Mezzi blindati eduli

di Francesco Pecoraro

[Questo brano è tratto dal blog di Tashtego]

Avere una karavida (Scyllarides latus, cicala di mare) nel piatto non è usuale e non è immediatamente intuitivo.
E non è nemmeno come averci un’aragosta.
All’aragosta e all’astice siamo più abituati, mentre questa è una creatura del tutto aliena, che sembra provenire da un pianeta con condizioni molto più dure del nostro, con un campo gravitazionale ben maggiore, predatori molto pericolosi e attrezzati.
La karavida è lì, spaccata a metà, che basta accostare le due parti, farle combaciare con attenzione, per riavere l’animale intero, tutto intero, sulla tua tavola, assieme al pane, al vino, all’insalata di melanzane, a tutte le altre cose normali che normalmente beviamo e mangiamo.
Tutta questa normalità del desinare civile e attovagliato, il coltello e la forchetta, il bicchiere, il tovagliolo di carta che presto volerà via alla prima folata robusta di vento, la vaschetta della salsa olio/limone, il flacone del sale, la bottiglia di fisikò metallikò nerò (acqua minerale naturale), eccetera, fa da contesto, da quinta teatrale, da sfondo alla comparsa del quasi estinto Trilobite Rosso.
Rosso lo diventa durante la cottura, ma l’animale vivo è color roccia, con un paio di antenne vermiglie, le estremità ramificate di un viola acceso.
L’animale vivo è roccia tra le rocce, ma è roccia per così dire, emozionabile: difficilmente si riuscirebbe a scorgere sott’acqua se la karavida non si spaventasse subito e non si mettesse a fuggire in modo lento e maldestro.
Strano che un animale pesantemente corazzato, come questo, non abbia evoluto la strategia dell’immobilità mimetica.
Forse conta sulla sua inattaccabilità, sulla durezza della blindatura, che quando urta sul ponte di un caicco, fa il rumore pesante di un sasso contro il tavolato.
Oltre tutto possiede un apparato di aculei posizionati strategicamente proprio lungo la linea che divide la parte superiore da quella ventrale del carapace: ho fatto esperienza della loro efficacia quando provai ad afferrarne una viva, in acqua, a mani nude.
Se ti azzardi ad agguantare una granceola viva è lo stesso, anzi peggio.
Sono animali molto robusti, si dibattono con un vigore che non ti aspetti, un’esplosione di potenza acuminata che ti fa mollare la presa all’istante.
Ora la questione che mi assilla concerne la percezione che i crostacei hanno della cosiddetta realtà, se posseggano o no il senso del tatto, a cosa gli servano tutte quelle antenne, se abbiano o no l’udito, cose e come vedono: tutte informazioni che saranno contenute nei manuali specializzati, testi che non ti capitano sotto gli occhi di frequente, che dovrei andarmi a cercare.
Certamente, quando tocchi una di queste creature, lei se ne accorge.
Tempo fa, poggiando un dito sul dorso di un grosso astice canadese vivo, percepii una vibrazione nettissima capace di provocare micro-increspature nell’acquetta in cui l’avevano adagiato.
Si accorgeva di me, quell’astice, le chele bloccate da elastici con su stampigliato qualcosa come canadian lobster.
Gli accadeva di percepire un contatto con un altro essere, prima di essere venduto e morire in acqua bollente, oppure prima di spirare per conto proprio, come era successo ad un’altro esemplare, più piccolo, che gli giaceva accanto.
Secondo quali ramificazioni evolutive si sono venute distinguendo queste diverse specie di crostacei? Perché sono portato a credere che la karavida sia più antica di aragosta e astice?
Fatto sta che se la karavida è un carro armato, l’astice è un autoblindo pesante, l’aragosta una specie di jeep rinforzata.
Un carro armato rosso – preistorico, spaccato a metà, che mostra oscenamente le sue polpe nel tuo piatto, che se ne sta lì stecchito, bollito, squartato, con gli unghioni delle zampe meravigliosamente articolate, in stato di rilasciamento – in cui è evidente il tema costruttivo dominate: il giunto.
Vale a dire la soluzione di continuità tra una placca e l’altra, tra un segmento di arto e quello successivo.
Però adesso brutalmente spacchiamo tutto quello che c’è da spaccare, presto il piatto somiglierà al deposito di uno sfasciacarrozze.

53 Commenti

  1. Eh, ma che il blog di tash sia uno dei più bei blog che ci siano oggi in lingua italiana è cosa nota.

  2. sono una cinestetica, visioauditiva.
    ricordo ancora il fugone, il rumore del fugone dal bollore del pentolone affianco, il rumore di chele di enorme terrorizzata velocissima granceola rossa su sasso grigio, di pavimento grossolano desolato di grossa cucina sarda, l’inciampo negli interstizi che sfatò il decollo: dello sberleffo, del disco volante. abbastanza miseramente: fu così che l’agguàmagnai.

  3. mi è molto piaciuto in primis perché descrive bene e in secondis perché pur essendo molto asciutto come modo di scrittura, rende bene l’idea dell’oggetto ovvero dell’animale ma anche dell’idea “blindata”.

  4. L’altra sera, al ristorante, il cameriere proponeva di secondo granchio o aragosta. Un mio amico era indeciso, io ho detto “spezzo una chela a favore del granchio”.

  5. L’in-umano, il post-umano e il pre-umano.
    Sembra l’ultima missione della letteratura.
    Ma se – come credo – la letteratura è figlia di uno scarto liberatorio dalla rappresentazione consunta del reale, forse è la primissima missione, l’unica che possa restituire all’umano l’impulso d’inventarsi.
    Ciao tash.

  6. “Tempo fa, poggiando un dito sul dorso di un grosso astice canadese vivo, percepii una vibrazione nettissima capace di provocare micro-increspature nell’acquetta in cui l’avevano adagiato”. Manco McC.

  7. Giorni fa, mangiando una pajata, ho avvertito l’ineffabile vibrazione ancestrale che a quell’intestino era stata tramandata da millenni di progenitori ruminanti. È per questo che, alla fine del pasto, risuonava un rispetto denso di riflessioni assorte, nel mio rutto.

  8. tashtego ha privati gli utenti del suo blog della possibilità di lasciare commenti. se non ricordo male lo fece per una sorta di imbarazzo e di inadeguatezza che appariva evidente ormai, tra la qualità dei suoi scritti e la frequente scarsità dei suoi interlocutori.
    il suo blog è a mio avviso tra i più interessanti della rete che conosco e frequento.
    almeno qui glielo si può dire.
    trovo inconcepibile gettare un animale nell’acqua bollente quand’è ancora vivo; e tuttavia un bravo scrittore me ne può scrivere per pagine senza che trovi inconcepibile quel che sta raccontando.

  9. la karavida viene cotta che è già morta da tempo, cristiano.
    ma il punto non è questo, non è la morte della karavida, ma la karavida in sé, il suo essere tale, il suo vivere come tale.
    le sue origini di specie, eccetera.

  10. il punto è invece, a mio avviso, se qualcuno sa scrivere qualcosa di interessante anche se in apparenza, prima di averlo letto, l’argomento risultava, al lettore, del tutto indifferente.
    se avessi scritto dell’astice o della rana, delle molecole, di architettura, saresti riuscito, in qualità di scrittore, a suscitare il mio interesse?
    di certo, questa volta, con la karavida ci sei riuscito.

  11. Beato te, Tash, che ti puoi permettere di mettere nel piatto una di queste cicale di mare. Si vede che hai fatti i soldi. :-D E secondo me sei pure un ottimo cuoco. Non lasci nulla al caso.

    Gran bel brano, che fa venire anche un certo appetito. ;-)

  12. Ahimé, il testo non ha scalfito il mio presente affettivo. A volte succede. Immagino che dipenda da me.

    Inoltre non sono riuscito a decifrare la volontà comunicativa dell’autore, neanche dopo il breve e schematico commento di quest’ultimo, seguito dal fantomatico eccetera. A volte succede. Immagino che dipenda da me.

    f.s.

  13. ciao Alcor

    “Cos’è un presente affettivo?”

    E’ partecipazione emotiva che in me precede sempre l’analisi di un testo letterario. Non sempre un testo letterario mi fa partecipe di una emozione oggi (presente afettivo). Ciò non esclude che domani possa accadare il contrario.

    Il testo qui proposto non mi ha coinvolto. Non è detto che volontà dell’autore sia quella di far partecipare “emotivamente” il lettore.

    Quindi ho cercato di supplire con l’analisi critica del testo e, anche qui, non ho rilevato nulla di notevole, non riuscendo a capire la volontà comunicativa dell’autore, sempre se essa esista.

    Non casca il cielo se io non comprendo. Capita di sovente. Forse, all’opposto del karavida, sono “roccia per così dire,” non “emozionabile” (Cft. il mio cognome).

    f.s.

  14. Però questo testo non è «letterario», non vuole emozionare nessuno, ha solo un modesto contenuto informativo circa le percezioni di chi mangia una karavida ad una certa ora della notte, su una certa isola, in un certo mare, avendole, le karavide, frequentate per anni sott’acqua.
    Mi interesso di animali, ne scrivo.

  15. allora Tashtego, chiedo scusa.
    Avevo mal interpretato. A mia discolpa il fatto di non conoscerla. Forse una breve nota del redattore al suo post avrebbe evitato un inutile fraintendimento

    f.s.

  16. Allora Sasso, senza nascondere la mano, come concepiresti la nota che il lavativo redattore non ha scritto?

  17. Allora Pinto, senza nascondere il sasso, le assicuro che non avevo intenzione di polemizzare e non credo di aver detto nulla di offensivo.

    Due righe orientative ad uso di chi non conosce l’autore… ma se non riesce a concepire ciò, non sarò certo io a spegarle il concetto.

    Ma se lei intende polemizzare, come a me pare dal tono del commento, son pronto a farle i mei più sentiti complimenti, anche se in giro ci sono distributori di lodi ben più capaci ed efficienti del sottoscritto.

    Mea culpa se non conosco il nostro autore, se ho appena scoperto che Tashtego è Francesco Pecoraro, autore di ‘Dove credi di andare’ e che, per finire, questo testo testimonia/informa il lettore della la sua passione per gli animali eccetera.

    E’ noto a tutti che il lavoro del lettore è fare tutto da sé.

    f.s.

  18. Lo vedo che c’è un link, Alcor.

    Infatti, è noto a tutti che il lavoro del lettore in rete è leggere un testo, linkare poi sull’indirizzo messo lì, studiarsi l’intero sito (fonte), utilizzare google, cercare di collegare tutte le informazioni raccolte e farsi una idea. Insomma, perché far perdere tempo ai redattori impegnati nel copia e incolla? I lavativi sono i lettori.

    f.s.

  19. Pecoraro non ama dare emozioni, e più di tutto detesta l’enfasi. La sua strategia antiemotiva viene perseguita con una scrittura secca, minimale, di contenuto quasi esclusivamente informativo, e ciò è particolarmente evidente nei testi “zoologici” tipo questo. Tuttavia le emozioni traspaiono con maggior forza proprio in virtù della loro programmata assenza, come succede per certi argomenti tabù, o per quei difetti che si cerca vanamente di nascondere. Ricordo un compagno di classe del liceo che girava sempre con una mano in tasca perché era piena di porri di cui si vergognava, e più la nascondeva e più ce lo ricordava. Pecoraro è solito definire “liceale”, in senso spregiativo, l’atteggiamento sentimentale ed enfatico di certe scritture, eppure esiste un’enfasi in levare, in sottrazione, che non è meno ridicola o perniciosa. La karavida in questo senso è metafora perfetta, all’apparenza dura e rocciosa, quasi inorganica, a uno sguardo più attento si rivela “roccia emozionabile”, dal movimento “lento e maldestro”. “Liceale”, insomma.

  20. Trovo invece assai “romantico” e vicino alle emozioni più sottili e delicate ed anche molto gentilmente un po’ infantile il preoccuparsi de “la percezione che i crostacei hanno della cosiddetta realtà”. Mia figlia da piccola di fronte ai pesci nel cartoccio o nel piatto, a meno che non fossero sotto forma di bastoncino findus, che sotto l’impanatura e la forma da mattoncini Lego potrebbe esserci qualsiasi cosa, se vedeva gli occhi e la bocca dell’animale, o i “piedi” che ancora vibravano un fremito vitale si rifiutava categoricamente di mangiarlo. Si sentiva guardata e non poteva mangiare qualcuno che la guardava, o che fino a poco prima era vivo.
    Cose da cittadini, forse, niente a che vedere con il gesto usuale con cui si sbatte la tempia a un coniglio e lo si scuoia con un unico gesto preciso come levare una tuta con la cerniera lampo. O con chi la povera lepre presa sotto di notte con la macchina se le mette allegramente in salmì e poi in padella.

    ,\\’

  21. io non sono d’accordo che questo testo non emoziona.
    è come dire “preparo acceso un fuoco e non scalderà”, utilizzare un sistema scrittorio asciutto, “chirurgico” non significa non produrre emozione in chi legge.
    chi lo dice che per emozionare bisogna utilizzare termini-metodi grondanti miele?

    ma per favore…….

  22. Al di là del dualismo emozione/non emozione, l’antropocentrismo, cattolico e non, ci ha condotto ad elaborare una doppia etica.
    Quella per l’umano, secondo la quale la vita è sacra e non si può togliere nemmeno a chi vive un’esistenza comatosa, incosciente, vegetativa, e quella per l’animale, della cui vita ci consideriamo padroni assoluti.
    Il primate uomo dichiara che la vita degli esemplari della propria specie è sacra.
    Ma certamente non lo è quella del coniglio, del maiale, della karavida.
    Da qualche tempo sono diventato sensibile al problema del pensiero e dell’emozione animale.
    Il testo è incentrato sulla contraddizione tra il mangiare (con gusto) i resti di una creatura chiedendosi cosa pensasse da viva.
    Credo che tutta la materia vada come dire, revisionata da capo a fondo.
    Aggiungo che dell’umano – di cui non considero sacra né l’esistenza, né l’emozione – mi cale sempre di meno.
    Quanto al liceo, lo considero, semplicemente, come una perfetta macchina generatrice di false coscienze, le vostre, la mia: lascio indovinare ai miei piccoli lettori a vantaggio di chi.
    Poi fate voi: ognuno è bello e buono a se stesso.

  23. “Il primate uomo dichiara che la vita degli esemplari della propria specie è sacra.”

    con qualche curiosa eccezione. tempo fa ho visto una bella vignetta di ellekappa, che diceva: “la chiesa considera sacra la vita quando non è ancora nata e quando è appena defunta” (vedi le battaglie sull’embrione e contro l’eutanasia).

  24. Quella di ellekappa mi sembra una battuta più disonesta che divertente: la nascita non segna certo l’inizio della vita, così come l’eutanasia non è certo una questione di cadaveri. Dove stia la bellezza proprio non so.

  25. ci tengo a precisare che bevitore e Rhum non sono la stessa persona……..anche perché non ho capito cosa vuol dire “ergo argento” (dario?).
    ma lasciamo perdere che non c’entra niente…..

  26. (anche se sul Rhum avrei un sacco di aneddoti – ma questa la devo aver scritta da un’altra parte, anche).

  27. sono io il responsabile di aver tirato in ballo la chiesa cattolica e quindi, indirettamente, di commenti come quelli di elio, qui sopra.
    da ridere non c’è niente, caro elio.
    trattasi di freddura.
    un tipo di vignetta che nella Settimana Enigmistica si trovava in apposito contenitore denominato RISATE A DENTI STRETTI.
    nella specie dei fatti, elle kappa ironizza sul presidio ecclesiale di nascita e morte, anzi pre-nascita (e tematiche connesse) e post-morte (paradisi & inferni, opportunamente ribaditi).
    mentre in fondo se ne sbatte dell’uomo come persona in vita, dai.
    altrimenti tutto quel travertino accroccato, qui e là con una certa sapienza, ma nemmeno troppa, con intento di auto-glorificazione (chiesa trionfante), non esisterebbe.
    dacci un’occhiata, lì c’è tutto quello che c’è da sapere.

  28. ma ecco, io vorrei avere maggiori dettagli, questi abbinamenti lasciano il tempo che trovano ed io voglio divertirmi un po’.
    e poi l’ordine è inversamente proporzionale?
    che peccato che io sia professionale-argento a me piacerebbe tanto essere linneale-carta.
    arrivederci

  29. “Da qualche tempo sono diventato sensibile al problema del pensiero e dell’emozione animale”. Il pezzo mi è piaciuto per come è scritto, per come l’occhio guarda e descrive in parole. Il rispetto per gli animali lo condivido. Mangiarli mi sembra, per adesso, ancora inevitabile e morale. Rivolgere la sensibilità a quelli che soffrono della porta accanto o dietro l’angolo mi sembra più intelligente, più realista e meno ipocrita.

  30. Grazie Tash. Comprendo che tu approvi l’obiettivo verso il quale viene sferrato il colpo, ma che il colpo sia maldestro mi par così evidente che mi sorprende venga ugualmente apprezzato.

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Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.