Nascita abortiva. Metamorfosi corporee tra simbolismo e fiabesco nell’opera di Karin Andersen

9 aprile 2008
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di Chiara Cretella

Nata in Germania nel 1966, Karin Andersen ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, che da qualche tempo sta producendo un’ottima scuola di illustratori. Nelle sue opere il tema principale rimane quello del zoomorfismo, cioè delle ibridazioni uomo-animale, che emergono per nulla inquietanti da texture bidimensionali come sfondi desktop. Il tratto passa dall’estrema definizione del computer – nelle serie dedicate alle sirene tecnologiche racchiuse in spazi angusti e surreali –, alle installazioni di personaggi, a volte appena tratteggiati, in contesti urbani alienanti. Da tali ambientazioni si evince una predilezione per i non-luoghi, anche quando essi fanno riferimento al mondo dell’immaginario.

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Una costante dimensione surreale è infatti la presenza scenica dominante, che si anima di una sua vita linda e concreta nel distendersi ai nostri sguardi. I colori seguono le declinazioni del pop e dell’illustrazione per l’infanzia, pastelli ricchi di delicate sfumature cromatiche, che non esprimono mai un urlo diretto, ma sempre una strisciante demistificazione di ciò che crediamo familiare e si rivela sconosciuto.

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Così, anche queste donne-mouse che si agitano come screen saver in un fantastico mondo utopico teratotecnologico, sono epifanie mostruose e seducenti di una ibridazione già presente nel corpo postumano. Un’aura di fashion aleggia in queste rappresentazioni discrete – tanto da renderle appetibili per l’estetica pubblicitaria –, che sbocciano adolescenti tra fiori stilizzati e uteri rosa confetto. Ma esse esprimono anche una levigata dissimulazione della vita, quando sembrano dormire sognando esangui pecore elettriche, o si addormentano in pose alla Morte di Marat di Jacques-Louis David.

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Dialogo col classicismo, nonostante una forte tensione postmoderna virata sul futuribile, capace di coniugare lirismo romantico e fascino di una sensualità inorganica e artificiale. Il sex-appeal ben individuato da Perniola ci coglie impreparati quando le muse si affacciano tra cornici di cuscini plasticati in un disordine apparentemente casuale. Sono Alici immaginifiche, rieducate dall’estetica tecnologica, animate dal pc in un silenzio appartato e accattivante.

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Ma proprio per la loro intrinseca natura mutogena, incarnano rimossi e paure ataviche, vicinanze che credevamo estinte, bestialità irrefrenabili che spuntano dal corpo ricordandoci, come un monito, la nostra filogenesi (si pensi al film del 1975 di Walerian Borowczyk, La bestia, capolavoro in cui si mette in luce l’innominabile indistinzione uomo-animale nel tema diabolico della coda, tema che ci affascina già dalle creature classiche (satiri, sirene…), passando dalle iconografie gotiche (lupo mannaro, vampiro), fino ai supereroi alla Batman, o alle infinite declinazioni della Marvel). Nell’opera di Karin è forte il richiamo a Matthew Barney, il più controverso artista contemporaneo, il cui lavoro spesso sconfina con la body-art, non a caso invitato a rappresentare una grande collettiva tenuta nel 2004 al Mart di Rovereto (Il bello e le bestie). D’altronde, nell’opera di Karin i protagonisti sono conigli, topi, criceti: insomma “cavie”, animali da laboratorio, che strappano un ruolo centrale nella ricerca spasmodica dell’uomo verso il superamento dei propri confini.

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Ma questi ibridi sono già una realtà, poiché trapianti di parti animali oggi avvengono (in particolare il maiale risulta incredibilmente quello più vicino a noi).
Nelle opere di Karin, con sguardi di interrogativa dolcezza, bellezze da cartoon fluttuano in una apparente assenza di gravità, nel limbo di una “foresta di simboli” che descrivono, come già indicava Baudelaire, “l’epopea della vita moderna”. Oltre l’umano, si apre la second life virtuale: “amori liquidi”, reminescenze di una protezione prenatale.

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Esseri che ci guardano con occhi amniotici, elfi che si muovono tra inquietanti megalopoli, feti che si accoccolano tra le pareti di un monolocale/astronave, o spersi nel folto di un bosco. La neotenia dell’uomo è definita come “nascita abortiva”, poiché egli non sviluppa alcune caratteristiche – come la postura eretta e il linguaggio – al di fuori della formazione nel ventre sociale. L’uomo come animale portatore di una intrinseca malformazione, che però gli consente la trasformazione dell’ambiente ai suoi fini vitali.

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Ma quando la techne prende il sopravvento, il simbolico – anche attraverso l’uso della tecnologia ai fini di un abile detournement – torna a ricordarci “l’alienazione” attestando “l’alterazione” del naturale.
La fine e l’inizio come punti di contatto di una possibile evoluzione della specie, che corre verso i binari di una androginia primordiale e di una innocenza dell’infanzia, quasi a voler assecondare “l’umana nostalgia dell’interezza”. E ancora, quasi a definire che l’appartenenza, l’interiorità, l’ubiqua identità rimodellata del corpo, è comunque più euristica della precisione spaziale esterna, così piena di divisioni, confini e razzismo, in cui sembra annegare la nostra società.

Articolo apparso sulla rivista LE VOCI DELLA LUNA, N. 39, novembre 2007

Qui il sito di Karin Andersen:

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One Response to Nascita abortiva. Metamorfosi corporee tra simbolismo e fiabesco nell’opera di Karin Andersen

  1. véronique il 9 aprile 2008 alle 16:54

    Adoro! Questo universo fa entrare la magia nel mondo quotidiano. mi piace personaggio della fata con fiori, o la piccola folletta nella scatola. Mi ha fatto tornare un po’ di luce nel cuore.
    Ritrovare l’infanzia è bello.



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