Io, preda

di Giovanni Fazzini

Adagio, non troppo


La preda erodeva il mio corpo. Acqua evaporava, e combustibili macromolecole si consumavano nel moto di muscoli incandescenti. E l’anima anche si consumava, ritirandosi e spalancando un vuoto accogliente, ergonomico. Lì si accoccolò la preda, si addormentò beata; per sempre al sicuro, dolce ninnananna del cozzar di denti e ruminar di mascelle.

  11 comments for “Io, preda

  1. giovannicossu
    28 maggio 2008 at 11:16

    Jung diceva che addomesticare, integrare L’Ombra – La Bestia – è cosa difficile, pericolosa.
    Ma che la conclusione dell’Opera avviene soltanto con l’addomesticamento, l’integrazione dell’Anima.
    Operazione questa, rispetto alla quale, quella, risulta un gioco di bambini.

    Mi domando: e che sarà questo secondo Mostro che incombe su tutti noi?

  2. Carla
    28 maggio 2008 at 13:00

    rende molto chiara l’idea…:-)

  3. 28 maggio 2008 at 19:41

    Chissà che addomesticarsi, imporre regole alla Bestia che se ne sta accoccolata eppure guardinga al riparo, celata dalle nostre noie quotidiane, non sia un errore, o comunque una presunzione inutile.
    Sono d’accordo con Jung che consiglia cautela assoluta nell’approccio dell’Ombra che si staglia dietro i nostri corpi netti e solari, ma mi sembra pericoloso al contrario ingigantire l’oggetto dei nostri timori fino a trasformarlo in voce che si modula secondo le onde burrascose che sciacquano nel nostro inconscio. Forse, la mossa migliore in questa rischiosa partita sarebbe lasciare fluire la nostra Anima e permetterle di fondersi con la facciata dell’Io, affinché si compia l’Opera e si sia interi, completi, potenti.

    mdp

  4. Giovanni Fazzini
    28 maggio 2008 at 20:38

    @ Giovanni Cossu

    Caro Giovanni, ti ringrazio per il delicato commento. Tuttavia sono molto colpito dal fatto che il pezzo da me proposto, che si attesta soprattutto su letture di Nietzsche, Thom e Lacan sia stato letto e surcodificato in chiave junghiana. Addentrarci nei massimi sistemi sarebbe lungo, difficile e francamente un po’ palloso. Tuttavia sui termini “addomesticare”, “bestia” e “mostro” vorrei spendere qualche parola.
    Addomesticare, ad-domus, portare in casa. C’entra nulla la casa. La casa ha un dentro e un fuori, un interno e un esterno. Il luogo dell’inconscio, casomai, è una grotta, cioè un interno senza esterno, superficie non orientabile, nastro di Moebius. Non a caso Deleuze sostiene che la filosofia inizia con la casa, mentre ciò a cui ho mirato è proprio un piano pre-concettuale. Grotta, appunto, come grottesca è la predazione in una prospettiva dialettica: nessuna concettualizzazione potrebbe cancellarne l’orrore. Siamo veramente al di là del bene e del male.
    Poi la bestia. Ti confesso che la teoria degli archetipi di Jung mi sembra celare il pericolo di una trasformazione del simbolico – già di per sé inquietante – in un’iperrealtà agghiacciante (vedi appunto il commento di Marco Di Pasquale in questa stessa pagina). Molto più affascinante, a mio avviso, la lezione di Lacan: se al posto di bestia dici fantasma, vedrai che tutto torna, se non altro perché la bestia, al contrario del fantasma, non potrebbe camminare su una superficie non orientabile; non potrebbe abitare un interno senza esterno. Anche come metafora, mi pare, si troverebbe a disagio…
    Per quanto riguarda il secondo mostro, ti confesso che è da un po’ che non lo vedo in giro. Probabilmente, quando mi ha visto affilare il coltello e mettere la pentola sul fuoco, ha pensato non fosse aria! Ma non avevo intenzione: anche lui, in fondo, è solo una piccola creatura di Dio.

  5. giovannicossu
    28 maggio 2008 at 21:29

    Ognuno è straniero a se stesso.
    L’estraneità degli altri è, in queste condizioni, l’unica certezza che possiamo avere.
    Il “linguaggio privato” che ognuno di noi sceglie, come difesa, di fronte a forze che sa di non poter controllare, ma che considera distruttive se lasciate agire secondo la loro natura selvaggia, non ha niente di “teoretico”, di assertivo.
    Il caso vuole che, per attraversare un abisso, uno si serva di tutto ciò che trova.
    Senza un ponte – nessuna teoria, nessun linguaggio, può pretendere di spiegare il “fondo delle cose”, diceva Poincaré – può anche andare bene
    un vecchio tronco d’albero colpito da un fulmine.

  6. 28 maggio 2008 at 23:31

    Solo un chiarimento.
    Non capisco quali terrificanti fantasmi si nascondano dietro l’immagine molto concreta di una bestia che delinea tratti ferini dietro i nostri connotati. Non si rischia un’iperrazionalizzazione di una pulsione che non rischia in maniera così inquietante di scivolare nel gorgo della schiavitù all’istintuale? Non c’è forse in tutto questo un anelito superfluo di chiarificazione che utilizza paradossalmente strumenti senza punti d’appiglio su assi orientati e riconoscibili?

    mdp

  7. giovannicossu
    29 maggio 2008 at 08:24

    @mdp

    E’il nominare.

    Non importa quale sia il nome. Segno.

    Le forze latenti nel Sé, possono diventare ostili soltanto in reazione ai nostri comportamenti – siano questi comportamenti coscienti o meno.
    Nominarli, depotenzia, non la loro pericolosità, ma il nostro disaccordo.

    Quando Adamo nominò, su invito del Signore, i mostri diventarono animali.

    Simili all’uomo.

  8. Giovanni Fazzini
    29 maggio 2008 at 18:22

    Cari signori, io getto la spugna. Confesso che mi avete spaccato il cervello. Pensate pure sia un mio limite quello di non seguirvi in una certa metafisica. Può darsi, ma continuo a non capire.
    Elaboro un pre-concetto e ne fate metafora. Ve lo spiego per concetti e ribadite metafore. Dite “bestia” vi rispondo “fantasma” e ribadite “bestia”. Non è una metafora il fantasma! È reale! È forma priva di sostanza.
    Cerco, faticosamente, una “chiarificazione superflua”, cioè di fare della scienza. E soprattutto della scienza contro questo neomedievalismo imperante che altro non vede che segni che rimandano a segni, metafore, relegando il corpo (la bestia?) dietro un io ipertrofico.
    Vogliamo parlar per metafore? Diciamo pure che io la bestia non ce l’ho alle spalle, ma sono io ad essere alle spalle sue. Perché? Perché se ce l’ho alle spalle prima o poi m’incula, è certo. Bravo, mi direte, così la inculi tu! Manco per sogno, perché l’unica ad avere un cazzo vero è lei, la bestia e preferisco di gran lunga che ce l’abbia puntato sul mondo che al buco del culo del mio povero piccolo io.
    È chiaro il concetto?

    P.s. Sapete cosa mi ha davvero stupito nei vostri commenti? Che non cercano un confronto, una chiarificazione rispetto ad un testo. Sono solo l’affermazione di una posizione consolidata da far prevalere. Un muro che ha del disumano. Non c’è traccia di un sorriso, di un ammiccamento, nemmeno dopo la mia risposta volutamente scherzosa. E se un sorriso non serve a far breccia nel cuore delle cose, serve comunque a far breccia nel cuore degli uomini.

  9. 29 maggio 2008 at 19:54

    Faccio ammenda e ammetto l’eccessiva proliferazione di astrazioni che però, dal mio personalissimo punto di vista, in un contesto in cui la scienza sembra spesso avallare l’inconsistenza della forma per poter ri-strutturare il reale secondo i propri pre-concetti… alla fine mi faccio prendere un pò la mano!
    All’eccesso di difesa succede una giustissima e chiarissima spiegazione.
    P.S.: Comunque, il pezzo mi è piaciuto! ;-)

    mdp

  10. giovannicossu
    30 maggio 2008 at 03:42

    Mi spiace: Mi spiace veramente.
    Il pezzo mi era piaciuto. E non era mia intenzione, sin dall’inizio, entrare nel merito.
    Avrei dovuto specificare che non credevo affatto in ciò che l’autore pensava di fare, scrivendolo, Che le sue intenzioni era state fraintese da lui stesso.
    Al nome di Lacan, infatti, mi vengono i brividi. Con Deleuze un po’ meno, ma mi spunta un sorriso.

    Il mio voleva essere un controcanto a qualcosa che, apparentemente, linguisticamente, mi era estraneo, ma rispetto al quale intuivo, nel profondo, una simmetria se non un perfetta coincidenza.

    Se poi la vogliamo mettere su un altro piano, quello del rimprovero, posso affermare che non esiste neomedievalismo più sciocco di quello neotomistico che attribuisce al proprio linguaggio caratteristiche oggettive e scientifiche, pretendendo che gli altri si adeguino pena l’esclusione dalla comunità dei pensanti.
    Ribadisco *non esiste scienza* in questi paraggi, solo storie [Rorty]. E se uno le vuole raccontare, deve essere pronto ad accettare il contributo dell’altro che, pensando di migliorarle, dice:” Vedi il vestito il Silvana era verde, perchè se la fai salire sulla macchina di Aldo, che è rossa, con un vestito rosso, provochi una ridondanza fastidiosa”.
    Così si faceva al mio paese.

  11. Giovanni Fazzini
    30 maggio 2008 at 14:15

    @

    Ho apprezzato molto le vostre ultime risposte.
    comunque la scienza esiste, lo vogliate o no (in fondo, grazie a cosa stiamo comunicando?). E il problema e’ farla o subirla.
    Anche se vi credete assolti – dice una canzone – siete per sempre coinvolti.
    Comunque sono felice che questo dibattito sia alla fine uscito da questioni private e si sia aperto ad una politica.

    g.f.

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