Plettro di compieta (terza parte)

21 settembre 2008
Pubblicato da

di Marina Pizzi

(la prima e la seconda parte si possono leggere qui e qui)

51.
respiro un angelo con il diario in faccia
la luce sotto spoglie di rugiade
quella la diga con la voce del padre
morente, e le lentiggini bambine
senza amore, tra le spirali
d’ansia e l’ecumene culla.
cura del salto spargere la voce
verso il sodale strato della terra
terriccio universale starci accanto.

52.
era che mi finì la vita
in un intruglio di scarpe
gettate nelle scarpate.
per miglioria un niente
nel perno che lucida il suo buco
senza arrivare. trapano
minerario senza una vena
aurifera. morì la foggia
di qualunque corpo, un lutto
a questua per la vita in questua.
ereditario il senso di perdere
lo sguardo sotto la guardia
di una garitta vuota.
53.
le eresie del passo
quando di erosione
il pastrano del no
ha fatto chiudere le asole
in un sortilegio di vendette
in un simposio di giochi ad
inchini servili. le rive sazie
di nomi lapidei quasi invernali
le zuppe delle resistenze. tu dove
avvieni alle ritrosie del vero
intendi un rogo di mutazioni
per le festività soppresse
del simbolo che fu più bello.
54.
ho perso la mia storia
in un romanzo di appendice
dove l’incrocio è vuoto
e l’oasi nerastra. ho perso tutto
in un circolo d’inedia.
la corsa ai sacchi è stata vinta
dal primo della classe sull’ultimo
per un soffio. la solita fortuna
borghese delle stoffe di broccato
sulle tumefatte aurore. in pace
col gelo le disfatte dei calcoli
metropolitani. tale e quali i pendoli
delle nonne ora nei nervi delle lapidi.
55.
le acute maggiori rovine del tempo
quando le giacche delle curvature
emettono varianti alle narrazioni
con epigrafi di tono. allora una storia
nuova s’inventa una ventata di cielo
quasi a vederne la vita più caramente
bella e finalmente una novella
arsione al tavolo del bere liberati.
56.
sono passati i giorni e la mansione
è nera. un disguido di eclissi ha posto
in opera un tranello. quale viltà
ti annetti per resistere? in nome di
quale eredità permettere il ristagno?
enfasi confuse ti diranno amore
nelle frasi del sale nonostante
la stantia grafia del sole nero.
apponi un dotto consumo all’etere
del buio, quasi un’enciclopedia
di te che passi insito al plotone
d’esecuzione. eterno albore non
sarà lo stanzino della guardiola.
57.
ho permesso al mio stato
di morirmi incontro, di alleviare
la cerchia della giostra con un austro
saliscendi di meandro e darsena.
non è bastato il nesso con la cometa
per riempire una vita tanta nel disagio
della pira per il fuoco. or dì ne vengo
catapultata in prima elementare
o nella logica del pane che non sazia
ne stanzia cave per ricavar la malta
atta a resa ermetica la lapide.
58.
mi sa che confisco il baratro
con un etto di mortadella
che m’invento un canto gregoriano
qui su due piedi senza nessuna
reliquia da lasciare. piscio sangue
da una vita senza scialare in nessun
verdetto. dormo sul rasoio del sogno
pessimo amanuense di documenti
al culmine della vergogna. attorno
alla cometa dell’asilo lo sfratto
senza appello di perdere la cura della nuca.
59.
tutta la vita al calvario del senso
il verbo della bora a metterti all’erta
dal bordo del dolore con l’acredine
di stabilire un’orda di crepuscolo
dal corrimano che ti porta via
verso la retta del saliscendi
continuo al nuovo un nome di vendetta.
60.
era vietato incidere l’eclissi
e invece a turno con le cesoie
la luce andava e veniva
naufraga. in un gendarme lo charme
non aveva mansione che d’irrisione
verso le sostanze di un manichino
al chiodo. in un nemico di china
le pallottole affioravano per colpire
chiunque fiorisse un io di rapina.
61.
in una combriccola di accenti
ho visto finire il tempo
in acque spremute per remi
senza fiotto. le piante grasse
sgonfiarsi per un eccesso
di tiro alla fionda, un dado nano
munirsi del mondo intiero
dietro la foce di strapparsi
le unghie. il patibolo del corso
superare le beghe tra i cipressi
per un incanto di resine femminili
dentro le cave delle ronde fertili.
62.
da quando ho visto incidere la luce
c’è un feroce dislivello di natura
tra questa ventura e le fiaccole del vero.
esce in questi giorni la tua voce
dal fosso della notte. dove si abbeverano
i cipressi insoliti vivi di liti e di fondachi
dalle scodelle vuote. impero di vestigia
starti a guardare vecchio. dormo attaccata
ad uno sterpo che pota se stesso.
63.
dentro quest’alba marcia
dove l’alunno è un nome di gesso
dove il lungomare si addice al pregresso
sospesa elemosina di adesso.
un nero dislivello fa da borro
al comando del pascolo scosceso
sorpasso al vetriolo dover perdere.
64.
sono stata sott’acqua per un giorno
quasi parlando con il panico di turno
e la festicciola delle alghe intorno.
sono stata sotto pira per un giorno
rischiando il fuoco che comprende
sempre demente la cenere allo smacco.
sono stata in aquilone per un giorno
nomando amore come un trancio
marcando il cielo con fili di respiro.
sono stata patriota della curva
sotto randagi attori di vedetta
col sillabario al vaglio del setaccio.
65.
cornucopia del pianto la nuca
bagnata da cave di lacrime
sgomenta aurora non esserle
che caso di nebbia l’ancora.
sul muro del geco il comando
del coma di sapersi
pezzullo di sabbia, bitume.
annessa mansione capire
il muricciolo del logico incanto
il poveretto nell’io che si sfiata
tata di sé senza insegnamento.
66.
con me morirà l’attimo e il piglio
dell’era canterina quando bambina
la penna a biro somigliava vaga
alla gara di una cometa in giro
cheta. era pur sempre un apice
di mente in gloria di binario
nonostante il binario. la rima
equorea col mare più vicino
nonostante il reo apostrofo del senso
già prossimo ad un fiotto di sangue,
la guerra sulle voghe giovanili
quando dappresso non sembrava
il vano. peso di vento si somigliò
il rèmige.
67.
cornucopia di stenti il mare d’arpa
quando le brume della notte pessime
sismano malori cresimano vendette
dal malinconico anfratto del pugno.
in loco non potrò che darmi morta
dal pagliaccio che tenta la fune
del gemello funambolo più bravo.
il vuoto della norma è star legati
dentro la buca della storia storta
apolide di sé sotto vermiglio
imbroglio di comunque resistenza.
sono la giacca nuda in calca di polvere
non mi chiamo per nome ma per difetto
infetto verso un cielo mancia di ruggine.
68.
memoria d’oltreoceano questo sacrario
voluto dalle cenere che vince
con la polvere il velame del silenzio.
appena ciuffo d’erba questo malessere
quale stendardo issato di fantasmi
in pieno cielo logica di dado.
i giochi poveretti delle rondini
hanno premure di contagio allegro
vive di cibo insieme le stoviglie.
per le conserve ci vorrà la luna
a preservare il varo del corpo d’angelo
dentro la teca di dormire docile.
69.
dentro la giara il cuore e la vendetta
d’una qualsiasi rada di perpetuo
avanzo. al male del palo in palio
resta la colica di sopportare il verdetto
l’io concavo delle serrande serrate.
perfino ride il cipresso la malasorte
temprata dalla rendita del fango
così pasciuta da sembrare brama.
appello sul comò il cucciolo dell’ombra
può la cortesia di prendersi in appalto
l’ernia del fiele e la cometa mozzata.
70.
senza disgelo preso da beghe
questo disfatto stato di responso
mattinale auspicio senza la luce
a chetare le cecità del nato.
tanto l’incanto della favolosa
cosa la sazia aureola del pane
quando qualcuno indovinava i numeri
nelle vendemmie le migliorie dell’estro
magistrale parente con il sogno.
a lungo si racchiuse lo scrigno d’oro
ma pomice di veleno l’improvviso
in gola al fortilizio schiantò la nuca.
71.
mostrami quale sarà il risultato
dell’altalena in tutta questa
rimembranza di pianto,
quale alone affosserà il sole
per un novellino imbarazzo
di coma. quale sospetto mortificherà
l’orizzonte che declina le bestemmie
del netturbino. quale tepore inarcherà
la pioggia acidula sullo sfinire della fuga,
quale lente di porpora avrà la pece
nel vallone della fossa comune.
oppure avverami un cristallo potente
stallo e trastullo del ben più che felice
aureolato torpore del sogno bello
sotto le bretelle dello zonzo d’ascia.
72.
a tutto scapito del pane cimiteriale
dài la cuccagna al caso di lasciarti
azzannare dalla curva di chissà
quale paese in serbo di gran gioia.
eppure la postina non ha ruota libera
se già l’intoppo di una borsa a buchi
conserva solo ceneri di sterpi
catapulte le facce di suicidi.
neri pirati e pingui frasi fatte
stanno a ricordarti che varchi chiodi
con le lenzuola in amidi di calchi.
73.
dove andrò a fingermi narciso
tra le certezze del pendolo che vince
e le giunoniche schiume dell’oceano?
tu dappresso non mi conservi amiche
la stralunata pressa di vulcano
né le taniche aride del seme.
balìa alla calura sarò l’avanzo
per le liriche nude delle chele
che imbrattano d’affanno e fanno
male le rondini combriccole e le corse
naturali per vivi di vegliarsi.
il mantice d’atleta non darà soccorso
né tanto meno un apice di birra.
74.
il percorso delle rondini è salutare
al lutto della faida del bosco
quando le scorie delle pésche
prescrivono amuleti per sconfiggere
le gerle sigillate di scherani.
le rapide vermiglie delle luci
seducono i cipressi che demordono
il dono dell’ombra per la branda
in mano alla mansione del creato.
in meno di una lucciola la fiducia
dello sguardo divinato verso il cielo
lustro di motti alla pietà del vero.
75.
l’aurora dell’inganno è finalmente tramontata
e la guerriglia del fiato nelle stoppie
volge al termine respirante diorama.
tutti gl’impegni delle fole sono stati assolti
dal soldato tutto di panna disertore.
tutta felice la corsa del latore
porterà la gerla con l’unguento
per la nuca in cattedra di dado
lato al vincente lato dato fato.
76.
dallo scoglio è stato curato l’antro
velenoso di scompiglio, tu adesso
ne entri ne esci con agio di pargolo
ma solo ieri il gorgo era di palude
e senza gomiti il buono di appoggiarsi
alle manciate del ludo di trovare
finalmente il varo della foce.
in un canestro di baratri e strofinacci
ho visto la fine altera della luce
la gimcana del lutto per combattimento
l’abbattimento delle filigrane delle spose.
77.
ho bevuto dalla tua voce
il rotolo del sale d’imparare
le leccornie acidule del nesso
per imparare il dubbio sulle comete
che sicumere crebbero i natali
delle madri la fiducia ripetente
mossa dal guado di non poter
di meno. sotto il fraudolento dado
del tratto queste caviglie da corsa
la cosa nel frattempo resa marcia.
canto dei seni il latte ne scorga
nonostante il semaforo fasullo
sotto la melassa delle nomee del fato.
78.
in mano ad una faccenda di palude
gestione rigida di fossi
questa matrigna stazza con il seno
nero.
spine d’angolo starsene
seggiole di fucilazione
per le cintole i sassi
intrisi d’epiche e coltelli.
alla lanterna del dolo le pendule
letargie del falso per resistere
a terra con la razione vuota.
79.
la dignità di una faccia
è stare in faccia al vento
starci di ferro con il salino
addosso. e piangerne lesta
la compagine di giro sotto
il fronte d’occaso. l’ira
mansueta del tramonto
intrecciata con la selva
delle paludi. il ludo nudo
delle fiaccole in coma
qualora il costo della lente
sia il fuoco consorte col tema
della stanza abbandonata. interno
di aprile premere la gemma per
scoppiarne il fiore.
80.
lasciami questo ciglio ch’io
possa piangerne l’egemonia
del fato ben più forte di ogni
lato. lasciami la sciarpa che sappia
imbalsamare il mare, il mare aperto
dove scomparve la materna barchetta
con le siepi vermiglie nei bordi. e invece
è nato un bastimento in tutto e per tutto
pieno di risentimento verso il crocicchio
delle ondine. tu non bestemmiare
questo dispetto che tallona le bonomie
e fa repente il mito di baciarci.
un furto in meno e le lacrime sarebbero
piane per non perdere l’agguato dell’abbraccio.
81.
prendila questa incerta danza
questa parvenza tutta
di meringa per la merenda d’infante
in un fondo amore che non sa tradirsi
tra il sì del darsi e l’inimicizia darsena
della luna conquistata. qui è stata
tradotta la cometa dal drappo nero,
qui è stata mangiucchiata la rima che
ci rese amanti e tanti giunchi traggono
pane per la bellezza dell’inchino chimerico
di chissà cosa chiedere! e nel dominio
della libertà ti vedo incline verso le sostanze
scolaresche di baci tutti da regalo.
82.

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2 Responses to Plettro di compieta (terza parte)

  1. soldato blu il 21 settembre 2008 alle 10:24

    Tocca l’apice, Marina Pizzi.
    Anche se, come dice lei stessa “non darà soccorso nemmeno un apice di birra”.
    “Confessioni” talmente profonde, da rifiutare qualunque albagìa di profondità.
    Secche, materiali, le parole, nel volgersi tra loro irretiscono in una vicenda personale il significato del mondo riportato a Terra.
    Nella sua scrittura, aperto, il varco della metafora è accennato come porta, ma la soglia non viene mai varcata.
    L’impressione è che il lessico di Marina sia essenzialmente visivo, vissuto.
    Che i colori delle parole siano ravvivati dalle memorie del senso, le frasi pennellate. E che ciò che ci dona siano i paesaggi del cuore.

  2. ang il 21 settembre 2008 alle 15:30

    grande marina, grande soldato blu!



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