Articolo precedentePiazza Fuga
Articolo successivoIl convito [Eracle #4]

le rire 1°: La vita del filosofo Kant

©,\\’ Orsola Puecher

Joseph Haydn [ 1732 – 1809 ]
dalla Sinfonia n. 101 in re maggiore
Hob. I: 101 “L’orologio”

 
   di Cesare Zavattini
 
   Quando a mezzogiorno preciso Kant usciva a prendere una boccata d’aria, i cittadini di Koenisberg regolavano gli orologi: Invece del colpo di cannone a Koenisberg c’era il critico della ragion pura. I forestieri, visitando Koenisberg non mancavano mai di assistere alla tradizionale uscita di Kant. Appena Kant socchiudeva l’uscio, i presenti applaudivano calorosamente: Kant, astratto e solitario, con un libro sotto il braccio, lento lento si avviava verso la circonvallazione.
   Nessuno sospettò che Kant tenesse alla fama di un uomo che spacca il secondo: eppure Egli si preparava lungo le scale ogni dì alle undici e cinquanta, aspettava il segnale del servo che nella sala da pranzo, intanto, sbarrava gli occhi sulla pendola.”Via” gridava Martino. Emanuele Kant faceva in un salto i quattro gradini, poi apriva la porta e s’incamminava con l’aria più metafisica di questo mondo. Dovete sapere che il professor Karl Klaus invidiava il celebre filosofo. Una domenica Klaus invitò i cittadini per il mezzogiorno nella piazza di Koenisberg: ivi avrebbe pronunciato un discorso contro l’imperativo categorico di Kant. Kant allora ne pensò una bella: infatti, suona il mezzogiorno alla pendola e lui fermo in casa, nascosto dietro le persiane. Già in istrada c’era tanta folla ad attendere che poi sarebbe andata ad ascoltare Klaus.
   Ma passa un’ora e Kant non esce. Quando Martino entra ad avvisare Kant che il professor Klaus è andato a letto con un travaso di bile, Kant prende cappello e bastone, e va fuori. Sono le due. La folla applaude e regola gli orologi. Qualche fischio è sommerso dalle disapprovazioni generali… Da quella domenica a Koenisberg sono indietro di due ore rispetto al meridiano di Greenwich.

 

1930

 
Cesare Zavattini
[ Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989 ]
DITE LA VOSTRA
Da “Il Secolo Illustrato
Pag. 618
Scritti giovanili
A cura di Guido Conti
2002, Ugo Guanda Editore

 
[ Cesare Zavattini – Za – con cui inizio – d’elezione e per acclamazione – una piccola serie – le rire – di scritti divertenti – ma non per questo leggeri – anzi – nella sua trasmissione radio Voi ed io. Punto e a capo. – in quegli anni ’70 non poi ‘sì mitici – avvertì che – il giorno dopo – il 25 ottobre 1976 – avrebbe detto – per la prima volta attraverso l’etere delle patrie onde hertziane – quella parola con due zeta – vulgata di parte anatomica maschile – che oggi inflaziona e intercala ogni discorso minimo e affligge qualsiasi paginetta di parlato giovanilistico e finto trasgressivo – si veniva da tempi in cui in RAI avevano censurato con spesse calze nere le gambe lunghissime – 2X4 – delle gemelle Kessler – ed era vietata persino l’espressione membro del parlamento – e la disse – poi – davvero – quella parola con due zeta – in un sussurro soave della dolcezza emiliana del suo vocione simpatico – la disse così – per dirla – e perché – dicendola – sapeva che non sarebbe accaduto nulla di trascendentale – il fatto che le parole e soprattutto quelle degli scrittori cambino la realtà è pura illusione romantica – Za era un anticonformista – riuscendo – contemporaneamente – a prendere in giro gli anticonformisti – qui – in Kant – che esce dalla porta di casa puntuale come un cucù dal suo chalet tirolese – meccanico come il girotondo dei Re Magi sulla Torre dell’Orologio di Piazza San Marco – stigmatizza la creduloneria verso i maestri di qualsiasi cosa – che approfittando della loro fama – meritata o meno – diventano delle specie di guru – letterati o politici o filosofi che siano – che qualsiasi cosa dicano o facciano tutti se la bevono volentierissimo – oggi come allora – in quei littori anni trenta in cui un tragico cucù dalla mascella quadra – fra le ovazioni del popolo italico – tuttora assai incline a questo tipo di sbandate – faceva le sue uscite marionettistiche da un certo balcone romano ]
 
 

8 Commenti

  1. Kant! Quanto mi ha fatto penare..pensare, crescere.Ancora mi chiedo cosa farò da grande..e me lo rivedo, cercando qualche trucco ed un piccolo inganno.
    Ma,ancora,non ne trovo un’IDEA. Grazie ORSOLA:sei davvero interessante. Marlene

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

25 aprile 2021 Canteremo ancora… [tracce di un’altra vita]

La piccola targa di ottone è ancora là, incastonata nel marciapiede, lo è stata nel silenzio e nella solitudine delle strade deserte e del lockdown. Testimonia lo stesso e rende onore a chi tomba e sepoltura non ha potuto avere.

Cucina campagnola dell’Azerbaigian

Come un video trovato per caso possa aprire un mondo, dove si cucina all'aperto, anche se fuori nevica, fra cagnolini, galline e galli baldanzosi, pecore, fiori e steccati degni di un quadro di Chagall.

Dante, che barba!

di Giovanni Boccaccio ... nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso.

da “La stagione della strega” di JAMES LEO HERLIHY

Belle Woods, Michigan _______ Nel mio letto, 2 settembre 1969 A volte credo che mia madre ci azzecchi proprio quando mi definisce...

cinéDIMANCHE #30 JOSEPH LOSEY Mr Klein [1976]

  IL BILICO DELL'IDENTITA' Divagazioni da “Mr Klein” di Joseph Losey di ⇨ Anna Tellini Abbiamo un sacco di debiti nei confronti di...

U.S. [ Ultimi Sospiri ] MILANO 1943-1945


di Orsola Puecher

Sono storie fra due guerre, di uomini, padri e figli, di donne: nonne, madri, sorelle, zie e nipoti, numeri di tombola estratti nella sequenza di un viaggio ideale attraverso una città, fra tracce e strade di un percorso cifrato.
orsola puecherhttps://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/
,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.