John C. e la filippina

di Linnio Accorroni

C’è poco da fare: quando i libri toccano e commuovono come quest’ultimo di Coetzee si vorrebbe quasi non scriverne. Si ha la sensazione, infatti, che qualsiasi interpretazione costruita su questo “Diario di un anno difficile”, anche la più acuta e sofisticata, servirebbe solo ad evidenziare l’intrinseca vacuità surrogatoria dell’esercizio critico quando il confronto passa attraverso opere siffatte. Il rumore sottile della prosa del recensore si trasforma in un indistinguibile e quasi fastidioso brusio, incapace di evocare la potente bellezza dell’opera. Si avverte un sentimento strano, qualcosa che sta tra l’appagamento e la grazia. Si desidererebbe far giungere, come un Holden clamorosamente fuori tempo massimo, a chi quell’opera l’ha progettata e scritta, la profonda riconoscenza di chi, tanto profondamente, è stato scosso dalle pagine lette. “Come semini raccoglierai. Io scrivo di anime inquiete, e anime in tumulto rispondono al mio richiamo”. Ecco: ci si sente proprio come una di queste ‘anime’ di cui scrive Mr. John C.,l’io narrante di uno dei diari contenuti in questo romanzo( in forma di saggio) o saggio (in modalità romanzesca): lui è un celebre scrittore sudafricano, trasferitosi in Australia alle prese con una vecchiaia indesiderata e un Parkinson avanzante. John C. è maschera-doppio-eteronimo di quei personaggi, come Elisabeth ( e John) Costello, come Michael K., come David Lurie, le cui vicissitudini esistenziali ed opinioni eretiche servono a Coetzee per indagare, in tutte le sue opere, attorno a “quel bisogno che è il più sacro di tutti: il bisogno di verità”, come diceva Simone Weil. E dire che, quando si legge Coetzee, sembra di ri-giocare una partita di scacchi di cui si conosca preventivamente tutto, per averla già fatta, con gli stessi pezzi e le stesse mosse, tante altre volte. Penso alla reiterazione delle sue ossessioni-memento che, anche in questo libro, vengono offerte al lettore: il dolore animale, la centralità del sesso, le riflessioni sull’invecchiamento, wilderness e civiltà, apartheid e colonialismo, verità e finzione nella letteratura e nella vita, tortura e Guantanamo, terrorismo e democrazia,… Così come non è nuova la dirompente vitalità di quella prosa tesa, asciutta, scarnificata: è quella che intesse e annoda fra loro le dissonanti riflessioni di ‘Opinioni forti’, raccolta di microsaggi che John C. deve scrivere su commissione di un famoso editore tedesco. Si può iniziare proprio da lì, dalla lettura in sequenza di questi essays che sembrano offrire, come nella più classica delle eterogenesi dei fini, la migliore testimonianza della bontà delle motivazioni al Nobel offerto a Coetzee nel 2003. Gli accademici svedesi infatti avevano rimarcato come aspetto fondante l’opera dello scrittore di “Vergogna” la critica radicale al razionalismo crudele ed alla moralità cosmetica della civiltà occidentale. Un giorno, nella lavanderia condominiale, John C., “vecchio accasciato in un angolo che a prima vista poteva essere preso per un barbone” incontra Anya, una giovane filippina: vestito rosso e un “delizioso didietro” che dimena con consapevole sapienza seduttiva. La reciproca curiosità ( l’eccentrica solitudine del famoso artista, la prorompente bellezza della giovane) porta i due ad un accordo: la sensuale filippina, in cerca di lavoro, diventa dattilografa del vecchio scrittore. Qui nascono i due diari paralleli che vengono visualizzati nell’originale divisione tripartita della pagina: in alto le “Strong opinion” dello scrittore, nella striscia centrale le riflessioni-diario di Anya, in quella terminale la voce-diario di John C. Anya non si rassegna all’inerziale ricopiatura dei testi passatigli dallo scrittore, ma ne discute con candore un po’ naif: “C’è un tono – non so bene come descriverlo- un tono che davvero disturba la gente. Un tono tipo so tutto io. E poi sempre così perentorio; sono io che ho tutte le risposte. Ecco come vanno bene le cose, inutile discuterne”. La semplice e dolce Anya, sposata ad un broker, quintessenza della malvagità e stupidità dei sacerdoti del Mercato, convince con persuasività sottile ma incessante, lo scrittore ad occuparsi di temi apparentemente più leggeri, ma decisivi per chi come lei è, per dirla con Flaubert, “dans le vrai”:“ Scriva di cricket, gli suggerisco. Scriva le sue memorie. Scriva qualunque cosa, ma non di politica…Scriva del mondo che la circonda. Degli uccelli. Scriva delle gazze nel parco”. L’insostenibile pesantezza del pensiero politicante di John C. viene sostituita, grazie alla tenera forza di questo indimenticabile personaggio femminile, dalla meravigliosa leggerezza ( nell’accezione calviniana del termine) del ‘secondo diario’. Questa, a parer mio, è la parte più bella dell’opera, quella che sostituisce anche graficamente, nella parte superiore della pagina, le ‘Opinioni forti’. Leggendo quei brevi inserti, quelle folgoranti riflessioni sulla fotografia e sulla compassione, sull’acqua e sul fuoco, sui classici e su Bach, dove realismo e metafisica si fondono perfettamente, ci capita proprio come a John C. quando, nel suo diario, ci spiega che cosa significa essere lector in fabula : “Ieri sera ho riletto ancora il quinto capitolo della seconda parte dei Fratelli Karamazov, il capitolo in cui Ivan restituisce il suo biglietto d’ingresso per l’universo che Dio ha creato e sono scoppiato a piangere. Un pianto irrefrenabile.”

[Questo testo, con qualche variazione, è uscito su Queer-Liberazione del 1 giugno 2008)]

4 Commenti

  1. J.M Coetzee è uno dei miei scrittori preferiti. Ed è come dici, cioè si ha l’impressione di conoscere ogni sua mossa, ma poi… ti spiazza. Sabato in libreria ho solo rimandato l’acquisto del libro, per ovvie ragioni di soldini, ma è sulla nota acquisti, senza contare che un salto in biblioteca nel frattempo lo faccio. Pezzo molto bello questo, come sempre.

  2. Non vado da un po’ in libreria e solo adesso apprendo con piacere dell’uscita di questo libro, anche per me ogni libro di Coetzee è un evento. E vedo dalla recensione che continua a sperimentare temi e tecniche, dal ciclo autobiografico, a quello sull’Impero, a quello di E. Costello, alla rivisitazione di classici, agli ultimi con più attenzione al quotidiano. Ma sempre con grandi spunti per la comprensione dell’oggi.

  3. Se quella di Coetzee è una “prosa tesa, asciutta, scarnificata”, come può il recensore scrivere cose come “l’intrinseca vacuità surrogatoria”, “opere siffatte”, “il rumore sottile della prosa”, eccetera (tutte nelle prime sei righe: ma sono arrivata fino in fondo, lo giuro).
    Questo articolo fa quello che deve fare, cioè dice che quel libro è da leggere. D’accordo. E io lo leggerò. Perché questo articolo mi ha convinta.
    Ma perché questa messa in scena preliminare della insufficienza del critico (che denuncerà un desiderio di onnipotenza?), con tali sbavature pseudoletterarie?
    Basterebbe forse buttarsi e basta. Esporsi e basta. Senza prudenze o cerimonie.

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