Cerco la rima

9 agosto 2008
Pubblicato da

di Andrea Pazienza

Son pieno d’amore
per
gli altri,
son pieno
d’amore
e il mio amore
è un fluido
magnetico
passato al setaccio.
Il mio
amore per gli
altri è vero.
E nel mio
amore vero
c’è tutto
c’è l’odio.
Un pizzico d’odio
non guasta
l’amore
perfetto.
E il mio amore
perfetto è un mare
con un po’
d’odio dentro,
granelli
di sabbia.
E il mio amore
è un fluido
magnetico passato
al
setaccio.

(Immagine: Andrea Pazienza – Autoritratto)

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11 Responses to Cerco la rima

  1. Marco Saya il 9 agosto 2008 alle 12:41

    un bel gioco di parole. ;-)

    Ciao
    Marco

  2. Nina Maroccolo il 9 agosto 2008 alle 12:49

    Una vera dichiarazione di poetica, dove ritroviamo la conflittualità di Andrea Pazienza, la sua dedizione incontestabile nell’incontro tra arte e vita: entrambi esanimi senza il magnitudo del sentimento.
    Credo soprattutto che questa poesia sia il tracciato personale-identificatorio in cui Franz mette a nudo il suo concetto d’amore.
    E’ la vastità del mare. Direi un mare in tempesta con la rabbia dei flutti dentro. Un amore romantico, soprattutto verso l’altro; una ricerca dell’assoluto che non vuole porsi ambiguità. E mai diventi, la purezza di questo amore fatto di liquido magnetico, “granelli di sabbia” passati al setaccio. Si opporrebbe a qualcosa di sacro una condizione di uso e di abuso dell’amore stesso. Sminuzzato disperso granello, appunto.
    L’amore si vive nella sua verità esplicita. Quel setaccio non deve esistere: preclude un filtro, forse un pregiudizio. Ma resta, alla fine, il meglio: l’oro, la febbre e le pepite dei pionieri di “Un amore” senza reticenze.
    Dichiarato. Anche quando lo si teme.
    La perfezione di questo sentimento inviolabile sta nel suo essere mare in tempesta.
    Sturm un drang possente, ma semplice e diretto come la poesia di Andrea.
    Grazie Franz. Bellissimo post.
    Nina

  3. véronique vergé il 9 agosto 2008 alle 14:17

    Molto fluida, come un pesce che scappa dalle mani.
    Si libera la prima mossa, l’amore; e viene scivolare i grani preciosi, alchimico dell’amore, l’illusione che raggiunge il mare, e la speranza tra le mani nude.
    E’ questa nudita che fa sorgere la bellezza del verso e l’incanto : raccogliere solo l’essenza del sentimento.

    Bellissima la poesia, anche il commento di Nina Maroccolo.

  4. metrovampe il 9 agosto 2008 alle 19:42

    Piace come il caro Andrea indugi in una sincerità amabile ed ironica in questa dichiarazione d’amore alla purezza. Che sia quel setaccio a tenere stretti e indissolubili arte e vita? Specchiarsi con la ferma intenzione di non lasciare più nulla di celato. E così scoprirsi un mare.

  5. Luca Amodeo il 9 agosto 2008 alle 19:46

    Esagerati!

  6. luca tedoldi il 10 agosto 2008 alle 13:55

    grande pazienza, ma mediocre poeta

  7. sergio pasquandrea il 10 agosto 2008 alle 14:22

    Non direi che la poesia è brutta, ma certo sono molto più belli (e poetici) i testi dei suoi fumetti: certi drammatici monologhi di “Pompeo”, o le lunghe didascalie di “Un’estate”, o le fantasmagoriche invenzioni linguistiche dei suoi primi lavori su “Cannibale”, quelli con i fricchettoni.
    Questa e altre sue poesie mi sembrano dei commoventi flash su un Pazienza privato. Anche quest’altra è carina:

    “Ma io sono la mitica anatra migrante,
    sono ancora una volta perpetuo moto
    sono la brocca sognante,
    desiderio di vuoto.
    E se le mie arroganti parole di un tempo,
    sono finite segnalibro d’un volume dimenticato
    pure ti chiedo ara il mio campo
    a scoprirlo.”

  8. sergio pasquandrea il 10 agosto 2008 alle 14:57

    Con Pazienza ho un legame particolare. Sono nato e cresciuto a San Severo, la cittadina in provincia di Foggia dove anche Andrea è cresciuto e dove tuttora vive parte della sua famiglia.
    Solo che quando lui è morto, nel 1988, io avevo 13 anni e a San Severo praticamente nessuno lo conosceva. Un mio amico mi raccontò che la madre di Andrea, che insegnava educazione tecnica alle medie, una volta lo aveva invitato a fare una lezione in classe sul fumetto, ma nessuno aveva dato particolare importanza alla cosa.
    Oggi, certo, ha una piazza intitolata a lui, si organizzano mostre (l’ultima proprio in questi giorni a Vico, un paesino del Gargano dove lui andava spesso da ragazzo). Nel cimitero di San Severo c’è la sua tomba, un piccolo pezzo di prato con un cipresso e un masso di pietra garganica dove è incisa la sua firma. Accanto c’è la tomba del padre Enrico, morto qualche anno fa.
    Io ho scoperto Andrea Pazienza nei primi anni ’90 quando (alla buon’ora) il comune di San Severo si decise a organizzare una grande mostra su di lui, con tavole originali, filmati, fotografie e un bellissimo catalogo. Mostra postuma, ovviamente. Fu lì che per me e per un gruppo di compagni di classe cominciò una sorta di culto esoterico per Pazienza. Durante le ore di storia e filosofia divoravamo i suoi fumetti: cercavamo invano di trattenere le risate davanti a Sturiellett, ci guardavamo gli scorci di San Severo che facevano capolino nelle “Figure storiche” e in “Pacco”, i panorami del Gargano ne “Il partigiano” e in “Un’estate”, commentavamo i passi più criptici di Pentotal e di Pompeo.
    Ho scoperto che molte persone che conoscevo avevano conosciuto Andrea, e che c’era persino una lontanissima parentela acquisita fra mia madre e suo padre.
    Qualche anno dopo, a San Menaio, conobbi anche i suoi genitori, nella casa al mare dove Andrea trascorreva le vacanze da ragazzo. Le pareti erano piena di quadri di Andrea, e la madre ci parlò di lui, per ore, come se parlasse di un innamorato. Mia madre le disse che io ero un appassionato e lei mi guardò con un sorriso quasi di compassione e mi chiese: “Ma sì, ma che cos’hai capito tu di Andrea?”.
    Il padre era ormai molto anziano, quasi sordo, un po’ svanito, ma con un’aria distinta, signorile, davvero d’altri tempi. Dalle sue parole si coglieva l’amore viscerale (e pienamente ricambiato) che lo legava al figlio, ma ho avuto anche l’impressione che non fosse mai riuscito ad apprezzarne pienamente l’arte. Anche lui era un pittore, un magnifico acquerellista (ho un paio di sue opere a casa), e ci raccontava di quando Andrea faceva l’Accademia di Belle Arti e riportava a casa gli album dei lavori in classe, con i suoi disegni che facevano sfigurare quelli dei professori.
    Poi ci fece vedere un quadro, uno di quelli che Andrea faceva da giovane: un’enorme composizione a pennarello con un’esplosione surreale e coloratissima di figure umane e di decorazioni astratte. Al centro c’era uno spazio vuoto, riempito da un autoritratto a pastello. Il padre ci spiegò che Andrea aveva fatto quel quadro molti anni prima, ma il padre continuava a chiedergli che cosa mai significasse quel guazzabuglio di figure e colori. Alla fine, per farlo contento, Andrea gli disegnò al centro quell’autoritratto, eseguito con uno stile classicissimo. E solo allora il padre fu finalmente contento.

  9. gena il 10 agosto 2008 alle 17:20

    Mi piace, perchè è immediata ed ha un lieve profumo di verità.

    Grazie Franz

    Gena

  10. Nina Maroccolo il 10 agosto 2008 alle 17:47

    @ SERGIO PASQUANDREA

    Conosci per caso Enrico Fraccacreta? Anche lui è stato amico intimo di Andrea Pazienza, e quando me ne ha parlato gli spuntarono le lacrime agli occhi… Non riuscì a salvarlo.

  11. sergio pasquandrea il 10 agosto 2008 alle 18:00

    @Nina
    Non lo conosco di persona (non vivo più a San Severo da oltre 15 anni e ho perso quasi tutti i contatti), anche se credo lo conoscano di vista i miei, però ho letto le cose che ha scritto su Pazienza e sugli anni dell’adolescenza trascorsi insieme. Molto belli, davvero commoventi.



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