Triptyque

5 settembre 2008
Pubblicato da

Poesie di Nunzio Festa e Paroles di Franco Arminio

visioni di Giovanni Cossu

Confessioni di un paesologo
di
Franco Arminio

Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come un cane bastonato. Non deve sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello il paese è. Non devi fare altro.

Poesie
di
Nunzio Festa
la parete congela
questi secondi scalzi
balzi di sensazioni
urla
in frazioni di appaganti
feritoie di desiderio

e il ragno con la ragnatela
attende che me ne vada

#

Sono infinitamente stupidi i cittadini che quando vengono in un paese fanno sempre la solita domanda: ma qui di cosa si vive? È la domanda di chi pensa di essere in piedi, in sella al cavallo del mondo e di poter andare alla conquista di chissà che. Il paese, se accogli la sua lingua, ti dice che sei un cane, che deve dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della terra. Per vivere nel paese devi capire che una frase come “cogito ergo sum” non ha alcun valore. È una frase da ubriachi, ubriachi del proprio io. Il paese è una creatura che sgretola qualunque narcisismo:per questo le vetrine nei paesi sono sempre un po’ fuori posto (il paese è una creatura intimamente puberale e se gli metti il doppiopetto diventa ridicolo).

panni stesi vie strette
e baci
tutte qui sono
le mie radici

alzo in fretta
la sua gonna corta
ho su me
alcol che mi trasporta

vengo
vado
verso la cantilena
che mi culla
trastulla

un battito di parole
sale
mi sfiora il corpo

e guardo il corpo
mio che
vuole

#

Parlavo di queste cose stamattina col mio amico Andrea di Consoli. Parlavamo del mio libro e della sua postura. L’uomo che va in giro per i paesi, il paesologo, in realtà è un cane, ha il punto di vista del cane. Il mio non è un libro di uno scrittore che porta avanti il feticcio del suo stile o della sua poetica. La mia è una scrittura sgretolata, ha la postura accasciata di chi è stato colpito da un male fraternamente incurabile. Io viaggio nei paesi a quattro zampe. Ho un piede rotto e il collo che non tiene. Pur volendo non potrei stare in piedi. Il mio libro è un congedo dalla letteratura come prova titanica di un autore che pretende di infilzare il mondo e di mostrarlo agli altri come si mostra un capriolo dopo una battuta di caccia. Il mio paese, i paesi in cui viaggio, issano la bandiera bianca.

anima spirito scoppiettante
che balbetta di desideri
triti
mìnuti
spezzettati

annegati nell’’altalena del dopo
quando un rumore intenso
di viali specchia
le membra di tutti

gli esseri mortali

#

Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. La società dell’autismo corale ci chiede posture nuove, ci chiede la rottamazione degli scheletri eretti. Gli uomini ci hanno messo molto ad assumere questa delirante postura. Adesso è il tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo che gira, nell’aria che non sta mai ferma. L’osservazione del territorio è fatta da un animale affratellato ai suoi pericoli, al suo sgomento. La morte mia o dei miei paesi non più come agguato da parare, ma come compagnia per passare il tempo. Siamo naufraghi che non finiamo mai di asciugarci. È sempre stato così, ma adesso abbiamo la grazia di un tempo sfinito in cui non ci sono promesse credibili né per questo mondo, né per l’aldilà.
La bandiera bianca non è quella dei piccoli paesi, ma è la bandiera dell’universo, la bandiera di una cieca bufera di polvere in cui luccichiamo ad occhi aperti insieme al sole e alle altre stelle.

alla vista
della chiusa finestra
il corpo
all’’unione si presta

lungo fili di silenzio
corre la mano
uno spazio assurdo
fisso invano

mi stendo
nel letto e sui seni
per qualche parola
stordisco i veleni

detriti di piacere
fermano le incertezze

#

Appartengo a questa vicenda non nella forma ormai ridicola di un possessore di anima e di fini, ma nell’affanno di un corpo senza padroni. Il libro che ho scritto è tutto un inno silenzioso alla volontà di dimenticarsi, di dimenticare i grandi feticci dell’umano: questo silenzio conta, non il rumore che magari ancora fanno i miei residui vaneggiamenti egotici.
Non ho grandi idee da spacciare, non ho sentimenti eccezionali. Racconto uno sfinimento che contiene miserie e nobiltà, lietezza e malumore. La paesologia è più vicina all’etologia che alla sociologia. Non è una scienza umana, è la scienza per uscire dall’umano, cioè per essere nel luogo in cui già siamo. Si parla sempre più spesso di decrescita come alternativa al modello capitalistico. Il mio libro parla della decrescita dal punto di vista psicologico. Tornare o restare inermi, immaturi, lasciare agli adulti i miraggi della vita riuscita, aggirarsi nelle proprie rovine e in quelle degli altri con la grazia di un amore che non si posa da nessuna parte.

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45 Responses to Triptyque

  1. Nunzio Festa il 5 settembre 2008 alle 13:33

    grazie per la bessima cosa

    Il bel regalo

    b!

    Nunzio Festa

  2. franz krauspenhaar il 5 settembre 2008 alle 16:02

    Un bell’incontro – davvero un regalo, come scrive Nunzio, anche per il lettore; bravo a Francesco “regista” di questo trittico.

  3. Natàlia Castaldi il 5 settembre 2008 alle 17:29

    .. questo viaggio attraverso luoghi che sono essere intimo e padrone, parte di un tutto continuo, in statico divenire… e noi un passaggio, talvolta arrogante, altre volte silenzioso…
    l’abbandono di sé è così difficile, quel “cogito ergo sum” così da ripudiare ma così predominante, così insito, così umanamente inevitabile.
    belli i versi, intimi, morbidi, taglienti.

  4. francesco forlani il 5 settembre 2008 alle 19:50

    merci franz

    diciamo che è un esperimento
    autori diversi tra loro che ti ritrovi sul tuo desktop
    e ti pare che ti parlino di una stessa indicibile cosa

    nessuno di loro sapeva con quale compagno di viaggio sarebbe stato
    ma come spesso accade in certe migrazioni
    che succede qualcosa ai vicini passeggeri
    e nessuno poteva prevederlo
    un involontario intreccio colmo di senso

    effeffe
    ps
    ho scritto questa nota forse solo per farmi perdonare dai tre autori che stimo molto, per averli iscritti al gioco

  5. Nunzio Festa il 5 settembre 2008 alle 21:54

    caro Francesco,

    – e grazie Franz – (Natàlia sono onorato delle tue belle parole…)

    il gioco è stato bellissimo, oltre dire del piacere che mi fa
    essere con ‘sti versi in compagnia di Franco e le opere di Cossu.

    b!

    Nunzio Festa

  6. Natàlia Castaldi il 6 settembre 2008 alle 00:22

    grazie a te Nunzio, grazie a te.

  7. véronique vergé il 6 settembre 2008 alle 11:39

    Conosco già la poesia di Franco Arminio, che mi sembra sempre nella nascita della sua terra. Irpinia è per me una parola magica, fatta di polvere, di speranza, in attesa di uno sguardo.
    Il paesologo viaggia sulla terra morso. Il suo corpo entra nel cipresso, nell’ulivo, danza sulla piazza, sulle panchine, nella bolle di calore.
    Scrive e il cielo di bandiera bianca si spiega sulle colline, il mondo di Irpinia.
    Mi dismettero di ogni arronganza, quando incontrero la terra di Irpinia, di Campania, la terra all’alba di cielo, alla luce dell’infanzia, perché la vedo cosi, la sento cosi.
    Straniera in una terra che sentiro scorrere nel mio corpo, seguire il battito del cuore. Spoglia del mio passato, orfana del mio paese, cercando una culla, o l’estrema animalità per accogliere il senso del paese, portando con me lo sguardo del paesologo.

  8. véronique vergé il 6 settembre 2008 alle 12:58

    L’intreccio delle voci è meraviglioso.

  9. Giovanni Nuscis il 6 settembre 2008 alle 13:21

    Tornare o restare inermi, immaturi, lasciare agli adulti i miraggi della vita riuscita, aggirarsi nelle proprie rovine e in quelle degli altri con la grazia di un amore che non si posa da nessuna parte.

    Bellissimo post, grazie

  10. l.s il 6 settembre 2008 alle 17:17

    Quando leggo dei paesi penso sempre a quanto la loro visione sia condivisibile. C’è sempre qualcosa che la differenzia dalla propria pur non annullando quella che si è letta. Semplicemente le due si sovrappongono.
    Il paese non è mai uno, ed è sempre lo stesso. Ci si mette in sintonia solo stando fermi, allora si comprende che è la sua natura essere una possibilità, non nasce e non muore. É un’antimateria che sfugge alle regole dell’universo, e che scissa da noi stessi ci sopravviverà comunque, come qualsiasi concetto astratto come l’amore, o inafferrabile come le nuvole.
    È un bel testo.
    lisa

  11. tashtego il 7 settembre 2008 alle 10:14

    Mi piace molto l’attacco di Arminio.
    Leggendo le sue cose mi chiedo se la «paesità», il carattere peculiare del paese, sia molto cambiata nel corso degli ultimi decenni oppure se si tratti di uno stato culturale eterno, di una cosa invece permanente nell’insediamento non urbano periferico.
    In quello che scrive Franco si percepisce uno stadio terminale, di anticamera della fine.
    Insomma avrei bisogno di definizioni.
    Magari Franco ha voglia di formularle.
    Tuttavia a pensarci bene la sua è una scrittura definitoria quasi per statuto.
    Quindi lui le sua definizioni le dà, eccome.
    Quello che mi colpisce, nella sua paesologia, è la restituzione poetica di uno stadio storico, epocale.
    Il farsi carico della «cronaca (poetica) della fine», come fosse una specie di Rutilio Namaziano del Molise all’inizio del Ventunesimo secolo.

  12. Natàlia Castaldi il 7 settembre 2008 alle 11:35

    la non-definizione del Paese, mi fa pensare ad un’oggettivazione d’esso, come Essere inconfinato e non relegato a luogni definiti.
    qui il Paese è privo di caratterizzazioni geografiche e/o topografiche, è più un’anima universalmente statica.
    il Paese come terreno d’origine, natura, luogo su cui muovere il passo, con rispetto.
    ovunque sia il Paese, comunque sia il paese.

  13. effeffe il 7 settembre 2008 alle 13:23

    ho sempre preferito la parola compaesano a compatriota
    effeffe

  14. tashtego il 7 settembre 2008 alle 13:44

    L’Essere Paese (EP) si dà esclusivamente nella sua non datità evenemenziale, lo Stare Presso il Molise (SPM), in quanto stare nel Mondo, tra le Cose Scrause (SS), si auto-oggettivizza in ogni istante ed ecco Arminio cogliere proprio quell’Istante.

  15. Natàlia Castaldi il 7 settembre 2008 alle 14:27

    io mi pongo da lettrice che non conosce l’autore, la sua vita, il “suo” paese…
    ed in quanto lettrice colgo nelle “paroles” quanto di “sconfinato” ci possa essere…

    Mercì beaucoup.

  16. Natàlia Castaldi il 7 settembre 2008 alle 15:10

    @effeffe

    davanti a tanta intelligentia mi sento piccola…

    ma per vissuto e convinzione, mi sento e voglio sentirmi – banalmente – cittadina del mondo.

    mescolarmi al diverso da me, conoscerlo, metabolizzarlo fino a farne parte, questo mi piace… al di là del “paese”.

    ma questo è solo il pensiero di una piccola donnetta, s’intende.

    ;-) tnx

  17. effeffe il 7 settembre 2008 alle 15:35

    @Natalia
    il mio era un pensiero a voce alta

    la parola compaesano la senti sempre quando sei fuori dai confini e si tracciano da sé le comunità anagrafiche, a prescindere da te. ebbi a dire qualche tempo fa che io sono di quelli che hanno tradito prima il padre (scegliendosi altre patrie) e poi la madre (scrivendo in lingua non materna). L’amore si sa, non è mai fedele. E come certi libertini che guardano quasi con invidia le solide coppie “normali”, al punto che rileggono la propria vita sentimentale come un’eterna prova generale di quell’atto unico, anch’io ho sempre letto i testi di Franco – e la vita che lui vive con essi- con una grande ammirazione, quasi con nostalgia.

    Il termine paese (declinato con disprezzo in mille modi, paesiello, paesino…)
    è stato per tanto tempo confinato in un immaginario e retaggio “reazionario”, ecco perché l’azione di un paesologo come Franco è importante

    effeffe

  18. Natàlia Castaldi il 7 settembre 2008 alle 15:37

    grazie della spiegazione…. ne faccio tesoro!

  19. effeffe il 7 settembre 2008 alle 15:39

    vale molto
    non costa niente
    :-)

  20. franco arminio il 8 settembre 2008 alle 00:12

    questo mio testo forse è eccessivamente definitorio.
    lo so, ma è una cosa che ho fatto in piena consapevolezza.
    qui parlo di un paese astratto, ma tutto il mio lavoro paesologico è svolto dentro paesi veri e andando dietro ai particolari e non alle idee generali.
    ha ragione tasc: io non scrivo libri di viaggio, mi fanno abbastanza schifo.
    faccio il tipo di scrittura che viene dopo il passaggio in un paese.

  21. francesco forlani il 8 settembre 2008 alle 07:16

    ciao franco
    ti aspettavo
    effeffe

  22. véronique vergé il 8 settembre 2008 alle 08:41

    Capisco pienamente il senso di tradire, perché ho nel mio cuore lo stesso sentimento. Sono dentro e fuori di mio paese, ma non ho scelto, sono in dolore del paese ( un sentimento diverso di quello provato da effeffe). Amo sempre la lingua natale, di madre ( ma scritta, non parlata per l’assenza di musica), sono in disaggio nel corpo del mio paese. Sono dunque una traditrice nell’anima, ma non ho avuto il coraggio di tradire negli atti.
    Ho amato nel testo di Franco Arminio l’estrema nudità del viaggiatore, la sua misera, il suo silenzio, il suo rispetto al momento di sorvolare la terra d’esilio immaginario.

  23. Natàlia Castaldi il 8 settembre 2008 alle 08:42

    “L’Essere Paese (EP) si dà esclusivamente nella sua non datità evenemenziale, lo Stare Presso il Molise (SPM), in quanto stare nel Mondo, tra le Cose Scrause (SS), si auto-oggettivizza in ogni istante ed ecco Arminio cogliere proprio quell’Istante.”

    ….

    “questo mio testo forse è eccessivamente definitorio.
    ….
    qui parlo di un paese astratto, ma tutto il mio lavoro paesologico è svolto dentro paesi veri e andando dietro ai particolari e non alle idee generali.
    ….. io non scrivo libri di viaggio, mi fanno abbastanza schifo.
    faccio il tipo di scrittura che viene dopo il passaggio in un paese.”

    PAROLES PAROLES PAROLES.
    QUESTA PER ME è ARIA FRITTA, TUTTO ED IL CONTRARIO DI TUTTO IN UN CONTORTO VOLER IMPORRE GRANDEZZE INESISTENTI.
    QUESTA è POSA, VANA E VUOTA.
    IL TESTO SAREBBE MOLTO PIACEVOLE DA LEGGERE E RAGIONARE – ETOLOGIA A PARTE -, MA QUESTE (AUTO)CELEBRAZIONI E BALLETTI DI CORTE SONO DAVVERO STUCCHEVOLI OLTRE CHE RIDICOLI.

    levo il disturbo, ultima visita.

    Ringrazio Francesco Forlani, con stima.

  24. orsola puecher il 8 settembre 2008 alle 09:16

    [ perchè leva il disturbo Natàlia? Quella sensazione di PAROLES PAROLES PAROLES che le è scattata così forte, è l’allarme, o dovrebbe esserlo, forse, di chi scrive e di chi tace ]

    ,\\’

  25. Tash il 8 settembre 2008 alle 10:06

    natàlia non ha colto quel po’ di ironia che c’era nelle mie righe, circa la posa heideggeriana che rilevo nel suo primo commento, tipo “l’Essere inconfinato”.
    questo è un caso da manuale di “bue che dà del cornuto all’asino”.
    i fra-intendimenti, qui, sono pane quotidiano.
    è il bello del web-mondo.

    quanto al carattere definitorio della scrittura paesologica di arminio, non lo rilevo in senso negativo.
    anzi.
    per me questa è poesia & conoscenza.

  26. Alcor il 8 settembre 2008 alle 10:45

    si è agitata

  27. effeffe il 8 settembre 2008 alle 10:45

    Natalia resto sans paroles…
    cche t’aggia dì..
    effeffe

  28. sinistralirica il 8 settembre 2008 alle 18:32

    Tanto tempo fa c’era un grande giornale che pubblicava un giorno sì e l’altro pure i pensieri, le dichiarazioni, le risposte di un Grande Poeta, un Grande Scrittore e un Grande Critico. Ovvero PPP (Pier Paolo Pasolini) Moravia e Siciliano. Se la scrivevano e se la rispondevano su questo e su quello. Era carino, ogni tanto. Poi, il giorno che esagerarono, ci fu qualcuno che ebbe il coraggio di dire (e di scrivere): “Ma perchè se la menano sul Corriere quando se la potrebbero dire a cena, visto che si vedono tra di loro quasi tutte le sere?!?!”. Io so poco di web, qualcosa di paesi e praticamente nulla degli autori (che ho scoperto per caso su Nazione Indiana scoperta per caso etc. etc). Con molto rispetto e anche un po’ di umiltà, se posso dire la mia, be’ ho l’impressione che in tema di autoreferenzialità e bla-bla anche voi non scherziate affatto. E che la signora Natalia (che vi conosce di più?) forse non abbia proprio torto. Che il web 2.0 abbia il mal del minuetto del circoletto? Boh!

  29. véronique vergé il 8 settembre 2008 alle 18:50

    Volevo dire tutta la mia ammirazione a Franco Arminio: è un complimento sincero. Sono ridicula nella scrittura ( non sono una scrittrice e non ho la pretesa di scrivere bene) ma sincera. Ho un carattere esaltato e mi sfoga al rischio di essere ridicola.

    Allora, Natalia, non l’ultima visita, spero… E’ importante avere un commentatore che fa muovere le cose

  30. véronique vergé il 8 settembre 2008 alle 19:04

    Sinistralirica, penso invece che i redattori di NI sono discreti.
    Non parlano delle opere che scrivono e propongo di scoprire un orrizonte di scrittura che oltrepassa il circolo.
    Per i commentatori, non sono tutti legati ” al circolo”, e forse i commenti più appassionati sono scritti dai commentatori “esteri”, come io ( una semplice insegnante).
    Forse il problema viene appunto di una cattiva sapienza della scrittura. Allora accade il peccato del lirismo, no?

  31. francesco forlani il 8 settembre 2008 alle 19:06

    caro lirico
    (confesso che il nick mi piacette assai)
    I tre autori dei testi pubblicati e dei commenti non credo si conoscano fra di loro. I tre autori hanno avuto la malaugurata idea di mandarmi queste loro opere in occasioni assolutamente diverse. Nel caso di Cossu gli avevo chiesto di farmi un cd con tutte le immagini che mi aveva manto in queste settimane perché le trovo veramente straordinarie. I punti di vista espressi in questo thread non mi sembra che convergano in un ce la cantiamo da soli nè tanto meno in un cantarsela addosso. Insomma caro lirico, magari fosse questa l’autoreferenzialià e poi detto tra noi, magari fossimo dei Pasolini, Moravia, Siciliano!!!
    Spero di incontrare te e Natalia ancora sul nostro sito, perché altrimenti…
    SONO CAZZI VOSTRI!!!!
    effeffe
    ps
    :-)

  32. véronique vergé il 8 settembre 2008 alle 19:28

    Mi dico che ho perduto una bella occasione di tacere.
    La prossima volta provero di essere più discreta.

  33. francesco forlani il 8 settembre 2008 alle 19:42

    ma no verò
    natalia c’è ancora (e ne sono molto contento)
    sinistra lirica tornerà anche perchè gli devo chiedere se ha mai letto questo libro la cui nota su amazon recita così::

    Dès sa parution en 1992, La Génération lyrique s’est imposé comme un livre-phare. Auteur d’une remarquable biographie sur Gabrielle Roy, professeur-vedette au département de littérature de l’Université McGill, à Montréal, apprécié pour ses critiques éclairées, François Ricard dresse dans cet essai un portrait vivant de sa propre génération : les lyriques. Dix ans plus tard, le livre est devenu un classique.

    trattandosi proprio di “sinistra lirica”
    comunque lo si può leggere anche in italiano su Sud… (un suo articolo)
    effeffe

  34. Natàlia Castaldi il 8 settembre 2008 alle 20:45

    @effeffe

    :-) <3

  35. franco arminio il 8 settembre 2008 alle 23:55

    il mio testo non cita altri scrittori ma contiene un attacco radicale a una certa idea di letteratura fatta da mestieranti anche abili, ma mai abitati da una felicità o da un’infelicità sfacciata.

  36. francesco forlani il 9 settembre 2008 alle 00:22

    scusa franco volevo approfittarne per ricordare a chi non ti avesse ancora letto
    lo straordinario libro che hai pubblicato due anni fa , Circo dell’ipocondria. Con Le Lettere, e l’ultimo che non ho ancora letto, da Laterza, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia

    effeffe

  37. Tashtego il 9 settembre 2008 alle 08:26

    Sulle prime ero perplesso.
    Mi accadeva nel leggere qui i primi post di Arminio, ipocondriaci.
    È un autore che ho cominciato a conoscere su NI 2.0.
    Ci ho messo un po’, ma ho imparato a apprezzarlo.
    Rammento bene, non so perché, quando mi tirarono fuori l’unica copia che avevano del Circo dell’ipocondria dal settore memoriali della Feltrinelli di piazza Argentina, a Roma.
    Quel libro contiene anche un DVD, straordinario, con una sorta di proseguimento del «sentimento» del libro, ma con mezzi audio visivi.
    Grande efficacia, grande economia di linguaggio, poesia.
    Poesia della perdita e dello svuotamento, di luoghi che immagino in fase di sottrazione vitale.
    Arminio possiede un’eccezionale capacità di sintesi lirica nella restituzione del sé e del suo mondo di riferimento.
    Ricordo qui alcuni suoi versi, brevi, densissimi…

  38. franco arminio il 9 settembre 2008 alle 10:18

    caro farlani
    e caro tas
    grazie per le vostre parole. un pasticciere che parla bene della crema di un altro pasticciere è sempre un evento.
    se mi date l’indirizzo di casa vi mando il mio ultimo video.
    si chiama la voce del paesaggio.

  39. effeffe il 9 settembre 2008 alle 10:32

    via catania 15 Torino
    dove sto per la maggiore
    effeffe

  40. sinistralirica il 9 settembre 2008 alle 18:28

    Cari tutti, no non conosco il libro citato da effeeffe: sono un lettore modesto (pensate che ho iniziato a leggere la “Camera da letto” di Bertolucci solo quest’estate) pieno di manie e di nevrosi.
    Mi inventai l’eteronimo “sinistralirica” circa quindici anni fa (o forse venti?) per disperazione. Non ne potevo più delle miserie di quella storica nè degli infantilismi settari di quella così detta extraparlamentare, ma non volevo (non voglio) rinunciare a considerarmi “du cotè de chez gauche”. By the way, come dicono quelli di Gallarate e dintorni, complimenti alla Nazione Indiana che mi ha fatto scoprire un sacco di cose interessanti (esempio classico: il manuale metropolitano di Gianni Biondillo). Che mi permette di leggere poeti e poesie che (forse) non avrei incontrato mai.
    Preghiera laica della sera: usiamo bene la straordinaria potenzialità del 2.0. Usiamola per essere sempre più curiosi, vagabondi, stimolati. Per aprire le finestre e far entrare l’aria fresca della diversità che, senza web, non avremmo mai respirato. Non facciamo conventicole, pissi-pissi-bau-bau, passaparola da iniziatici… Grazie a tutti

  41. effeffe il 9 settembre 2008 alle 21:10

    così mi piaci, lirico, e credo che se glielo chiedi a franco un libro con dedica non te lo nega. però l’altro lo compri!!!
    :-)
    effeffe

  42. Natàlia Castaldi il 9 settembre 2008 alle 23:54

    @sinistralirica

    ti lascio la mia mail, vorrei chiederti un favore.

    evaluna71@splinder.com

  43. Sundance Kyd il 10 settembre 2008 alle 15:34

    Il testo di Franco Arminio era apparso qualche giorno fa anche nel mio blog, tuttavia disgiunto dalle altre due voci – l’elaborazione delle immagini fotografiche è molto bella.

  44. giovanni cossu il 11 settembre 2008 alle 14:09

    Sono andato via dal paese quarant’anni fa.

    Ci ritorno, per le vacanze, ogni anno.

    Dopo alcuni giorni sento la necessità di prendermi una vacanza dal paese.

    Sono ritornato io.

    Me ne vado in campagna.

    Iniziano le vacanze.

    Poi finiscono le vacanze.

    Serva, tutto questo, come scusa.

    In campagna non dispongo di una connessione internet, e quindi solo con molto ritardo posso ringraziare Francesco per questo suo dono.
    Voglio inoltre ringraziare i miei compagni di viaggio di aver accettato nella loro vettura un così modesto viaggiatore.

    Giovanni Cossu

  45. effeffe il 11 settembre 2008 alle 22:52

    voglio inoltre ringraziare i miei compagni di viaggio di aver accettato nella loro vettura un così modesto viaggiatore.
    a

    Giovanni Cossu

    Nunzio Festa

    e Franco Arminio

    esprimo tutta la mia gratitudine
    effeffe



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