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Sembra ci sia qualcuno . . .

[molto volentieri pubblico la traduzione, l’originale è in figura, di una poesia cinese classica particolarmente bella, gentilmente affidatami da una cara amica che molto ne sa. Sua è anche, naturalmente, l’introduzione al testo. a.s.]
testo-cinese

“Lo Spirito del Monte” (Shan gui) fa parte dei “Nove Canti” (Jiu ge), una raccolta di poesie cerimoniali sciamaniche cinesi, che secondo la tradizione furono raccolte e rielaborate dal poeta Qu Yuan.
Le poesie sono databili al IV secolo a.C. e appartengono a luoghi e civiltà precedenti all’avvento degli Han, che segnò l’inizio della cultura cinese nei suoi aspetti a noi più familiari (unico potere centrale, confucianesimo, sofisticata struttura burocratica…).

Sembra ci sia qualcuno – hsi…nella piega del monte,
tralci d’edera l’avvolgono – hsi…il convolvolo gli cinge i fianchi.
Ecco, egli mi contempla – hsi…e sorride con approvazione.
“Signore, tu mi osservi con desiderio – hsi…la mia grazia ti ha ammaliato”.
Alla guida di rossi leopardi – hsi…linci screziate al mio seguito,
monto un carro di magnolia – hsi…e di cassia ho intrecciato una bandiera.
Orchidee mi rivestono – hsi…la mia cintura è di zenzero in fiore.
Colgo fiori soavi – hsi… per donarli a colui che domina i miei pensieri.
Ora dimoro in un silenzioso bosco di bambù – hsi…così fitto che non vedo il cielo;
la strada è impervia e pericolosa – hsi…e sono giunta ormai tardi, in solitudine.
Mi ergo sola – hsi…sulla cima della collina,
le nubi avvolgono ogni cosa – hsi…, attorno e sotto di me.
Buio a perdita d’occhio – hsi…anche la luce del giorno s’oscura,
S’alza il vento d’oriente – hsi…cade la pioggia, inviata dagli spiriti.
Io attendo il dio e indugio – hsi… dimenticando la strada del ritorno.
Ormai l’anno è avanzato – hsi…chi mai mi ridarà i fiori della giovinezza?
Sui monti – hsi….raccolgo l’erba che tre volte fiorisce,
Fra rupi e rocce – hsi…dove striscia e s’insinua l’edera.
La nostalgia di lui– hsi…mi fa dimenticare del ritorno.
Il mio signore mi pensa – hsi…ma non può soffermarsi.
L’uomo della montagna – hsi…fragrante d’erbe profumate,
beve acqua che sgorga dalle rocce – hsi…si ripara dal sole all’ombra di cipressi.
Il mio signore mi pensa – hsi…eppure esita, indugia.
Rombano tuoni – hsi…la pioggia oscura l’aria,
le scimmie stridono e gemono – hsi…per quanto è lunga la notte.
S’alza, soffia il vento – hsi…gli alberi stormiscono lugubri.
Io penso al mio signore – hsi…la dedizione a lui mi ha portato solitudine e dolore.

Gli sciamani di queste poesie sono individui estaticamente innamorati, perdutamente rapiti (in cinese l’individuo eletto e dannato, l’innamorato della dea, l’amante del dio si chiama wu); vivono la delusione infinita di una storia d’amore conclusa e la tragedia dell’abbandono. Si immergono nei profumi dei fiori e delle erbe, intrecciano steli, si bagnano con acqua d’orchidea; il mondo è trasfigurato dalla presenza della principessa in arrivo sul fiume o del dio che scende in lunghe spire dalle nubi. Ansimano di attesa, di piacere trattenuto, infine di pianto amaro.
Gli dèi li investono con il loro amore numinoso, feroce, vendicativo; pretendono la schiavitù del cuore ma si riservano il capriccio di abbandonare. I testi non descrivono mai il momento del possesso.

Nell’originale cinese le poesie hanno un ritmo arcano e sono squisitamente concise; i versi sono ritmati da un ansito (aah? hsi?), dall’affanno dell’uomo e della donna che faticano a respirare normalmente.
La traduzione è ardua e in molti casi sono possibili svariate interpretazioni; l’assenza di soggetto, in una lingua isolante come il cinese, rende ancora più ambiguo il significato; mentre è evidente la compresenza di individui di sesso diverso sulla scena dell’azione, non sempre è chiaro chi dica o faccia cosa.
La presenza di fiori e piante è onnipervasiva; a scapito di una perfetta rispondenza botanica, ho privilegiato l’identificazione con vegetali che facciano parte dell’immaginario di un lettore moderno, che scatenino evocazioni. Così ho preferito lo zenzero al baccaro comune, l’edera al fico rampicante (che fa un po’ troppo catalogo Ingegnoli) e il convolvolo alla cuscuta, che malauguratamente si chiama proprio così, cuscuta, in italiano. E che comunque fa parte delle Convolvulacee.

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5 Commenti

  1. un florilège , grazie ad Antonio per questa “scoperta” e un grazie anche alla sua amica. Versi così arcaici da sembrare contemporanei.
    effeffe

  2. Nei versi orientali di ogni epoca spira il vento dell’immortalità della scrittura.
    Le esperienze degli uomini narrate da versi come questi credo comunicheranno a infinite generazioni in quanto autentiche espressioni.

    Il contatto letterario con gli orientali, anche di oggi, mi sconvolge in quanto offrono una sintesi tra letteratura ed esperienza per noi occidentali disarmante. Forse perché siamo abituati a mediare, scialacquando, qualunque concetto.

    Grazie della proposta letteraria, dell’intro.
    Spero che un giorno ci presenterai l’amica.
    Pago io da bere.

    Ferdinando

  3. @Ferdinando, mentre dubito assai sul bere, sono ben d’accordo su quella osservazione sul vizio occidentale di scialacquare i concetti; ma tutta la nostra società, condita di paure e convenienze, ci invita alla reticenza e alla mancanza di chiarezza.

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