Sono morto e non so il perché

di Antonio Sparzani

senza volto
senza volto

Sono morto nell’anno terzo della settantaduesima Olimpiade, in un passo di montagna vicino all’Ellesponto, chiamato Termopili, che dalla Tessaglia porta a sud, verso Atene e Corinto; sono stato mandato qui con gli altri miei compagni opliti da Sparta, per difendere la Grecia tutta dalla furia dei Persiani di Serse, abbiamo resistito per giorni agli assalti dei Persiani, ma erano troppo più numerosi di noi, e alla fine siamo morti tutti.

Sono morto pochi mesi dopo, annegato con tutti i marinai della mia nave nelle strette acque di Salamina, dove i Greci del troppo astuto Temistocle ci hanno circondati e sconfitti – mentre pensavamo di avere già noi sconfitto Atene – grazie alla grande agilità delle loro navi, abituate a muoversi in quelle infide acque; ero arrivato col mio re Serse, il Re dei Re, dalla lontana Battriana, figlio di genitori Sciti, per trovare la morte nelle acque straniere di un lontano paese dell’ovest.

Sono morto sbranato dai leoni, in una grande arena di Roma, poco più di trent’anni dopo la morte del nostro maestro Gesù di Nazareth — che aveva gridato parole di bontà e di salvezza anche per noi diseredati — per volere dell’imperatore Nerone: questi già aveva fatto uccidere il nostro fratello Pietro, che voleva bene a tutta la nostra comunità e per noi testimoniava la parola del maestro.

Sono morta nell’arena di Verona, nel 1279, dove ci avevano riuniti, noi càtari della roccaforte di Sirmione, e dove ci hanno massacrati in massa, come già avevano fatto in Francia con i nostri fratelli e sorelle di Béziers e di Marmande

Sono morto nella notte di San Bartolomeo, del 13 agosto del 1572, a Parigi, dove ero andato, io, protestante calvinista, per assistere al matrimonio del nostro Enrico di Navarra, ucciso dalla furia dei cattolici parigini istigati dalla perfida Caterina de’ Medici.

Sono morta sulle rive del fiume Sand Creek, il torrente di sabbia, il 29 novembre del 1864, mentre ce ne stavamo nel nostro villaggio con le sorelle e i fratelli della nostra gente Arapaho, e il nostro capo Niwot, Mano Sinistra, tranquilli per i segnali di pace che ci erano arrivati dall’uomo bianco colonnello John Chivington, che si era mostrato amichevole con noi, ma che improvvisamente mostrò il suo viso pallido di inimicizia e di odio e ci ammazzò tutti, con i nostri alleati Cheyenne, donne e bambini compresi.

Sono morto nel 1893 perché cercavo pietre alle falde del Krakatoa, la nostra grande montagna, che improvvisamente è esplosa in una girandola di fuochi che illuminarono il cielo per tante notti e che poi invece oscurarono il cielo di tutta la Terra per un anno intero tante erano le ceneri prodotte nell’eruzione.

Sono morta a Messina, sorpresa nel sonno, prima dell’alba del 28 dicembre del 1908, quando uno spaventoso terremoto distrusse la mia città, i miei cari perduti, lo stretto in fiamme, una catastrofe inimmaginabile.

Sono morto massacrato dall’odio dei Giovani Turchi nell’interno dell’Anatolia nell’estate del 1915, perché ero armeno e andavo a raggiungere la mia terra con migliaia di miei fratelli e sorelle.

Sono morta nell’estate del 1938 a Valladolid, in una prigione dell’esercito dei quattro generali invasori ribelli, col loro capo Francisco Franco; i carcerieri torturavano me e i miei compagni per sapere cose che non sapevamo, e alla fine per fortuna ci uccisero.

Sono morto in un campo di transito di Vladivostok, nel freddo inverno del 1938, perché non avevo niente per coprirmi e poco da mangiare e i miei carcerieri mi tenevano al freddo e mi interrogavano; perché non gli piaceva quello che avevo scritto, e i miei racconti, le mie poesie, non piacevano al nostro capo supremo, Josip Vissarionovich, detto da tutti Stalin.

Sono morta nella primavera del 1944 in una fabbrica di riso vicino a Trieste, una risiera, che hanno poi trasformata in un campo di detenzione e sterminio per noi ebrei, San Sabba si chiamava, delle brande piccolissime, tutto buio, un forno con una bocca grande e nera, ci hanno fermato lì, invece di portarci lontano, a Bergen-Belsen o a Treblinka, e tanti al giorno, ci hanno gasati e bruciati tutti.

Sono morto il 24 marzo 1944, era tempo di guerra a Roma, ma io e i miei genitori riuscivamo a tirare avanti in qualche modo, quando gli occupanti tedeschi mi vennero a prendere, mi avevano tirato a sorte, mi dissero, e mi fucilarono in un posto chiamato, non so perché, Fosse Ardeatine.

Sono morta poco dopo il crepuscolo del 23 novembre 1980, stavo a Piano di Sorrento a fare i compiti nella mia stanza, a un certo punto tutto quanto si è messo a tremare, le case sembravano di cartone, le grida raggiungevano il cielo, e non c’è stata più salvezza per nessuno della mia famiglia.

Sono morto l’11 settembre del 2001, ero salito sull’aereo United Airlines 175 per andare a trovare mia nonna in California che teneva tanto a rivedermi ancora una volta; a un certo punto ho sentito delle urla e poi ho visto il nostro aereo avvicinarsi incredibilmente a uno dei grandi grattacieli di New York e poi tutto è stato terrore e fiamme.

Sono morta il 26 dicembre del 2004, nell’isola di Aceh, nel nord di Sumatra, perché una muraglia di terribile oceano si è abbattuta su tutti noi che, allegri per la buona pesca fatta, stavamo mangiando insieme attorno alla tavola della nostra capanna.

Sono morto nell’ottobre del 2007, ero nel mio villaggio vicino a Baghdad, contento perché stavo assistendo insieme con tutti i miei famigliari ed amici al matrimonio di mia sorella; un grande banchetto di nozze, come usa da noi; improvvisamente sono apparsi degli aerei che hanno lanciato tante bombe su tutti noi. Non lo so il perché, ma siamo morti tutti.

Sono morto il sei aprile del 2009, il giorno del mio compleanno, perché dormivo alla Casa dello Studente dell’Aquila, e il terremoto ancora una volta ci ha portati via, a me e ai miei amici, e sì che l’avevamo detto da tempo che quella costruzione non andava, non so come mai nessuno abbia fatto niente. Hanno solo ripescato, a furia di scavare, il mio corpo che ormai non serviva più, non era più mio…..

Sono morto tante e tante altre volte, rare volte nel mio letto, ma sempre senza pace, in stragi così grandi che non ricordo nemmeno più né dove né quando né con chi, ma ricordo che fu sempre per mano della natura nemica o dell’uomo nemico, e non ho mai capito perché, perché.

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21 Commenti

  1. Bellissimo. Nella morte subito si incontrano sagome di violenta frattura di vita interrotta.
    La vera morte è il silenzio, quello che avvolge il paesaggio, la mente dentro il grido degli scomparsi, il silenzio sotto la pietra, il silenzio dopo
    la catastrofe, una volta che la camera è venuta cacciare altre castrofe.
    Quando i superstiti cercano da dimenticare in fondo della solitudine.

    Grazie Sparz per questo brano che mi ha toccata.

  2. Provo a colmare un’omissione:
    Sono morto nel 1572 sulla piazza di Cuzco, decapitato dai conquistatori che con la spada e la croce hanno rapinato le nostre terre e ucciso la nostra gente.
    “Non c’è nient’altro che silenzio quando la sciabola del boia fende il collo del nipote di Huaina Capac.
    Con Tupac Amaru finiscono quattro secoli di dinastia degli Incas e quasi quarant’anni di resistenza sulle montagne di Wilcabamba” (E. Galeano).

  3. Sono morto a Waco, Texas, l’8 maggio del 1916.
    Avevo violentato una donna bianca, perciò mi hanno picchiato con vanghe e mattoni, mi hanno tagliato i testicoli e le orecchie, poi mi hanno appeso con una catena sopra un fuoco acceso. Siccome tentavo di tirarmi su, mi hanno tagliato anche le dita. A guidare la folla c’erano il sindaco e il capo della polizia.
    Mi chiamavo Jesse Washington, ero nero, avevo 17 anni. Ero un ritardato mentale.
    Dopo morto mi hanno fotografato. Qualcuno mi ha spedito come cartolina e ha scritto: “Questo è il barbecue di ieri sera. Io sono a sinistra, segnato da una crocetta. Tuo figlio Joe”.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Jesse_Washington

  4. sono morta su uno strato di corpi ammassati, uno sull’altro, alla ricerca di caldo la notte, di fresco ed acqua che non fosse di sale.
    il mio corpo affonda nel mare, ora, racchiudendo la vita che il ventre portava, protetto e cullato dalle onde che riempiono ora la custodia dell’aria, abbandonata sul legno che portava il mio sogno altrove. e col mio corpo, gonfio di morte e di finito, ancora proteggo l’ultimo soffio che donna regala alla vita.

  5. antonello is a fantastic writer. I have been following his writings for years…deep, profound, calculated language, clear, comprehensible and emotional without hurting objectivity. This is another example of his talent. thanks

  6. Sono morta, perché uomini mi hanno stuprata e la legge religiosa fanatica del mio paese mi ha condannata a morte. Ma ero già morte con le pietre dentro la bocca e la vagina.
    Avevo solo tredici anni.

    Sono morta bruciata viva a Ouradour in una chiesa. Ho gridato, ho bussato contro la porte, ma nessuno mi ha aperto, ho gridato verso dio, per niente sotto il cielo nero.

    Sono morta, perché viaggevo sulla neve degli immigranti. Mi sono annegata con il bebè nelle braccia, e il sale dentro gli occhi, sono morta cosi, senza identità, lontana del deserto.

    Sono morta perché ero una ragazza che amava un camorriste. Mi hanno trovata e torturata, delle mia bellezza non è rimasta niente, cenere. Non ho detto niente.
    Sono rimasta con il mio amore torturato in mio corpo. Il grido è sepellito dentro il cemento.

  7. Mi pare di aver notato una cosa molto interessante in queste testimonianze supplementari di persone morte, che non hanno nome né volto. Sono i morti della storia (di fanatismo, oppressione, razzismo, sfruttamento) dei vincitori, e, malgrado la loro distanza temporale, assomigliano nella loro non-identità ai clandestini di oggi. Rivivono, cioè, nell’attualità. In un certo senso sono i clandestini della storia.

  8. Sono morto a Calatafimi, trafitto alla schiena da nu’ garibardino. Ma pecchè il nostro generale ha ordinato la ritirata? stavamo vincendo noi.

  9. Segnalo il magnifico libro di Roberto Saviano uscito in Francia ” Le contraire de la mort” ou scènes de la vie napolitaine chez Robert Laffont. l’ho acquisito oggi e mi fa un piacere di lettura.

  10. Son morto nell’istante durante il quale qualcuno tento’ di sapere chi io fossi.
    Uccise il mio anonimato in rete. Approfitto’ dell’antica necessita’ di ‘sapermi fisicamente’, per farmi sparire.
    Odo ora il rumore della vita da morto, rinchiuso in un cavo, rimbalzo furioso per routers: per favore spegnete le macchine. Datemi pace!

    montecristo

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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