Ci sono più cose . . .

24 agosto 2009
Pubblicato da

di Antonio Sparzani
tridente-impossibile

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…» Le parole contenute nelle grandi opere spesso assumono vita propria e di quella vivono da quel momento in poi. Si può giocare a costruire delle catene di queste parole ognuna infilata in un qualche senso dentro la precedente e ottenere così delle file di immagini collegate solo da un tenue filo di associazioni. A questo gioco, ancorché tentatore, non giocherò. Ma la partenza è questa. Una della citazioni più utilizzate della storia della letteratura occidentale è senz’altro quella risposta di Amleto a Orazio: Amleto, principe di Danimarca, ha appena finito di parlare con lo spettro del padre, che gli ha raccontato delle nefandezze del fratello e della moglie, e sta chiedendo agli amici Orazio e Marcello di giurare di non raccontare mai quel che hanno appena veduto, ancorché nulla abbiano sentito delle parole scambiate. Il trucco scenico è che nel frattempo il ghost, lo spettro che sembrava già essersene andato visto il sopraggiungere dell’alba, incita da sotto la scena swear . . . swear . . . Orazio, che ancora non sa capacitarsi di avvenimenti così portentosi esclama O day and night, but this is wondrous strange! Al che Amleto, Shakespeare non perde l’occasione del gioco di parole, ribatte And therefore as a stranger give it welcome
ma prosegue con le parole che hanno da allora fatto il giro del mondo
There are more things in heaven and earth, Horatio
than are dreamt of in your philosophy
,
giusto per far capire a Orazio che non occorre stupirsi più che tanto delle stranezze che si incontrano.

Ed è questa citazione che Borges riprende come titolo di un suo racconto, di sapore gotico, (contenuto nella raccolta Il libro di sabbia) nel quale si dice di una casa, fatta ristrutturare e ammobiliare da un oscuro personaggio, Max Preetorius, seguendo modalità e prescrizioni misteriose – stavo per dire inumane – e non chiaramente rivelate da alcuno. Il protagonista, che aveva visto e frequentato la casa prima della ristrutturazione, morbosamente curioso di vedere davvero quale tipo di modifiche siano state apportate, si introduce nella casa e accende le luci:

La sala da pranzo e la biblioteca dei miei ricordi erano adesso, abbattuto il muro divisorio, un’unica stanza grande e smantellata, quasi priva di mobili. Non cercherò di descriverli, perché non sono sicuro di averli visti, nonostante la spietata luce bianca. Mi spiegherò meglio. Per vedere una cosa bisogna capirla. La poltrona presuppone il corpo umano, con le sue parti e le sue articolazioni; le forbici, l’atto di tagliare. Che dire di una lampada, o di un veicolo? Il selvaggio non può percepire la Bibbia del missionario; il passeggero non vede lo stesso cordame che vede l’equipaggio. Se vedessimo realmente l’universo, forse lo capiremmo.
Nessuna delle forme insensate che quella notte mi riservò corrispondeva alla figura umana o a un uso concepibile. Provai repulsione e terrore … …

Cioè per vedere bisogna sapere, quasi un’ovvietà ormai: se un Dayak del Borneo (fino a pochi anni fa tagliatori di teste) guardasse un rasoio elettrico non vedrebbe nulla, non saprebbe di che si tratta, che nome dargli, come usarlo, guarderebbe uno strano pezzo di materia a lui sconosciuto.
La filosofia della scienza del Novecento è andata fiera di questa scoperta, experience is theory laden, questo è il gergo, l’esperienza è carica di teoria. Il grande teorizzatore di ciò fu Norwood Russell Hanson (1924-1967), che propose le sue idee in un libro di successo per i tempi Patterns of Discovery: An Inquiry into the Conceptual Foundations of Science (Cambridge University Press, 1958), tradotto in italiano con vent’anni di ritardo (I modelli della scoperta scientifica: ricerca sui fondamenti concettuali della scienza, Feltrinelli, Milano 1978) Ecco un esempio elementare tratto dalle prime pagine:
«Consideriamo Keplero: immaginiamo che egli si trovi su una collina e che osservi il sorgere del Sole in compagnia di Tycho Brahe. Keplero considerava il Sole fisso: era la Terra a muoversi. Tycho Brahe seguiva invece Tolomeo e Aristotele, almeno in riferimento all’opinione che la Terra fosse fissa al centro e che tutti gli altri corpi celesti orbitassero attorno ad essa. Keplero e Tycho Brahe vedono la medesima cosa quando osservano il sorgere del Sole?» (corsivo nell’originale)

E gli esempi si potrebbero evidentemente moltiplicare.

Ma io voglio arrivare da un’altra parte: voglio imporvi ancora un altro salto e farvi vedere come raramente le idee che sembrano completamente nuove lo sono veramente. Si potrebbero così citare vari antecedenti delle idee di Hanson (Duhem, per tutti), ma uno ce n’è di così illustre che non si può lasciarselo scappare, Johann Wolfgang von Goethe (qui ritratto nella campagna romana): i suoi aforismi, massime, riflessioni, scritti un secolo e mezzo abbondante prima di Hanson, sono tutti raccolti, sotto il titolo complessivo Maximen und Reflexionen, nella seconda parte del volume 12 dell’edizione completa delle opere, la Hamburger Ausgabe in 14 volumi (beninteso escluse le lettere, che da sole occupano cinquanta volumi, il nostro amava scrivere), e una sua sezione è dedicata alle riflessioni sull’arte e gli artisti. Da questa cito letteralmente, e provo a tradurre:

882 Wer gegenwärtig über Kunst schreiben oder gar streiten will, der sollte einige Ahndung haben von dem, was die Philosophie in unsern Tagen geleistet hat und zu leisten fortfährt.

883 Ein Künstler, der schätzbare Arbeiten verfertiget, ist nicht immer imstande, von eignen oder fremden Werken Rechenschaft zu geben.

884 Wenn Künstler von Natur sprechen, subintelligieren sie immer die Idee, ohne sich’s deutlich bewußt zu sein.

885 Ebenso geht’s allen, die ausschließlich die Erfahrung anpreisen; sie bedenken nicht, daß die Erfahrung nur die Hälfte der Erfahrung ist.

ovvero:

882 Chi oggi vuole scrivere, o piuttosto, disputare sull’arte deve sopportare una qualche ritorsione da parte di tutto quello che la filosofia ai nostri giorni ha prodotto e continua a produrre.

883 Un artista che porta a termine opere prestigiose non sempre è in grado di dar conto delle sue proprie opere né di quelle degli altri.

884 Quando gli artisti parlano della natura, sottintendono sempre l’idea, senza esser di ciò chiaramente coscienti.

885 La stessa cosa accade a tutti quelli che esclusivamente all’esperienza danno valore; essi non riflettono che l’esperienza è solo la metà dell’esperienza.

Eccola lì la conclusione così concisamente riassunta dal nostro poliedrico francofortese: l’esperienza è solo la metà dell’esperienza. Non è già tutto qui?

Si potrebbe anche parafrasare così: quel che si vede ha senso solo se concepito come parte di un patrimonio molto più vasto che comprende comunque tutte le esperienze pregresse, intese in senso molto lato, comprese quindi tutte le parole e i gesti che abbiamo visto e sentito ed elaborato nel corso della vita.
E la figura che vedete in testa al post, detta talvolta tridente di Penrose, è stata inventata dal fisico Roger Penrose per mostrare un disegno che non riusciamo a vedere: guardiamo delle linee tracciate sul foglio, ma non riusciamo a ricostruire nella nostra mente alcunché, nessuna Gestalt.

Forse solo l’ineffabile abitante della casa di Preetorius potrebbe riuscirci.

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17 Responses to Ci sono più cose . . .

  1. Giovanni Catalano il 24 agosto 2009 alle 15:27

    Molto interessante.
    Si potrebbe riflettere a lungo su questi oggetti impossibili, che esistono soltanto sulla carta, nello spazio bidimensionale della “scrittura”.
    A volte credo che tutta la realtà sia impossibile, a meno di rinunciare a una qualche dimensione, a meno di coprire con la mano una parte del disegno.
    E la realtà, tutta, è impossibile. Impossibile ma necessaria.

  2. Carlo Capone il 24 agosto 2009 alle 16:16

    Antonio Sparzani, ma questo splendido post non è anche l’introduzione a un discorso sulle stringhe? e se non lo è, restando sulle sopraddette, come si fa a vedere 11 dimensioni, per giunta attorcigliate su se stesse? e sia pure spiegate da ‘eleganti’ equazioni?

  3. orsola puecher il 24 agosto 2009 alle 18:17

    Osserva quella miserabile creatura. Quel Punto è un Essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo Mondo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, poiché non ne ha esperirenza; non ha cognizione nemmeno del numero Due; né ha un’idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente. Eppure nota la sua soddisfazione totale, e traine questa lezione: che l’essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, e che è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici.

    Edwin Abbott Abbott
    Flatlandia.
    Racconto fantastico a più dimensioni
    traduzione di Masolino d’Amico
    Adelphi

  4. viola il 24 agosto 2009 alle 19:11

    gaté, gaté, paragaté…un abbraccio Sparz, come *vedi* condivido -); Viola

  5. nadia agustoni il 24 agosto 2009 alle 20:35

    “E la figura che vedete in testa al post, detta talvolta tridente di Penrose, è stata inventata dal fisico Roger Penrose per mostrare un disegno che non riusciamo a vedere: guardiamo delle linee tracciate sul foglio, ma non riusciamo a ricostruire nella nostra mente alcunché, nessuna Gestalt. ”

    Bellissimo questo articolo.

  6. carmine vitale il 24 agosto 2009 alle 20:43

    notevolissimo interessante assolutamente da approfondire
    grazie sparzani
    c.

  7. Diamante il 24 agosto 2009 alle 22:45

    Post molto stimolante. La massima n. 885 di Goethe è fantastica, non la conoscevo. Anche la partenza dall’Amleto, poema infinito per definizione, poema non risolvibile (Eliot parlò a torto di “fallimento estetico”, Wallace da lì è partito per la sua celia infinita), mi sembra azzeccata. L’Amleto è stato recitato la prima volta nel 1601. Ancora oggi siamo tanti Amleti (se appena ci prendiamo la briga di pensare), e così la definizione di Johnson (“Shakespeare non appartenne a un’epoca, ma a tutti i tempi”) rivela appieno la sua acuta pertinenza.

  8. sparz il 25 agosto 2009 alle 00:07

    grazie a voi,
    @ Carlo Capone non ho la più vaga idea se da qui possa partire la teoria delle stringhe, che peraltro sembra sempre meno importante nella fisica di oggi; in ogni caso in tale teoria siamo ad un livello di visualizzazione assolutamente nullo, la figura all’inizio al confronto con le 11 dimensioni è niente.
    @ orsola il pezzo che citi mi fa piuttosto pensare al bellissimo racconto di Calvino Tutti in un punto, nel quale all’inizio tutti stavano pigiati in un punto solo dello spazio, anche la signora delle pulizie.
    @ viola, *vedo*, *vedo*, :-)) riabbraccio.
    @ diamante grazie assai per quel che dici dell’Amleto: esso non ha fine.

  9. sergio pasquandrea il 25 agosto 2009 alle 01:27

    Tanto per approfondire:

    Gregory Bateson, “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi 1977:
    Cognizione e metacognizione.

    Erving Goffman, “Frame Analysis”, Armando Editore 2001:
    Non possiamo capire la realtà se non costruendo cornici (frames) che la contengono e inquadrano. Interagire socialmente significa riuscire a condividere frames cognitivi.

    Lakoff-Johnson, “Metafora e vita quotidiana”, Bompiani 2004:
    Noi crediamo di pensare il mondo: in realtà pensiamo metafore che filtrano la nostra idea del mondo. E anche le nostre azioni nel mondo.

  10. Marianna il 25 agosto 2009 alle 09:28

    chiedo venia per la mia scarsa acutezza, ma cosa c’entra amleto in tutto ciò? se qualcuno me lo spiega, lo ringrazio. e poi: qual è il titolo del racconto di borges che si ispira alla frase amletica? viene promesso, ma non viene citato precisamente.

  11. Ares il 25 agosto 2009 alle 09:43

    Cappero c’entra l’Amleto, c’entra c’entra eccome se c’entra, quel che c’entra poco, o almeno è tirata per le orecchie, è la messa in campo dell’immagine del tridente di Penrose..

    .. che semmai apre un’altra finestra di discussione sul problema tutto ontologico di non essere ingrado di percefire la realtà se non attraverso il limite sensoriale del nostro corpo(mente compresa), che questo tiridente sembra prendere per i fondelli (anche se solo inizialmente).

  12. unexscafista il 25 agosto 2009 alle 10:17

    Ci sono più cose . . .
    There are more things

    Sul punto di sostenere il mio ultimo esame………..

    Ah le marianne……

  13. sergio pasquandrea il 25 agosto 2009 alle 16:13

    “There are more things…” (dal “Libro di sabbia”). Un Borges insolitamente lovercraftiano.
    Ci sono più cose nell’Amleto di quante può sognarne tutta la critica letteraria passata, presente e futura. Freud ci ha visto il complesso d’Edipo, Lacan una psicosi naricistica, Eliot un fallimento estetico, G. De Santillana una cosmogonia paleolitica, altri lo hanno visto come un sofista, o uno scettico, o un cinico, o un principe machiavelliano, eccetera eccetera.
    Volendo, lo si può leggere anche come una riflessione sulla vanità, illusorietà, relatività della conoscenza umana.

  14. sergio pasquandrea il 25 agosto 2009 alle 16:47

    “psicosi NARCISISTICA”, sorry

  15. sparz il 25 agosto 2009 alle 17:00

    @ marianna il titolo del racconto di Borges, lo dicevo en passant anche nel post, è appunto There are more things, Amleto c’entra in quanto Shakespeare gli fa appunto pronunciare quelle parole che danno origine alla catena, da me inventata, Borges − Goethe.
    @ Ares beh, il tridente di Penrose mi sembra un ottimo esempio di oggetto che si guarda senza poter vedere alcunché, ce ne sono molti altri simili, ad esempio qui.
    @ Sergio personalmente opto per de Santillana, un grande libro il suo (scritto con Hertha von Dechend) Il mulino di Amleto.

  16. Ares il 25 agosto 2009 alle 18:04

    Va bè, mi ha convinto!

  17. Diamante il 25 agosto 2009 alle 23:39

    Su Amleto consiglio anche le riflessioni di Harold Bloom, Stephen Greenblatt, Giorgio Melchiori, Erich Auerbach, George Steiner, Pietro Citati. Ma ha ragione Pasquandrea: è infinito.



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