LAVORO DELL’ALBA (*)

di Nadia Agustoni
 
Ugo Mulas, Milano 1953-54

Ugo Mulas [ 1928 – 1973 ]
da www.ugomulas.org

 

lavoro dell’alba

 

Lavoro dell’alba, shock mattutino
l’aspettare, tenere l’attesa che è acino maturo,
confondersi al quadrare dell’ora
far su le cose con gesto grezzo e grande
che t’impari quel che è creato
t’impari un sonetto di silenzi
prima del rumore delle ferramenta
che esplodono quando ti maciulla il costato l’ingranaggio
e tu sei arnese che pensa e non pensa ch’è presto ancora
e tardi farai anche alla tua veglia

che hai un sonno vivo
un sonno di redenzioni e d’innocenza
dove ti tocca nascere
ma nasci appena un po’ e bambina
che avrà neanche parola neanche l’asciugarsi del pianto
né un angelo infermo che si biasima.

 

lavoro della sera
 
Quel che la sera comincia lascia presso le case
fa cigolare dalle porte venir giù dal buio dal sonno
che non è solo stanchezza ma si tiene alle cose
frugale e forte forzando a far su le vocine di dentro.
Si spifferano all’aria i segreti i ricordi le paure
l’assenza di pause in quel fare magnifico e desto
che agli altri ti consegna senza realtà né inizio e fine
strozzato il senno il danno come a una soglia chiusa
col tempo dentro e fuori a fare toc.

 

costruire castelli di sabbia

 

Ci tocca pazientare…
è un vespro lentissimo nei sogni
costruire castelli di sabbia e abitarli
sentire che trabocca dalla pelle una pelle più dura…

 

Agito le parole fino a invocarne un ritorno felice
dicendo in maniera scaramantica nomi d’incantesimi
abracadabra o quelli di una conta che il pensiero riafferra
pimpì oselì sota ol pe del taolì… (*)

 

Nel prato c’è un pizzico di sole che pizzica la rete,
in rettangoli il giorno tramonta, vien fuori un grido sul tardi
che schianta gli altri suoni e la notte ci imbocca d’aria
mostra stelle vere, una dolcezza incurabile…

(*) inizio di una conta dei bambini in dialetto bergamasco.

 

storia del cane
 
Scherziamo sul dolore e l’averlo nella testa…
c’è un coltello magico per incidere i dolori
sono le parole della quiete non dette
l’uno due e tre contati per finta
perché al via ci siamo, ma c’è il trucco.
 
Lo stesso succede al cane che si lancia
e trova la catena sulla fine e non prende niente
né capisce perché c’è chi ride passando
e chi ha paura di una rabbia sperduta
dell’occhio che afferra un limbo.

 

quando andremo lontano

 

Scommettiamo che il tempo farà ritorno a casa
come noi, avrà lancette nuove d’orologio, una clessidra,
la meridiana a lato della piazza e ci dirà fischiettandoli
nomi e verbi quando andremo lontano e a tutte le stazioni
un fazzoletto su qualche balcone ci chiamerà indietro
quando senza parlare sentivamo parlare d’amore
chi viveva l’amore…

 

Ma siamo chiusi nel nostro contrario, abbiamo spaventi
grandi e grandi illusioni, andiamo senza cammino girovolando
e divenuti acrobati scambiamo le nuvole più pigre
per quelli tra i simili che han la testa grave, pensiero di sé soltanto
e mai sapranno che scherzo è il destino, che burla, che grassa
idiozia…

 

Perché niente viene dal basso o dall’alto, ma da idee,
come i piccoli maestri che qualcuno tirò in ballo
a guerra partigiana cominciata e andavano sulle montagne
e sognavano loro e noi sogniamo ancora questa scemenza
di un mondo migliore, di gente che ama la gente…

 

una dedica
 
Le righe vicino ad essere ombre nel sovrapporsi e l’idea di sé
che è darsi pensiero di sé, ma in forma di diniego, quasi punendosi
di una vanità sciocchina. M’è preso il cruccio fissando kl di ferro
di sobbarcarmi non questa vita ma una sagoma nera, una dedica nuda
 
M’è assurdo mettermi alla lingua come a un meccano, ma c’è l’androginia
dei sogni che preme il polmone e sfiato parole, frasi smozzicate,
un’ironia di paure che son fischio all’udito, vena pungente
e un violarsi radioso, direi, vicino al pappagallo che miscuglia
ordine animale e no…

 

lampadina

 

All’interno, al centro del cervello, un ragnetto fila
un ditale di materia, un io catramoso che annota
mosche, moscerini, insettucoli minuscoli e forse
mischia gli acari con la zampetta…

 

A piovere nella fantasia, se ci piove dentro,
è l’idea di noi senza futuro, perché il tempo
è andato altrove e qui non corre l’ora, le lancette
infilzano secondi ovali come uova e gusci screziati…

 

Mentre sul pavimento-scacchiera gioco finte
e finzioni, nitrisce un Pegaso e prendo la luna
in contropiede salendo in cielo con una scala
a pioli, cambiando una lampadina…

 

(*) Le poesie di questa silloge fanno parte di una raccolta che parla di lavoro in fabbrica.
Un raccontare in versi alcuni dei tanti aspetti di questo mondo. La poesia ” Lavoro dell’alba” è apparsa in Nazione Indiana inserita alla fine di ” Quaderno di Fabbrica”. La raccolta da cui sono estratti i testi, pur completa, non ha ancora un titolo definitivo.

 

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27 Commenti

  1. Quando vedo una foto di Ugo Mulas mi brillano sempre gli occhi. Bellissima e desolata, si adatta molto bene al testo. Una volta ho letto un libro di Paolo Volponi, ricordo che la scrittura era particolare, mi evocava una forma di “scrittura industriale”. Anche questi versi, con la particolare cadenza creata anche dalla punteggiatura in alcuni blocchi quasi inesistente, mi evocano qualcosa di simile. Interessante e originale.

  2. Quando vedo una foto di Ugo Mulas mi brillano sempre gli occhi. Bella e desolata, si adatta molto bene al testo. Una volta ho letto un libro di Paolo Volponi, ricordo che mi evocò una forma di “scrittura industriale”; anche questi versi, col ritmo particolare impresso dalla punteggiatura quasi inesistente in alcuni blocchi, mi evoca qualcosa di simile. Interessante.

  3. belle queste poesie e molto sorvegliate, senza cedere al facile versificare. una dedica è quella che preferisco. complimenti

  4. fuori l’azione sulla materia, dentro l’incurabile
    lo accettiamo
    giorno dopo giorno la sensibilità si modella sulla prassi e la prassi sulla sensibilità
    questa è la formula del partigiano degli anni 2000!

  5. a Nadia grazie per la poesia non indulgente a trucchi ed artifici facili, come molta, troppa, e grazie per l’armonia aspra e quotidiana e alta, per le dolcezze pungenti che sa distillare dal turno in fabbrica che le inizia fra poco

    grazie
    per il pane
    e per le rose

    [canzone dalla poesia di James Oppenheim, pubblicata sull’American Magazine nel Dicembre del 1911, che divenne l’inno della lotta dei tessili a Lawrence, Massachusetts nel Gennaio- Marzo 1912, ricordata come “Bread and Roses strike”]

    [click!!!] BREAD AND ROSES

    As we go marching, marching, in the beauty of the day,
    A million darkened kitchens, a thousand mill lofts gray,
    Are touched with all the radiance that a sudden sun discloses,
    For the people hear us singing: Bread and Roses! Bread and Roses!
    As we go marching, marching, we battle too for men,
    For they are women’s children, and we mother them again.
    Our lives shall not be sweated from birth until life closes;
    Hearts starve as well as bodies; give us bread, but give us roses.
    As we go marching, marching, unnumbered women dead
    Go crying through our singing their ancient call for bread.
    Small art and love and beauty their drudging spirits knew.
    Yes, it is bread we fight for, but we fight for roses too.
    As we go marching, marching, we bring the greater days,
    The rising of the women means the rising of the race.
    No more the drudge and idler, ten that toil where one reposes,
    But a sharing of life’s glories: Bread and roses, bread and roses.
    Our lives shall not be sweated from birth until life closes;
    Hearts starve as well as bodies; bread and roses, bread and roses.

  6. La mia preferita è costruire castelli di sabbia, che vedo come un paesaggio incantato, una costruzione fragile che affronta il tramonto, il momento di illusione nella giornata, il ritorno alla fantasia.
    Amo lampadina per la stessa ragione, ma si sente angoscia, nella mente abitano insetti di incubo. La visione finale di Pegase mi piace molto come uno slancio verso l’immaginario nel quotidiano.
    Ma penso che ho troppo interpretato.

    Grazie a Orsola e a Nadia per questo momento di lettura.

  7. orsola, sai, un poco c’entra un poco no, ma proprio l’altro giorno parlavo a un amico del film di Alina Marazzi Vogliamo anche le rose per non dimenticare quanto siano recenti troppe conquiste, quanto abbiano combattuto le donne contro tutto e tutti con tanto di filmati che mostrano come donne che invocavano i loro diritti, durante pacifiche manifestazioni, venissero oltraggiate, ingiuriate dai rappresentanti delle istituzioni e caricate e prese a manganellate da quelli dell’ordine. per non dimenticare e non abbassare la guardia in questi tempi assai reazionari..
    chiedo scusa per l’OT.
    Un saluto

  8. [ nessun OT maria ]

    Mentre marciamo, marciamo nella bellezza del giorno,
    Milioni di cucine buie e cupe, milioni di grige soffite,
    Son tutte toccate dalla radiosità, che un sole improvviso schiude,
    Perchè la gente ci sente cantare: “Pane e Rose! Pane e Rose!”
    Mentre marciamo, marciamo noi combattiamo anche per gli uomini
    Perchè anche loro son figli di donne, e noi per loro madri ancora,
    Le nostre vite non dovranno esser sudate dalla nascita fino alla fine;
    I cuori han fame così come i corpi: dateci pane, ma dateci anche rose!
    Mentre marciamo, marciamo, innumerevoli donne morte
    Piangono attraverso il nostro canto, il loro antico grido per il pane.
    Arte e amore e bellezza i loro spiriti affaticati conobbero.
    Sì, è per il pane che lottiamo, ma anche per le rose!
    Mentre marciamo, marciando portiamo giorni migliori.
    Poichè la rinascita delle donne significa la rinascita dell’umanità.
    Non più la fatica e la noia che tessono la trama del riposo,
    Ma la condivisione delle gioie della vita: Pane e Rose! Pane e Rose!
    Le nostre vite non dovranno esser sudate dalla nascita fino alla fine;
    I cuori han fame così come i corpi: Pane e Rose! Pane e Rose!

    ,\\’

  9. c’è una caterva di poesia in questi tuoi testi nadia, una quantità che non so misurare, mi scappa di mano, mi riempie e trabocca, eppure anche uno smisurato pudore, io credo, o, semplicemente, un altissimo sistema morale.
    questo tuo libro è cruciale, ne sono convinta.
    un abbraccio,
    r

  10. Belli i commenti di Maria e di Orsola!

    “Mentre marciamo, marciamo noi combattiamo anche per gli uomini
    Perché anche loro sono figli di donne, e noi per loro madri ancora,
    Le nostre vite non dovranno esser sudate dalla nascita alla fine;
    I cuori han fame cosi come i corpi: dateci pane, ma dateci anche rose!”

    Magnifico questo brano.

  11. direi che Nadia ha un “altissimo sistema morale” insito nelle parole stesse un’etica di scrittura che non sbava mai nell’enfasi, nell’insignificanza fine a se stessa, nella metafora costruita per stravaganza lessicale, per povertà di contenuti profondi che assilla certa prosa e poesia
    procede per associazioni, per evocazioni anche inconsuete ma che nel tutto hanno sempre motivo e spartito ed equilibrio
    questa forma a questo contenuto

    ,\\’

  12. c’è sempre nelle poesie di Nadia e soprattutto in queste, un dolore sordo, che batte e ribatte e fa male, una gabbia alla quale – eticamente – l’autrice mai non si arrende, costruendo vie di fuga, e ripari, una realtà vs. sogno, due mondi che corrono strettamente intrecciati e risolti nel verso.. almeno…, molto riuscite direi, un abbraccio , Nadia, a te e a Orsola, Viola

  13. E’ difficile provare a dire qualcosa su queste poesie; in esse un ritmo molto riconoscibile si fa senso e contenuto, raddoppiando il senso e il contenuto che già di loro sono in quantita notevole.
    E’ per davvero “un agitarsi delle parole” per “invocarne un ritorno”, o un “sonetto di silenzi”, o “un sonno di redenzioni e d’innocenza” o molto altro ancora.
    Congratulazioni vivissime
    Adelelmo Ruggieri

  14. In “Una dedica” si esprime l’immensa sfida della più profonda poesia, cioè di dire praticamente l’impossibile. Le cose conturbanti e sfuggenti che sono quasi nel non esistere… SuperNadia, “kl” vuol dire “chili”?

  15. ragazze, tutte, Buongiorno! avete ragione nessuno OT, stamattina mi sono svegliata con in testa la splendida canzoncina delle KANDEGGINA GANG

    http://it.youtube.com/watch?v=OcoYS5NqX6s

    “ORRORE ORRORE MI FAI VOMITARE VICINO A TE MI SENTO MALE…
    IL LAVAGGIO DEL CERVELLO.. TU NON PENSI CHE AL TUO UCCELLO
    IO TI ODIO E TI DETESTO …;-)))

    (Splendida colonna sonora del film VoGliamo anche le rose

    http://it.youtube.com/watch?v=BykxkrmLuws

    dalla dichiarazione della regista:

    “Ho voluto ripercorrere la storia delle donne tra la metà degli anni 60 e la fine degli anni
    70 per metterla in relazione, a partire dal ‘caso italiano’, con il nostro presente globale,
    conflittuale e contraddittorio. Con l’intenzione di offrire uno spunto di riflessione su temi
    ancora oggi parzialmente irrisolti o oppure addirittura platealmente rimessi in
    discussione.
    Dove sono approdate oggi queste donne? Che tipo di coscienza hanno di sé, quali sono
    ancora i traguardi da raggiungere, i desideri da esaudire? Come vivono le loro relazioni
    affettive, l’amore, la maternità?

    Di quanto esigeva il celebre slogan ‘Vogliamo il pane, ma anche le rose’, con cui nel
    1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero di
    settimane nel Massachusetts, forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito. Ma
    le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose.
    Ed è una battaglia più che mai attuale.”

    (Dedicato a tutte le donne, con affetto)

  16. @ TUTTI

    Grazie per gli interventi.
    A Orsola in particolare per il sostegno.
    Bello anche che entri un pò di politica e la visione di Alina Marazzi.
    Si, kl è chili, Anna.
    Buona giornata

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