale vecchio e rozzo, mi pare). Per esempio, quelle premesse non le avete mica viste. Oppure vi sono sembrate un dettaglio trascurabile.
    Ecco, a me questo pare reazionario. Anzi, forse è meglio dire: addomesticato.

  48. luminamenti il 16 dicembre 2007 alle 07:27

    Beh, la problematizzazione spirituale è filosofica fino dentro le ossa!

  49. matteo de simone il 16 dicembre 2007 alle 17:12

    Intendevo dire che in questo testo Moresco si è occupato di letteratura utilizzando un respiro spirituale e in questo modo ha fatto filosofia. Alcuni di quelli che gli hanno risposto, invece, hanno cavillato di filosofia, spostando/sprecando il fuoco del discorso, e non hanno fatto filosofia.

  50. andrea barbieri il 17 dicembre 2007 alle 10:09

    Allora, sono ignorante e autodidatta, però so che nella meccanica quantistica esiste il ‘principio di indeterminazione’ studiato da Heisenberg. Allora non trovo poi così strano ciò che scrive Moresco sul principio di non contraddizione (oltre a aderire alle parole di Matteo De Simone e a quelle di Luminamenti nel commento delle 16.00 del 10/12/07). Alla luce di questo mi chiedo cosa significhi l’intervento di Mozzi, quella specie di perplessità e comicità che sembrano uscire dalle sue poche righe. E in base a queste mi chiedo anche, come può un intellettuale permettersi di non essere chiaro, di esprimersi allo stato direi ‘gassoso’, soprattutto quando il testo che va a commentare cerca di essere il più possibile chiaro?

    E poi vorrei chiedere alla redazione di Nazione Indiana 2.0, se non ritengono offensivo il commento rivolto da Binaghi a Luminamenti, quello in cui dice “Non ho nessuna stima di te, mi sembri un caso patologico, e non ho tempo da perdere.”, non sarebbe il caso di intervenire su parole del genere?

  51. s il 17 dicembre 2007 alle 10:32

    l’aporia di quelli che negano il principio di non contraddizione: negandolo lo affermano

  52. giuliomozzi il 17 dicembre 2007 alle 10:46

    Andrea, temo che il cosiddetto principio di indeterminazione (che in effetti è un teorema, dedotto da postulati secondo un metodo che prevede l’applicazione rigorosa del principio di non contraddizione) c’entri col principio di non contraddizione come i cavoli a merenda.

  53. franz krauspenhaar il 17 dicembre 2007 alle 11:02

    Secondo me, Barbieri, Binaghi ha il diritto di dire a chiunque quello che ha detto a Luminamenti.

    Ricordati che Binaghi non è “gassoso”…

  54. Nina il 17 dicembre 2007 alle 11:49

    ricordiamoci che queste sono solo parole
    il vento se le mangia…
    ma se vogliamo
    possiamo trattenerne un nocciolino
    giusto quello che serve….

  55. luminamenti il 17 dicembre 2007 alle 12:33

    Caro Andrea ti ringrazio per la tua difesa d’ufficio, ma concordo con Franz sulla libertà di espressione. Ognuno si assume liberamente la responsabilità delle proprie azioni. Niente di grave. Non mi sono sentito né turbato né offeso.

  56. andrea barbieri il 17 dicembre 2007 alle 13:52

    @ Giulio e i suoi cavoli a merenda.
    Per la meccanica quantistica succede una cosa davvero incomprensibile, una contraddizione: il macrocosmo si rappresenta in modo deterministico, il microcosmo in termini di probabilità. Per questo si parla, per descrivere la realtà, contemporaneamente di corpo e onda.
    Un po’ di tempo fa M. aveva scritto un pezzo su scienza e scrittura. Gli scrittori hanno fatto a gara a chi era più scienziato (io son matematico… io son biologo… io son sociologo e così via…). Be’, qualcuno si fa superare anche da un ignorante come me…

    @ Luminamenti. Quello che a me dà fastidio è che si utilizzi – parlo in generale – una frase che a mio parere va oltre la soglia della libertà di espressione, e che questo accada non in uno stadio tra due tifosi contrapposti, ma in un luogo dove dovrebbe esserci gente che civilmente confronta le idee. Il fatto che questo atteggiamento venga da te per generosità fatto rientrare nella libertà di espressione, non lo rende meno incivile. Rende solo più civile te, ma su questo non avevo dubbi :-)

  57. Francesca E. Magni il 17 dicembre 2007 alle 16:15

    Andrea Barbieri: chi è questo M. che aveva scritto un pezzo su scienza e scrittura? Sarà mica Moresco? Se è lui, puoi darmi le coordinate http in modo tale che me lo vada a leggere? Anche se non è lui m’interessa tres tres

    Sul meccanica quantistica et similia non ho tempo di pronunciarmi (domani ho un duello): ho già trovato la soluzione ma non ho abbastanza spazio a margine (basti un accenno: entanglement). Io son fisica e si sa che noi siamo i più scienziati di tutti gli altri, quindi non faccio a gara con nessun scrittore :-) [scherzo scherzo]

    Di Moresco apprezzo la magistrale citazione da Zanna bianca, un po’ meno il tono polemico (forse ‘so ancora troppo ggnorante per capire ‘ste cose)

    Andrea Barbieri, ci tengo, mandami il riferimento (non snobbare i fisici e nel particolare me)

    fem

  58. andrea barbieri il 17 dicembre 2007 alle 18:21

    Macché ti snobbo. Figurati, mi immagino quando sei davanti allo specchio grande e come Einstein, dici: che fisico! :-)

    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2007/11/gli_scrittorisc.html

  59. sergio garufi il 17 dicembre 2007 alle 19:38

    @francesca
    “ho già trovato la soluzione ma non ho abbastanza spazio a margine”

    anche tu stai leggendo diofanto? :-)

  60. valter binaghi il 17 dicembre 2007 alle 19:54

    @Barbieri
    Non tratto la gente a pesci in faccia abitualmente e gratuitamente.
    Quello che ho scritto a Luminamenti è legato al suo ripetuto atteggiamento persecutorio nei miei confronti, che potresti verificare su altri thread.
    Grazie per l’intenzione censoria, comunque. Io sono favorevole alla censura: della pornografia, della bestemmia, della stupidità cronica.

  61. Cappuccetto rosso il 17 dicembre 2007 alle 20:19

    contro la stupidità cronica credo che la censura non basti!
    hehehe!
    ;-)

  62. luminamenti il 17 dicembre 2007 alle 21:41

    Se si verificasse questa presunta intenzione e realizzazione persecutoria, ci potremmo veramente mettere a ridere a crepapelle!
    p.s. senza dimenticare, tra l’altro, che persino sul sito Poesia e lo Spirito, mi sono espresso in maniera elogiativa su diversi post di binaghi (ma lui evita accuratamente di dirlo!!!) quando ha scritto o detto cose che continuo ad apprezzare. Ma naturalmente quando dice cose che mi sembrano non stiano in cielo né in terra lo dico, l’ho detto e lo dirò!
    Cmq non m’interessa andare oltre in questo discorso, sono incidenti che capitano, non ho rancori né risentimenti e spero sempre…ma continuerò a esprimere le mie critiche a binaghi come verso chiunque altro con la mia consueta attenzione ai contenuti dei discorsi e senza mai entrare in analisi caratteriologiche, valutazioni psicoanalitiche o relazionali dei miei interlocutori che non m’interessano per non dire che mi annoiano, per non dire che non appartengono alla mia educazione civica e al mio stile…
    Mi ero espresso sui contenuti del ragionamento di binaghi in relazione all’articolo di Moresco, figuriamoci quanto mi potrebbe interessare pensare a lui.
    Cmq, ringrazio Andrea.

  63. Francesca E. Magni il 17 dicembre 2007 alle 22:58

    Diofanto? Non lo calcolo proprio, ‘so agnostica. ;-) (tu a che pagina ti sei fermat?)

    Scaricato Moresco, merci! Leggerò.
    Lo specchio ogni volta che mi vede si mette a riflettere.

    La mia stupidità è massima ma è colpa di cioccolato al liquore, che non reggo. Buona letteratura a tutti

    fem

  64. giuliomozzi il 20 dicembre 2007 alle 16:47

    Mi spiace, Andrea, ma il fatto che (cito, benché assai discutibile, la tua formulazione) “per la meccanica quantistica succede una cosa davvero incomprensibile, una contraddizione: il macrocosmo si rappresenta in modo deterministico, il microcosmo in termini di probabilità” continua a sembrarmi privo di relazione con la questione dell’accettabilità del principio di non contraddizione.
    Per diversi fenomeni abbiamo elaborato diversi modelli. Alcuni di questi modelli sono incompatibili. Questo è – appunto – un problema. Se non si accettasse il principio di non contraddizione, non sarebbe un problema.
    In sostanza, non capisco dove tu voglia arrivare tirando in ballo queste cose.
    Piuttosto, visto che avevo cominciato con una domanda, sono tentato di riproportela. Dovremmo forse abbandonare il principio di non contraddizione?
    Gradirei una risposta che non parli d’altro (utile assai sarebbe una risposta che mostri come e perché la mia domanda è mal posta).

  65. sigma il 21 dicembre 2007 alle 09:15

    @giulio mozzi

    Qualsiasi discorso volto a confutare il principio di non contraddizione in realtà lo afferma, perché il discorso (il pensiero) non è altro che lo stesso principio di non contraddizione.
    Per sospenderne il potere, sia pur in ristrettissimi ambiti di vita, occorre prima accettarlo e rispettarlo, mai farne a meno.



indiani