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Oleandri rossi

di Antonio Sparzani
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È che nel giardino della casa dove abitavo da ragazzetto a Desenzano del Garda – la casa del nonno materno, morto pochi mesi prima che io arrivassi in questo mondo – c’erano belle piante, l’ulivo, una volta mio padre provò anche a mettere le olive in salamoia, un vero disastro, il mandorlo piuttosto maestoso, il glicine, con quei fiori dolci che noi succhiavamo pensando chissà che bontà, ma soprattutto c’erano gli oleandri , quello bianco, quello rosa chiaro e quello rosso vivo, che stava sotto l’ulivo e che io prediligevo.

Per me il giardino era anzitutto un campo di giochi e anche il luogo dove d’estate si poteva stare tranquilli a leggere a giocare col meccano, mia infinita passione di tutta l’infanzia e adolescenza. C’erano pochi rumori, le donne che passavano nel vicolo su cui dava il cancello del giardino, che portavano la biancheria al “lavatoio”, a insaponare, sciacquare e strizzare forte, mica c’erano le lavatrici, almeno non a Desenzano.

Gli oleandri erano i miei preferiti, allora non sapevo che fossero velenosi, cosa che ho imparato di recente, e i loro fiori mi sembravano i più belli del mondo.
oleandro_rosso
E poi mio padre parlava delle talee, diceva che gli oleandri si riproducono per talea. Non c’è niente di meglio per imparare una parola nuova che vederla in mano a qualcuno; mio padre tagliava accuratamente un rametto di oleandro e non mi diceva “questo è un rametto”, ma “questa è una talea”. Bel problemino di semantica per gli apostoli della designazione rigida: quell’oggetto lì, che aveva in mano mio padre, era un rametto o una talea? Il nome dipende, in questo come in tanti altri casi, dalla funzione: se lo stacchi dalla pianta per metterlo in un vaso e avere un po’ di verde in casa, lo chiami rametto, ma se hai in mente di utilizzarlo per riprodurre la pianta, allora lo chiami talea, miracoli della lingua.

Gli oleandri mi sono venuti dietro nella vita, e anche le loro talee: è così facile riprodurli che ci riesco persino io, basta tagliare appunto un opportuno rametto, o meglio una talea, e poi lasciarlo in un bicchiere d’acqua al buio per qualche settimana e lui mette un sacco di piccole radici bianche, dopodiché è fatta, lo metti in terra e lui parte. Poco dopo essere venuto ad abitare qui a Piacenza, sono andato in giro in bicicletta nei quartieri residenziali con le villette con giardino e ho tagliato qua e là qualche rametto da quelli dei miei colori preferiti. Sì, perché i fiori degli oleandri possono portare le sfumature più delicate, dal bianco abbagliante al rosso più acceso, passando per tutti i tipi di gialli, di rosa e di arancio, variabili di anno in anno e di stagione in stagione. E poi, quando cominciano a fiorire, non finiscono più, ho visto oleandri grandi come alberi completamente ricoperti di fiori, uno ad esempio nel cortile del dipartimento di chimica dell’Università di Milano, un posto squallido e pieno di magazzini di bombole e chissà quali altri spaventi chimici, ma illuminato in questo periodo da un oleandro meraviglioso di un colore appena sfumato in rosa da rimanere incantati.

Ma l’altra strada per la quale mi sono venuti incontro gli oleandri nella vita è quella dei libri che mi ha lasciato mia madre; tra questi alcuni volumetti dell’editore G. Carabba, di Lanciano (poi Carabba, quindi R. Carabba, oggi qui), che negli anni venti e trenta del secolo scorso sfornava deliziosi volumi rilegati rigidi, in cartone leggermente stampato, col dorso decorato e scritto in oro, e una veste interna davvero bella (guardate l’immagine sopra per capire); nella collana “Scrittori italiani e stranieri” uscirono molto volumi di scrittori indiani come anche di opere religiose indiane, tra queste molte opere dello scrittore indiano Rabindranath Tagore (europeizzazione di Thakur), il primo asiatico vincitore del Nobel per la letteratura (1913), opere di poesie, di mistica e di teatro. Tra queste ultime ecco apparire, sul dorso amaranto con scritte in oro, Oleandri rossi, dramma in un atto. Rarefatta storia di oppressi e oppressori (Raktakaravi nell’originale, tradotto in inglese come Red Oleanders), nella quale la figura femminile di Nandinî – la Rallegratrice – riveste il ruolo centrale e più intenso, quello di chi vuole ridare dignità e vita ai minatori oppressi da un re assetato dell’oro delle sue miniere. Si fa portare dal fanciullo Kishôr, che solo conosce l’albero a cui attingere, una ghirlanda di oleandri rossi che prepara per il suo amato; inutile dire che il rosso dell’oleandro è simbolo d’amore ma anche di sangue, per l’appunto si tratta di un dramma, dove quindi entrambi gli elementi hanno un forte ruolo. Tutto il testo è percorso sì da una sottile tristezza, ma insieme a questa da una grande e piena gioia di vivere. Ecco ad esempio come Nandinî descrive (tenete conto che utilizzo la traduzione del 1925 di Clary Zannoni Chauvet) il suo amore per Ranjan, l’amato che ella crede fermamente alla fine giungerà:

«… egli tiene un remo per mano e mi trasporta fra le acque tempestose; afferra per la criniera i cavalli selvaggi e galoppa con me per i boschi; scaglia un dardo tra le ciglia del tigre pronto all’assalto e con alte risa disperde il mio timore. Come gettandosi nel nostro fiume Nagai ne disturba la corrente diguazzando gaiamente, così disturba me con la tumultuosa sua vita. Disperatamente azzarda nel gioco tutto ciò che ha, e così mi ha vinta.»

Tagore scrisse in Bengali ma tradusse egli stesso in inglese (in Inghilterra aveva studiato) molte delle proprie opere e così esse divennero note in Occidente, tanto da valergli il Nobel. Fu anche nominato Sir dalla corona britannica nel 1915, titolo che categoricamente respinse nel 1919 in seguito al terrificante massacro perpetrato il 13 aprile 1919 dalle truppe inglesi contro la popolazione civile della cittadina di Amritsar.

Una volta che abbiate cominciato a leggere Tagore, sarà difficile non cercare di allargarvi.

Adesso il mio balcone contiene vari oleandri, ma il migliore e più sviluppato è quello rosso, che da poco ha cominciato a fiorire, profumato e in grande abbondanza.

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10 Commenti

  1. Pensa che mia zia Aida per un breve periodo (quando Tagore soggiornò a Milano) lo ebbe come compagno di palco alla Scala. Che tempi, quelli della prima generazione della scoperta della cultura indiana… Madame Blavatsky… Che capogiri e che follie. E che profumo l’oleandro.

  2. a Napoli rallentare il corso delle cose, si dice ‘ntallià. Trattenersi più a lungo del dovuto, perdere tempo, cazzeggiare. Che ricorda almeno nel senso più profondo la francese flânerie. Ovvero camminare senza uno scopo preciso, perdersi per la città, lasciare le strade maestre per inesplorate viuzze e quartieri. Nell’una, ‘ntallià, sono le parole a passeggio, nell’altra, come viene mirabilmente descritto da Walter benjamin e assunto come metodo conoscitivo, sono i pensieri, i passi, le visioni, a portarti nulle part.
    In questi tuoi testi sento forti queste due dimensioni, una sedentaria, dello stare fermi a osservare, e l’altra, nomade, dinamica per spazi e tempi. Sono chroniche in cui ogni esperienza trova il suo senso, e accompagna il lettore partecipandolo, a scoperte imprevedibili, essenziali. Sarebbe anche ora che questa tua cartografia fosse raccolta in un bel libro, delicato come quelli da te ereditati e leggero come aria, profumo. In fondo ‘ntallià pare che derivi dal latino “aliare”, cioè muovere le ali.
    effeffe

  3. Bellissimo testo con un ricordo fresco, una incontra di prima bellezza.
    La pianta fiore raggione del giardino. Pensavo che gli oleandri erano rose e dice il canto poetico il colore infuocato dei petali.
    Per me era il ciliego, l’albero paradiso del mio giardino.
    L’albero tende con ali in una primavera già perduta. Mia madre infilava nel mio fermaglio un fiore bianco del ciliego.
    Il ciliego era il battello viaggiatore delle giornate d’estate, con tempo molto lungo di lettura, ( ho ritrovato nel testo di Sparz questo tempo lungo di prima infanzia)’ ntallià come dice effeffe

    Grazie per questo tempo poetico, prima di tornare al lavoro.

  4. Quando cambiammo casa (io avevo sei o sette anni, quindi era la fine degli anni Settanta o i primi anni Ottanta) trovammo in soffitta scatoloni di roba lasciata dal precedente proprietario, tra i quali molti pieni di libri.
    C’era un sacco di paccottiglia, edizioni economiche di autori oscurissimi, romanzetti popolari da quattro soldi, ma c’erano anche tre o quattro volumi di Tagore, proprio nell’edizione Carabba, con quei bellissimi frontespizi liberty. Uno, mi ricordo, era “Gitanjali – Il giardiniere”, un altro, credo, una raccolta di poesie d’amore.
    Sono tra i miei primi ricordi di letture “adulte”. Chissà che fine hanno fatto.

  5. anch’io ho ricevuto da zia e madre un libro delle stesse edizioni “oleandri rossi”
    bello questo fiorire su nazione indiana
    n’talliarsi a pensare che in piccole zone d’italia qui al sud come al nord fioriscono colori e sentimenti comuni è anche un pò farsi memoria e ricordo come quei viaggi lungo le autostrade piene di olenadri rossi che resistono e si ergono maestosi.
    e poi finire in una stradina perduta e ritrovare lo stesso colore
    c.

  6. Splendide immagini, Antonio.

    “Bel problemino di semantica per gli apostoli della designazione rigida”

    Kripke credo abbia avuto una pessima infanzia. Anche io, come te, sono stato tirato su a giardinaggio e meccano (e ogni tanto Lego).

    P.s. Sono quel tizio che ha sostenuto l’esame una settimana fa, deliravo sull’aneddotica intorno ad Emmy Noether.

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antonio sparzani
Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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