Urbanità 6

di Gianni Biondillo

Parlare di case popolari pare sia davvero poco chic. I miei colleghi architetti preferiscono discutere dell’ultimo museo della archistar di turno, piuttosto che dei problemi abitativi della stragrande maggioranza degli italiani. I quali, grazie a una politica abitativa suicida che non costruisce più edilizia sociale da circa trent’anni, hanno dovuto obbligatoriamente optare per l’ acquisto della casa, data l’assurdità del costo degli affitti.

Il nostro Ministro della Cultura, poi, non ha mezzi termini: per lui le case popolari sono l’orrore, la vergogna dell’architettura del Novecento. Molto meglio le villette brianzole, ha detto al Congresso internazionale degli architetti di Torino. La cosa comica è che mentre Sandro Bondi pontificava le sue banalità, l’Unesco dichiarava “Patrimonio dell’Umanità” i vari complessi di case popolari pensati negli anni ’20-’30 a Berlino da gente come Taut, Wagner, Scharoun, etc.

Ora: non è che all’Unesco, in una fredda mattina parigina, qualcuno abbia preso sua sponte tale decisione. Ogni anno gli stati membri propongono le loro documentatissime candidature che vengono poi scremate dall’organizzazione delle Nazioni Unite, fino alla scelta definitiva. Ebbene, non ostante in Germania non manchino opere del passato che avrebbero potuto partecipare alla selezione, qualcuno a Berlino ha trovato logico, politicamente logico, proporre un sistema di opere moderne di assoluta qualità, sia formale che etica.

Questo per dire che l’architettura muore quando la politica non solo se ne disinteressa, ma addirittura la sbeffeggia, come un qualunque parvenue della cultura, e come spesso fanno non solo i nostri politici, ma anche i miei colleghi. Non mancano esempi straordinari di architettura sociale nel nostro Novecento; ma stanno morendo di indifferenza. Ai miei colleghi modaioli proibirei l’abbonamento all’ennesima rivista patinata e li porterei in pellegrinaggio a Berlino. Ricominciare da Taut credo sia una vera rivoluzione culturale, oggi come oggi.

[pubblicato su Costruire, n.305 ottobre 2008]
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10 Commenti

  1. … Che poi Berlino, bisogna dire, ha uno status simbolico molto particolare per via della sua storia.

    Per certi versi (solo per certi versi…) è la città del wellfare per gli strati più bassi, dove il Prekariat già da anni è diventato uno stile di vita permanente, e puoi ancora trovarti un alloggio a 200 euro a Wedding o a Neukoln. C’è un’idea e un orgoglio di collaborazione sottintesa nell’essere berlinese che si riflette nella politica delle case popolari ed è totalmente sconosciuta qui da noi.

    (Anche se va detto che da anni si sta sviluppando una mentalità virale volta allo sfruttamento dello stato sociale senza restituire un po’ di quello che s’è ricevuto… ad esempio becchi certi tipi che ti spiegano come vivono senza pagare una tassa, tra un “fuck da system” e l’altro.)

    Qui da noi le case popolari sono viste come brutture architettoniche, perchè la nostra la nostra destra tende a vedere gli strati sociali più bassi e indifesi come microbi da debellare a forza di antibiotici, e li ammassa, li accerchia nei ghetti, di cui la casa popolare è un simbolo.

    (Mi vien da dire… e pensare che oggi i focolari di nostalgici si annidano propro lì! è lo stesso misunderstanding storico con cui Il Duce si spacciò per defensor del popolo quando in realtà fu il defensor dei ricchi)

    Invece in città come Vienna o Berlino, secondo me, storicamente le case popolari servirono anche alla classe media o addirittura agli alloggi dell’apparato burocratico del partito. Chi è entrato in vecchio appartamento berlinese sarà sicuramente stato preso dall’invidia a vedere le ampie finestre, gli spazi larghi, insomma, il modo in cui una casa popolare sa tutelare lo spazio minimo vitale del cittadino.

  2. Se viene specificato – per non rinverdire passate polemiche – che le case popolari berlinesi non hanno niente a che vedere con piagge e scampìe, e che guardano con alcuna diffidenza alle varie, mostruose, riproposizioni dell'”unità di abitazione”, mi accodo, in felice connubio, al biasimo di ciò che ha rappresentato, non da adesso, il sogno degli individui che hanno rappresentato e ancora rappresentano l’avanguardia sociale, economica e purtroppo anche politica del nostro paese: il milanese in brianza:

    “Fra le ville della costa di San Juan, lungo lo stradone del Prado, (saettavano i rimandi rossi dei loro vetri avverso il taciturno crepuscolo), c’era anche piuttosto sciatta, e a un tempo stranamente allampanata, Villa Maria Giuseppina; di proprietà Bertoloni. Il crepuscolo, e il suo fronte malinconioso e lontano, appariva striato, ad ora ad ora, da lunghe rughe orizzontali, di cenere e di sanguigno. La villa aveva due torri, e due parafulmini, alle due estremità d’un corpo centrale basso e lungo; tanto da far pensare a due giraffe sorelle-siamesi, o incorporàtesi l’una nell’altra dopo un incontro a culo indietro seguito da unificazione dei deretani.”

    CARLO EMILIO GADDA, La cognizione del dolore.

  3. Non credo che parlare di case popolari sia poco chic. Poco chic è accodarsi al pensiero falsamente elitario ma politicamente dominante intriso di sfumature alla moda, cioè gregario, Eppoi non si può cavare sangue da una rapa: privi delle linee guida di un progetto politico forte, i nostri archietti alla moda continueranno a basare le loro scelte architettoniche su gesti e gusti socialmente arbitrari, del tutto soggettivi. Fatti passare per ispirazioni geniali.

  4. tutto ‘sta riedizione del mito del buon selvaggio, tutte ‘ste sparate sui grandi nomi dell’architettura, col corollario dell’insulto “chic” rivolto a chi non vi si riconosce, io Ie trovo invece demagogicamente trendy. l’impostazione di molti pezzi di gianni spesso sembra ispirarsi a un antielitismo che ha prodotto guasti terribili sia in ambito culturale che politico, e che di fondo è trasversale, appartiene a entrambi gli schieramenti. di antielitismo ha parlato diffusamente sofri junior su l’unità e wittgenstein, per cui rimando a lui chi fosse interessato ad approfondire il tema: http://www.wittgenstein.it/2008/10/07/di-trattori-e-supermercati-un-riassunto-per-lunita-delle-cose-sullelitismo/

  5. Lungi da me l’idea di fare l’avvocato di qualcuno che non sono io, però

    credo che aldilà delle opinioni in merito valga la pena visualizzare cose si intende per casa popolare secondo Taut nel distretto di Prenzlauberg

    http://it.wikipedia.org/wiki/Immagine:Bruno_Taut_Carl_Legien.JPEG

    E poi confrontarle con l’idea di casa popolare nostrana.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Quarto_Oggiaro

    Esistono ovvio tra questi due punti di riferimento tutta una serie di sfumature e gradazioni.

    Mi viene in mente ll groviglio di stradine che sta attorno a via degli Aurunci, a Roma, a pochi chilometri dalla stazione Termini. Se non sbaglio si tratta di case popolare, ma, wow!, pare di stare sul set di un film neorealista.

  6. Sergio,
    capisco poco quello che dici.
    Io non sparo a casaccio, e tu che hai letto il mio libro (e che a voce mi hai detto che hai apprezzato) sai che faccio nomi e cognomi, di chi mi piace e di chi no, e perché. E difendo, semmai, la qualità di una professione che conosco dall’interno. Non parlo per sentito dire, come fossi al bar, ma perché è un argomento di cui credo di avere alcune competenze.
    Il mito del buon selvaggio, poi, lo vedi solo tu, non se ne parla in nessuna riga di questi miei appunti. Io parlo, semmai, di politica culturale, di grandi architetti tedeschi, del nostro ministro della cultura che molto più di me fa l’antielitista (vai a leggerti quello che ha detto al congresso mondiale degli architetti a Torino), e di un tema cocente come quello dell’edilizia sociale oggi, in Italia. Tema che interessa anche le classi medio borghesi non solo quelle ultrapopolari.
    Detto ciò, non potrò risponderti, perdonami, ma sono in partenza, torno domenica. Sofri magari lo leggo quando torno. Sono un elitista, so aspettare.

  7. Ribadisco il caz… di effeffe.

    Da quando l'”auctoritas” si trasmette di padre in figlio?
    Dopo che con quel nome è arrivato a Ferrara, con Wittgenstein dove vuole arrivare, a far parte degli Apostoli?

    S con “approfondire” si intende leggere, oggi, un articolo di giornale, siamo davvero messi male.

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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