Articolo precedente
Articolo successivo

La decisione di Brandes

marquez

di Gianni Biondillo

Eduard Màrquez, La decisione di Brandes, Keller editore, 2008, 126 pagine, tradotto da Paolo Vertič

Qual è il punto, il momento, la scena, dove l’esistenza, la singola esistenza di ognuno di noi, cambia traiettoria, definitivamente, dando un senso etico, un significato ad un’intera vita? Cosa ci torna alla mente nel momento di massima sconfitta, ad un passo dalla fine, che può diventare come un riassunto, un’icona del nostro essere stati nel mondo?

Questa è la premessa filosofica di questo breve romanzo, La decisione di Brandes, di Eduard Màrquez, scrittore catalano per la prima volta tradotto in italiano.

Non c’è mattina che Hofer, scaltro mercante d’arte senza scrupoli, non passi dall’atelier del pittore Brandes, nel cuore di una Parigi occupata dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. Passa per porlo di fronte ad un ricatto; Brandes deve scegliere a cosa rinunciare: o una serie di opere d’arte che tutte assieme significano la sua vita stessa, o al più prezioso dei suoi oggetti collezionati, un dipinto di Lucas Cranach il Vecchio. Dato il suo ruolo di oppressore Hoper potrebbe infischiarsene di lasciargli tale scelta, potrebbe requisire tutto, senza chiedere nulla, ma se lo fa, sadicamente, è per porre Brandes nella più tragica delle impasse. Scegliere significherà abbandonare qualcosa, quindi maledirsi.

Veniamo a conoscenza di questa tragedia interiore perché raccontata dal protagonista stesso, ormai ad un passo dalla fine della sua esistenza, molti anni dopo tale punctum esistenziale.

Tutto il libro è un lungo monologo interiore, quasi una messa in scena teatrale, dove Brandes ci racconta della sua infanzia, di un padre innamorato dei colori dell’arte, e di sua moglie, il figlio, Praga, Berlino, l’Europa tutta, salvata dalla sua cultura e annichilita dal buco nero della coscienza collettiva che è Auschwitz. Brandes è un uomo alla fine dei suoi giorni, devastato dal tumore, che lascia libera la mente di ripercorrere il suo privato Novecento, che è quello di tutti noi. Per cercare il luogo della sua salvazione etica. Il giorno in cui scelse, per sempre.

[pubblicato su Cooperazione, n. 14, del 31 marzo 2009]

5 Commenti

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

La verità e la biro

Gianni Biondillo intervista Tiziano Scarpa
"La verità e la biro" non sembra un romanzo. È un memoir, un diario, un saggio, un viaggio, una raccolta di aneddoti. O forse, proprio per questo, è un romanzo?

Dove non mi hai portata

Gianni Biondillo intervista Maria Grazia Calandrone
"Dove non mi hai portata (mia madre, un caso di cronaca)" non è un romanzo, non è un memoir, non è una autofiction. Come potremmo definirlo?

Ciao Giancarlo, poeta urbano

un ricordo di Gianni Biondillo
Vivo con dolore la notizia che mi è appena giunta che è venuto a mancare Giancarlo Consonni, e al contempo con delizia il ricordo, che so indelebile, che ho e avrò sempre di lui.

Profezia è Predire il Presente

di Francesco Memo
Come accostarsi a Pasolini a cinquant'anni tondi dal suo assassinio? Una risposta originale la fornisce Massimo Zamboni in P.P.P, uno spettacolo di musica e parole che lo scrittore e chitarrista emiliano sta portando su e giù per l’Italia.

Il Novecento secondo Nicola Vacca

di Romano A. Fiocchi
Per quanto possa sembrare un saggio, è in realtà un libro nostalgico, un gesto d’amore. Nicola Vacca ci racconta il suo Novecento e non esita a chiamarlo adottando l’espressione coniata da Hobsbawm: ‘il secolo breve’.

E qualcosa rimane

di Gianluca Veltri
Cinquant'anni fa, in uscita da una nicchia indecifrabile, con un inatteso successo radiofonico risalente a qualche anno prima e una reputazione che si andava consolidando – a detta di molti – come sempre più “ermetica”, Francesco De Gregori licenzia all’alba del 1975 il disco della vita.
gianni biondillo
gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: